Fabrizio Casari – Organismo politicamente modificato

Che differenza c’è tra una Commissione ed un Consiglio? E perché il secondo sostituirebbe la prima, visto che si tratta comunque di organismi delle Nazioni Unite? Cambiare la dicitura, mantenendo le stesse prerogative, funzioni e poteri, potrebbe sembrare un artificio verbale, un modo di chiamare la stessa cosa con due nomi diversi. Invece no. Si cambia il nome per cambiare la sostanza. Le Nazioni Unite, nella Dichiarazione finale dell’Assemblea del settembre 2005, avevano deciso di abolire la Commissione per i Diritti Umani, sostituendola con il Consiglio dei Diritti Umani. Ed ora sono riuniti in conclave, in un Palazzo di Vetro poco trasparente, con la ferma intenzione di garantire ai primi quello che gli ultimi potrebbero sottrargli: il potere di conoscere, analizzare, deliberare. Quali saranno le differenze tra i due organismi? La Commissione per i Diritti Umani si componeva di cinquantatre Stati, che rappresentavano in qualche modo i diversi continenti e le diverse aree geopolitiche. I suoi membri venivano nominati a rotazione ed i dossier che analizzavano, giudicavano e sui quali deliberavano, erano composti da rapporti su tutti i temi relazionati con i diritti umani.

Le caratteristiche di questo nuovo organismo non sono ancora decise, visto che non comparivano nella dichiarazione del Settembre 2005. Ma la Potenza Unica e le Ong e le Fondazioni interessate (cioè quelle che dagli Usa ricevono generosissimi finanziamenti), cercano ora d’imporre un Consiglio ristretto e selezionato, non più aperto, a rotazione, a tutti i paesi membri dell’Onu. Intendiamoci: la Commissione, specie negli ultimi anni, non aveva certo brillato per autonomia di giudizio o indipendenza. Proprio le pressioni statunitensi, contro tutto il sud del mondo e particolarmente contro Cuba, avevano messo a dura prova la credibilità dell’organismo. Che, mentre assecondava la gazzarra statunitense contro l’isola caraìbica, rifiutava di votare una risoluzione di condanna per il lager di Guantanamo e le torture di Abu Ghraib. Ciò nonostante, il numero dei paesi membri ed i criteri cui la Commissione s’ispirava (art.68 della Carta), risultava comunque teatro di battaglie politiche condotte in condizioni di partenza legittime. Il Consiglio che invece Washington sostiene oggi, ha ben altri connotati: appunto quello di essere formato da pochi paesi, tutti "democratici" e "rispettosi dei diritti umani".

I paesi candidabili a farne parte del nuovo Consiglio sono quelli "democratici" e "rispettosi dei diritti umani". Sembrerebbe, per quanto inaccettabile perché in contrasto con il principio di universalità dell’Onu, un argomento di buon senso: se non fosse che la qualifica di "democratico" e di "rispettoso dei diritti umani" é tutta politica e viene assegnata solo con criteri politici; per dirla più chiaramente: solo ai paesi amici di Washington. Più in generale sarebbe curioso stabilire quale criterio utilizzare, nel foro mondiale delle Nazioni, per stabilire chi, come e perché merita o no la qualifica di democratico, visto che più della metà del pianeta non adotta il regime politico, giuridico ed economico attualmente vincente e depositario del marchio. Accertato che presso l’Onu ogni Stato è sovrano e tutti sono uguali fra loro, sarebbe interessante capire come la metà del mondo stabilisca che l’altra metà non ne fa parte. E indovinate quale tra gli Stati avrebbe il punteggio maggiore di democraticità?

A certificare l’ipocrisia della proposta va detto che l’Amministrazione Bush, che pratica la tortura "contro" il terrorismo, spia i suoi stessi cittadini, stravolge con il Patrioct Act il codice penale e civile del suo stesso Paese e bombarda con fosforo bianco le città "ostili" in nome della libertà e della democrazia, non solo pensa di dover far parte del Consiglio, ma sta nuovamente ricevendo l’appoggio complice dei suoi alleati.

Che passare dalla Commissione al Consiglio non sia quindi questione semantica, era in qualche modo intuibile dall’ardore con il quale Washington ed i suoi alleati hanno spinto in favore della modifica: é chiaro che una semplice rimodulazione della Commissione non é la vera posta in gioco. Si tenga conto che la vicenda risale a due anni fa, quando gli Stati Uniti erano stati estromessi per la prima volta dalla Commissione di Ginevra con un evidente voto punitivo contro la prepotenza e le manipolazioni di Washington. Il Consiglio Economico e Sociale impedì la rielezione degli Stati Uniti nella Commissione dei Diritti Umani, condizione di membro che non recuperarono fino a quando due governi complici offrirono loro, docilmente, il proprio seggio. Colmo dei colmi, erano stati estromessi formalmente per via di un meccanismo di rotazione dei membri e, politicamente, per la ferma volontà di molti paesi di non permettere che le Nazioni Unite assumessero, con un perverso transfert, la linea politica estera della Casa Bianca. L’esclusione degli Usa dalla Commissione, pur superata grazie alla genuflessione di staterelli amici, era risultata intollerabile. Anche la superpotenza sostanziale ha qualche difficoltà a sopportare il dissenso formale. Eppure lo scorso anno quegli stessi paesi hanno assestato la stoccata finale alla credibilità dell’organismo, opponendosi all’adozione di un progetto di risoluzione contro l’applicazione della tortura e ad altre gravi violazioni dei diritti umani, normalmente praticate a Guantánamo ed altrove all’ombra della cosiddetta guerra contro il terrorismo che le autorità di Washington proclamano di condurre.

Proprio la politica dei due pesi e due misure, imposte dagli Usa, dalla Ue e da altri paesi del nord ai lavori della Commissione, è stata la causa della sua crisi. Il nuovo Consiglio, nelle intenzioni di Bush, sarà un tribunale inquisitore contro i popoli del sud, incaricato di dare semaforo verde alle tesi sulla esportazione della democrazia come pretesto per scatenare guerre preventive contro chi ha il torto di possedere ciò che a Washington serve.

Ma se sostenere le tesi di Washington è sempre stato per la Casa Bianca ed i suoi soci sinonimo d’imparzialità della Commissione, la sola discussione di deliberazioni a Washington non gradite e, ancor di più, l’estromissione degli Usa, evidenziava un chiaro "difetto di "politicizzazione della Commissione". Dev’essere per questo, per evitare la "politicizzazione", che gli Usa propongono ora che nel nuovo Consiglio gli Stati membri debbano avere tre caratteristiche: essere in pochi, democratici e rispettosi dei diritti umani, nel senso occidentale del termine. Ora, che siano pochi è evidente. Risulta semmai difficile riscontrare in essi due delle tre caratteristiche previste: appunto quella della democraticità e del rispetto dei diritti umani. Sarebbe davvero bizzarro vedere gli autori di Guantanamo e Abu Ghraib insieme agli spianatori della Cecenia ed agli erogatori di condanne a morte in servizio permanente discettare di democrazia e diritti umani… E se sul criterio di democraticità e rispetto dei diritti umani degli attuali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ci sarebbe molto da dire, anche in quell’essere "pochi" risiede una lettura politica insopportabile: quella cioè che assegna al nord del mondo, almeno dal punto di vista del Pil, l’esclusiva possibilità di formulare inchieste e pressioni sui governi oggetto delle denunce (che s’immagina facilmente chi riguarderebbero), oltre che risoluzioni di assoluzioni o di condanna con le conseguenti ripercussioni politiche e commerciali che queste comportano.

La Commissione era un organismo interstatale che dal 1946 si era occupata della situazione dei diritti umani nel mondo ed ha contribuito all’elaborazione di norme del Diritto Internazionale di grande importanza; ma negli ultimi anni proprio gli Usa avevano tentato di trasformarla in una sorta di tribunale non autorizzato che condannava, con grande tempestività, i paesi più deboli politicamente e più poveri economicamente. Caso di specie quello di Cuba, per la cui condanna, su diretta indicazione degli Usa, si esprimevano Stati che avrebbero dovuto, invece di giudicare, essere giudicati e che da Cuba, semmai, avrebbero potuto avere lezioni fondamentali proprio sul rispetto dei diritti umani. Insomma, i peggiori della classe, il più ricchi del pianeta, accusavano gli "ostili", colpevoli di essere i più poveri del pianeta. Perché la differenza tra i ricchi e i poveri era uno degli elementi che, giustamente, formava parte delle relazioni a tema in materia di diritti economici, sociali, culturali, che fornivano il contesto nel quale la condotta dei singoli Stati veniva valutata. E questo non solo perché è metodologicamente giusto affrontare il "testo" dentro al "contesto", ma anche perché sarebbe buffo che proprio un organismo dell’Onu dedicato alla difesa ed all’implemento dei diritti umani non considerasse determinante, in primo luogo, il livello raggiunto da ogni singolo Stato negli indicatori dell’Onu in materia di sviluppo umano.

Eppure gli Stati Uniti non si sono mai rassegnati a questa lettura d’insieme. Il sistema economico e sociale di cui sono la massima espressione, prevede del resto che lo sviluppo non sia un diritto dei popoli, bensì una eventuale conseguenza dell’iniziativa privata e del volere dei mercati (guarda caso da loro controllati). Succede poi che quel sistema, che in automatico produce proprio l’esclusione dei diritti dalle politiche sociali, vanta un primato poco rivendicabile: proprio gli interpreti più fedeli del modello risultano gli Stati più impresentabili sotto il profilo dei diritti umani. Il fatto poi che siano gli Stati più vicini agli Usa, pare non sia una coincidenza. Proprio nella sessione della Commissione del Marzo-Aprile del 2005, la risoluzione sulla valutazione in tutti i paesi dei diritti economici, sociali e culturali, venne votata con cinquanta voti contro tre astensioni dei paesi membri di turno. Chi erano i tre astenuti? Stati Uniti, Arabia Saudita e Australia.

Attualmente, sia l’Alto Commissariato ai Diritti Umani (che coordina tutte le attività dell’Onu nella materia), sia gli organismi convenzionali quali i Comitati di Patti e Convenzioni, (che si riuniscono due volte l’anno per esaminare le relazioni degli Stati membri) e la Sottocommissione per la Promozione e Protezione dei Diritti Umani, svolgono il compito che le Nazioni Unite hanno stabilito dover essere una priorità dell’istituzione: enucleare i diritti dei popoli allo sviluppo, all’acceso alle risorse, all’eguaglianza dei cittadini ed all’innalzamento dei livelli d’istruzione, salute e qualità della vita, al pieno godimento, quindi, dei diritti sociali e politici. Chiudere la Commissione potrebbe ovviamente implicare anche la chiusura della sottocommissione e delle altre strutture collaterali, con la conseguente eliminazione delle inchieste, degli studi e delle proposte fatte negli ultimi sessanta anni.

Un nuovo organismo, più che selettivo e democratico, sarebbe più ristretto ed univoco. Più vulnerabile alle pressioni statunitensi. Una sorta di organismo politicamente modificato. Per questo gli Usa vogliono a tutti i costi sopprimere la Commissione e sostituirla con un Consiglio. Un cancellino sulla memoria di un dopoguerra che tale non è mai stato, sulle stagioni floride dei colpi di Stato e delle invasioni di paesi terzi, delle corse al riarmo in stretto rapporto con quella alle finanziarizzazioni, delle occupazioni di territori in simbiosi con quelle dei mercati. Anni dove si annunciavano riduzioni del debito e si procedeva invece con la riduzione del costo delle materie prime destinate proprio a pagare quel debito; anni nei quali si sperimentavano guerre nei laboratori e laboratori di modelli economici nell’interesse dei quali le guerre prosperavano.

Se quindi la cancellazione "de facto" del ruolo delle Nazioni Unite è cominciata con la guerra in Iraq, è con la trasformazione della Commissione per i diritti umani che si completa. Un Consiglio, quello candidato a sostituirla, che per i criteri di appartenenza si sommerebbe a quello di Sicurezza, al G8, al Wto, al Fmi e alla Banca mondiale. Tutti insieme a determinare di chi è il mondo e a chi appartengono i diritti, popoli esclusi.

da: www.altrenotizie.org

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