Fabrizio Casari – Honduras: golpisti isolati, il mondo è con Zelaya

Netta, senz’appello. Magari non particolarmente tempestiva, ma inequivocabile. La condanna degli Stati Uniti del golpe di Tegucigalpa ha inflitto un serio colpo alle speranze di accredito internazionale dei golpisti honduregni. Tanto Barak Obama, quanto Hillary Clinton, hanno chiesto con forza il reintegro del Presidente Zelaya alla guida del paese centroamericano, ribadendo che, comunque, Washington riconoscerà come legittimo solo il governo guidato dal Presidente deposto con la forza. Stesso atteggiamento anche dal Palazzo di Vetro a New York. I 192 paesi facenti parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita sotto la presidenza del nicaraguense Miguel D’Escoto, non fanno sconti, non cercano soluzioni politiche o scorciatoie diplomatiche. In una risoluzione approvata per acclamazione, alla presenza di Zelaya, giunto da Managua su un aereo venezuelano, l’Assemblea Generale ha condannato “il colpo di Stato nella Repubblica dell’Honduras che ha interrotto l’ordine democratico e costituzionale”. L’Assemblea generale ha lanciato un appello alla comunità internazionale “a non riconoscere a nessun altro governo al di fuori di quello del Presidente costituzionale Zelaya per cui ha chiesto “l’immediato e incondizionato ripristino”.

Micheletti non ha e non avrà nessun sostegno internazionale, nessun invito, nessuna stretta di mano, nessuna firma, nessuno che lo ascolti. Dovrà tornare nell’anonimato dal quale proviene. Questo è quanto deliberato a New York dall’Onu, niente di meno di quanto già da 48 ore le altre Cancellerie internazionali, gli organismi multilaterali di ogni genere e tipo, avevano già stabilito. Il colpo di Stato non è accettabile, Micheletti è un usurpatore e l’Honduras va incontro a sanzioni severe da parte della comunità internazionale. Il ministro degli Esteri spagnolo, Moratinos, ha chiesto a tutti i paesi dell’Unione Europea di ritirare i propri ambasciatori dall’Honduras. Dal canto suo, il presidente della Banca Mondiale, presidente del Robert Zoellick, ha annunciato la sospensione di tutti i programmi di credito all’Honduras.

I paesi dell’ALBA, riunitasi ieri a Managua, dove Zelaya è arrivato, proveniente dal Costa Rica, hanno aperto il fuoco contro l’illegalità e l’illegittimità del golpe. Stesso discorso per quanto riguarda il SICA (Sistema d’Integrazione Centro Americano), composto da Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Costa Rica e Honduras, allargato per l’occasione a Panama, Repubblica Dominicana e Belize, che oltre a sostenere le deliberazioni degli Osa, ha deciso all’unanimità di “chiudere per 48 ore ogni tipo di traffico con l’Honduras” e di “richiamare immediatamente i rispettivi ambasciatori per consultazioni”; quindi, “di istruire le direzioni finanziarie presso La Banca Centroamericana d’Integrazione Economica al fine di sospendere ogni prestito o credito, per quanto già approvati, all’Honduras”. I Paesi del SICA hanno poi deliberato all’unanimità “la sospensione immediata di qualunque riunione di carattere politico, economico, finanziario, culturale, sportivo, turistico e di cooperazione con il governo golpista dell’Honduras”. Contestualmente, “vietano la partecipazione di ogni rappresentante hondureno che non sia accreditato dal Presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya.”

Dal canto suo, Micheletti gioca a fare il presidente e, a seguito delle dichiarazioni di Zelaya, che ha annunciato che si recherà giovedì prossimo a Tegucigalpa, ha avvertito che sul legittimo Presidente dell’Honduras “pende un mandato di cattura per il suo interesse nel continuare a governare, per tradimento alla patria e abuso di autorità”. Non fosse un dramma per il paese centroamericano, questo anziano residuo dell’oligarchia hondurena sarebbe un ottimo comico. Trattasi infatti di gustosa gag quella di incolpare di abuso di autorità mentre si depone un Presidente eletto, si chiudono radio e tv, si arresta chi protesta e s’impone il coprifuoco. Zelaya si recherà invece a Tegucigalpa accompagnato dal Segretario generale dell’OSA, dal presidente di turno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dalla Presidente argentina, Cristina Kirchner e dal Presidente dell’Ecuador Rafael Correa. “Se vogliono uccidermi o reprimere la protesta, che lo facciano davanti al mondo” ha risposto Zelaya alle minacce dei golpisti.

Fin qui la cronaca. Ma se il mondo è unito nel rifiuto del golpe, diversi sono i percorsi che s’ipotizzano. Per l’America latina il fallimento del golpe di Tegucigalpa deve diventare la certificazione della nuova era del continente, che vede colpi di stato e “Washington consensus” come retaggi del passato. Indisponibile ad ogni mediazione politica, la sinistra continentale mette nelle mani dell’Onu, dell’ALBA e del CISA le carte necessarie a vincere la partita. Per gli Stati Uniti, al contrario, si tratta da un lato di confermare la fine della dottrina imperiale e tenere insieme una nuova concezione dell’ordine internazionale, anche nel “giardino di casa”; dall’altro, attraverso l’OSA, di limitare politicamente il peso dei governi di sinistra nel continente.

Si tratterà ora di vedere come la comunità internazionale saprà scegliere tra le due ipotesi in campo: quella statunitense ed europea, che cerca una soluzione politica al rovesciamento dell’ordine costituzionale e quella latinoamericana, disposta ad andare fino all’isolamento totale ed al confronto con la giunta golpista fino a quando Zelaya non verrà re insediato alla presidenza. In questa strettoia, le prossime 48 ore saranno decisive per l’indirizzo dell’Honduras. Sapendo che l’esito della vicenda va oltre, ben oltre, il destino del piccolo paese centroamericano che si trova, suo malgrado, al centro di qualcosa molto più grande di lui.

da: altrenotizie.org
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