Enrico Oliva

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Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione.

Così recita una battuta del film Amici miei, il primo, quello portato a termine da Mario Monicelli su canovaccio dell’immenso Pietro Germi.

E Enrico era esattamente così. Un genio allo stato puro.

Enrico ci ha lasciati pochissime settimane prima che io mandassi in stampa questo libro, soli e con un sapore di melma in bocca che fa una fatica ciclopica a togliersi di mezzo.

Tra noi ci chiamavamo Olly (lui) e Wally (io). Non ci siamo mai incontrati di persona. Ma i suoi scritti erano dei neurodeliri esilaranti. Ne ricevevo da ogni dove. Spagna, soprattutto, ma una volta mi arrivò una sua risposta da Pechino, dove si era recato per non so quale diavolo di occasione. Una delle sue, probabilmente. E mi scriveva sempre sulla carta intestata degli alberghi, il maramaldo, e io che guardavo la busta e mi chiedevo che cosa cavolo avesse da scrivermi un albergo di Pechino.

Ai tempi in cui iniziarono i nostri primi contatti si era fissato con la mail art.

La mail art era una roba interessantissima, una tendenza artistica di indubbio valore. Si inviavano lettere via posta che erano dei veri e propri pezzi unici. Erano fatte di collages, disegni colorati con le tecniche più svariate, scritte a mano con grafie diversissime, perfino con la penna stilografica. Chi le riceveva poteva incorniciarle, e lui era un mago in queste cose, lo debbo riconoscere.

La caratteristica principale di Enrico era quella di non prendere mai sul serio nulla e nessuno. Tanto meno se stesso e gli altri. Quindi, la vita intera.

Era sicuramente un anarchico individualista, magari senza saperlo. Non l’ho mai visto associarsi a nessun gruppo locale né abbonarsi a nessuna rivista o bollettino che fosse.

Eppure ascoltava la radio con regolarità e determinazione. Solo che non lo faceva mai sapere a nessuno. Non aveva bisogno di conferme, cartoline, QSL, gadgets e patacche varie, gli bastava un registratorino a cassetta, in cui immortalare il sibilo tropicale, quel palpito, quella condizione favorevole e transitoria di propagazione che gli aveva permesso di sintonizzare quel segnale, e tanto era.

Enrico era un vero trotamundos, ma non so in realtà quanto gli piacesse.

Era abilissimo nel fare le parodie degli altri e in questo era maledettamente bravo. Circolavano, ogni tanto, sotto forma di fogli fotocopiati e inviati agli amici, delle sue dissacranti disamine sulle miserie e sulle contraddizioni sociali di un mondo che gli andava sempre più stretto e in cui si riconosceva sempre meno.

Ogni tanto qualche traditore le inviava alle teste pensanti, ai pezzi da 90 del radioascolto italiano e ne uscivano fuori delle polemiche assurde, che oggi, con anglosassone imbarazzo, chiameremmo flames. Erano, in realtà, delle pasquinate solenni, con cui Enrico denunciava la mania di protagonismo di certi personaggi, che per il solo fatto di fare radioascolto, si ergevano a paladini della verità. E, in fondo, è sempre stato così ovunque. Gente che si improvvisava direttore editoriale, redattore (sì, parlavano di “redazione“, quando in realtà la redazione erano loro stessi), addetto alla segreteria di non so cosa, capitano di vascello e chissà quant’altro.

Enrico li sbeffeggiava, con la sagacia e l’arguzia della sua penna. E il suo atteggiamento nei confronti delle cose del mondo mi aiutò tantissimo quando mi accadde una cosa molto antipatica, che adesso non voglio ricordare.

Qualcuno mi ha scritto che, negli ultimi tempi, Olly fosse preoccupato dalle sue patologie e che pensava spesso alla morte. Ovviamente prendendo dovutamente per le natiche anche quella. Non ha lasciato testamento. Roba da burocrati, scartoffie inutili. Ha lasciato dei frammenti di volontà per il dopo che non sono stati raccolti ed esauditi, e questa è la pena peggiore.

Mi restano di lui due lettere. In una mi dava del “pirla“, in un’altra del “coglione“. E aveva ragione da vendere.

Ciao Enrico. Dico, Olly.