Ellemme – Palestina, un voto sotto l’occupazione

Il sacro principio della propaganda di Bush in politica estera è l’esportazione della democrazia nei paesi mediorientali. Ma se non c’è oro nero da razziare, a quanto pare, gli USA e i loro alleati israeliani sembrano avere obiettivi ben diversi: è il caso delle elezioni palestinesi. Dopo svariati rinvii e annullamenti, il 25 Gennaio 2006 sembra ormai la data certa per il rinnovo del Parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma la libertà di voto e la sua segretezza e, ancor prima, la possibilità stessa di accedere alle urne, sono a totale discrezione delle forze occupanti israeliane. Le precedenti elezioni, tenutesi dieci anni fa a ridosso degli accordi di Oslo, servirono per dare una legittimazione al potere di Arafat. Il sistema elettorale maggioritario fu disegnato a tavolino per assicurare una netta vittoria al suo movimento Fatah, che conquistò 57 seggi sugli 88 allora previsti. A causa di questo fatto, le elezioni del 1996 furono boicottate da tutti i gruppi di opposizione, tra cui Hamas e la Jihad Islamica. La grossa novità di quest’anno è la partecipazione alle elezioni di Hamas, che è dato nei sondaggi di poco indietro rispetto a Fatah, il partito dell’attuale Presidente Mahmoud Abbas.

Lo scorso anno, a ridosso dell’annuncio di Hamas, l’allora premier Sharon dichiarò che Israele non avrebbe tollerato la presenza di candidati di organizzazioni terroristiche nelle liste elettorali e che avrebbe vietato le elezioni a Gerusalemme Est. Domenica scorsa, il governo israeliano, presieduto da Ehud Olmert, ha invece annunciato che permetterà il voto ai Palestinesi residenti a Gerusalemme Est, a patto però che i candidati di Hamas vengano cancellati dalle schede elettorali di questa circoscrizione. Tecnicamente, ad ogni Palestinese che si iscriverà al voto, verrà consegnata una scheda preventivamente visionata dalla polizia israeliana. Il capo negoziatore palestinese, Erekat, ha fatto notare che questo permetterà l’identificazione dei singoli elettori e ha chiesto agli Stati Uniti e alla UE di premere affinché il diritto palestinese ad avere libere elezioni venga garantito.

La cronaca della campagna elettorale degli ultimi giorni è frenetica. Il governo israeliano ha vietato ai candidati palestinesi di tenere comizi a Gerusalemme Est e domenica il vice capolista di Hamas, Abu Tutir, è stato arrestato dalla polizia israeliana insieme ad altri candidati all’uscita dalla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, mentre si apprestava a tenere una conferenza stampa. Nei giorni scorsi Tutir, in un’intervista al quotidiano Haaretz, aveva esposto la nuova piattaforma politica del gruppo islamico, che prefigura un totale cambiamento di strategia.

Si tratta di due punti fondamentali: da un lato, la decisione, già praticata, di partecipare attivamente alla vita istituzionale palestinese presentandosi alle elezioni amministrative dei mesi scorsi; elezioni che hanno visto la vittoria di candidati di Hamas in alcune città della West Bank settentrionale. Ma la novità principale è la cancellazione dallo statuto dell’organizzazione della clausola riguardante la "distruzione dello Stato di Israele", rimpiazzata dal generico supporto alla resistenza palestinese. Che, si affretta a precisare Tutir, non significa necessariamente lotta armata. Alla domanda se Hamas intenderà partecipare ai futuri negoziati di pace, Tutir osserva che, se necessario, Hamas saprà negoziare meglio di coloro che negli ultimi dieci anni non sono riusciti ad ottenere nulla. Se Hamas parteciperà al futuro governo palestinese, precisa, la questione del negoziato verrà affrontata e discussa nella sede adeguata, cioè il parlamento palestinese.

L’atteggiamento dell’amministrazione americana nei confronti delle elezioni palestinesi è a dir poco schizofrenico. Durante la sua ultima visita in Israele, a Novembre, il segretario di Stato Condoleezza Rice, dopo aver ottenuto l’accordo per l’apertura del valico di Rafah tra la striscia di Gaza e l’Egitto, aveva mostrato apprezzamento per la partecipazione di Hamas alle elezioni, segnale dell’allontanamento del gruppo islamico dalla lotta armata. L’inviato americano David Welch ha inoltre ribadito, durante il suo recentissimo incontro con Abbas a Ramallah, di auspicare un sereno svolgimento delle elezioni, che rafforzeranno la democrazia palestinese. Tuttavia fonti diplomatiche della Casa Bianca Domenica mattina hanno riferito che, se Hamas entrerà a far parte del futuro governo palestinese, gli Stati Uniti ridurranno considerevolmente gli aiuti all’ANP, poiché la legge americana vieta il finanziamento dei gruppi terroristici, tra i quali figura appunto Hamas. L’amministrazione americana, insieme a Shimon Peres che si recherà a Washington nei prossimi giorni, sta poi studiando un piano di sostegno all’attuale presidente Abbas e al suo partito Fatah.

Le elezioni palestinesi pare creino qualche grattacapo anche all’interno della stessa ANP. I sondaggi degli ultimi mesi danno Hamas a pochi punti di distacco da Al Fatah, partito del presidente Abbas, che ha cercato in tutti i modi di posticipare le elezioni nella speranza di riguadagnare posizioni. Dalla morte di Arafat, infatti, si sta giocando all’interno di Fatah un strenua lotta tra la generazione degli ex esuli dell’OLP, che fanno capo ad Abbas, e la nuova generazione di attivisti, cresciuti durante la prima intifada e che si riconoscono in Marwan Barghouti (che attualmente sta scontando cinque condanne a vita nelle carceri israeliane). Si dice che Abbas, dopo aver parzialmente annullato le primarie di Fatah, nelle quali i giovani candidati avevano sonoramente sconfitto la vecchia guardia, stia ora giocando la carta dell’anarchia nella Striscia di Gaza per imporre il rinvio delle elezioni.

Gli episodi di violenza delle ultime settimane, i ripetuti rapimenti (tra cui anche quello di un italiano) e l’abbattimento del muro al confine di Rafah, che ha causato anche l’uccisione di due soldati egiziani, pare abbiano visto come protagonisti infatti militanti del partito del Fatah. Egli stesso in varie occasioni ha affermato di non poter garantire il corretto svolgimento delle elezioni a causa della debolezza delle forze di polizia palestinesi. Lunedì la Jihad ha reso nota la strabiliante richiesta di Abbas di raccogliere e custodire, per la sola settimana del voto, tutte le armi dei militanti della striscia di Gaza in un magazzino, di cui una chiave verrebbe tenuta dall’ANP e una dai militanti stessi. I gruppi islamici hanno rifiutato la proposta.

La strada delle elezioni palestinesi fino al 25 Gennaio è dunque tutta in salita. Tutti i soggetti coinvolti, dagli israeliani agli americani all’ANP stessa, stanno cercando di ostacolarne il libero svolgimento. La sola eccezione è Hamas, che paradossalmente ha facile gioco a presentarsi ai palestinesi come il campione della democrazia. L’unica cosa certa è che il doppio verdetto delle elezioni palestinesi e di quelle israeliane del 28 Marzo, deciderà in un senso o nell’altro il futuro del processo di pace negli anni a venire.

da: www.altrenotizie.org

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