“Eh, si sa, son ragazzi…”

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Io sono di Livorno.

Non sono un “livornese” in senso puro. Non ci sono nato, ci sono solo cresciuto e in quella città ho imparato molte cose. Alcune di queste (fondamentali) le ho apprese frequentando, sia pure di striscio, le varie comunità religiose che compongono la variegata cultura labronica.

Quando da bastardelli adolescenti si faceva “brucia” (ossia si marinava la scuola) si andava spesso alla Chiesa Valdese dove il Pastore Giovanni Scuderi, il cui ricordo mi è caro, ci accoglieva a suon di sacrosanti rimproveri e ci spediva di filato a studiare nella sua biblioteca che sapeva di umido e di muffa. Una volta assolto il compito ingrato, c’era sempre la possibilità di fare due tiri a canestro in un campetto sgangherato.

Oppure si chiedeva asilo politico al rabbino della Sinagoga adiacente alla scuola che, serafico, avvertiva il Preside, lo tranquillizzava, ci offriva delle squisitezze ebraiche inenarrabili sotto forma di dolcetti, ci salmodiava nella sua biblica lingua e si passava la mattinata in un posto sicuro, anziché bighellonare in giro.

E la cosa bella è che non solo, allora, non ci vedevo nulla di strano. O meglio, non ci vedevo nessuna differenza.

Livorno dimentica e abbandona i suoi figli (Modigliani, Piero Ciampi, Giorgio Caproni) e così anch’io ho dovuto camminare sulle mie gambe e percorrere la mia strada.

Oggi mi ritrovo con due ragazzine di 15 anni di Campiglia Marittima che se la sono presa con un 12enne. Lo hanno deriso, insultato, preso a calci e colpito da sputi perché è ebreo.

In una popolazione cresciuta a tolleranza, leggi livornine e seconda comunità ebraica d’Italia, nascono questi teneri virgulti, che, detto fra noi, dovrebbero starsene solo fra le gambe delle loro madri, che se la prendono con un bambino più piccolo solo per un fattore etnico o religioso. Sono femmine, naturalmente, perché non sia mai che le conquiste di genere a favore delle donne le rendano scevre dalla libertà discutibile di esprimere un discorso d’odio verso il diverso, e ci mancherebbe anche altro! Ma cosa hanno imparato dalla scuola e dalla famiglia, a navigare su TikTok? A digitare stronzate su WhatsApp? Dove erano queste fanciulle quando a scuola (perché frequentano le superiori) ad ogni Giorno della Memoria proiettavano “Schindler’s List” o “Il pianista”, erano a casa per “indisposizione” a ciucciare latte e “Mein Kampf” dal biberon?

I ragazzi inviavano a questo bambino (perché a 12 anni si è bambini, via…) immagini di svastiche, di scarpe con la scritta “dal 39 al 42” (anche ignoranti, oltretutto, perché le leggi razziali sono del ’38), e c’è ancora chi si stupisce del fatto che lui e la famiglia non siano riusciti a dormire la notte. O che il padre del piccolo abbia preannunciato querele per ingiurie (l’ingiuria non rientra più nel penale, ma va bene lo stesso) e lesioni. Già, o come sarà? Questi padri che ricorrono alla giustizia ordinaria SOLO perché le figlie di altri genitori li hanno offesi, sputazzati e scalciati a loro esclusivo arbitrio? “Eh, si sa son ragazzi, o cosa gli vògliano fa’?”

Già, i ragazzi sono ragazzi, ma anche le stronzate sono stronzate.

E poi “Eh, sì, ma è tutta colpa della società, perché siamo tutti egoisti.” Ma vaffanculo, io faccio parte della società e non mi sono mai permesso nemmeno per sogno di fare una cosa del genere a 15 anni. E se lo dovesse mai fare mia figlia, come l’ho fatta la disfo. Ha sei anni e si dichiara fidanzata. Con uno straniero. Sicché statevene dimolto zittini.

E poi c’è già chi pensa alla rieducazione delle due antisemite, evidentemente reputate inconsapevoli se non addirittura incapaci di intendere e di volere: accompagnarle ad Auschwitz, Mathausen, Birkenau e farle prendere contatto con la realtà.

No. Queste ragazze devono essere allevate a quintalate di pane e torta di ceci (con parecchio pepe, così gli si infiamma un gocciolino anche il culo), devono mangiare dimolto cacciucco (dal turco “katciuk”, ovvero “mista minutaglia”), essere portate a respirare l’aria salmastra del porto di Livorno, tipo aerosol, costrette ad estenuanti passeggiate sulla Terrazza Mascagni o ad ore di studio nella Biblioteca dei Portuali (ormai purtroppo dismessa), dissetate a spuma bionda ghiacciata e mandate in giro vestite con indumenti usati rigidamente comprati al Mercatino di Piazza XX settembre. Non vanno educate per contraccolpo, ma per osmosi.

Chissà che forse…

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