…e Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore Ballerina

Il 27 agosto del 1950 era una domenica molto calda.

Nella sua stanza d’albergo di Torino, Cesare Pavese, scrittore, assunto l’equivalente di 20 bustine di sonnifero, si congedava dal mondo come tutte le persone perbene, senza fare rumore.

Il poeta, l’intellettuale, il fine traduttore, l’innamorato perennemente respinto, immortalato nei versi criptici di De Gregori (un De Gregori in vena di indovinelli, evidentemente), chiese persino scusa per il disturbo.

Fu talmente educato e gentile nel suicidarsi che la sua morte, oggi, non se la ricorda praticamente nessuno. Del resto sui giornali c’è da scrivere che Prodi dà la sua benedizione alla rinascita dell’Ulivo, gl’importassai a "Repubblica" di un morto, per di più comunista, confinato, antifascista, che voleva solo insegnare latino e greco.

Scrisse poesie e romanzi entrati a buon e pieno diritto a far parte della storia della letteratura del nostro paese.

Le sue traduzioni sono lezioni di stile su Melville, Dos Passos, Faulkner, Defoe, Joyce, Dickens…

Lasciò scritte poche frasi quando decise di andarsene. L’ultima fu: "Non fate pettegolezzi." Una lezione.

Logico che nella scuola italiana nessuno lo spieghi più.

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