Due marò!

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La Corte Permanente di Arbitrato de L’Aja ha riconosciuto la giurisdizione italiana per la celebrazione del processo nei confronti dei due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il 15 febbraio 2012 due pescatori indiani furono uccisi con armi da fuoco, scambiati probabilmente per pirati. I due militari furono immediatamente accusati dell’omicidio dalla magistratura indiana, e questa sentenza risolve un delicatissimo problema di competenza giurisdizionale, nonché una questione diplomatica tra Italia e India che si protraeva da troppo tempo.

Soddisfazione tra le parti in causa e perfino a livello istituzionale. L’ammiragio De Giorgi ha perfino dichiarato

“Una sentenza giusta: l’Italia ha agito rispettando il diritto”.

E ancora:

“Con il senno di poi sono tutti maestri. Chi si è trovato a gestire gli eventi dall’Italia ha agito sulla base delle informazioni disponibili al momento, nei tempi ristretti in cui si è sviluppata la vicenda. Certamente la catena di comando adottata per la protezione dei mercantili che vedeva il comando operativo assegnato al Capo di Stato Maggiore della Difesa invece che al Capo di Stato Maggiore della Marina, come sarebbe stato naturale, vista la specificità marittima dell’operazione, è risultata poco funzionale, aumentando le isteresi decisionali. Indubbiamente non ha aiutato”.

Soddisfazione, dicevo. Troppa soddisfazione. Intanto c’è da dire che la Corte Permanente de L’Aja ha sì, riconosciuto la giurisdizione del nostro paese nel giudizio dontro i due marò, ma ha anche riconosciuto all’India i danni fisici, i danni materiali e i danni morali in favore del comandante e dell’equipaggio del peschereccio indiano, perché l’Italia avrebbe violato la libertà di navigazione così come stabilita dagli articoli 87 e 90 della Convenzione delle Onu sul Diritto del Mare.

E poi ci sono due morti. Due vite innocenti strappate all’affetto delle loro famiglie. Poveracci che stavano solo pescando e che si sono ritrovati con qualche pallottola in corpo. Morti. Cadaveri. Uccisi.

Se esista una responsabilità diretta, ma soprattutto causale, tra il comportamento dei due marò e la morte di questi due disgraziati, lo stabilirà dunque il Tribunale di Roma. Ma ci sarà un processo. DOVRA’ esserci un processo, e lì c’è ben poco di che essere soddisfatti. Anzi, fossi in loro, e se fossi uno dei politici che hanno applaudito acriticamente alla sentenza di ieri, sarei MOLTO preoccupato. Perché la Commissione permanente ha dato sì, ragione all’Italia per quanto riguarda la competenza giurisdizionale, ma ha stabilito che la nave italiana ha violato un codice della navigazione. Perché si trovava lì? Che pericolo costituivano due pescatori indiani? Sono domande a cui deve dare una risposta (e una risposta chiara, univoca e incontestabile) la magistratura, che si porrà in contraddittorio con la difesa degli imputati davanti a dei giudici terzi in tre gradi di giudizio, perché è così che si fa in Italia.

Insomma, io con l’ipotesi di essere accusato, indagato e imputato per duplice omicidio sul groppone tanto tranquillo non ci starei.

fonti: corriere.it e AGCOM.

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