Dopo un anno dal terremoto che ha distrutto L’Aquila: Yes we camp!

Hanno fatto un po’ di retorica, si capisce, era necessario.

Dopo un anno sarebbe stato inelegante non ricordare il terremoto del 6 aprile del 2009, quando una città intera ha cominciato ad essere cancellata dalla faccia della terra dall’indifferenza del Governo, dall’onnipresenza della Protezione Civile e dal clamore massmediatico di giornali e televisioni che hanno smesso di occuparsene.

Riposte le magliette con la scritta "L’Abruzzo nel cuore" ("il cuore è uno zingaro e va", cantava Nicola di Bari), pochissimi si ricorderanno di aver mandato 2 euro attraverso un SMS di solidarietà, ancor meno di aver comprato un CD degli "Artisti Uniti per l’Abruzzo" con una canzoncina intitolata "Domani". Hanno fatto un video in cui li vedi tutti equi e solidali abbracciarsi, salutarsi, dirsi "Porca vacca come siamo bravi boi", cazzo, hanno cantato tre o quattro note per ciascuno, e questo è il contributo che dànno alla rinascita di una città: tre note e i diritti sull’interpretazione, una giornata della loro carriera artistica, qualche ora per registrare e vedi Jovanotti che abbraccia Ligabue (dovrebbero starsi sui coglioni da anni), Laura Pausini che scambia i baci sulla guancia con Elisa (sì, Elisa, perché, non si può un po’ criticare anche Elisa? Cos’è, intoccabile visto che non ne parla mai male nessuno? Almeno della Pausini dicono che ha il culo grande…), e tutti picciccì piccicciù, come sei bravo tu, no guarda siamo bravi tutti, ricostruiremo il teatro de L’Aquila anche con il nostro contributo, sì, ma quando? Eh, "Domani!".

A L’Aquila, manco a dirlo, il Teatro è ancora di là da venire.

L’Aquila è morta. E’ il tessuto sociale che non esiste più. Qualcuno, certo, ha riavuto la agibilità della propria casa, ma non ha un cazzo intorno, non ha un supermercato, non ha una scuola, non ha servizi, non ha autobus che lo portino in centro perché il centro è pieno di macerie, perché se vuoi vedere qualcuno dei tanti che ti corrispondevano, per dirla con Ungaretti, devi andare fuori, dove hanno fatto le baraccopoli (eh, ma quali baracche! Non lo volete capire che sono casette di legno bellissime, antisismiche, piccole ma con tutto quello di cui c’è bisogno… ingrati!), dove la gente è stata costretta ad abitare e sarà ancora costretta per anni e anni e condannata all’oblio.

All’oblio delle birre bevute con gli amici in Corso Vittorio Emanuele, all’oblio del mercato caciarone in Piazza Duomo, all’oblio della passeggiate alla Villa, all’oblio di una rete sociale che esisteva, all’oblio dei cani randagi che affollavano il centro, all’oblio dei giovani che movimentavano le sue notti, all’oblio di mia zia Irlanda da giovane che partiva ogni giorno da un paese vicino per andare a fare la donna di servizio, all’oblio del convento dei Frati di Collemaggio, delle 99 cannelle, di una libreriola deliziosa che ho scoperto l’ultima estate prima del mio matrimonio e quel giorno dissi "Va bene, la prossima volta ci torno e faccio spesa".

La prossima volta, sì…

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