Diffamazione e Corte Costituzionale: verso l’eliminazione della pena detentiva

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Ci siamo.

La misura del carcere (o, se si preferisce, della detenzione) per il reato di diffamazione a mezzo stampa, così come previsto dal comma 3 dell’articolo 595 del Codice Penale sta per essere spazzata via per sempre. E non si tratta certo di una notizia buona solo per i giornalisti, ma per qualsiasi cittadino.

Purtroppo è una notizia buona solo a metà. Ma andiamo a un anno esatto fa, quando la Corte Costituzionale fu investita della questione, ovvero se sia o no legittima la pena carceraria per coloro che, con il mezzo della pubblicità (vi rientra anche il web), ledano l’onorabilità di un terzo assente. Quello della diffamazione è un reato contro la persona punibile a querela di parte, ma è evidente che i confini non sono così netti, visto che coinvolge anche altri aspetti, quali la libertà di pensiero, di stampa e di parola. Occorreva, quindi, trovare un giusto equilibrio tra gli interessi del diffamato e quelli dell’indagato. La Corte decise, come in altri casi (si veda quello di Marco Cappato) salomonicamente di rinviare al Parlamento la responsabilità di trovare una soluzione legislativa adeguata. Tempo massimo per approvare una legge di riforma della materia, un anno.

E in Parlamento, effettivamente, giacciono ancora dei provvedimenti che non sono mai andati all’approvazione delle rispettive aule, o, se ci sono andati, non hanno mai visto la luce sotto forma di provvedimento di legge effettivo, approvato, controfirmato, pubblicato ed operante.

In breve, che cosa ha fatto il Parlamento per il cittadino (sia esso giornalista o no) che si dovesse ritrovare impigliato nelle maglie della giustizia per un commento di troppo su Facebook, una frase ambigua su un blog, uno sfogo eccessivo nella verbosità, magari dopo un confronto acceso nei confronti di chi non si può difendere (e accade tutti i giorni)? Assolutamente NIENTE. Il Legislatore è stato completamente passivo ed inerte, totalmente inadempiente sulla materia, facendo così trascorrere il tempo inutilmente, tanto che la patata bollente sta per tornare in mano alla stessa Corte Costituzionale.

La quale, con ragionevole certezza, deciderà per l’incostituzionalità della norma, anche sotto la pressione di sentenze di condanna della Corte Europea (si veda, a puro titolo di esempio, il caso Sallusti vs. Italia). Ma, come vi dicevo, non è una bella notizia.

In primo luogo perché è il Parlamento e non la Corte Costituzionale il luogo deputato a questi adempimenti, in secundis perché la Corte, operando motu proprio, non farebbe altro che amputare la normativa, rendendola monca, priva di quella organicità e compiutezza che. pure, sono da aspettarsi quando si tratta di mettere mano a una materia così delicata. E’ come tagliare un braccio, una gamba o un piede a una persona solo perché sono andati in cancrena, e non poter prevedere, se non nel lungo termine, la possibilità dell’impianto di una protesi, o prevedere un periodo riabilitativo. Tolto il carcere, dunque, rimarrebbero le pene pecuniarie (la sola “multa”, che è quella che commina il giudice, non il vigile urbano, quella è la contravvenzione). E le pene pecuniarie che resterebbero, sarebbero ancora troppo esigue per fare da deterrente. Si vocifera di una revisione di queste sanzioni, che andrebbero da 10.000 a 50.000 euro (voglio dire, uno può anche non averli, ma questo è un altro discorso), ma questo non può certo deciderlo la Corte Costituzionale.

Resta immutata la non punibilità di chi querela per motivi assolutamente temerari. In questo modo, e in presenza di pene pecuniarie di particolare rilevanza, chi si sente diffamato può continuare a dare scacco al blogger, al giornalista, al commentatore, intimorendolo, facendogli passare anni di attesa del processo e, soprattutto, senza che debba rifondere le spese legali al malcapitato in caso di soccombenza.

Vi è, senza dubbio, una sproporzione tra pena e comportamento. Ma, ad esempio, non c’è ancora nessun tipo di previsione di rimedi riparatori civilistici, per decongestionare i Tribunali italiani dalle migliaia di cause risarcitorie in tema di diffamazione.

Come si vede, non ci sarà nessun bilanciamento tra gli interessi della libertà di informazione, stampa, opinione e parola e quelli di chi da questi interessi venga ingiustamente leso. Ma sarà comunque un primo passo che cancellerà una normativa vergognosa che qualche giudice fin troppo zelante può sempre applicare a proprio personale arbitrio. La seduta della Corte Costituzionale per decidere sull’intricato tema si terrà il prossimo 22 giugno. Da allora saremo tutti più liberi. O forse anche no.