Diego De Silva – Non avevo capito niente

Non mi piace dare consigli di lettura dal blog, perchè c’è il rischio di farlo diventare o un ricettacolo di recensioni e consigli per gli acquisti, oppure, peggio ancora, una vetrinetta editoriale senza senso, considerato che il senso di un blog dovrebbe essere proprio quello dell’informazione peer-to-peer, da me a te, diretta, senza filtri o intermediari.

Non chiedetemi che cazzo sto dicendo, non lo so nemmeno io, quello che so è che è sabato ho, tanto per cambiare, una paccata di compiti da correggere e sistemare, fa un caldo che il diavolo se lo porti, e ho le sinapsi con attività elettrica rasente lo zero.

Ma la logica di un blog dovrebbe essere proprio questa: io ti consiglio una cosa, tu la compri o la usi perché ti fidi di me, o, semplicemente, vuoi vedere com’è. Il resto, dice il Vangelo, viene dal maligno.

RIfletto su questo motore immobile della comunicazione e mi viene da pensare a Amway, a tutte quelle acchiapparelle che se compri da me il detersivo io ci guadagno e se poi lo rivendi a tua volta ci guadagni anche tu e io guadagno da tutti quelli che stanno sotto di me. Gli americani sono riusciti a rovinare anche le cose più semplici. Vaffanculo.

Il libro che volevo consigliarvi è di Diego De Silva e si intitola "Non avevo capito niente", pubblicato da Einaudi.

Costa un tot, credo che viaggi intorno ai 16 euro e spiccioli, siamo intorno alle 30.000 lire (scusate, abbiate pazienza, io continuo a  ragionare in lire, con gli euro continuo a non avere ancora confidenza, li uso perché sono un sistema di pagamento, ma le lire, quelle sono una categoria dello spirito) per un libro in brossura, con la carta tirata al risparmio, e che non presenta quella bella rigidità longitudinale che hanno i libri come si deve, ma che tende a piegarsi e assumere varie forme quando cade per terra, stile elenco telefonico (e già, una volta gli elenchi telefonici li rilegavano perfino in cartone…)

E’ la vicenda dell’avvocato Malinconico di Napoli, che si ritrova ad aprire gli occhi su un mondo che gli sfugge sempre di più, e la mossa numero uno di questa crisi è, neanche a dirlo, la moglie che se ne va con un pirla.

Da lì si dipanano una serie di vicissitudini gottesche, con una scrittura perfino umoristica ma mai banale.

Ho sempre amato i libri in cui gli autori dimostrano di saper analizzare le cose fin nei minimi dettagli. Quelli che leggi e dici "Sì, ì, è vero, è proprio così!" La Littizzetto mi piace per questo. Non mi fa ridere quando dice "il Walter", "la Iolanda" o quando inneggia al maschio classicamente inteso, no, mi fa schiantare quando, per esempio, analizza le abitudini dell’uomo con il rotolo di carta igienica (e, conseguentemente, del portarotolo nel bagno). Così De Silva, napoletano tanto da non sembrarlo nemmeno, scrive questo gustosissimo romanzo che non è né un romanzo sentimentale, né un giallo, né una storia di camorra, anche se tutte e tre queste componenti, come direbbe De Silva stesso (e non solo lui!), "ci azzeccano". E’ un Bildungsroman, un romanzo di formazione, ma se "L’uomo senza qualità" di Musil ci ha fatto due palle così, il più modesto protagonista di De Silva diverte e convince, pur nella struttura di un romanzetto.

Godibilissimo, offre una finestra privilegiata (soprattutto alle lettrici) sull’universo della psiche maschile e dei suoi meccanismi nei momenti di difficoltà.

Per cui leggetelo e basta, mi sono rotto di fare il Piero Dorfless della situazione. Devo solo ringraziare Fabio Montale che me lo consigliò, un giorno in cui venne a trovarmi a casa mia, ma in cui non mi spiegò il perché di quel suo strano nickname, che lo ammazzerei quando fa così (ma anche per molto meno, sinceramente…).

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