Diana Blefari Melazzi: in morte di una brigatista e in agonia dello Stato

C’è qualcosa di inquietante nello Stato se lo Stato abdica alla sua funzione costituzionalmente stabilita, di esercitare la certezza della pena e tendere alla rieducazione del reo.

Se una brigatista si impicca in carcere, dopo aver dato evidenti segni di squilibrio e di instabilità psicologica al limite della compatibilità carceraria, tanto da far ritenere necessario un trattamento sanitario obbligatorio.

Diana Blefari Melazzi si è tolta la vita dopo la conferma all’ergastolo stabilita dalla Corte di Cassazione. E c’è da chiedersi allora come mai non è stata protetta la sua incolumità personale e perché, soprattutto, non è stato protetto il diritto dello stato di esercitare l’erogazione della pena.

Una donna che avrebbe dovuto essere sorvegliata a vista, un esempio attraverso il quale lo stato avrebbe potuto dimostrare che "ergastolo" è una pena edittale, l’occasione di poter restituire alla società una persona nuova.

Il detenuto, ultimamente, fa più comodo da morto che da vivo. Soprattutto se sta per iniziare a collaborare.

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