Di Pietro indagato (ma niente paura, si tratta solo di un “atto dovuto”)

Alla fine Di Pietro è stato inquisito per aver affermato che "il silenzio uccide, il silenzio è mafioso".

Così come è stato inquisito Marco Travaglio per aver detto in TV delle cose su Schifani che erano regolarmente pubblicate sui suoi libri.

La realtà non si può dire più. Il diritto di critica (che non è il diritto all’offesa) viene infangato dagli "atti dovuti".

Nel caso di Di Pietro l’"atto dovuto" in questione è stato firmato dal presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Oreste Dominioni e il vicepresidente Renato Borzone.

"Atto dovuto" fa ridere. Un po’ perché è pleonastico (si sa che se c’è la notizia di un reato il minimo che si possa fare è indagare, risulta che l’azione penale in Italia sia ancora obbligatoria) un po’ perché la si tra sempre in ballo quando si tratta di coprire ora questo, ora quel personaggio ("Eh, lo so, onorevole, fosse per me, ma cosa vuole, è un atto dovuto…").

La differenza è che si indaga su fatti che riguardano le opinioni, il diritto a criticare, e sono cose che non si dovrebbero fare, no, è poco di moda criticare, come si permette questo ex magistrato, oggi Parlamentare della Repubblica, a non aderire al Partito del lecchinismo, dell’applauso incondizionato, della riverenza, dell’adorazione incondizionata.

Di Pietro, come Travaglio, sarà condannato. Non scampa tra chi veste da parata chi veste una risata. Figuriamoci una verità.
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