Deutschlandfunk

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Io sono nato a Bergisch-Gladbach, un elegante comune vicinissimo a Colonia.

Propriamente “elegante” a quel tempo non lo era di certo. Lo è diventato col tempo e con la valorizzazione che solo i tedeschi sanno dare al loro territorio. Diciamo che se allora ci si viveva più che decentemente, oggi è diventato economicamente impossibile.

Dodici chilometri mi separavano dalla città. Di Colonia conservo da piccolo il ricordo dello zoo (ricordate Christiane F.?), dell’odore della 4711, che indosso ancora, il Duomo annerito dallo smog (eh, sì) con le guglie altissime, proprio attaccato alla stazione ferroviaria, il Reno che scorre e, da adulto, il concerto di Keith Jarrett nel 1975, la visita di Papa Ratzinger (un cognome che sembra più un codice fiscale) e la Deutschlandfunk.

“Da Colonia, la Deutschlandfunk trasmette ‘La Germania vi parla’. Notizie, cronache, commenti, attualità.”

Così è iniziato per decenni il programma in italiano che andava in onda ogni giorno alle 23 sulle onde medie. E spesso, siccome la Radio Vaticana (emittente di opposizione) occupava il canale immediatamente adiacente e con potenza di trasmissione superiore, si sentivano delle interferenze. Ma che importava? La Deutschlandfunk mi parlava di me, di casa mia. Perché l’imprinting non è acqua benedetta.

Durava mezz’ora, ma la sua scoperta, per me, fu un fulmine a ciel sereno, una folgorazione sulla via di Damasco.

Quella che io chiamavo allora “informazione libera” era in realtà pura propaganda. Ma ero troppo giovane (e scemo) per rendermene conto. Di là dal muro, l’Est spendeva migliaia di marchi per mandare in onda sei trasmissioni quotidiane in italiano da quarantacinque minuti ciascuna. Qualcuno doveva pur fargli da contraltare. Era la guerra fredda, né più né meno. Infatti, pochissimo tempo dopo la caduta del muro di Berlino e la conseguente ultima trasmissione di Radio Berlino Internazionale, anche la Deutschlandfunk smise di trasmettere in italiano, dopo un periodo di sperimentazione di trasmissioni via satellite e il passaggio dei redattori alla consorella Deutsche Welle. Ma questa è un’altra storia.

La Deutschlandfunk (che altri chiamavano il Deutschlandfunk, al maschile, non si sa perché, forse faceva tendenza, non lo so) c’era tutte le sere. Certo, un po’ tardi per uno studentello liceale, ma era comunque bello ascoltarla e addormentarsi con la modulazione calda delle onde medie europee. Perché le onde medie hanno un tono, un sonoro che non ho mai ritrovato, se non in qualche brano dei Pink Floyd.

Avevano, in mezz’ora quotidiana, programmi di tutti i tipi. Dal turismo alla gastronomia, dalla politica (sono passati da Willy Brandt a Helmut Kohl) alla cultura, con una rassegna stampa sicuramente “di regime” ma di qualità accettabile.

Le trasmissioni che facevano più tendenza erano due: la posta degli ascoltatori del venerdì (o, almeno, così credo di ricordare), in cui si potevano ascoltare ampi stralci delle lettere che la gente mandava alla redazione (c’era una sorta di voyeurismo radiofonico già allora, oggi per certe pruderies c’è sempre Facebook), e, per i radioappassionati come me, il “Club DX” del lunedì, condotto da Nazario Salvatori. Era un po’ il salotto buono del radioascolto nostrano, quello fatto di fotocopie raffazzonate, una sorta di ripulitura a dovere dal pidocchioso campanilismo che ci contraddistingueva. E diciamo che se ti capitava la botta di terga di essere intervistato da Nazario Salvatori, o citato nella trasmissione della posta, potevi dirti proprio un figo e campare di rendita per tutta la settimana a seguire.

Ma siccome io non mi accontentavo di ascoltarli, andai tre volte a trovarli, in redazione, dove le regole erano rigidissime e bisognava fare una trafila della malora per entrare, neanche fosse il mistero del Sacro Graal.

Ricordo l’ascensore e il suo salire e scendere ovattato, quasi silenzioso. Dodici piani di morbidezza, direbbe una nota pubblicità.

Una volta arrivato al piano, c’era un’aria assolutamente asettica. Ognuno lavorava e non si doveva disturbare. La prima volta trovai inopportuno perfino il mio camminarci dentro. Si sentiva solo il rumore dei giornali sfogliati per l’edizione della sera.

Qualcuno venne in mio soccorso. Era Anna Maria Quarta, la segretaria factotum, simpaticissima, che ti fulminava con una battuta come una stilettata. Una sera facemmo il viaggio di ritorno insieme, visto che dovevamo prendere gli stessi mezzi pubblici.

“Ma piove!”, dissi io.

“Oh, ma questa è acqua tedesca, è acqua scema! Non bagna mica…”, mi rintuzzò lei.

Era così. Gli italiani che ci lavoravano sentivano una indicibile nostalgia per il nostro tricolore e il suolo natio. Tutto ciò che era tedesco era disprezzabile, tutto ciò che era italiano era portato sugli altari. Non avevano tutti i torti, ma neanche tutte le ragioni. A partire dal cibo. Sono sempre stato convinto, e lo sono tuttora, che in Germania si mangi benissimo. A patto di non mangiare italiano e consumare i cibi locali, autoctoni. Perché io capisco che ti possano mancare la pasta, la pizza, il caffè espresso e perfino ‘o sole, ‘o mare, ‘o mandulino e gli occhi belli di Maria lasciati a Nàpule (il caffè tedesco è uno sciacquone, ma, come dicono le persone colte, ha il suo perché), ma a tutto c’è un limite.

“Cosa c’era alla mensa della radio oggi di buono?”, chiedeva qualcuno.

“Kartoffeln!”, rispondeva Anna Maria Quarta, decisa. Il mito dei tedeschi mangiapatate è duro a morire. Per forza, poveracci, alla fine della II guerra mondiale, tra rovine e sopravvissuti non avevano altro da mangiare e ruminare se non il loro senso di colpa per aver eletto capo del governo quel birbone di Hitler e avere iniziato e concluso, complici, lo sfacelo del nazismo e del mondo intero.

Uno dei redattori, il sensibile e buonissimo Franco Coppari, che in pace riposi, un giorno tornò in Germania dalle vacanze che aveva trascorso nel nostro paese. E raccontava, con un raggiante sorriso sulle labbra:

“Guarda, nun te dico gnente, ho visto un pero che ogni ramo penzolava pe’ ‘ttèra e ce poteva avé’, ma nun esagero, almeno quaranta chili de frutta!”

E’ proprio vero, come facciamo le pere in Italia non le fa nessuno.

La cosa che mi colpì di più fu lo schedario. Ogni ascoltatore era catalogato con il proprio indirizzo, e su ogni scheda venivano riportati gli estremi del protocollo della sua posta in entrata, che tipo di missiva aveva inviato, cosa aveva allegato (boiate, solitamente) e che cosa gli era stato inviato. Con una maniacalità quasi irritante, che, però, allora, non mi irritava per niente, anzi, il fatto di ritrovarmi protagonista di spicco di quell’archivio fatto di schede colorate di un rosa acceso (i tedeschi hanno il gusto per i colori forti) mi faceva sentire solo un gran ganzo.

Non era altro che un tentativo “in nuce” di conservare traccia delle persone. Molti decenni più tardi ci avrebbe pensato Mark Zuckerberg.

“Ma scrivi anche a quelli dell’Est? Lo sai, vero, che la Stasi ti scheda?”, mi chiesero un giorno.

“E perché, voi no?”, avrei dovuto rispondere io. Ma non lo feci.

Come ho accennato, la Deutschlandfunk metteva in onda, per un quarto d’ora al martedì, un corso di lingua tedesca. Erano corsi patrocinati e supervisionati nel testo dal Goethe Institut, roba seria, pertanto, ma ti mandavano tutti i volumi dei libri di testo gratis e su semplice richiesta. Per cui a casa ti arrivava questo paccozzo di roba stampata che aveva dei titoli strani come “La famiglia Baumann“, in cinque volumi, anche belli e stampati bene, che uno arrivava sì e no alla metà del primo e poi li buttava a mare, o “Auf Deutsch gesagt” (Detto in tedesco), più analitico e specifico, come lo sono i tedeschi, del resto.

E poi c’era lo “studio”, la registrazione, la realizzazione della “pizza” da mettere in onda, il bobinone analogico il cui contenuto, inciso su nastri rigorosamente BASF (che in Germania si pronuncia una lettera alla volta: Be, A, Es, Ef), fatti andare alla velocità di trentanove pollici, sarebbe stato trasmesso la sera sulla frequenza disponibile. La RAI registrava a 18, e quando dovevano “tagliare”, i tecnici di casa nostra impazzivano, gli si ingarbugliava il nastro tra le mani e magari si doveva ricominciare da capo. A Colonia, invece, no. Il tecnico di studio teneva sempre a portata di mano un mucchietto di “pizzini” di carta, lasciandoli andare uno per uno proprio nel punto in cui c’era da interrompere, poi, con singolare abilità, prendeva un pezzetto di nastro adesivo speciale, univa le due parti ed il gioco era fatto. Folgorato da tutto ciò, provai a fare la stessa cosa comprandomi un kit di riparazione per le audiocassette, una volta tornato a casa, con risultati più che discutibili. Avrei imparato solo molto più tardi ad arrendermi all’evidenza della mia scarsa, anzi, scarsissima abilità nel bricolage.

Dai programmi del lunedì di Nazario Salvatori avevo sentito dire che c’era anche un Gruppo d’Ascolto a Napoli, costituito dai tre fratelli Villani, che stampavano una vera e propria rivistina in offset. Cavolo era questo offset è un mistero che non ho mai risolto, per cui non chiedetemelo, ma era piena zeppa di informazioni, ben stampata e leggibile, con qualche immagine, sia pure in tema radiofonico, leggermente spintarella in copertina. Faceva tanto “l’Espresso”. Usciva una volta al mese e arrivava con puntualità cronometrica, anche se gliela avevi richiesta una volta sola e non avevi pagato l’abbonamento. La spedizione avveniva, appunto, in abbonamento postale e io mi sono scervellato per anni a chiedermi come facessero ad ottenerlo, visto che, comunque, in Italia di radioappassionati ne eravamo davvero pochini. La mia sezione preferita era quella della lista delle stazioni radio in italiano, con relativi orari e frequenze sempre aggiornati. Finalmente sapevo come, chi e dove ascoltare, visto che il WRTH era un po’ scomodo da maneggiare in questo senso. Nel corso degli anni quella lista si sarebbe inesorabilmente assottigliata, fino a comprendere due o tre stazioni al massimo (Radio Vaticana, Radio Cina Internazionale e, forse, Capodistria). Allora, però, ce n’erano molte, molte di più. Dal Portogallo all’Argentina, dalla Russia agli Stati Uniti, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno.

Dario Villani lo avrei ritrovato molti anni più tardi, quando da Seul, la KBS avrebbe aperto una redazione italiana che, tuttavia, avrebbe avuto vita breve. Oggi cura un podcast sul mondo delle radiocomunicazioni disponibile in rete presso il sito radiomagazine.net. Vi ho partecipato alcune volte in qualità di ospite, Grazie Dario!