Dell’autorevolezza su Twitter

In una delle sue (molte) interviste rilasciate sul web (quella a cui mi riferisco si può trovare qui), Barbara Collevecchio risponde:

“Il mio profilo social diventerà più diseguale, nel senso che la rete, che era stata tanto declamata come espressione di democrazia, come una piattaforma orizzontale, non si è rivelata tale. Infatti, anche su Twitter, più follower hai, più diventi autorevole ed hai la possibilità di diventare un opinion leader. Quindi si ricrea esattamente la stessa società di tipo verticale che c’è al di fuori del web, con un’elite che conta e tutti gli altri, che contano poco.”

Temo di essere, tanto per cambiare, poco o punto d’accordo con la Collevecchio. Ritengo che una affermazione per cui l’autorevolezza di una persona sulla rete (e in particolare su Twitter) non possa esser direttamente connaturata al numero di “follower” che conta l’account non sia verificabile con i fatti.

Questo perché:

– un account Twitter può essere seguito anche senza che chi lo segue diventi necessariamente un “follower”. Quindi non è possibile quantificare il numero complessivo di persone che leggono quello che una persona cinguetta;

– non è detto che tutti coloro che compaiono come “followers” siano d’accordo con quello che una persona scrive, anzi, spesso si iscrivono proprio per il contrario.
E’ lo stesso caso di quelli che su Facebook si iscrivono a una determinata pagina solo per avere il gusto di attaccare gli altri. Non si può dire in assoluto che quella pagina sia autorevole solo perché ha ricevuto migliaia di “Mi piace”;

– l’autorevolezza, inutile dirlo, te la fai con quello che scrivi. Che può essere anche poco interessante per gli altri. Se non altro perché tu di diventare un “opinion leader” non ne hai proprio nessuna voglia. C’è gente che ha centinaia di followers on line e poi insulta quello, dà del pazzo a quell’altro, denigra quell’altro ancora. E le centinaia di followers che aveva rimangono non perché quella persona sia autorevole (quale autorevolezza può discendere dagli insulti?) ma perché ormai una volta acquisito un contatto è ben difficile perderlo. La gente non ha voglia di sganciarsi e di bloccare. Quei pochi che lo fanno costituiscono si e no il 3-4% del monte-follower. Una cifra decisamente trascurabile;

– su Twitter non importa essersi costruiti una credibilità pregressa per avere dei follower, basta ESSERE qualcuno.
Se domattina qualcuno (e non escludo che qualche buontempone possa averlo fatto) creasse un profilo dedicato al cagnolino Dudù (e il cagnolino Dudù E’ qualcuno, sia pure a suo mal grado) otterrebe ex nihilo una valanga di follower. E potrebbe postare le cose più assurde; scrittori, maitres à penser, politici, personaggi pubblici hanno numeri vertiginosi in quanto a follower, ma non è detto che siano autorevoli, non per questo, almeno;

– con 140 caratteri non si possono postare cose autorevoli. Specialmente se ci si includono gli hashtag o tre-quattro destinatari che poi ritwittano. Il pensiero ha bisogno di spazio.

Nulla è tanto banale da dover essere costretto in meno di 140 caratteri.

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