Delitti e suicidi senza castighi nella Russia di Putin – di Carlo Benedetti

L’ultimo caso eccellente è di queste ore. C’è un giornalista del quotidiano Kommersant che è trovato morto davanti al portone di casa. La versione ufficiale è quella del suicidio: si è buttato dal quinto piano. L’uomo si chiamava Ivan Sofronov, un nome noto proprio perché scriveva quotidianamente editoriali infuocati caratterizzati da un radicale scetticismo. Nessuno crede alla versione della polizia. E Andrei Vasiliev, direttore del giornale, dichiara subito: "Conoscendolo bene posso dire che non era certo il tipo da uccidersi". Sulla vicenda grava anche un altro mistero: Sofronov abitava al terzo piano, ma si è lanciato dal quinto… Lo hanno portato lassù per gettarlo dopo averlo fatto fuori? La polizia non fornisce i risultati dell’inchiesta e si limita a poche e incoerenti spiegazioni. E di certo c’è solo il dossier del personaggio che parla ampiamente.

Ivan era stato, prima di passare al giornalismo, colonnello delle truppe missilistiche. Era un esperto di quel mondo e si era dedicato a mettere in evidenza aspetti collegati all’industria militare. Di ispirazione moderata e liberale era divenuto un personaggio noto, ma scomodo. Era stato anche sottoposto ad un’inchiesta giudiziaria a causa delle sue lunghe battaglie, ma si era difeso dalle accuse affermando che le informazioni che aveva divulgato erano di dominio pubblico. Il suo caso si aggiunge agli altri dossier che si trovano sui tavoli del Cremlino. Sofronov come la Politkovskaja? Perché anche in questo caso si è di fronte ad un personaggio che aveva puntato la sua attenzione sul mondo militare e sulla crema dell’establishment sociale, politico e finanziario. 

Nel momento in cui andò ad occupare la più alta poltrona del Cremlino furono in molti a ritenere che Putin avrebbe sviluppato una reale lotta alla criminalità. Azioni precise, quindi, nei confronti delle mafie locali, dei clan degli oligarchi e di tutto quel mondo di corrotti che era venuto a galla in seguito alla dissoluzione dell’Urss. E lui, una volta salito in cima al colle che si affaccia sulla Moscova sfoderò. a parole, tutto il suo armamentario di uomo formatosi nelle scuole della repressione organizzata. In primo luogo si scagliò contro i ceceni (intesi come terroristi…) ai quali mandò subito a dire, con un linguaggio appreso nelle caserme: “Attenti, vi verremo a prendere anche nei cessi”. Programma chiaro, quindi. Ma quel che è seguito lo è stato ancora di più.

Perché Putin – nonostante tutte le sparate sull’ordine e sulla legalità – si trova ora ad essere testimone del periodo più tragico della storia russa di questi ultimi tempi. I delitti non si contano e sono tutti di matrice mafiosa. Gli attentati (o, perlomeno, presentati come tali) sono all’ordine del giorno. La polizia è ampiamente corrotta e, sino a questo momento, nessun “caso” è stato risolto. La criminalità organizzata fa il bello e il cattivo tempo. E se un imprenditore vuole avere una vita sicura (almeno per un po’ di tempo…) si deve far circondare da squadre di poliziotti privati. Tutti ben protetti, quindi, con una Mosca dove circolano più auto blindate che auto semplici… Ecco quindi che va “sotto processo” proprio per quel settore dell’ordine pubblico che aveva promesso di garantire.

Putin, che aveva annunciato una lotta dura contro la delinquenza e il terrorismo, si trova a barcollare nel buio insieme a tutti i suoi pretoriani. Vuol dire, questo, che la situazione è fuori controllo? Gli esempi che escono dalle pagine dei “mattinali” dei commissariati sono più che numerosi. A febbraio – ricordiamolo – fu ucciso in circostanze tuttora misteriose Alexandr Jarzev, figlio dell’ex allenatore della nazionale russa di calcio Gheorghij Jarzev nonché attuale commissario tecnico della Torpedo Mosca. Si dice ora che la morte sarebbe avvenuta a seguito di un colpo alla testa inferto con un oggetto contundente… Ma nessuna parola sui motivi del delitto. Continuano le cortine di fumo…

Altro caso “misterioso” quello di un altro giornalista: Anatoly Voronin, 55 anni, trovato morto nel suo appartamento situato nel centro di Mosca. Lavorava nella redazione economica dell’agenzia di stampa russa Itar-Tass. Anche lui impegnato nel fronte di quella intellighentsija critica che caratterizza le nuove opposizioni.
L’opinione pubblica russa è, quindi, più che allarmata. Perché dal momento del crollo dell’Urss i giornalisti morti sono stati oltre 50 e 15 dopo l’arrivo al potere di Putin. Ma il conto generale è di molto più grande. Vanno ricordati i delitti “su commissione”. Come quello avvenuto nel gennaio scorso quando fu ucciso Valerij Yakovlev, ex capo del registro immobiliare del quartiere moscovita di Odintsovsky. La sua automobile esplose con un comando a distanza. E secondo il quotidiano Kommersant, l’omicidio era collegato a compravendite terriere, che non possono avvenire senza il nulla osta di chi tiene il registro, in affari che possono valere milioni di euro. E proprio ad Odintsovsky – guarda caso – abita l’élite dei super ricchi russi.

Il Cremlino di Putin assiste a queste rese dei conti e passa all’attacco con una campagna di contropropaganda che ricorda quella tipica dell’Unione Sovietica. Scende in campo il ministro degli Esteri Serghej Lavrov che si dice convinto del fatto che in Occidente i mass-media conducono una preconcetta azione antirussa che si sviluppa proprio nel momento in cui il Paese si sta rafforzando e divenendo economicamente indipendente. "Più ci rafforziamo – sostiene Lavrov – e più aumenta il desiderio di darci fastidio da parte di coloro i quali si battono per instaurare la propria influenza". Lavrov non è nuovo a tali attacchi. In precedenza aveva accusato i giornalisti occidentali di un atteggiamento non obiettivo per ciò che concerne – ad esempio – il caso Litvinenko. "In Occidente dominano valutazioni preconcette – aveva detto – e gli ultimi avvenimenti attorno alla morte di Litvinenko hanno semplicemente sbalordito per la capacità di far emergere in continuazione presunti testimoni che nessuno conosce né in Russia né in Inghilterra, riempiendo in questo modo le pagine dei principali mass-media occidentali".

Ora, quali che siano le versioni che vengono avanti, le cronache di Mosca vanno arricchendosi sempre più di nuovi particolari. Si riaprono così anche pagine che sembravano chiuse. E torna d’attualità il “caso Politkovskaja”. Vengono alla luce particolari relativi alla biografia della giornalista. Si apprende che il suo vero nome era Anna Mazela e che era nata in una famiglia di diplomatici sovietici che all’epoca lavoravano a New York. E sin qui nulla di particolare. Ma una certa parte della stampa di Mosca (la Prava, in particolare) rileva che: “Per quanto increscioso possa sembrare di primo acchitto, va detto che il ritratto postumo della giornalista uccisa disegnato a tinte dorate pare sia assai lontano dalla verità dei fatti, cosa confermata dalle misteriose circostanze che hanno permesso alla giornalista uccisa di ottenere a suo tempo la cittadinanza americana. Come è comunemente noto, secondo la legislazione americana attualmente in vigore, qualsiasi bambino venuto alla luce sul territorio degli Stati Uniti, anche se in una famiglia di immigrati illegali, ottiene automaticamente la cittadinanza americana. Ma Anna Mazela nacque in una famiglia di diplomatici sovietici: e tali diritti n
on sono previsti nei confronti di questa categoria di bambini nati sul territorio americano. Per questo motivo, il fatto di essere venuta al mondo sul territorio degli Stati Uniti non dava alla Politkovskaja nessun diritto di ottenere la cittadinanza americana, cosa che però in qualche modo ottenne ugualmente nel 1990, quando non era altro che una sconosciuta giornalista di una rivista settoriale a bassa tiratura chiamata "Trasporto aereo".

E la stampa di Mosca si chiede ora: “In che modo e in quali circostanze sia riuscita ad ottenere la cittadinanza, quali servizi possa aver reso al governo degli Stati Uniti e quali obblighi abbia preso nei confronti della propria persona, tutto questo resta ancora un mistero, sebbene, però, alcuni di essi possono essere stabiliti basandosi su informazioni ottenute da fonti prettamente americane. Prendiamo ad esempio- continua la Prava – il giuramento di fedeltà nei confronti degli Stati Uniti che ogni persona che acquista la cittadinanza americana è tenuto a prestare. Ecco lo storico testo scritto ancor dai Padri fondatori degli Stati Uniti d’America, l’originale del quale viene conservato nella biblioteca del Congresso: "Giuro solennemente, di mia spontanea volontà e senza alcuna esitazione di rifiutare la fedeltà nei confronti di qualsiasi altro stato. Da questo giorno la mia dedizione e la mia fedeltà sono indirizzate nei confronti degli Stati Uniti d’America. Mi impegno a sostenere, rispettare ed essere fedele agli Stati Uniti e alla loro Costituzione e legislazione. Mi impegno altresì a forma di legge a difendere la Costituzione e la legislazione degli Stati Uniti contro tutti i nemici, interni ed esterni, sia in servizio civile che militare. Lo giuro solennemente nel nome di Dio". In questo modo, il giuramento di fedeltà nei confronti degli Stati Uniti comporta il rifiuto di fedeltà nei confronti di un secondo Paese, nel caso specifico della Politkovskaja, nei confronti della Russia, tanto più che negli Stati Uniti la cerimonia di giuramento per ottenere la cittadinanza avviene effettivamente in maniera assai solenne e viene considerata un momento serissimo nella vita di tutti coloro che prendono tale decisione. Ma a proposito del modo in cui Anna Politkovskaja abbia ripudiato sia la Russia che la cittadinanza russa, la storia al momento tace”.

La Prava getta così sulla Politkovskaja ombre ed accuse anche in relazione alla sua attività giornalistica in favore dell’indipendentismo ceceno. Sino ad affermare che: ”L’intensa attività di Anna Politkovskaja sul territorio della Federazione Russa assume una sfumatura inattesa. Si tratta di una cittadina americana che a suo tempo ha rinnegato di sua spontanea volontà la cittadinanza russa e che lavorava in Russia grazie al sostentamento di stati stranieri in una regione infiammata dal separatismo. E non è da escludere il fatto che lo facesse negli interessi degli Stati Uniti, trovandosi, come recita il giuramento di fedeltà, in "servizio civile". Di conseguenza sorgono spontanee alcune domande per niente prive di logica da porre rispettivamente al ministero degli Esteri, al ministero della Difesa nonché ai Servizi di sicurezza della Federazione Russa: in che modo questa giornalista straniera si spostava liberamente lungo il territorio della Federazione Russa sino alla zona teatro dei combattimenti incontrandosi per giunta con i rappresentanti delle forze separatiste? Ed in che modo viene regolata per legge la presenza di cittadini stranieri nelle zone definite a stato di emergenza? Perché gli americani in Iraq sin dall’inizio delle ostilità belliche hanno rigidamente limitato la presenza di giornalisti fra le truppe, mentre in Cecenia si poteva recare chiunque lo desiderasse? Ed infine l’ultima domanda, probabilmente la più importante: qualche funzionario del ministero degli Esteri russo ha mai per caso letto il testo del giuramento che dà diritto ad ottenere la cittadinanza americana? E se per caso l’ha letto non ha forse capito che tutti i cittadini russi in possesso della doppia cittadinanza americana, a loro tempo hanno ufficialmente ripudiato quella russa?”.

Sin qui il accuse della Prava. Tutto questo mentre monta la protesta anti-Putin. E il teatro delle azioni guarda caso, è proprio quella sua città natale – allora Leningrado, oggi San Pietroburgo. Qui si è svolta una manifestazione organizzata dal movimento d’opposizione “Un’altra Russia”. I manifestanti hanno innalzato decine di cartelli con questo slogan contro Putin e la sua politica: "Abbiamo bisogno di un’altra Russia". Alla protesta, organizzata dall’ex campione mondiale di scacchi Gary Kasparov e dall’ex primo ministro Michail Kasyanov, hanno preso parte circa 2mila persone, appartenenti soprattutto al “Fronte civico unito”, associazione di matrice liberale guidata proprio da Kasparov. I manifestanti hanno sfilato partendo dalla Nevskij Prospect in direzione della Duma. Ed è stato, sicuramente, un segnale politico che ricorda anche movimenti analoghi che si svolsero nella città della Neva. Altri tempi, è vero. Ma Putin è obbligato a mettere nel conto anche altre rivolte che potrebbero raggiungere nuove città, nuove regioni.

da: www.altrenotizie.org

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