Dario Monferini e Play DX

Reading Time: 5 minutes

Questi contenuti sono completamente gratuiti.

Potete ringraziarmi (prego!), altrettanto gratuitamente, iscrivendovi al mio canale YouTube.

-----

Nel leggere voracemente il libro di Manfredi Vinassa de Regny, apprendevo che in Italia esistevano dei Gruppi di Ascolto. Cioè gruppi di persone che si riunivano e discutevano di quello che sarebbe diventato, più che il mio nuovo hobby, la mia attività quotidiana.

Nonostante io abbia sempre avuto una sorta di personale repulsione verso tutti gli agglomerati umani che si riuniscono in nome di qualcuno o di qualcosa, mi sembrò molto incoraggiante il fatto che ci fossero persone che parlavano di radio. Chissà cosa avevano da dirsi o da dire!

La cosa che mi sembrò addirittura più stupefacente era che ciascuno di loro, chi più chi meno, pubblicasse dei “bollettini“.

Cosa fosse esattamente un “bollettino” non lo potevo sapere. Non subito, almeno. Fino ad allora il concetto di “bollettino” era relegato all’abitudine di mio nonno Armando, che si levava da tavola dopo un modesto pasto, consumato con estremo appetito, e accendeva il televisore per seguire Bernacca che dava il “bollettino“, appunto, ovvero le previsioni del tempo. Era opinione comune che il grand’uomo non ci azzeccasse quasi mai, tra isobare e flussi di aria fredda dai Balcani.

Un “bollettino” era, solitamente, una pubblicazione periodica (si parla di stampa assolutamente clandestina e senza autorizzazione del Tribunale, almeno nella maggior parte dei casi), una “fanzine“, come la chiamavano a quei tempi, magari malrealizzata (ma nemmeno poi troppo) e dozzinale, per condividere esperienze di ascolto, notizie, commenti e assurdità varie.

A Milano si combinava il bollettino più à la page e di tendenza di tutti. Si chiamava “Play DX“, sulla falsa riga ammiccante di “Playboy” e si occupava principalmente di ascolti difficili.

DX“, nel solito e maledetto gergo radioamatoriale, significava proprio “grande distanza” o “distanza sconosciuta“. Avrei saputo di lì a poco che non era la distanza a rendere interessante un ascolto, ma la sua difficoltà tecnica. Le stazioni radio sulle bande tropicali, ad esempio, si potevano ascoltare in Italia e in Europa solo in presenza di requisiti di propagazione particolari, legati all’attività solare, e con ricevitori di qualità collegati ad antenne, accordatori, amplificatori e triccheballàche, che il mio modesto, anzi, modestissimo parco tecnologico non si poteva ancora permettere.

Redigeva il “bollettino” (sei pagine in formato A4 inviate come lettera) un certo Dario Monferini, che aveva fatto di questa attività frenetica, portata avanti per decenni, una vera e propria missione di vita.

Era un tipo originalissimo, il Monferini, e grandissimo apprezzatore della buona tavola. Il che, all’inizio, deponeva assai bene a suo favore.

Collezionava di tutto. Principalmente adesivi delle stazioni radio. Aveva verso la sua particolarissima collezione un atteggiamento maniacale e certosino insieme. Si era fatto crescere l’unghia del mignolo perché quando andava a trovare qualcuno e vedeva un adesivo mancante ai suoi possedimenti, se era attaccato su una qualsivoglia superficie lo staccava con l’ausilio del rudimentale strumento, con molta cura, e se lo accaparrava, in cambio di pezzi doppi o altri adesivi di minor valore. L’evoluzione del “celo, celo, manca“, in parole povere.

Era caro abbonarsi a “Play DX“, anzi, carissimo. Ai tempi in cui li contattai per la prima volta, per ottenere la tanto agognata “copia gratuita”, costava attorno alle 50000 lire, il che non era poco. Tuttavia, nei suoi tempi d’oro, di abbonati doveva averne parecchi.

Inoltre, vi si potevano comprare gadgets e strumenti preziosi per l’ascoltatore attivo. Per esempio lo stesso WRTH, che quando veniva pubblicato in Danimarca, il Monferini comprava in un quantitativo impressionante di copie, per cui il prezzo singolo si abbassava sensibilmente, e li rivendeva a un costo inferiore rispetto a quello di catalogo.

E poi c’era sempre il fantasmagorico pacchetto di adesivi “comuni” da 250 grammi. Erano, per lo più, adesivi di facilissima reperibilità, che il Monferini aveva in casa a tonnellate (Radio Montecarlo, le emittenti Mediaset, Radio Milano International e alcune altre) e che servivano, o dovevano servire, come allegati alle lettere e ai rapporti d’ascolto di contatto con le stazioni “difficili”. Una sorta di piccola, piccolissima corruzione delle redazioni per indurle a rispondere. Mezzucci.

Per cui, Dario Monferini, nelle “notti insonni vegliate al lume del rancore” (chè di rancore e antipatie ne aveva assai), armato di una scassatissima Olivetti Lettera 22, come Indro Montanelli durante la rivoluzione ungherese del ’56, durante i fine settimana si dedicava a redigere questo coacervo di informazioni. Il lunedì fotocopiava e spediva a tutti. Ovvio che la vera e autentica macchina per scrivere non fosse la Olivetti, ma lui.

Ma c’era un ostacolo non da poco, le spese postali. Una lettera, che solitamente arrivava in tempi più ragionevoli delle più economiche ma tartarughesche “stampe”, doveva essere affrancata, e le affrancature, i francobolli (per intenderci) costavano, allora, dalle 600 alle 750-800 lire, e attenzione a non superare i 20 grammi di peso. Per cui cosa faceva il “Monfa” (così lo chiamavano gli amici)? Comprava fogli e fogli di francobolli di piccolo valore. Pezzi da 5, 10, massimo 50 lire, che era già troppo.

Quelli di valore più alto (per esempio da 500 o 600 lire), invece, se li autocostruiva. Come? Prendendo le parti pulite dei francobolli timbrati che riceveva con la corrispondenza a lui diretta. Eliminava il segno del timbro, strappandone la parte corrispondente e poi li metteva insieme, sovrapponendoli e passandoci su uno strato di gomma arabica (la comune colla). E completava l’affrancatura farlocca e tarocca con i francobolli (nuovi) di basso valore. Il risultato era quasi perfetto e, comunque, portando il paccozzo settimanale di lettere a un certo di smistamento di Milano, e mettendolo in coda per l’inoltro, assieme ad altre tonnellate di fatture e comunicazioni imbucate dalle ditte meneghine durante il weekend, tutto sarebbe stato automatizzato e non se ne sarebbe accorto nessuno. E infatti così fu, per anni ed anni.

Il Monferini era una persona che ce l’aveva un po’ con tutti, bisogna dirlo. Sue erano delle vignette dissacratorie su altri personaggi del mondo del radioascolto che, evidentemente, aveva in estrema antipatia. Qualcuno ci rideva, e i diretti interessati presi di mira, a dire il vero, non se la prendevano poi troppo. Sì, qualcuno minacciava querela, preso dall’onda dell’emozione e dall’ira del momento, ma poi tutto finiva in un chiarimento e, auspicabilmente, in un abbraccio.

“Play DX” veniva redatto parte in italiano e parte in inglese, per i lettori stranieri. Ma l’inglese era talmente maccheronico (o “maccaronico”, vista la dedizione del Monfa al cibo) da contenere miliardi di strafalcioni linguistici e grammaticali. Gli addetti al settore lo chiamavano “monferenglish“.

Poi, per tutti e non solo per lui, venne Internet. La possibilità di scambiarsi informazioni in tempo reale tramite l’e-mail e le mailing list soppiantò, neanche tanto tardi, tutto quel coacervo di vaglia postali, francobolli riciclati e nottate in bianco. Tutto diventò più semplice e immediato, ma soprattutto rapido, in tempo quasi reale. Tuti ci rendemmo conto, e subito, che la rete avrebbe rivoluzionato il nostro modo di comunicare.

E una mailing list la fece, il Monfa, e come se la fece! Naturalmente blidatissima (cioè faceva partecipare solo chi voleva lui e accettava solo gli interventi che gli piacevano o che riteneva consoni al suo nuovo progetto). Fu l’inizio della fine della sua geniale e istrionica personalità.

Un giorno, mentre ero in vacanza sui Pirenei Aragonesi, mi raggiunse la telefonata di un amico che mi annunciava che nella mailing list del Monferini e del suo telematico Play DX, era stata riportata la notizia della mia morte nel tragico incidente ferroviario di Viareggio. Non furono né una bellissima esperienza né uno splendido sentire.

Feci appena in tempo a mandargli una mail in cui gli dicevo “Sono vivo. Il resto a tempo debito.” Siccome la cosa mi fece adirare parecchio, la precisazione non ininfluente della mia esistenza in vita continuò attraverso altre battute al vetriolo, al termine delle quali il Monfa mi consigliò di assumere un potente (e probabilmente efficacissimo) antipsicotico.

E allora lo querelai davvero. Ma lui non lo seppe mai.

La querela, affidata per competenza territoriale alla Procura di Milano, finì sul tavolo di un Pubblico Ministero molto attento e scrupoloso, il Dr. Carducci, che in tempi ragionevoli, comunicò allo studio del mio legale di allora, che ne avrebbe richiesto l’archiviazione. Non mi opposi, anche se non ne condividevo le motivazioni, logicamente. E così andò. Altra carta per i denti dei topi voraci degli archivi delle Procure italiane.

Di Dario Monferini ho avuto di recente notizie spiacevoli, e Play DX si è trasformato in un sito web aggiornato l’ultima volta al 2016.

Sipario!