Dal Molin, il tredicesimo punto – di Lorenzo Zamponi

"Sono fatti loro, a me non interessa",commenta con un sorriso beffardo passandosi eloquentemente l’indice sotto il mento uno dei più ferventi e politicamente preparati attivisti “No Dal Molin”, se gli si chiede un commento sulla crisi di governo, scoppiata il giorno prima. Effettivamente, visto dal presidio permanente contro la nuova base americana, quello che sta avvenendo a Roma pare un gioco piuttosto distante. Una rappresentazione mediata dalla televisione, un reality show che giorno dopo giorno diventa sempre meno interessante per chi da popolo si rende conto di essere diventato pubblico. Cinque giorni dopo la grande manifestazione del 17 febbraio i comitati per il no alla base erano in viale della Pace, davanti alla caserma Ederle. Trecento persone occupavano l’intera strada, esattamente di fronte al cancello della base americana, e battono rumorosamente su pentole, tamburi, coperchi, qualsiasi cosa che dia loro la possibilità di farsi sentire.

Una manifestazione in piena regola, con due posti di blocco della polizia a delimitare l’area occupata dai dimostranti. “L’abbiamo convocata ieri. – raccontavano gli attivisti dei comitati – c’era l’assemblea settimanale al presidio e si sono presentate quattrocento persone, non ci stavamo neanche. Abbiamo lanciato l’idea di venire qui stasera, e in un giorno si è sparsa la voce”.

La mobilitazione in questi giorni ha raggiunto l’apice: “Basta schioccare le dita e porti in piazza centinaia di persone, ora è troppo facile” ammettono al presidio. La protesta, iniziata alle 20.30, prosegue per ore. “Di solito alle 23 si stufano. – spiega uno degli organizzatori – ma stasera sarà dura farli tornare a casa”. “Vicentini, non volevate mai manifestare, e ora ci avete preso gusto, eh?” ride un vecchio militante con l’aria di chi ha aspettato per decenni questo momento. “Il momento in cui è risorto lo spirito ribelle di questa città” commenta soddisfatto.

Il clima politico cittadino è il migliore possibile per il movimento. Il successo della manifestazione del 17 febbraio, il più grande corteo che il Veneto ricordi, ha galvanizzato i militanti, ha reso Vicenza un problema nazionale e, soprattutto, ha convinto gran parte dei vicentini che il progetto Dal Molin si può fermare. “Il momento più difficile per noi è stato sicuramente quello prima del 17. – confermano gli attivisti – dopo la decisione del governo era facile che la gente si convincesse che ormai non c’era più niente da fare. Abbiamo tenuto duro e ora è tutto diverso”.
Un mese difficile, quello tra martedì 16 gennaio, giorno dell’annuncio rumeno di Prodi, e sabato 17 febbraio. Nonostante lo “spirito ribelle” di cui vanno orgogliosi i militanti, infatti, i vicentini ragionano da veneti, concreti e realisti fino all’ottusità e poco inclini a pensare che le autorità tengano conto delle loro posizioni. Prima della manifestazione la risposta più frequente, se si domandava a qualcuno: “Vieni sabato?” era: “Manifestare non serve a niente”.

Paradossalmente è stata la trasformazione della battaglia locale in questione nazionale a smuovere i cittadini dall’immobilismo. Sono state le decine di migliaia di pacifisti che hanno riempito la città il 17 febbraio a far intravedere ai vicentini uno spiraglio. Se l’obiettivo del movimento era smuovere le coscienze in città, è stato raggiunto. Ma fino a che punto?
La strategia degli americani e del governo è stata chiara fin dal giorno successivo alla manifestazione: proporre uno spostamento della nuova base, occupando solo una parte del Dal Molin, quella più lontana dal centro cittadino, oppure addirittura limitandosi a un ampliamento della Ederle esistente.
La linea del governo resta di fatto la stessa: il sì agli americani è una scelta strategica della politica estera nazionale, compiuta dal precedente esecutivo e da cui non si può recedere. Tutto il resto è un problema urbanistico e va risolto in città.

Una prospettiva quasi coincidente con quella del sindaco Hullweck, che in Consiglio Comunale ha fatto approvare il parere positivo alla base insieme a una serie di ordini del giorno per limitarne l’impatto. L’idea che un regolamento edilizio comunale possa influenzare le prospettive strategiche dell’esercito americano fa sorridere molti, ma questo è il piano su cui la politica si sta muovendo.
Il vero obiettivo di queste manovre è ovviamente dividere il fronte dei contrari alla base. Se si separa la questione politica da quella urbanistica, si separano anche i contrari per ragioni politiche da quelli per ragioni urbanistiche, sembra presupporre il governo. E a dire di no alla nuova base americana restano i soliti quattro gatti pacifisti.

Eppure all’interno del movimento questa prospettiva non spaventa. Gli attivisti sono convinti che mesi di mobilitazione abbiano portato la coscienza comune dei vicentini ben più avanti di quanto si pensi a Roma. “Non riusciranno a dividerci, ormai la gente è proprio contraria alla base, a prescindere. – assicurano – ora non vogliono più neanche la Ederle, si parla tranquillamente di riconversione. Quando abbiamo cominciato, l’estate scorsa, neanche si poteva nominare la Ederle. In pochi mesi è cambiato tutto”. Resta da verificare la profondità di questo cambiamento. A differenza di quanto successo in val di Susa, infatti, qui il dibattito sul tema a livello popolare dura da pochi mesi, non da vent’anni. E può essere che questo antimilitarismo diffuso sia legato sostanzialmente al clima di mobilitazione permanente di queste settimane, e che quindi sia destinato a sgonfiarsi rapidamente. Il tempo anche da questo punto di vista è il fattore fondamentale. L’obiettivo è tenere duro fino a settembre.

All’inizio dell’autunno, infatti, dovrebbero cominciare i lavori per la costruzione della nuova base, e il movimento ha già annunciato l’intenzione di bloccare materialmente le ruspe. L’azione diretta è considerata l’unica soluzione rimasta, dopo che le mediazioni a livello politico hanno mostrato la loro scarsa efficacia. “Allora si vedrà davvero chi sta con noi. – sorridono al presidio – alcuni politici dicono che saranno di fronte alle ruspe con noi. Vedremo, li aspettiamo”.
Il rapporto con la politica è sempre più logorato e la crisi di governo non ha certamente aiutato. La campagna di stampa lanciata contro la sinistra radicale, imputata da ogni parte per la caduta di un governo cui sono mancati i voti soprattutto al centro, ha avuto effetti disastrosi sull’opinione pubblica nazionale, cancellando in parte quel clima politico favorevole al movimento che il corteo del 17 febbraio aveva creato. Contro ogni dato numerico e politico, Vicenza è ormai identificata come la Waterloo di Prodi e il movimento come il traditore che ha pugnalato alle spalle il governo di centrosinistra.

Uno scenario che ad alcuni all’interno del movimento non può che far piacere: il portavoce dei Disobbedienti Luca Casarini non ha trattenuto l’esultanza per una crisi che mette nell’angolo proprio quei partiti della sinistra radicale (Prc, Pdci, Verdi) che hanno fatto della scommessa di portare al governo le istanze del conflitto sociale la propria ragion d’essere politica.
«Bertinotti se ne sta sulla sua poltrona di presidente della Camera mentre Marcos lotta nella Selva Lacandona.» ripor
tava nei giorni scorsi La Repubblica, attribuendo la frase proprio a Casarini. Una posizione curiosamente coincidente con quella di Giulio Andreotti e dei commentatori di Libero, che proprio nel difficile equilibrio della sinistra di lotta e di governo trovano la principale contraddizione dell’Unione.
Ma non tutti nel movimento la pensano così. Il clima davanti alla Ederle è spensierato, i militanti ostentano superiorità e diffidenza nei confronti delle vicende romane, ma poi ammettono: “Certo, se tornasse Berlusconi per noi sarebbe un problema. E anche con questa svolta al centro dei 12 punti, è tutto più difficile”.

Ciò che è successo negli ultimi 2 mesi, in ogni caso, ha insegnato ai vicentini a fare affidamento solo su se stessi e sulle proprie forze. Fermare le ruspe a settembre resta la parola d’ordine, a prescindere dai tentativi dei Ds di far spostare la nuova base o dei Verdi di bloccarla con la valutazione d’impatto ambientale.
Il principale interrogativo resta la durata: il morale ora è alle stelle, se le ruspe arrivassero domani ci sarebbe mezza Vicenza a bloccarle. Ma a settembre? Lo «spirito ribelle» va e viene, e questa città è abituata al quieto vivere, all’insegna del motto veneto “mi no vo combatar” (non c’entro, non me n’impiccio, non faccio fatica per questo). L’unica possibilità è tenere alto il livello della mobilitazione. “Continueremo a proporre iniziative, attività, manifestazioni, discussioni.”
Il presidio serve a questo: rendere la protesta permanente, non farla calare col cambio di stagione. Resistere al ritorno alla normalità, alle sessioni d’esami, alle vacanze. Resistere anche al dibattito politico quotidiano, che mastica le vicende e le dimentica in poco tempo. Vicenza non è Venaus: è una città, con una vita politica, economica e sociale complessa e sviluppata. E in questo contesto saranno in molti a lavorare perché la questione Dal Molin venga derubricata e messa sotto silenzio fino a nuovo ordine.

I militanti dei comitati ostentano ottimismo. Le divisioni interne ci sono, inutile negarlo: da una parte alcuni comitati più legati al centrosinistra premono perché si tratti sulle mediazioni in elaborazione, dall’altra forze organizzate come i Disobbedienti, che finora hanno messo la loro struttura al servizio del movimento senza creare grossi problemi, potrebbero cambiare linea se si decidesse di intavolare una trattativa. Senza contare i gruppuscoli vari ed eventuali dell’estrema sinistra che non vedono l’ora di piazzare i loro banchetti ad ogni manifestazione per vendere qualche copia dei loro giornali ottocenteschi.
Ma gran parte degli attivisti “No Dal Molin” nasce alla politica proprio con questo movimento: tanti giovani, alcuni giovanissimi, molte donne. E Vicenza non ha la storia di divisioni e ferite ancora aperte che si porta dietro Padova. Per questo resuscitare le Br, qui, ha poco senso. E per questo i comitati hanno gli anticorpi necessari a sopravvivere alle tossine della politica quotidiana. Resta da capire se abbiano le energie necessarie a sostenere questa resistenza fino a settembre.

da: www.altrenotizie.org

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