Cronaca di un tentato suicidio

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C’era una volta una alta funzionaria del Ministero dell’Istruzione. Da un decreto di perquisizione domiciliare ha appreso di essere soggetta ad indagine con l’ipotesi di reato di corruzione. Le hanno contestato circa 600.000 euro per svariati appalti. Solo che. prima di consultare il suo legale, non ce l’ha fatta più e si è gettata dalla finestra. Fine della storia.

Naturalmente la storia di cui sopra è andata a finire su tutti i giornali, con tanto di nome e cognome della poveretta, che non ha trovato altra soluzione che tentare di togliersi la vita. Per la vergogna? Perché era colpevole? Perché era innocente? Perché è stata data in pasto ai denti aguzzi da lupo dell’opinione pubblica? Non lo sapremo mai, forse.

Eh, ma, dicono, c’è il diritto e perfino il dovere di dare la notizia di una indagine in corso, e un avviso di garanzia, ancorché emesso contestualmente a un decreto di perquisizione, è una notizia. Cioè, diventa notizia una mera ipotesi di reato (fino a quel momento) che dice poco o nulla di per sé (spesso nemmeno l’avvocato difensore dell’indagato ci capisce qualcosa e l’indagato, terrorizzato com’è dall’ombra del dubbio ci capisce ancora di meno) e contestualmente si rovescia quello che dovrebbe essere un cardine del nostro ordinamento costituzionale: l’indagato passa dallo status di presunto innocente a quello di presunto colpevole. Si rovescia la frittata e il gioco è fatto. E la notizia stessa viene a ricalcare pedissequamente quella che fino a quel momento è una mera ipotesi (quella accusatoria, per l’appunto) e non tiene presenti le posizioni della controparte, la difesa, appunto, per il solo fatto che, tecnicamente e praticamente, quando viene emesso un avviso di garanzia la difesa non c’è. E allora se un’accusa di corruzione, assieme ad altri elementi, come i 600.000 euro, le carte di credito a disposizione per gli acquisti personali, con la logica elementare (anzi, elementarissima) del 2+2, diventa materiale sufficiente per sbattere il mostro in prima pagina. In più c’è la perquisizione, che viene vissuta dall’indagato come una vera e propria invasione e sconvolgimento della propria sfera privata. Vengono a casa tua, frugano tra le tue cose, ti buttano tutto all’aria, creano disordine (soprattutto mentale) là dove prima c’era un ordine TUO. Tutto questo è cibo succulento per gli affamati giornalisti e per gli ancor più famelici lettori.

Mentre, al contrario, se dovessero dire che Tizio è indagato per il tal reato per la Procura, ma che proclama la sua innocenza attraverso i suoi legali di fiducia, si arriverebbe alla non-notizia: tutti si proclamano estranei ai fatti contestati, non c’è originalità nell’informazione, non c’è sugo, non c’è “ius” come dicevano i latini (stavolta sì, nella doppia accezione di “sugo” e “diritto”), mentre invece vuoi mettere un bel quarto di bue di carne presunta innocente appena scannata e ancora sanguinolente? Fa venire l’acquolina in bocca solo a guardarlo!

Una verità giudiziaria ci sarà di certo. Per lei, per la funzionaria, non c’è stato nemmeno il tempo e il modo di aprire bocca.

Ringrazio gli avvocati Pina Marcelli e Gian Domenico Caiazza per gli ottimi spunti di riflessione forniti sul caso.