Costumi adamitici

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A Teramo un certo tipo di stampa continua ad essere poco chiara e ad occuparsi tenacemente del caso del noto ginecologo teramano arrestato per il reato di violenza sessuale, come se fosse un evento dirimente.

E’ lo è. E’ dirimente nel senso che da quella vicenda non dipendono soltanto i destini dell’indagato e della vittima che lo ha denunciato, ma quelli dell’informazione, non solo locale, che dovrebbe essere ed è un servizio al cittadino.

Dopo l’imbarazzante messa in pubblico delle identità e della foto dell’indagato (imbarazzante per chi ce l’ha messa, evidentemente), oggi è il giorno della vittima. Anche lei, sia pure da vittima, è andata a finire sulla stampa. Non personalmente, come è giusto e logico che sia, ma attraverso le dichiarazioni di una psicologa e del suo legale. Legale che, se non sbaglio (e non sbaglio), la rappresenta in tutto e per tutto non solo nell’erigendo procedimento penale.

Il quotidiano abruzzese “Il Centro” titola: Psicologa e legale della ragazza «Per lei un inferno sul web». Il titolo è ambiguo. Leggendolo non si evince esattamente se la psicologa sia una psicologa qualsiasi o quella di cui la donna è paziente.

Ma cominciamo a leggerlo questo articolo. L’esordio è a dir poco rivelatore:

“Nell’Italia di panchine e scarpette rosse a scandire giorni e numeri della cronaca, ci sono storie che raccontano come la strada sia ancora in salita.”

Ma “rivelatore” di cosa? Di una coincidenza quanto meno singolare. L’immagine delle scarpette e delle panchine rosse è stata usata dall’editorilista di certa stampa “Adamo”, nell’articolo precedente sull’argomento. E’ un ricalco di un modello già visto e che ho provveduto puntualmente ad emendare. E’ il pretesto con cui “Adamo”, giorni prima della pubblicazione di questo articolo (avvenuta il 27 marzo scorso) si metteva a criticare certe posizioni avverse alla sua, e di sicuro molto più garantiste, chiamando “webeti” quelli che le esprimevano liberamente.

Stesse immagini, dunque, stesse parole, nessuna intenzione vagamente critica nei confronti di nessuno, ma, ripeto, la coincidenza è troppo “co-incidente”. E’ come cominciare un articolo con “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, vuoi o non vuoi alla Divina Commedia ci pensi sempre, anche se l’articolo poi parla di tutt’altro. E come non fare riferimento ad “Adamo” che quelle espressioni le aveva scritte solo poche ore prima?

Ma vediamo più in dettaglio quello che dicono le due professioniste. Cominciamo dalla psicologa, che dichiara:

«Su questo caso non c’è ancora un processo penale ma è già partito quello mediatico. Abbiamo dimenticato panchine e scarpette rosse nei commenti di uomini e donne su questa vicenda. Ma soprattutto di donne che si sono espresse con commenti indegni. Soprattutto da una donna su una donna. Questo comportamento non è un sostegno né rende giustizia al valore di donna ma è l’ennesima squalifica. Dobbiamo iniziare a rispettarci, ma soprattutto a rispettare l’altra. Nel dubbio bisognerebbe tacere, frenare l’impulso di dare definizioni, ma soprattutto giudizi e pregiudizi, avventati e arbitrari su una donna che decide di denunciare con forza un sopruso. Il cyber bullismo colpisce tutti, non solo gli adolescenti. La donna vittima prima deve raccogliere tutte rimaste per denunciare e poi per rimettere insieme i pezzi in un percorso lungo e doloroso».

Anche qui, panchine e scarpette rosse a gogò. Un giornalista lancia, un altro giornale raccoglie, una psicologa riprende. Tutti contro le panchine e le scarpette rosse, o, meglio, contro la retorica secondo cui una persona, solo perché dubbiosa o semplicemente garantista, si sarebbe bellamente dimenticata di quando inneggiava alle scarpette rosse contro la violenza sulle donne. Ma non mi risulta che questa legittima richiesta di sigmatizzazione e condanna del gesto obbrobrioso e sacrilego in sé debba anche comportare la automatica affermazione del colpevole, della legittimità di fare nomi e cognomi, pubblicare foto in primissimo piano, fare processi mediatici prima ancora che processi nelle aule di tribunale. Perché è vero quello che dice la psicologa, i processi mediatici sono già partiti, e sono esattamente quelli di quel certo tipo di stampa on line che con un titolo acchiappaclic e uno scoop mascherato (gli atti giudiziari sono tecnicamente “pubblici”, il che non significa che, per questioni di opportunità, se ne debba fare un “caso” artefatto) hanno posto al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un individuo che, al momento, risulta SOLO (si fa per dire) in regime di restrizione domiciliare della libertà personale. Insomma, il gioco non è vedere chi è rimasto con il cerino in mano, ma chi ha acceso la miccia e fatto deflagrare il conquibus.

Una donna si è espressa in maniera riprovevole nei confronti della vittima, e anche questo è da condannare. Ma cosa si aspettava, questa psicologa, che anche fra le donne non ci fosse qualcuno che stona, che canta fuori dal coro? Che tutte fossero unite in una sorta di sempiterna solidarietà di specie? Che tutte fossero permeate di quel veterofemminismo d’antan per cui “io sono mia”, “sono perfettamente consapevole dei miei orgasmi”, “l’utero è mio e lo gestisco io”? Sì, corri corri ti do un sorbetto! E per una persona che vomita parole inopportune e inappropriate ecco che si punta il dito contro il web traditore, reo di stare dalla parte di “giudizi e pregiudizi avventati ed arbitrari”, come se il giudizio preventivo e colpevolista non fosse stato dato da quella stessa stampa che adesso le dà ampia e indiscussa libertà di parola.

Ma andiamo a vedere che dice, invece, il legale della parte lesa:

«Da avvocato donna dico che quando la donna denuncia sul web si scatena l’inferno e questo caso, purtroppo, ne è stata l’ennesima dimostrazione. Speravo che nel terzo millennio qualcosa fosse cambiato, che leggi e nuove connotazioni giuridiche, dopo il 1996 la violenza sessuale è diventato un reato contro la persona, avessero contribuito al cambiamento. Ma così non è. La ragazza ha avuto la forza di denunciare e i processi si fanno in tribunale. Esiste la presunzione d’innocenza certo, ma se il rispetto va dato all’accusato va ancora di più dato alla parte offesa. E io la chiamo parte offesa perchè conosco le carte»

Non si capisce, né la professionista lo spiega, cosa c’entri la definizione di “avvocato donna”. E’ un legale, ha il sacrosanto dovere di difendere gli interessi della sua assistita e non crearle nocumento, cosa c’entra il fatto che sia anche una donna? Anch’io ho un avvocato donna che mi assiste, ma non si permetterebbe mai di parlare così, se no le revocherei immediatamente il mandato. In Tribunale (perché è in Tribunale che si fanno i processi, non sulla carta stampata) esistono forse distinzioni tra uomini e donne? Si è mai sentito un pubblico ministero donna sottolineare un mero dato biologico come questo? Certo, esiste la presunzione di innocenza, purtroppo per lei, e la sua controparte si dà il caso che possa definirsi colpevole solo in presenza di una sentenza definitiva passata in giudicato. Così funziona. E non esiste, e non può esistere un minore rispetto per l’imputato e un maggior rispetto per la vittima. I Tribunale non esiste chi è di più e chi è di meno. In Tribunale esiste solo chi ha torto e chi ha ragione. E chi ha torto lo stabilisce il giudice non solo attraverso l’analisi delle carte (sarebbe troppo semplice) ma anche e soprattutto da quello che emerge dal dibattimento, che è la vera sede in cui si forma la prova provata a carico dell’indagato. Conosce le carte? Benissimo, giochi le sue. In Tribunale, dove si fanno i processi, come lei stessa riconosce. Ma allora perché dà la sua opinione alla stampa? Perché la stampa pubblica anche le opinioni? Ma no, veramente la stampa dovrebbe attenersi ai fatti e, casomai, tenere ben separate le opinioni da essi.

In breve, se prima c’era solo una certa confusione, con queste ennesime dichiarazioni il pasticcio è diventato universale, pandemico. Non poteva essere sacrificato sull’altare della famelica pubblica opinione solo l’indagato, no, bisognava, per amore o per forza, che lo fosse anche la vittima del presunto reato. Così si fa un’informazione completa e compiuta, vista dalle due facce della medaglia e da due delle tre parti coinvolte nel processo. Mentre una vittima che sta cercando a tutti i costi di superare un momento così difficoltoso, dovrebbe avere il diritto a un doveroso e rispetto silenzio. Perché soffre, sulla propria carne, tutto il dolore che una vicenda simile può dare a una donna. Non è tempo di manifestazioni, non è tempo di esternazioni. Ora è il tempo dell’attesa e della fiducia, null’altro.