Cose di Twitter: David Puente chiede le prove, e l’associazione gli risponde picche

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Recentemente David Puente ha pubblicato su Twitter, in ben sei interventi, la storia della sua richiesta (fatta con “estrema educazione”, secondo quanto riferito dallo stesso giornalista praticante) di “prove” della loro attività, lamentandosi successivamente della risposta brusca e un po’ sgarbata che ha ricevuto. Ma ecco i tweet in questione:

Siccome la lettura di quanto riportato da David Puente potrebbe risultare un po’ ostica e difficoltosa, riepilogo io, a beneficio dei lettori, l’accaduto.

David Puente ha contattato via e-mail una non specificata associazione, le prove della sua attività. Ne avrebbe ricevuto le risposte che ha riportato e di cui ha dato parziale evidenza, oltre alla dichiarata PEC rivolta dall’associazione in questione alla redazione del giornale per cui collabora (e della quale, invece, non esiste nessuna evidenza, neanche di screenshot, se non un semplice virgolettato).

Ora, entrando nel merito della questione (e mi sento legittimato a farlo perché Puente pubblica buona parte del carteggio su un luogo pubblico o pubblicamente accessibile), mi viene da osservare che ricevere una mail in cui si richiedono prove del proprio operato da un certo signor “Verifica” (ma verifica di cosa, poi?), ancorché con la firma del giornalista praticante in questione, non è che sia un gran bel biglietto da visita. Tenuto conto che una e-mail è quanto di più incerto e falsificabile possa esistere al mondo (chiunque può spedire una e-mail a nome di chiunque, lo dimostrano gli innumerevoli messaggi di spamming con attachement di malware che io stesso ricevo quotidianamente, anche apparentemente da me stesso), David Puente avrebbe potuto modificare, per l’occasione, il campo “From” lasciando inalterata la parte relativa all’indirizzo di posta elettronica di provenienza.

Fermo restando che non è dato sapere in merito a COSA è stata fatta la richiesta di prove, la risposta della controparte, sia pure esacerbata nei toni, appare più che legittima e giustificata.

Non esiste al mondo che un giornalista, un blogger, un collaboratore di testata o chi per loro chiedano direttamente a una associazione le prove di quanto da lei affermato. Piuttosto, si criticano i contenuti noti, e ci si lamenta del fatto che manca l’evidenza (scientifica o giudiziaria, si veda il caso) di quanto affermato. Io sono il primo a prendere con le dovute molle la dichiarazione secondo la quale l’associazione Liber Liber abbia ricevuto 10 milioni di visite in un anno sul suo sito web. Ma mai mi sognerei al mondo di scrivere a Liber Liber per chiedere di fornire la prova provata di tutto ciò. Primo, perché ho di meglio da fare. Secondo perché, secondo il principio dell’onere della prova, spetta al blogger (o al giornalista, o al collaboratore, o a chi per lui) dimostrare che certe affermazioni non sono vere (o gonfiate, o mal interpretate), magari paragonandole con altri dati incongruenti in suo possesso. Ed è quello che, nel caso dell’associazione Liber Liber, ho fatto.

Invece David Puente ha bussato alla porta degli altri, e questi gli hanno risposto picche. O, come si dice dalle mie parti, “ci ha trovato l’uscio di noce”. Non spetta a loro fornire le prove di quanto affermato (ancorché si tratti di tesi verosimilmente strampalate e risibili) o scritto, a meno che non ci sia di mezzo un reato (diffamazione, minaccia o quant’altro, ma di questo David Puente non parla) ma a chi indaga spetta invece l’onere di dimostrare che quelle affermazioni, semplicemente, non sono vere.

In breve, gli hanno detto “Tu in casa nostra non entri!” E’ scortese? Forse. L’associazione ha usato toni eccessivi rispetto a quello impiegato con “estrema educazione” da Puente? Senz’altro. Ma è un loro diritto fare accomodare in casa loro chi vogliono e respingere gli ospiti sgraditi.

Puente afferma, non senza un certo candore, “voglio capire come prosegue questa storia”. Come deve proseguire? Che intanto hanno risposto, il resto lo vedranno con i loro legali. Intendiamoci, a me pare che nella corrispondenza evidenziata da Puente (e devo basarmi solo su quella, perché se c’è o c’è stata della ulteriore corrispondenza non mi è dato di saperlo) non ci sia alcun estremo di reato. Ma se loro ritengono diversamente è loro diritto anche andare in causa, se lo credono opportuno. Magari poi dopo la perdono, però, se si sentono, ancorché infondatamente (lo deciderà un giudice, questo, non David Puente né l’associazione in questione), minacciati o derisi nella loro dignità, possono ricorrere le vie legali che ritengono più opportune. E, aggiungo, ci mancherebbe anche altro. Il giudice si farà una grassa risata? Il PM chiederà l’archiviazione? E sia. Questo è nell’ordine naturale delle cose.

Infine, alcune riflessioni sulla osservazione di Puente secondo cui “Se non c’è nulla da nascondere non vedo alcun problema.” Questa è una questione antica come il mondo ma è del tutto destituita di fondamento. Io posso non aver nulla da nascondere, ma richiedo quelle garanzie minime (e quando dico minime intendo proprio dire minime) che tutelino la mia persona e/o le mie fonti. Se ricevo della corrispondenza, fosse anche solo la bolletta dell’acqua, non è che la faccio vedere a tutti, solo perché non ho nulla da nascondere. Se invio un biglietto di auguri a un amico uso un cartoncino e una busta chiusa perché sono più tutelato. E, in fondo, che cosa avrei da nascondere? Si tratta solo di poche frasi di convenevoli, in fondo. Se prendo un’Aspirina perché ho qualche linea di febbre, non c’è niente di male, né tanto meno da nascondere, ma mica devo farlo sapere all’universo mondo solo perché l’universo mondo me lo chiede! Voglio dire, si può anche rispondere con un “fatti i fatti tuoi, non mi scocciare!” Ma questi della corrispondenza e dell’Aspirina, direte voi, sono esempi “viziati” dalla tutela della privacy, riguardano comunque dati personali e/o sensibili. Ma perché, secondo voi se dubitate della veridicità di una notizia e chiedete al giornalista che l’ha riportata di indicarvi quali sono le sue fonti, secondo voi quello lo fa perché, tanto, non ha nulla da nascondere? Ma via, non odo fiabe dall’età di bimbo, che ebbi breve.

Insomma, come dire, Puente un po’ se l’è cercata, e la controparte ha reagito sparando cannonate a raffica contro la classica mosca che dava fastidio. E la domanda, alla fin dei conti, tanto per cambiare, è sempre la stessa: “Chi debunka i debunker?”