Corte Costituzionale e diffamazione: illegittimo il carcere per i giornalisti, costituzionale quello previsto dall’art. 595 c.p.

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La montagna è una gran cosa. Se non ci vado io viene lei da me, la montagna sa essere incantata, come scriveva Thomas Mann. Ma spesso partorisce toplini, come nel caso di oggi.

C’era molta attesa sulla dichiarazione di costituzionalità o meno delle norme sulla diffamazione da parte della Consulta. E la Consulta ha parlato, lasciandomi letteralmente di stucco.

E’ stato dichiarata incostituzionale la pena del carcere da uno a sei anni prevista dall’articolo 13 della legge sulla stampa del 1948. Dunque, i giornalisti non andranno più in carcere se attribuiscono un fatto determinato a chicchessia.

Tuttavia, la pena della reclusione è restata (sissignori!) nel corpus del dettato dell’articolo 595 del codice penale, la cosiddetta diffamazione “ordinaria” (come se ce ne fosse, poi, di altro tipo). La Corte Costituzionale ha ritenuto che, essendo prevista la pena detentiva in alternativa alla multa, il giudice può applicare la seconda per i casi meno gravi e la prima per le condotte di eccezionale gravità.

Quindi, riassumendo, un giornalista che attribuisca a qualcuno una notizia falsa (il cosiddetto “fatto determinato”) il carcere non lo rischia. Se la notizia viene ripresa, riportata, ampliata e riverberata da un blogger (poniamo il caso, ma è proprio un caso, eh??) quel blogger, se la cosa è di una certa gravità, il carcere lo rischia e come. Spetta alla sensibilità del giudice applicare l’una o l’altra misura penale, e nel caso di diffamazione aggravata per l’uso del mezzo di pubblicità (Internet, appunto) la reclusione è da sei mesi a tre anni. Non sono noccioline, c’è il rischio di andare a piantare i pomodori nell’orto di San Vittore o in qualche altra delle nostre patrie galere, come accadde al povero Giovanni Guareschi, Dio lo conservi nella memoria di tutti.

Siamo alla frutta! Anzi, ormai stiamo già rosicando il nòcciolo.