Come tutto cominciò

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Non lo so nemmeno io quando ho avuto il primo contatto con la radio.

Anzi, con l’aradio, come diceva mia nonna Angiolina, che ne aveva una piccola piccola, alla fine degli anni ’60, di un insopportabile color verde spinacio, ma già a transistor. Tecnologica la nonnetta.

Con lei ogni sabato ascoltavo La Corrida, “dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado, musica di Roberto Pregadio, regia di Riccardo Mantoni. Ricordo ancora a memoria lo slogan della presentatrice nella sigla da plaza de toros. E poi, alla domenica, la replica de Il Gambero, condotto da Franco Nebbia.

Mia nonna Angiolina mi raccontava spesso un aneddoto su suo suocero, che sarebbe il mio bisnonno Napoleone (in casa abbiamo sempre avuto il vizio dei nomi curiosi), morto nel 1941 in preda alla demenza senile, quella che non lascia scampo. Era un uomo lungo lungo e secco secco, dritto come un fuso e dall’età apparente ben superiore a quella anagrafica. Quando in casa era accesa l’aradio, il mio bisavolo, ingravescentem aetatem, ormai fuori di testa, toscano e contadino fino al midollo, osservava:

“Pagherei a sapé’ quanto chiacchiera quello di là!”

Oppure no. Oppure i primi ricordi di un apparecchio radiofonico risalgono alla casa degli altri miei nonni, quelli paterni, abruzzesi, che avevano una Radio Marelli a valvole che è durata decenni, con cui scaldavano, oltre che con la legna, le lunghe serate invernali passate accanto al piccolo caminetto, dove mio nonno Raffaele, buonanima, si “appicciava” una sigaretta di trinciato forte fatta a mano, l’unica della giornata sempre uguale di una vita finita a 58 anni.

Fatto sta che eccomi lì, con una radiolina pietosa a transistor in mano, verso i miei 6-7 anni, in pieno giorno, a girare la manopola della sintonia, per ascoltare ora Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni, ora la Hit Parade con quel gran brav’uomo che fu Lelio Luttazzi.

Passavo allegramente da Max Vinella e Scarpantibus a Claudio Baglioni e Lucio Battisti. O Mina. Oppure quei gruppi anni ’70 che avevano nomi rassicuranti e infantili, come i Vicini di casa, i Collage, i Santo California, il Giardino dei semplici e i miei preferiti, gli Alunni del Sole che pareva avessero tratto il loro nome collettivo dal titolo di un romanzo di Giuseppe Marotta, nientemeno.

Ma la maggior parte del mio tempo preferivo passarla su Radio Montecarlo, che sulla costa tirrenica arrivava a bomba anche di giorno.

Era un maremagnum di scoperte, un pozzo di San Patrizio, una cornucopia che elargiva buona musica, ma soprattutto tanta, tanta compagnia. Nomi come quello di Roberto Arnaldi (che fu anche eccellente paroliere e traduttore dal portoghese), Luisella Berrino, Awana Gana (ma come faceva uno a chiamarsi così?), Barbara Marchand, Ettore Andenna, erano molto più che meri dati anagrafici personali, erano amici, presenze quasi fisiche, tangibili. Accostavi la mano all’apparecchio e li potevi quasi toccare, tanto erano vivi.

Ma non potevi vederli, disdetta infame. Chissà come sarà Luisella? E Robertino? Avevi voglia e bisogno di dare una fisicità a qualcosa che era solo voce. Per cui, un giorno si decisero a stampare le loro fotografie e ad inviarle su richiesta agli ascoltatori. Bastava mandare una cartolina postale (esistono ancora) a un indirizzo semplice semplice: Radio Montecarlo – Montecarlo – Principato di Monaco. Urka! Ma come fa ad arrivare una cartolina a quell’indirizzo lì se non c’è nemmeno la via? E se il postino si sbaglia? E se torna indietro? Sono domande inquietanti, per legge naturale a quell’età. E che francobollo ci vorrà per il Principato di Monaco? Dove si trova? Oltre Ventimiglia? Ma Ventimiglia è lontana, dall’altra parte della luna.

E poi c’era lui, il mattatore assoluto, il genio, la sregolatezza (ma soprattutto il primo): Herbert Pagani. Riusciva a passare dalla conduzione di un programma musicale a quella di uno spot pubblicitario per la Muratti Ambassador (e chi le fuma più?) una sigaretta “ricca, rara, ricaricante”. Potevano permettersi il lusso di reclamizzare le sigarette perché si trovavano all’estero e se ne fregavano delle leggi italiane perché trasmettevano da uno stato minuscolo e ricchissimo. Qualcuno vociferava che arrivassero perfino a Napoli. Sulla costa adriatica no, lì si ascoltava Radio Capodistria, e io mi immaginavo gli adriatici così tristi e mesti, perché non avevano nessuno, tranne il Maresciallo Tito, che alla mattina desse loro la sveglia con un po’ di carica e di buonumore.

Ma mentre io queste cose non le sapevo, nella sua variegata attività di show-man ante litteram, Herbert Pagani componeva capolavori assoluti da chançonnier francese. Travolgente il successo di Albergo a ore, storia di una coppia di amanti che si suicidano in una sudicia stanza di un alberghetto di terza categoria. Sono cose che non te le scordi più, è peggio del fenomeno dell’imprinting di Konrad Lorez.

Radio Montecarlo aveva un difetto, chiudeva le trasmissioni alle 19,30. Dopo subentrava una noiosissima programmazione in italiano di carattere religioso in cui per un quarto d’ora interminabile ti dovevi sorbire i sermoni di qualche pastore protestante con l’accento americano, che si atteggiava a fare il Billy Graham de noàntri, promettendo bibbie e salvezza.

Poi, di colpo, staccavano i trasmettitori. Li spegnevano, cioè. E allora, soprattutto d’inverno, quando era buio, cominciavano ad arrivare fischi distorti, interferenze, voci in lingue sconosciute. L’inizio di un’avventura interminabile che sarebbe cominciata solo svariati anni più tardi.

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