Cloe Bianco o la tragedia della scuola

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Cloe Bianco. Insegnante. Transessuale. All’anagrafe Luca. “Cloe” è il nome che si era scelta per proseguire la sua vita da donna.

Una vita che non ha mai avuto. Si è suicidata dandosi fuoco nel suo camper, nel bellunese. La “casa” in cui abitava.

Sette anni fa, tra il novembre 2015 e il giugno 2016, è stata oggetto di tre procedimenti disciplinari, di cui uno sicuramente terminato con una archiviazione e un altro per essersi presentata in servizio in abiti discinti e suppostamente non conformi a quello che oggi si chiamerebbe dress code.

La vicenda presenta una serie di indubbie criticità che legittimano più di un interrogativo.

Insegnava fisica all’istituto Mattei di San Donà di Piave (Venezia). Il 30 novembre 2015, davanti ai suoi alunni, fece coming out, e spiegò che da quel momento in poi si sarebbe sempre presentata vestita da donna. Perché donna era.

Qui cominciano le incertezze della cronaca. Alcuni periodici riportano che all’indomani della sua dichiarazione di appartenenza, la professoressa Bianco sarebbe stata sospesa dall’insegnamento per tre giorni e addetta al servizio di segreteria.

Tuttavia questa circostanza è stata smentita dalla dirigente regionale del Veneto, Carmela Palumbo, che ai tempi dei fatti non ricopriva tale ruolo:

“Era una supplente iscritta a due graduatorie: quella per i docenti tecnico-pratici e quella relativa al personale amministrativo. Accettò di insegnare nei due anni successivi, mentre nell’anno scolastico 2018-2019 scelse di lavorare in amministrazione. Poi più nulla […] Sostenere che fu demansionata è una fesseria e nessuno può sostenere che l’Ufficio scolastico regionale, o gli istituti nei quali ha lavorato, l’abbiano spostata arbitrariamente”.

Di certo c’è che al tempo pesarono come macigni le parole che l’assessore all’istruzione Elena Donazzan riportò su Facebook.

«Forse questo è un fatto “normale” per tanti ma non per noi che viviamo quei valori che ci sono stati donati e che all’educazione dei nostri figli ci teniamo lottando quotidianamente bersagliati ogni giorno da chi quei valori vuole distruggere, teorie gender e quant’altro»

e inoltre

“Non è possibile una cosa del genere, che un docente arrivi con la parrucca finta, col seno finto, coi tacchi. Trovo squallida questa esasperazione di sé, quasi a voler scioccare”.

e infine

«Se qualcuno vuole travestirsi da donna lo faccia a casa sua».

La vicepreside ne fece una descrizione dettagliata:

«Maglia lunga, calzamaglia, stivaletti con tacco, unghie lunghe, orecchini, parrucca… abbigliamento poco consono alla sobrietà e al decoro»

Certo è che se demansionamento o allontanamento dal contatto con gli studenti ci fu, esso fu tempestivo. Ignoro quali siano i tempi di difesa concessi a un docente per un caso così delicato. Ma scommetterei una cifra piuttosto elevata sul fatto che non si tratti di un solo giorno. Sempre ammesso che così siano andate le cose.

Tra le dichiarazioni sul caso, figura quella recente del professor Francesco Ariot, dirigente scolastico dell’Istituto.

«L’istituto non fece nulla per metterla in difficoltà, alla fine era una brava insegnante e questa era l’unica cosa che contava. Infatti continuammo a chiamarla come supplente anche in seguito, ma non tornò. C’è chi dice che fu demansionata e costretta a lasciare l’insegnamento. Non è vero.»

Le si contestò, allora, di aver generato negli studenti un

«impatto iniziale traumatico».

Non si sa bene che tipo di trauma possa essere stato “impattato”. Quello di ritrovarsi di fronte una donna? E che tipo di reazione potrebbe aver mai provocato una donna con unghie lunghe, magari smaltate, e orecchini? Certo, ovvio, mai visto niente del genere prima. Quando mai le donne si sono messe gli orecchini e si sono “pittate” le unghie?

Fatto sta che un’alunna

«si allontanava dalla classe colpita da crisi di pianto»

e un un collega della Bianco

«è rimasto impietrito».

Si tratta certamente di reazioni che giustificano la particolare attenzione riservata alla docente dalle Istituzioni, non v’è dubbio.

Ma quel che ancora sussiste è che il Ministero dell’Istruzione ha iniziato un percorso di “approfondimento” sulla tragedia. Non si sa bene che cosa vogliano approfondire. Il Miur ha riferito che si stanno ricostruendo i dettagli e i contorni dell’evento.

Spetta ai magistrati e non al MIUR farlo. Al MIUR e alle Istituzioni Scolastiche in genere rimane solo il compito di valutare le conseguenze disciplinari degli atti e, individuato il responsabile, agire di conseguenza.

Ora, però, si dà il caso che uno dei principii fondamentali del nostro ordinamento giuridico, stabilisca che la morte del reo estingua il reato. O, comunque, l’illecito che gli viene contestato.

I morti non possono più essere sottoposti ad alcun procedimento disciplinare. I vivi sì.

E, certo, si fa un bel parlare dell’educazione all’identità di genere nelle scuole. Parole come “inclusione” costituiscono il collutorio verbale con cui ci si sciacqua la bocca per acquisire un alito fresco e mentolato davanti ai destinatari dell’offerta formativa. Eppure, che lo si voglia ammettere o no, è stata proprio la scuola il vulnus in cui tutto si è generato. E’ stato lì lo zoccolo duro, è nella scuola che è scoppiato il “sozzo bubbone d’un livido paonazzo” di manzoniana memoria. Perché sì, il diverso può essere diverso quanto vuole, l’omosessuale ha diritto alla sua vita, a essere lasciato in pace, a vivere la sua affettività come gli pare, il transessuale può esprimersi come vuole, ed è un soggetto di diritto come tutti gli altri. Ma la scuola è un mondo a parte. Non riusciamo, dopo riforme definite “epocali”, che si sono sgonfiate come palloncini, ad attuare il principio elementare dell’accoglienza, a trattare con delicatezza “casi” che oltre a essere tali hanno a che fare con persone.

Perché è di questo che si tratta. Persone.

Resta solo la “lucida morte” che Cloe Bianco ha riservato a se stessa. Quella sì, scevra da qualsiasi ingerenza scolastica, ed espressione estrema di quell’habeas corpus che la società intera, scuola in primis, ha sempre voluto negarle.