“Chi l’ha visto” e le lettere dal carcere di Salvatore Parolisi

Ieri sera a “Chi l’ha visto”, sul caso Parolisi-Rea, erano ospiti in studio lo zio e il fratello della povera vittima.

Strano. Non ci sono mai. No, voglio dire, ma ci avete fatto caso che in questo tipo di trasmissioni i rappresentanti della famiglia Rea ci sono SEMPRE? Per carità, loro diritto accettare tutti gli inviti che vogliono, intervenire in tutte le trasmissioni che ritengono opportune, ma come spettatore mi càpita di notare che “Chi l’ha visto” o “Quarto grado” che sia, nello scontro ideologico ed editoriale fra questi due estremi, la famiglia Rea è presente con una frequenza decisamente rilevante, così come l’avvocato di parte civile.

E va beh, devono difendere la propria famiglia perché hanno perso una persona cara, e questo deve essere rispettato perché è una aspirazione più che legittima.

Ma mi viene in mente di quando in molti, me compreso, rimproveravano a Berlusconi che ci si difende in Tribunale davanti ai giudici di merito, e non nelle trasmissioni televisive. Per carità, sono e rimango della stessa idea, ma proprio per questo, ritengo che il diritto a difendere i propri interessi debba trovare spazio nelle aule di giustizia o in via stragiudiziale (quando è possibile, naturalmente) una volta che si è esaurito il diritto-dovere di cronaca. E questo, secondo me, vale anche per la famiglia Rea. Soprattutto adesso che il processo a Parolisi è iniziato. Si va davanti a un giudice e si esprimono le proprie ragioni. Il giudice decide. E’ chiaro che almeno una delle parti non sarà d’accordo, ma è così che funziona. Non è che si può avere fiducia nella giustizia solo quando ci dà ragione. E certo che una sentenza può essere criticabile. Quella della concessione del rito abbreviato condizionato è favorevole a Parolisi, orbene, si proceda. Non si può dire che Parolisi non dovrebbe avere nessuno sconto di pena, perché queste sono le leggi che regolano l’istituto del rito abbreviato. Piuttosto si dica che le leggi che regolano il rito abbreviato in Italia non sono giuste e ci si batta per cambiarle.

Comunque, a testimonianza dello scarso interesse informativo dell’aggiornamento sul caso Rea-Parolisi, c’è stato un lungo servizio sulla corrispondenza che l’imputato, dal carcere, intrattiene con chi vuole.

Si mette l’accento sul fatto che Parolisi riceve lettere dalle sue “ammiratrici”. Ora, ci si potrà chiedere com’è possibile che una persona accusata di un delitto così efferato riceva lettere di sostegno e di incoraggiamento, ma il punto è che la libertà di corrispondenza è garantita, sia pure con alcune limitazioni, anche ai detenuti. E dovrebbe esserlo anche la segretezza, proprio perché avere una corrispondenza con qualcuno, a qualunque titolo, afferisce alla sfera personale. Ci sono detenuti che in carcere si laureano o contraggono matrimonio. Vogliamo negare loro il diritto di scrivere al relatore della loro tesi di laurea o alla moglie?

E invece non solo è stato riferito che Parolisi intratterrebbe corrispondenza epistolare con circa una ventina di donne, cosa che costituisce solo un bagaglio consistente di affari suoi, ma sono stati trasmessi ampi stralci delle lettere che spedisce a una donna in particolare e di quelle che riceve in risposta. Che notizia rappresenta tutto questo? Che Parolisi è un inguaribile “tombeur de femmes”? Ma questa è un’immagine che è stata già data dagli atti, e sinceramente me ne frega anche poco se fa colpo sulle donne. Come mi frega il giusto (cioè niente) sapere cosa scrive nella sua corrispondenza privata, a chi e che cosa questa persona risponde.

E’ ancora una volta il gossip trasformato in notizia, probabilmente negli anni ’50 i postini erano delle fonti di pettegolezzo inesauribili, perché sapevano chi scriveva a chi, con quale frequenza, e se la busta profumava di acqua di Colonia o di essenza di lavanda. Ma erano, appunto, gli anni ’50. E allora se non mi dicono qual è il valore aggiunto di questo servizio rispetto all’inchiesta, questo servizio diventa sovrabbondante, ridondante e perfino un po’ stucchevole. Sàtura, in altre parole, la mole di dati disponibili senza costituire, di per sé, informazione.

Noi italiani siamo dei campioni nell’andare a guardare dal buco della serratura altrui. Adesso stiamo appollaiati come degli avvoltoi anche sulla buca delle lettere.

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