Certa stampa

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Giovanni Guareschi, che era un giornalista come si deve e con la schiena dritta, scriveva dei luoghi di provincia in cui ambientava i suoi articoli e le sue narrazioni come di “un piccolo mondo di un mondo piccolo”. Giovanni Guareschi mi sembra anche l’ultimo dei giornalisti che abbia pagato con il carcere la coerenza delle sue idee, scontando diversi mesi di detenzione per una condanna per diffamazione passata in giudicato. Lo misero a coltivare l’orto in galera, compito che lui, da gentiluomo che era, accettò di buon grado.

Anche Teramo, se vogliamo, è “un piccolo mondo di un mondo piccolo”. Cittadina di provincia in cui non succede mai niente.

Fino all’altro giorno, quando un ginecologo è stato arrestato e posto ai domiciliari per sospetti abusi sessuali nei confronti di una donna che avrebbe avuto con lui dei rapporti professionali.

Materia torbida e delicata sulla quale certa stampa si è tuffata a pesce. Bisogna sempre soddisfare le intime “pruderies” mentali dei lettori, e allora niente di meglio per certa stampa che rivelare nome e cognome dell’arrestato, mettere la sua fotografia su un articolo a commento della vicenda, e dare il tutto in pasto al web. Che fagòcita, fagòcita, fagòcita lettori e curiosi, tutti intenti a conoscere le generalità del professionista teramano, e le tracce per identificare la parte offesa del reato.

Certa stampa non lesina particolari. Il nome è lì, in seconda riga. La vittima pare che abbia un fidanzato e una famiglia. Ma tu guarda. A dirlo non si crederebbe. Un fidanzato e una famiglia addirittura? Ma chi sarà mai, dirà l’opinione pubblica, una persona che si permette l’ardire di avere una relazione affettiva stabile, e un nucleo familiare di riferimento? Meglio proseguire nella lettura del virgolettato tratto dal quotidiano “Il Centro” e apprendere che il professionista avrebbe proposto alla vittima, durante l’abuso, di vedere dei film porno sul telefonino. Dove il torbido si mescola al torbido. Un particolare secondario della vicenda (perché sempre e comunque di abusi sessuali si tratterebbe), che però soddisfa la sete di oscura brama di sapere del pubblico dei lettori.

Per concludere che

“Sarà comunque la magistratura ad accertare la veridicità di ogni singola accusa e contestazione.”

E grazie tante, su questo non ci sono dubbi.

Ora, non si tratta, qui, di contestare il legittimo diritto e il legittimo dovere di un giornalista o di una testata a dare una notizia, ma di separare ciò che è notizia da ciò che non lo è, o sarebbe bene che non lo fosse. Mi riferisco alla decisione di certa stampa di dare il nome e cognome del professionista e di pubblicarne l’immagine.

Io spero, e con tutto il cuore, che questo ginecologo sia colpevole. Perché se dovesse venire scagionato da tutte le accuse (in istruttoria o in sede dibattimentale, nei vari gradi di giudizio in cui avrà il sacrosanto diritto di difendersi) l’aver rivelato il suo nome gli avrebbe rovinato per sempre la vita e la carriera professionale. Non so quale sia la posizione familiare dell’arrestato, e non mi interessa. Ma avrà dei congiunti i quali, totalmente innocenti (loro sì), in questo momento stanno vivendo un dramma senza pari. E se il ginecologo dovesse venire, putacaso, assolto (perché succede anche questo nei tribunali d’Italia), chi si fiderà più di farsi visitare da lui? Perché non l’hanno solo messo agli arresti domiciliari, lo hanno messo sui giornali, il che è molto peggio. Comunque vada a finire, quest’uomo è già condannato, non importa quello che diranno i giudici nel merito del procedimento a suo carico.

Certamente, mi si dirà che la notizia di un arresto è un dato pubblico, pubblici sono i nomi degli arrestati, e pubblico è il dispositivo accusatorio che accompagna il provvedimento. Vero, anzi, sacrosanto. Ma non è che, solo per questo, ciò che è “pubblico” debba essere anche ulteriormente pubblicato e divulgato. Certo, non c’è niente di male a fare i nomi, i cognomi, i fatti (l’abuso sessuale) e le circostanze (l’invito a guardare un film porno sul telefonino). Non c’è niente di male, ma non c’è nemmeno niente di bene, se è vero (ed è verissimo!) che questa vicenda è in mano alla magistratura.

Ma allora, se è in mano alla magistratura, come può un giornale on line prendersi la briga e di certo il gusto di indicare l’arrestato in maniera così univoca e inequivocabile? E’ stato arrestato, certo, e in questo momento rappresenta (come ogni oggetto di indagine) la parte più debole del processo a suo carico. L’afflizione di dover affrontare un procedimento, e la pena che gli verrà eventualmente inflitta costituiscono l’unica giusta sanzione, psicologica e penale, a cui quest’uomo dovrà sottostare. La pubblica esposizione in sede prliminare, anche dove supportata da un provvedimento grave come la privazione preventiva della libertà personale, non fa parte di nessuna di queste sanzioni.

Voi direte: ma c’è una vittima che è stata violata e che ha diritto ad avere giustizia. Certo che ne ha diritto. E infatti sarà ammessa a costituirsi come parte lesa. Ma se il gioco è quello di stare dalla parte dell’offensore indagato o della vittima, scelgo di non stare né dall’una né dall’altra, ma di collocarmi al lato dello stato di diritto, della vita del diritto e del diritto alla vita.

E’ probabile che qualcuno di voi mi chieda di quale articolo io stia parlando. Sono stato molto indeciso se fornirvi il link relativo. Ho optato per una soluzione di mezzo, e vi fornisco il collegamento alla copia permanente, registrata su archive.is, per evitare di regalare clic alla testata:

https://archive.is/4cjJ4

Certa stampa, se sei fortunato, dove ti porta lo decide lei.