Certa stampa teramana: e Adamo conobbe Eva

Reading Time: 6 minutes

 107 total views,  2 views today

Certa stampa, non c’è niente da fare, non si accontenta di vivere le proprie contraddizioni per conto proprio. Non è soddisfatta finché non le butta addosso a qualun altro. “Sempre accusando, sempre cercando/il responsabile, non certo io”, avrebbe detto il Poeta in un componimento dal titolo eloquente.

Dopo la pubblicazione dell’articolo sul ginecologo teramano, arrestato e collocato ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna, di cui vi ho parlato nel post precedente, è apparso, sullo stesso giornale on line, un articolo a firma pseudonima di un certo “Adamo” che ha dell’incredibile. Come al solito non vi do il link diretto, per scoraggiare i clic verso la risorsa, ma la copia permanente acquisita questo pomeriggio, nel caso l’articolo dovesse essere modificato o addirittura eliminato dalla fonte originale:

https://archive.is/Boi9g

Pare che l’autore dell’articolo in cui si mostravano la foto e le generalità del professionista, mettendo così l’opinione pubblica in grado di identificarlo prima ancora che si svolgesse il suo interrogatorio di garanzia, abbia ricevuto molte critiche per questa sua leggerezza, volontaria o involontaria che essa sia stata. Soprattutto sui social network. Soprattutto su Facebook. Molta gente si è dichiarata indignata per il suo modo di fare giornalismo, così orgasmico e frettoloso (in toscano “essere in orgasmo” significa “dare in smanie nell’attesa di fare qualcosa”), al punto che alcuni hanno parlato addirittura di una sorta di “condanna” preventiva, prima ancora che sia intervenuta una sentenza della magistratura, definitiva e passata in giudicato.

“Adamo” (che più che uno pseudonimo potremmo definire un eteronimo, come quelli di Pessoa), dunque, corre in suo aiuto. Quando si dice la coincidenza, nevvero? E lo fa in un articolo intitolato “Schifosi webeti con le scarpe rosse”. I “webeti” suddetti sarebbero soprattutto gli “ebeti” del web, definiti “schifosi” rincarando la dose. Ma questo è solo l’antipasto. Il banchetto nuziale viene dopo, perché questi supposti “leoni da tastiera”, che hanno il solo demerito di averlo criticato, vengono definiti dal giornalista-eteronimo “Idioti”, “analfabeti” e “schifosi”.

E inoltre:

“La platea vomitante dei marginali, ai quali la nascita dei social ha concesso una dignità di parola che la natura aveva, giustamente, negato.”

I social, dunque, sarebbero il vero coacervo in cui sono contenuti questi “marginali”. Sarebbe da spiegare al giornalista che al tempo in cui i social ancora non esistevano, la rete viveva benissimo lo stesso. C’erano i blog, le community, i forum di discussione, le mailing-list e tutto quanto fa spettacolo. Non è che la gente non si scambiava opinioni. Probabilmente “Adamo” a quei tempi non era ancora nato, dal punto di vista digitale, ma vi assicuro che ai miei tempi (ché sono molto più anziano di lui) si interagiva benissimo anche senza i social, che sono venuti dopo. “Libertà di parola”, dunque. Ma quella ce la dà la Costituzione, mica Facebook! Su Facebook fai quello che ti dicono loro, se no ti buttano fuori, non quello che ti pare. Quello che ti pare lo scrivi e lo fai, sempre assumendotene la piena responsabilità, fuori dai social.

“L’immancabile pletora di webeti, ha invaso le piattaforme social, per commentare il “caso (omissis)”, ovvero l’arresto del primario e assessore, a seguito della denuncia di abusi sessuali presentata da una donna.”

E via turpiloquiando, con espressioni del tipo:

“La crassa ignoranza dell’ignobile popolo webete (…)”

fino ad arrivare ad affermazioni come la seguente:

“Nulla sapendo di codice penale, di diritto di cronaca, di tutela dei dati personali, gli Accademici della rete hanno commentato.”

Hanno commentato. Ma ci rendiamo conto? Hanno commentato. E come si permettono costoro di commentare? In un luogo di discussione, poi! Cose mai viste né udite al mondo… Gente che non sa di codice penale ma che, evidentemente, conosce benissimo almeno la Costituzione della Repubblica, quando afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che nessun cittadino può essere definito colpevole fino a prova del contrario, e anche se vi fosse, comunque senza una sentenza definitiva passata in giudicato. Gli intrepidi commentatori con sanno nulla di diritto alla privacy? Veramente è stato il giornalista che ha fatto nome e cognome di chi è stato arrestato. E ha pubblicato anche la sua foto. Questi sono fatti. E i fatti, come dico sempre io, non sono minimamente in discussione. E che dire del diritto di cronaca? Che ovviamente sussiste per lui e per chiunque altro voglia onestamente intraprendere la sua professione. Ma il diritto di cronaca non coincide quasi mai con il dovere di rivelare le identità, specie se queste identità appartengono alla parte più debole, e quindi più vulnerabile di un procedimento penale, l’imputato.

“No, non starò qui a spiegare cosa sia un arresto e perché un magistrato (non un giornalista) lo richieda. Non dedicherò tempo e spazio, all’inutile tentativo di spiegare il codice di procedura penale, il diritto di cronaca, la legge sul diritto d’autore e il testo unico dei doveri del giornalista, a chi non ha mai letto neanche le istruzioni del telefonino, col quale affida al mondo il distillato della sua idiozia.”

Non si capisce bene cosa c’entri la legge sul diritto d’autore con tutto questo. E, in verità, non c’entra proprio nulla. Quanto a me, che dal giornalista (non “Adamo”, l’altro) sono ugualmente stato definito “webete” su un post di Facebook pubblicato sul suo profilo, e che quindi, conseguentemente, sono un ignorante in materia, posso solo dire che gli estratti di questo articolo vengono pubblicati in ossequio all’art. 70 che recita:

“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”

Ma ecco spiegata la citazione delle scarpe rosse del titolo. Variando sullo sfruttato tema dell'”ubi sunt” (François Villon non sarebbe stato capace di fare di meglio), l’autore pone le domande fatidiche:

“Dove le avete lasciate, le scarpe rosse? Dico a voi, idioti tastierizzati, coglioni profilati social, webeti in libera uscita… dico a voi: dove sono le vostre scarpe rosse? Quelle che avete postato il 25 novembre e magari l’8 marzo, quelle che avete pubblicato sdegnati, invocando parità e rispetto… dove sono?”

E, successivamente:

“Possibile che nessuno tra voi, nel delirio social nel quale vi siete perduti, in una fonduta di qualunquismo becero e pasciuto pressappochismo, abbia pensato alla ragazza?”

Ed è qui che Adamo “conobbe” Eva. Il succo è che bisogna pensare alla vittima piuttosto che al carnefice. A Abele piuttosto che a Caino, cui, pure, nel mito della Genesi, Dio pone una sorta di sigillo, di marchio, che non è d’infamia, ma che viene collocato sulla sua persona affinché nessuno lo tocchi. Da qui il nome di certe associazioni per i diritti dei detenuti o di canzoni di successo (vedete voi). Alla vittima spettano il diritto a costituirsi parte lesa nell’eventuale giudizio e l’onere della prova da fornire ai magistrati che la integreranno, se così riterranno opportuno, con i risultati delle indagini durate sei mesi. La vittima del reato deve essere altamente considerata, ma proprio per questo occorre separare il bambino dall’acqua sporca, e il fatto che quell’acqua sia sporca lo accerteranno i magistrati, non certo un giornalista.

I commentatori del web sarebbero rei, a dire di “Adamo”, di avere dimenticato, o, peggio ancora, non conosciuto per niente, i tempi delle scarpette rosse, quando tutti si indignavano per la violenza sessuale sulle donne. Ma così facendo sposta maldestramente l’attenzione su un altro problema, che indubbiamente esiste (gli italiani e il popolo del web sono di memoria corta, su questo non ci sono dubbi), ma che non risolve la domanda che il popolo del web gli ha fatto: PERCHE’ fare il nome dell’arrestato? Della risposta a questo quesito non sussiste alcuna traccia. Solo scarpette e panchine rosse.

E l’articolo termina con un

“Schifosi webeti.”

Tanto per non farsi mancare nulla.

Ora, l’errore fondamentale di questo giornalista dallo pseudonimo biblico, è stato quello di sottovalutare il pubblico dei social che lo ha criticato. Lui NON SA chi sono queste persone. Non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che tra di essi possa esistere, che so, qualche dirigente scolastico (tra i suoi lettori ne conosco almeno due!), dei laureati, delle persone di cultura, degli insegnanti, degli impiegati, degli esercenti, degli operai, degli addetti al pubblico impiego, che, semplicemente, su un determinato argomento possano saperne più di lui o che, si veda il caso, la legge sul diritto d’autore la inzuppa nel cappuccino tutte le mattine. No, lui va e giudica. E si meraviglia se, poi, a giudicarlo sono gli altri. Su Facebook puoi benissimo incontrare quello che sul diritto d’autore, sul codice di procedura penale, sul codice deontologico dei giornalisti ti fa un mazzo tanto. Perché, come nella vita, tu non sai MAI chi hai dall’altra parte. E forse sparare alla cieca con la mitragliatrice a pallettoni potrebbe essere semplicemente (semplicemente?) imprudente.

Ve l’ho detto, anch’io sono stato definito (non da “Adamo”, sempre dall’altro) un “Webete”. Ma di questo non vi parlo qui. Preferisco farlo altrove. E non meravigliatevi se per qualche giorno sospendo gli aggiornamenti ma ho altro di cui scrivere.