Valerio Di Stefano – Rassegne stampa in rete: quella libertà mai esistita

Sembrano rientrati in buona parte i timori che hanno accompagnato il dibattito in rete di queste ultime settimane sull’inserimento, nel testo della legge finanziaria da presentare all’esame dei due rami del parlamento, di una modifica dell’articolo 65 della legge sul diritto d’autore, che disciplina la citazione e la riproducibilità di articoli ripresi da giornali e riviste.

La modifica, prevista all’art. 32 del collegato fiscale, recitava testualmente:

"All’articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 1, e’ inserito il seguente: «1-bis. I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165»."

Inutile sottolineare come la modifica al testo di legge abbia posto in allarme il mondo dell’informazione via web. Si è parlato, probabilmente usando un termine improprio, di "pizzo" sull’informazione, e non sono mancate le iniziative di protesta, prima tra tutte quella di Peacelink, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle inevitabili conseguenze che l’approvazione del testo avrebbe comportato:

a) l’impossibilità da parte di chiunque (cioè il "soggetto") di cui parlava la finanziaria) di realizzare rassegne stampa su qualsivoglia sito (dal portale al blog personale) senza pagare un corrispettivo non meglio identificato;

b) l’impossibilità di determinare il compenso e di compiere controlli accurati su chiunque riproduca illecitamente un articolo di giornale e, last but not least, di quantificare il danno subito dall’editore in caso di mancanza di accordi tra l’incauto gestore del sito web e le fantomatiche "associazioni di categoria".

L’onorevole Franco Grillini, deputato dell’Ulivo, in una nota, ha affermato che "la commissione Bilancio della Camera ha soppresso la parte relativa all’editoria ricompresa nel collegato fiscale" e sono stati molti coloro che hanno tirato un comprensibile sospiro di sollievo di fronte allo scampato pericolo.

Il punto è che il pericolo non è affatto scampato.

La prima minaccia immediata è data dalla reale ed effettiva possibilità che l’art. 32, ancorché stralciato in sede di Commissione Bilancio, possa essere ugualmente reintrodotto nella versione definitiva (ed esecutiva) della legge, qualora il Governo decida di porre la questione di fiducia in Parlamento.

Non si tratta di una ipotesi, ma di una possibilità reale e concreta, che porterebbe all’approvazione di un testo "blindato", senza alcuna possibilità di modifica e di discussione.

Ma c’è di più. Quella che veniva legittimamente vista come una scelta liberticida nella gestione della libertà di circolazione delle idee e delle informazioni, era, in realtà, solo l’ennesimo giro di vite a un dispositivo di legge che liberticida lo era già per conto proprio.

Nella foga delle proteste, probabilmente nessuno si è preoccupato di andare a leggere l’art. 65 della legge sul diritto d’autore, per vedere come stavano effettivamente le cose. Eccone il testo:

Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato.

Dunque, la tanto decantata libertà di rassegna stampa non solo non esiste, ma non è mai esistita, di fatto, neanche per la rete.

In primo luogo perché condizione necessaria e sufficiente per la libera riproduzione è che l’utilizzazione dell’articolo non sia stata "espressamente riservata" (e nei siti on line dei principali quotidiani e riviste italiani, la dicitura "Tutti i diritti riservati" è all’ordine del giorno, sono pochi caratteri, scriverli costa solo qualche secondo di lavoro e l’effetto è incommensurabilmente favorevole all’editore, praticamente un investimento a lungo termine).

Secondariamente, occorre che l’articolo sia di "attualità", ovvero che rivesta un interesse contingente, reale, immediato, riferito alla realtà del tempo che stiamo vivendo. Probabilmente riprodurre un articolo sui test nucleari della Corea del Nord è un argomento attuale, ma potrebbe sorgere il dubbio che gli articoli di Camilla Cederna sul Presidente Leone, pubblicati alla fine degli anni ’70, non lo siano più.

Gli articoli che si possono riprodurre devono avere "carattere economico, politico o religioso", il che taglia fuori tutta una serie pressoché infinita di altre possibilità, quali ad esempio gli articoli su argomenti scientifici (eppure la notizia della scoperta un nuovo farmaco dovrebbe essere sufficientemente "attuale"), culturali (la recensione di un libro, di uno spettacolo, di una mostra, di un CD, un’intervista al Premio Nobel per la Letteratura), tecnologici (secondo il dettato della legge non solo non si potrebbe parlare delle innovazioni nel campo di Internet, ma in teoria non si potrebbe riportare neanche un articolo sull’invenzione del trattore a cingoli. O di qualche marchingegno per la spemitura delle olive. E chi più ne ha più ne metta.)

La ciliegina sulla torta è data dal fatto che per avere diritto a riprodurre articoli da giornali o riviste, bisogna essere, a propria volta, giornali, riviste, o, comunque, entità editoriali assimilabili. Dunque, restano esclusi i siti web, i blog, le mailing list, i newsgroup, e tutto quello che ha l’unico demerito di non essere riferibile e assoggettabile alle leggi sulla stampa.

Dunque, la tanto decantata libertà di rassegna stampa non c’è mai stata. E’ un bluff, o, come ama dire Beppe Grillo, che nel suo blog ha scritto un interessante contributo sul tema, è un incantesimo.

Il legislatore non si è accorto della velocità con cui le informazioni circolano in rete, e delle nuove e più efficaci modalità di diffusione. Oppure, se se n’è accorto, ha lasciato fermo un articolo di legge che non ha quasi più nessuna aderenza a una realtà che si è fatta variegata e multiforme, e che sfugge, per sua natura, alle regole.

La distanza abissale tra legge e consuetudine segna un solco talmente profondo da risultare ormai incolmabile, e gli emendamenti liberticidi aggiunti a una legge finanziaria non rendono certo un servizio a nessuno.

Di sicuro c’è che soltanto l’uso delle licenze libere permette, allo stato dei fatti, una circolazione delle notizie e delle idee capillare ed efficace. Sfuggendo sia dalle logiche dei grandi gruppi editoriali tradizionali, ma anche da quelle di un palazzo che non è più capace di affrontare le esigenze della comunicazione in rete.

Valerio Di Stefano

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Valerio Di Stefano – E-book a pagamento, ma con i soldi pubblici

Si riapre il dibattito del libero accesso alla conoscenza pagata con i soldi dei cittadini.

[ZEUS Newswww.zeusnews.it – 04-04-2006]

L’e-book è ancora una volta al centro delle polemiche. Nella sezione "Scienza e tecnologia" di "Repubblica on line", un articolo di Alessandro Longo riferisce dell’ennesimo faraonico progetto per la realizzazione di una Biblioteca Digitale Europea e della conseguente digitalizzazione e messa a disposizione degli utenti di Internet del patrimonio librario delle biblioteche.

Non è la prima volta che si parla (anche e soprattutto a sproposito) della digitalizzazione del mondo. Dalle titaniche imprese di Google alla convocazione di 20 consulenti per la supervisione dei lavori di quest’ultima iniziativa, la mania tipicamente borgesiana di realizzare un catalogo dei cataloghi, una fotocopia nel mondo del virtuale del mondo librario reale sembra essere uno dei crucci principali del primo gruppo di potere (pubblico o privato) di turno.

 

Non mancano le cifre, naturalmente pompate, che prevedono, entro il 2008, oltre due milioni di opere digitalizzate a disposizione del pubblico.

In Italia le biblioteche statali, regionali e universitarie, secondo quanto riferito da Paolo Galluzzi, direttore del Museo di Storia della Scienza di Firenze, dovrebbero far confluire i loro progetti di digitalizzazione nel famigerato Internet Culturale, il portale culturale istituzionale che è costato ai contribuenti italiano oltre 37 milioni di euro e che continua ad essere un immenso contenutore vuoto.

Effettuare una ricerca tra i fondi digitalizzati delle biblioteche italiane è una pura illusione, si viene costantemente rimandati a una pagina che comunica: "Spiacenti, il servizio è temporaneamente sospeso." Come dire che un servizio pagato con i soldi pubblici non è disponibile per i cittadini.

E’ un dato che non deve stupire. Se esistono opere pubbliche destinate alla sanità, all’istruzione, al lavoro, alla giustizia che sono regolarmente inutilizzati (scuole, ospedali, servizi, tribunali) questo è il primo e più eclatante esempio di sperpero di pubblico denaro nel mondo della cultura in rete.

Non è un caso che riguardi proprio il bene culturale primario per eccellenza, il libro, con tutte le implicazioni che questo comporta. Ma non è finita. Quanto è già stato pagato con i soldi pubblici sarà a pagamento.

Secondo Longo, in una prima fase gli utenti potevano soltanto leggere i libri sul proprio browser, in forma gratuita, mentre l’operazione di download, disponibile solo successivamente, sarà a pagamento, con la motivazione ufficiale di rifondere i costi a quelle biblioteche che avranno messo a disposizione le singole opere digitalizzate.

Appare a dir poco scandaloso che ciò che viene pagato con il denaro di tutti debba essere ulteriormente pagato, ma sembra proprio che questa sia la direzione che intende prendere il progetto italiano dell’erigenda Biblioteca Digitale Europea.

Come è ovvio e prevedibile, la possibilità di rilasciare i contenuti con licenze alternative (ma non opposizione) al tradizionale regime di copyright, non è stata lontanamente presa in considerazione. Le biblioteche non hanno un soldo, e i soldi pubblici che dovrebbero servire per finanziare questi progetti restano nella disponibilità dei ministeri. Che li usano per creare strutture che dovrebbero accogliere il contributo delle biblioteche, a cui, tuttavia, andranno gli spiccioli degli utenti finali: studenti, insegnanti, utenti residenti in luoghi disagiati o in paesi con una grave penuria di biblioteche.

Anche in questo l’Italia non è alle prime armi. Dagli anni ’90 e per quasi dieci anni l’e-book è stato soprattutto il pretesto per la creazione di Onlus e organizzazioni attraverso le quali raccogliere quote associative e donazioni deducibili dalla dichiarazione dei redditi, dietro una facciata di volontariato. La Biblioteca Digitale Europea non fa altro che amplificare questa logica consolidata e renderla più forte in una prospettiva che anziché portare la conoscenza al servizio di tutti in una prospettiva libera la fa passare da una serie di inutili balzelli.

Innumerevoli le obiezioni che si potrebbero muovere sull’uso dei formati digitali più o meno proprietari e sul rispetto delle norme del diritto d’autore da parte delle singole biblioteche (come è noto le leggi sul copyright presentano delle varianti anche notivoli da Stato a Stato). E’ altamente improbabile che l’utente finale possa accedere a edizioni recenti di opere letterarie, cinematografiche o musicali.

Una volta vagliato il contenuto alla luce di quanto disposto dalla legge 633/41 e successive modifiche, all’utente finale non resta altro che digitalizzare quanto è stato messo a disposizione a pagamento e restituirlo gratuitamente alla comunità.

Si metterebbero in moto così quei meccanismi che fanno dell’opera libera un’opera liberata non solo rispetto alle leggi, ma anche e soprattutto rispetto alle coscienze degli individui.

 

Valerio Di Stefano – Quando il pregiudizio di massa diventa Wikipedia

John Seigenthaler Sr. ha 78 anni e sembra che goda di ottima salute.

E’ stato l’ex direttore del Tennessean a Nashville.

Questi dati biografici così scarni potrebbero non rivestire un qualsivoglia interesse per nessuno. A parte il fatto che può far piacere che un simpatico vecchietto americano sia arrivato a quell’età in condizioni fisiche eccellenti, e che abbia avuto una carriera brillante.

Ma Steigenthaler è la vittima di uno dei tanti "si dice" mai dimostrati, di cui il mondo è pieno. "Si pensava fosse stato direttamente coinvolto negli assassinii sia di John che di Bob Kennedy (…) ma non è mai stato provato nulla."

Immaginate che cosa pensereste voi nell’apprendere questa notizia se foste il signor Seigenthaler in persona. Ma soprattutto, provate a immaginare la vostra reazione se questa notizia, chiaramente falsa, diffamatoria, e comunque inutile, fosse stata divulgata da Wikipedia, l’enciclopedia libera on line. Ecco, questo è esattamente quello che è successo a Seigenthaler, che ha di nuovo vestito i panni di giornalista per denunciare questa grottesca esposizione al pubblico ludibrio, con un articolo per il Usa Today, mettendo in evidenza, tra le altre cose, che le informazioni su di lui si trovavano su Wikipedia da alcuni mesi e che, con ogni probabilità, erano state riprese anche da altri siti web in una cassa di risonanza telematica amplificata.

La funzione di Wikipedia, la sua originalità, la correttezza sostanziale della maggior parte dei suoi contenuti, i suoi metodi di correzione non sono, come è ovvio, minimamente in discussione (anche se sono convinto che il signor Steigenthaler la pensa in maniera radicalmente differente da me). Quella su cui invece il dibattito si accende è la facilità con cui è possibile diffondere notizie di questo genere senza che possano essere verificate e, se del caso, rettificate.

Il punto è che quello di Seigenthaler non è esattamente il caso dell’informazione scorretta. Non è una data storica sbagliata, non è un errore di battitura sulla superficie di uno Stato, o l’attribuzione di un’opera letteraria a uno scrittore piuttosto che a un altro. Sono cose che non dovrebbero accadere nemmeno in quella che è stata definita dal New York Times come "la maggiore enciclopedia della storia del mondo", ma è indubbio che per la sua peculiarità e per il fatto che a Wikipedia abbiano contribuito e contribuiscano milioni e milioni di persone, errori di questo genere possono sfuggire e restare in linea anche per un tempo non ben meglio identificato o identificabile. Il punto è che è stato fatto un salto di qualità in negativo nella logica dell’informazione in rete: là dove una comunità di persone "licenzia" una notizia, perché la condivide o, semplicemente, non si accorge che è platealmente diffamatoria, quella notizia diventa vera.

Jimmy Wales ha dichiarato: "Abbiamo sempre problemi con delle persone che cercano ripetutamente di danneggiare i nostri siti", magari forti dell’anonimato che non ha permesso a Seigenthaler di risalire neanche all’autore della notizia che lo ha visto vittima involontaria, e della tutela della privacy che negli States bloccherebbe qualsiasi iniziativa di questo genere.

Non ci sono dubbi che i contributi a Wikipedia sono ingentissimi, e che rimane sempre più difficoltoso controllarne il contenuto. In questo senso pare che il sistema stia crollando sotto il proprio stesso peso, come accade a molte iniziative in linea, là dove le forze e gli strumenti necessari alla gestione sono superiori alle possibilità di chi gestisce. Questo è indubbiamente un dato di fatto. Come è un dato di fatto che ciò che Wikipedia contiene, ancorché imperfetto, e, quindi, perfettibile, rappresenta un patrimonio unico e in continua mutazione. 

Valerio Di Stefano – Google nei guai per il pay-per-click

Il Pay per Click di Google è sotto gli occhi dei riflettori dell’opinone pubblica e sotto quelli, più discreti, della giustizia statunitense.

Per anni Google è stato leader incontrastato della pubblicità su Internet attraverso il suo programa AdWord e il suo doppio speculare, AdSense, destinato ai Webmaster che ricevono una parte dei proventi ricevuti da Google per ogni clic effettuato.

La AIT (Advanced Internet Technologies) ha denunciato Google per non aver controllato in modo efficace il cosiddetto click fraud, che permette agli utenti di realizzare sistemi atti a cliccare ripetutamente su un determinato link, a danno dell’inserzionista (che paga per la pubblicità del circuito) e del sito che ospita gli annunci (che rischia di vedersi annullare l’account e l’autorizzazione a ospitare annunci pubblicitari in futuro).

La Corte della California deciderà nel prossimo mese di maggio sull’ammissibilità della richiesta di AIT, che punta a farsi rimborsare costi illecitamente maturati e della cui provenienza illecita Google non si sarebbe accorta (non si sa se per dolo o per colpa).

A dire di AIT l’imbroglio sarebbe stato smascherato attraverso strumenti precisi atti a verificare l’attendibilità e la provenienza dei click. Google, dal canto suo riconosce validità e trasparenza esclusivamente ai propri parametri di conteggio. Ma, anche in Italia, sono molti gli inserzionisti e i siti opitanti che, in seguito a un traffico anomalo e a una azione unilaterale da parte di Google, hanno chiesto spiegazione e hanno ricevuto, come risposta, un lunghissimo silenzio.

Davide sfida Golia. E sembra anche che abbia tutte le possibilità di farcela.

Valerio Di Stefano – Terroristi e privati cittadini: tutti schedati anche per colpa delle major

Il consiglio dei ministri della giustizia dell’Unione Europea, svoltosi a Bruxelles venerdì 2 dicembre scorso, è giunto alla decisione che i Paesi membri dell’Unione dovranno conservare i dati relativi a telefonate e traffico internet per un periodo non inferiore a sei mesi e non superiore a due anni.

La decisione si inscrive nel contesto delle iniziative prese per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Sarà possibile conservare esclusivamente informazioni di carattere generico (ad esempio chi ha telefonato a chi, su quale numero e a quale ora) ma non sarà possibile registrare il contenuto delle telefonate o dei messaggi di posta elettronica inviati.

Naturalmente tutto questo comporterà un lavoro decisamente oneroso per i provider internet e i gestori di telefonia fissa o mobile.

A complicare le cose ci sono anche le pressioni effettuate dalla Creative Media Business Alliance, che pretenderebbe di utilizzare i dati relativi al traffico internet allo scopo di individuare gli autori di illeciti penali relativi al file sharig attraverso servizi p2p. Secondo quanto riferito dalla Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica, infatti, la mancata coresponsione dei proventi alle case discografiche equivarrebbe a 150 milioni di euro negli ultimi quattro anni.

E’ evidente che c’è qualcosa che non va. Il diritto alla comunicazione, alla segretezza della corrispondenza (e secondo una giurisprudenza solidamente consolidata, è corrispondenza anche quella inoltrata telematicamente, via fax o una semplice telefonata a voce, un SMS o quant’altro) sono tali non solo per quello che riguarda ciò che io dico, ma anche per quanto concerne a chi lo dico, in che modo, e tramite quale mezzo.

Il fatto che esistano delle precise esigenze di sicurezza nazionale e dell’UE non giustifica un tale accanimento sulle comunicazioni di privati cittadini, che potrebbero riguardare anche sfere di estrema delicatezza, come la salute personale o la sessualità. La proposta del Consiglio si comprende meglio se si tiene presente che la presidenza inglese dell’UE l’ha fortemente voluta in seguito agli attentati di matrice terroristica perpetrati a Londra nello scorso mese di luglio.

Esiste poi una contraddizione fondamentale: se io invio a un amico via posta elettronica un file MP3 contenente l’ultima canzone della star del momento mediante un file attachement commetto un reato. Ma, stando a quanto stabilito, ci si dovrebbe solo limitare a prendere atto del fatto che il giorno X io invio una mail a Tizio, non certo del fatto che un allegato (che in quanto tale è "contenuto", parte integrante della comunicazione) contiene quei determinati dati protetti. Punto e basta.

Il peso delle major è evidente, e gli obiettivi pure. Non si tratta di difendere un sacrosanto diritto degli autori a percepire il compenso per la propria opera, e nemmeno di combattere la pirateria musicale o cinematografica su un piano sistematico. Si tratta di conservare degli interessi (certamente cospicui, e altrettanto certamente mastodontici rispetto al diritto d’autore) e di colpire direttamente il p2p. Che, di per sé, è una tecnologia soltanto buona (chi mi impedisce di scambiare con altri le mie foto o i miei scritti?), ma che viene vista come il diavolo di turno in una ossessiva ed inquietante caccia alle streghe.

Bisognerebbe anche dire che usare i dati dell’antiterrorismo nei confronti di chi si scarica Eros Ramazzotti è come curarsi un brufolo in fronte con la ghigliottina. Ed è esattamente quello che stanno facendo.

Valerio Di Stefano – La SIAE rimborsa gli autori fotocopiati. E gli altri?

E’ in corso da parte della SIAE il rimborso dei mancati diritti d’autore nei confronti di tutti gli autori e gli editori di cui sono state fotocopiate le opere nelle copisterie o nelle biblioteche pubbliche, private e degli atenei.

Lodevole iniziativa, ma è estremamente prevedibile che l’azione, più che a tutelare gli Autori, vada ad esclusivo beneficio degli iscritti alla stessa SIAE.

Dal sito internet dell’associazione si legge: "La SIAE è la Società Italiana degli Autori ed Editori. La sua funzione istituzionale è la tutela del diritto d’autore. La SIAE amministra le opere di oltre 71.000 aderenti facendo sì che per ogni sfruttamento di un’opera sia corrisposto all’autore e all’editore un adeguato compenso." In breve, chi rimborserà il laureato la cui tesi di laurea è stata fotocopiata (a buon diritto) da chi ha pagato una copisteria fior di quattrini per il servizio? E quali e quanti diritti incasserà il professore universitario che, per rendere la sua opera disponibile al maggior numero di studenti, la fa pubblicare dalla tipografia locale a costi contenuti, ma non può accontentare le richieste di un numero alto di studenti? 

Il diritto d’autore di tutti continua ad essere calpestato a favore dei privilegi d’autore di pochi.

Valerio Di Stefano – Due in uno e non chiami il 119

L’opzione “2 in 1” di TIM continua a fare acqua da tutte le parti. Come è noto l’offerta del maggior gestore italiano per numero di utenti, consente di accorpare due numeri nella stessa scheda TIM e di ricevere ed effettuare chiamate dal numero principale (che, per comodità, viene chiamato “numero A”) e da quello secondario (“numero B”), con la possibilità di tenerli accesi entrambi o lasciare uno dei due numeri spento in ricezione.

Valerio Di Stefano – SMS elettorali: come sono andate le cose

L’invio di milioni di SMS agli utenti dei principali gestori di telefonia mobile su disposizione del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio dei Ministri fa ancora discutere.

 

Sono in molti gli utenti che, vedendosi giungere -in un orario decisamente poco "ortodosso" per questo tipo di comunicazione- il comunicato con l’invito a recarsi alle urne e i relativi orari di apertura e chiusura, continuano a vedere calpestato il loro diritto alla privacy, lamentandosi dell’invadenza di questo tipo di comunicazione.

 

Dopo il risultato elettorale conviene vedere ciò che è veramente accaduto e come stanno effettivamente le cose, per trarre delle conclusioni più mirate su quello che è e rimane un fatto grave.

 

In primo luogo, occorre sgombrare il campo da un falso problema che, pure, ha distratto molti: chi ha datto alla Presidenza del Consiglio il mio numero di telefono? La risposta è: nessuno. 

Non si tratta, come è stato erroneamente interpretato da più parti, di una acquisizione di dati per un invio sistematico di SMS, bensì una disposione del Ministero dell’Interno nei confronti di Tim, Vodafone, Wind e 3, di inviare ai propri abbonati un SMS informativo sulla base di un modello precostituito (circostanza che spiega la presenza di alcune varianti di testo a seconda dei differenti gestori di telefonia mobile). Ecco il testo del decreto:

 

"I fornitori di servizi di telefonia mobile sono tenuti ad inviare, anche in deroga alle norme vigenti, a tutti gli abbonati e e titolari di carte ricaricabili un messaggio SMS relativo alle gironate e agli orari di svolgimento delle operazioni di voto per le elezioni del 12 e 13 giugno secondo il fac-simile allegato. Il messaggio dovrà essere inviato una sola volta entro e non oltre le ore 24 di venerdì 11 giugno."

 

La prima conclusione che si può trarre è che nessuno, se non il gestore di telefonia mobile del numero destinatario è il titolare dei dati personali interessati.

 

Ne consegue che chiedendo al responsabile del trattamento dei dati (che non è la Presidenza del Consiglio, ma Tim, Vodafone, Wind, 3 o chi per loro) la cancellazione del nostro numero di telefonia mobile dal proprio database l’effetto sarebbe stato quello della cancellazione dell’utenza e non quella del ripristino di una situazione di normalità in seguito a un abuso (vero o presunto tale). Un atto di prepotenza di non poco conto, non ci sono dubbi.

 

La seconda conclusione riguarda il fatto che il decreto del governo scavalca, con altrettanta prepotenza, le leggi in vigore. Colpisce, soprattutto, quel "anche in deroga alle norme vigenti", che spazza via d’un sol colpo la figura del Garante della Privacy a cui il cittadino avrebbe potuto rivolgersi per tutelare i suoi diritti.

 

Il contenuto del messaggio non ha certamente quelle caratteristiche di urgenza e di comunicazione per motivi gravi di emergenza civile o sanitaria, per cui non è previsto il rilascio del consenso da parte dell’interessato. In questo senso le giustificazioni addotte nel decreto appaiono quanto meno discutibili. Il decreto infatti riporta:

 

"la non sufficiente conoscenza da parte degli elettori delle novità introdotte sulle giornate e gli orari di voto per le prossime elezioni europee ed amministrative, potrebbe realisticamente comportare nella serate di domenica, il verificarsi di affollamenti ai seggi con conseguenti ritardi nella chiusura delle operazioni di voto"

 

E’ pur vero che è stata introdotta una novità, quale quella del voto nel pomeriggio di sabato 11 giugno, ma l’informazione in merito è stata indubbiamente sufficiente (radio, televisione, tv, giornali, organi di partito e neutrali) e tale da non indurre in errore nessuno. Quanto agli affollamenti nella serata di domenica, è logico che chi si sia trovato alle ore 22 nei locali del seggio sia stato ammesso a votare.

 

Non è chiara questo eccesso di prudenza da parte del Governo, considerato che spesso è la disaffezione alla partecipazione politica l’unico fattore che determina questo tipo di ritardi, non certo la mancata informazione, più o meno capillare che sia. E questo tipo di disaffezione non è un fattore che si cura con l’invio di milioni di SMS.

 

Altre giustificazioni di scarsa giustificazione logica potrebbero essere "che tali affollamenti potrebbero provocare, come già accaduto in analoghe circostanze, disagi e turbamenti sotto il profilo dell’ordine pubblico". Ma ce li vedete gli italiani che si picchiano per dire "Vado a votare prima io… No, prima io"?

 

"In presenza dei richiamati disagi e ritardi, potrebbero pervenire i primi risultati di scrutinio dagli altri Paesi dell’Unione Europea mentre in Italia sono ancora in corso le operazioni di voto": in realtà i risultati di altri Paesi dell’UE, che davano come linea tendenziale una sostanziale sconfitta delle rispettive forze di governo, erano già arrivate in Italia nella giornata di domenica sotto forma di exit-poll, e diffuse dai principali organi di comunicazione.

 

Dunque, quell’SMS è il frutto di una azione prepotente ed ingiustificata, ma legale. Ovviamente la sua legalità deriva a sua volta da un’azione di prevaricazione (il decreto è uscito il 9 giugno scorso) su tutte le leggi esistenti e sugli organismi che sono deputati al loro rispetto e alla loro applicazione. Ma l’utente finale può farci ben poco, giacché, a quanto pare, nessuno dell’opposizione si è accorto del passaggio di questa normativa (e questo è un fatto grave), per poterla denunciare in tempo utile.

 

Molti hanno considerato il messaggio erroneamente "anonimo", solo per il fatto di non poter accedere al numero del mittente, contribuendo così a gettare ulteriore ed ingiustificato discredito sull’anonimato nelle comunicazioni via SMS che resta un diritto del cittadino e non un’arroganza dei poteri costituiti.

 

E’ una conclusione affrettata comprensibile, anche se non giustificabile. La rabbia e il senso di invasione che si prova in certi casi può indurre a riflessioni affrettate.

 

Ma occorre capire bene come stanno le cose per non rischiare di buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Tenendo conto che si è aperto, comunque, un pericoloso precedente che non tarderà ad essere imitato da governi di qualsiasi razza e colore politico essi siano.

 

Più che quelle della protesta, dunque, le vere armi a disposizione del cittadino sono l’informazione e la conoscenza.