Il WRTH

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Non c’era verso. Dovevo sapere.

Avete presente quando siete in preda all’entusiasmo per qualcosa (che so, la cucina siciliana, Arduino, il cinema di Nanni Moretti, lo yoga, la meccanica quantistica…) e avete bisogno di sapere TUTTO, ma proprio TUTTO sull’argomento? Ecco, a me successe la stessa cosa con la radio.

Ormai sapevo che molte emittenti di Stato, avevano un servizio per l’estero in svariate lingue. Siccome le lingue le studicchiavo (con una certa idiosincrasia per l’inglese, certo, lingua senza flessione verbale, e, quindi, nel mio immaginario, si trattava di una non-lingua), voleva avere anche la possibilità di esercitarle attraverso il mezzo che andavo via via scoprendo, e con sempre maggiore interesse.

Mi chiedevo: se ascolto Praga e Pechino in italiano, vuol dire che ci saranno altre stazioni che trasmettono in altri idiomi. Già, ma quali? E a che ora, in quale lingua, e su quali frequenze? Posso ascoltarle anch’io con la radio della nonna (mia nonna Tomassina, da parte di padre, non la nonna Angiolina della Corrida) o ho bisogno di qualche miracolo?

La soluzione c’era.

In una delle ultime trasmissioni del servizio italiano della BBC avevo appreso che esiste un volume, pubblicato annualmente, che riportava tutti i dati di cui avevo bisogno.

Si chiamava (e si chiama ancora, visto che le pubblicazioni non sono cessate) WRTH, che è l’acronimo di World Radio and Television Handbook. C’era veramente tutto quello che necessitavo. Inclusi gli indirizzi delle stazioni. Buono a sapersi.

Il guaio (guaio?) è che il libro (che i radioappassionati chiamavano la Bibbia, per l’autorevolezza dei suoi dati) veniva pubblicato in Danimarca. Costava anche qualche bel soldino. Per cui mi misi a fare ripetizioni di tedesco a una ragazzina molto intelligente ma svogliata, per potermi permettere l’agognato acquisto. La necessità aguzza l’ingegno, come si suol dire.

Una volta venuto in possesso del valsente, regolarmente percepito in nero e in lirette sonanti e ballanti, secondo il bieco principio del pochi, maledetti e subito, mi recai all’Ufficio Postale per affrontare una delle avventure più impegnative del mio nuovo donchisciottesco hobby: il vaglia postale internazionale.

Ricordo ancora che il Direttore, un uomo grande e grosso, nonché di animo buonissimo, mi chiese se fossi sicuro di quello che stavo facendo. Trasferire denaro dall’Italia alla Danimarca mica era uno scherzo! C’era da convertire la valuta locale in corone danesi e scrivere il corrispettivo in francese su un modulo di un terribile color rosa. Il francese era la lingua franca e veicolare dell’Unione Postale Universale.

Non c’era l’Unione Europea, e men che meno l’euro. Esisteva, comunque, una valuta di passaggio, l’ECU, di cui non erano disponibili banconote e monete, ma che alle poste veniva usata quotidianamente per le transazioni internazionali. Ogni giorno usciva il bollettino, affisso regolarmente nell’ufficio, in cui ti davano il controvalore in lire. E beata l’anima di Robert Schumann (l’economista, non il compositore).

Ci mettemmo un’ora e più a fare quel maledetto vaglia. Totale della spesa, inclusi gli oneri postali, 50.000 e rotte delle lire di allora. E uno sguardo assassino del Direttore, pugnalatomi in pieno petto da dietro i suoi occhialini da presbite.

Quando il libro arrivò, mi immersi nella sua lettura come se non ci fosse un domani. E’ incredibile come ci si possa immergere in una risorsa simile all’elenco del telefono. Numeri, tanti numeri. Frequenze, potenze dei trasmettitori, tutto suddiviso per nazioni e continenti. Mi sembrava fatto benissimo, non staccavo gli occhi da quelle pagine.

Una delle prime sezioni che consultai fu quella dedicata all’Italia. E sì, appresi che anche la RAI trasmetteva per l’estero in un maremagnum di idiomi, dai più ai meno diffusi, dal suo centro di emissione in onda corta a Prato Smeraldo. Mi saltò l’occhio su un particolare: trasmettevano persino in maltese. Un quarto d’ora al giorno. Quando si dice la generosità! Ero curiosissimo di sentire come suonava il maltese. Allora mi sintonizzai, ma le mie aspettative andarono ben presto deluse. Datosi che avevano una temporanea mancanza di locutori in lingua maltese, sostituivano provvisoriamente il programma previsto con una trasmissione in italiano. Quasi uguale. Bello, però. In Italia abbiamo i locutori, mica gli speaker. A distanza di tutti questi lustri, mi risulta che non vi sia ancora alcun locutore di madrelingua maltese alla RAI. Le temporaneità è un concetto molto relativo, anche nel mondo della radio.

Un’altra lingua che mi interessava era l’esperanto. Anche lì flessione verbale zero. Però mi era più simpatica del maltese. Trasmettevano nella lingua di Zamenhof Pechino, Cuba e perfino la Radio Vaticana. Mi chiedevo cosa spingesse il governo di Sua Santità o quello del Comandante Fidel Castro a spendere soldi per trasmettere in una lingua usata come veicolo di comunicazione da appena due milioni di persone nel mondo. Idealismo, probabilmente. L’esperanto è sempre stato associato a istanze libertarie ed anarcoidi. Era bello sapere che anche Giovanni Paolo II ci credeva. Anche se sentir parlare in esperanto non è che sia una delle esperienze uditive più gratificanti. Ci sono solo parole piane. Le tronche e le sdrucciole non esistono, quindi è un po’ monotono.

Ma quel libro era un pozzo di San Patrizio di informazioni. In Italia esistevano delle stazioni che trasmettevano clandestinamente sulle onde medie. Qualcuna, più azzardosa, anche sulle onde corte. Il fascino dell’illegalità era ben presente, e l’Escopost no. O, quanto meno, non ancora.

Dagli Stati Uniti era inoltre possibile ascoltare una stazione che si chiamava WYFR. Va detto che negli Stati Uniti la maggior parte delle stazioni radio non ha un nome, come da noi. Non si chiamano Radio Pinco o Radio Pallino. Hanno delle sigle. Che cominciano (quasi) tutte con W. Il resto ognuno se lo può scegliere come gli pare, se non è stato già registrato. Come le targhe delle autovetture. YFR stava per Your Family Radio. Ma che bello, una radio per famiglie che trasmetteva per l’Italia! Quanto meno consolante, ma estremamente deludente all’ascolto. Si trattava infatti di una stazione religiosa che trasmetteva letture bibliche e sermoni come raffiche di mitra ad altezza d’uomo. La redazione italiana era composta da un solo membro, un pastore protestante di origini lucchesi, che parlava un misto di toscano e inglese-americano che trovai insopportabile. Faceva tutto lui, del resto, poveraccio, e non c’era proprio necessità di fargliene una colpa. Registrava i programmi, rispondeva alle lettere, confermava i rapporti d’ascolto, ti inondava la cassetta delle lettere di opuscoletti e trattatelli, prometteva salvezza e inferno a seconda delle tue scelte, tuonava contro la pornografia, insomma, lavorava in multitasking. La traduzione della Bibbia (quella vera, intendo, non il WRTH) che usava per mandarti a friggere in tutte le padelle dell’inferno era quella storica di Giovanni Diodati, per cui le trasmissioni erano infarcite di linguaggio sei-settecentesco e si potevano udire espressioni come “allor, ognor, imperocché, in perciò sia cosa che” e così via. Vintage e inquietante al tempo stesso.

La sezione della Corea del Nord era particolarmente esigua ma molto interessante. Radio Pyongyang esisteva e io la volevo. Trasmettevano in quattro o cinque lingue, quelle principali. Al di fuori delle bande assegnate a questo tipo di servizio, perché loro erano originali. Ogni giorno riempivano l’etere con le loro sparate e le lodi sperticate al compagno Kim-Il Sung, a suo figlio Kim Jong-Il, suo successore ed erede, e a tutta la dinastia millenaria dei Kim. Scrissi anche a loro, come è ovvio, mi mandarono un librettino con un discorso di Kim-Il Sung tradotto in francese, che conteneva la terza pagina con l’effigie del Padre della Patria coperta da una intercapedine di carta velina, quasi a volerne preservare la sacralità. Poi non ne seppi più nulla. Ma so per certo che esistono ancora, anche se per sentirli bisogna un po’ ingegnarsi con l’antenna.

Quella più imponente era la sezione dedicata a Radio Mosca (oggi Voce della Russia). Il numero delle lingue in cui trasmetteva era impressionante. C’era perfino un programma in guaraní, lingua indigena dell’America Latina, un altro in quechua, altri ancora in urdu, swahili e chissà cos’altro diavolo mai. Un mio amico prete di allora, che aveva fatto il missionario in Sud America, mi disse che per perfezionare la sua conoscenza della lingua locale ascoltava Radio Mosca tutti i giorni perché parlavano un guaraní perfetto. Contento lui!

Con quel volume feci il giro del mondo in 500 pagine. L’un lito e l’altro vidi, infin la Spagna, fin nel Morrocco e l’Isola de’ Sardi… e mi veniva in mente Ulisse, il suo peregrinare, e Dante che ne scriveva in endecasillabi.

Ma il libro ormai era mio e non sarei mai più sceso a compromessi.

Radio Pechino e gli IRC

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La seconda stazione in lingua italiana che ascoltai fu la BBC da Londra.

Fu un amore breve e indolore, il servizio per l’Italia chiuse dopo pochissimi mesi ed ebbi solo modo di scambiare coi redattori qualche parola di convenevoli.

Ma fu da loro che appresi che esisteva un’altra emittente che trasmetteva nella nostra lingua, da Pechino.

Mi sembrò stupefacente, assolutamente incredibile. Mi domandavo cosa gliene fregasse ai cinesi di parlarci, di estendere un servizio del genere proprio per gli italiani. Armamentai baracca e burattini e dopo svariati tentativi dovuti più all’inesperienza che ad altro, una sera riuscii a sintonizzarli.

Trasmettevano una ricetta della cucina cinese, chiedendo venisse aggiunta “una abbondante dose di glutammato” alla base del pollo (che non ricordo più in quale maniera venisse cucinato) e una lezione del loro corso di lingua cinese, di cui non capii un accidente di niente, un po’ per idiosincrasia, un po’ per celia, un po’ per non morire, un po’ perché non me ne è mai fregato a sufficienza di imparare il cinese.

Ma ce n’era abbastanza per contattarli. Ricordo che redassi una letterina del tutto entusiastica, e magari un po’ ruffiana, e il solito rapporto di ricezione. Ormai ci stavo prendendo la mano.

Per risparmiare sull’affrancatura esisteva il servizio (adesso abolito) dell’invio della posta per via di superficie. Se non avevi fretta e non era necessaria la via aerea bastava scrivere sulla busta Surface Mail e si pagava una tariffa minima per tutto il mondo. Già mi immaginavo che la mia letterina viaggiasse a dorso di mulo per tutta l’Asia, attraversando la Steppa infinita, poi lungo il Katai, giungendo fino alle porte dell’Impero, dove un messo dell’Imperatore l’avrebbe trasportata a cavallo fino alle porte della radio, nella Città Proibita. Insomma, prima di me solo Marco Polo.

E poi non volevo che spendessero dei soldi per rispondermi. Una soluzione c’era. Andare al negozio di filatelia, gestito da un simpatico vecchietto che aveva speso tutti i suoi averi e la sua vita in Gronchi Rosa e monete rare, ed acquistare dei francobolli cinesi comuni, quel tanto che bastava per una affrancatura. Già, ma a quanto ammontava una affrancatura delle poste cinesi per una lettera via aerea per l’Italia? Perché la mia missiva poteva anche giungere con comodo, ma la loro risposta la volevo rapidamente, anche per non fare troppo il pidocchioso.

Avevo sentito dire che alle poste vendevano degli IRC. Cavolo erano gli IRC lo sapevano solo tutti i Santi del Paradiso! Mi informai rapidamente e mi fu detto che IRC era l’acronimo di International Reply Coupon, ovvero Buono di risposta internazionale. Era un affarino minuscolo che si comprava, si allegava a una lettera e il destinatario poteva convertirlo in una affrancatura, nel paese di destinazione, per una risposta per via di superficie, appunto.

Ne comprai subito uno e lo pagai un botto. Ma chi se ne fregava, tanto per cambiare? Ero felice di poter fare bella figura.

Mi risposero in fretta (beh, diciamo quel mesetto e mezzo necessario a uno scambio epistolare del genere) e nell’aprire la busta piena di ideogrammi mi cadde per terra l’IRC che avevo mandato. Pensai subito che si fossero offesi e che mi annunciassero che due miliardi di cinesi stessero per saltare dalla sedia nello stesso momento provocando un terremoto in Occidente. Invece era una lettera tutta gentile. Erano contenti di aver guadagnato un nuovo affezionato ascoltatore, di aver ricevuto sue notizie, mi ringraziavano caldamente per il pensiero della risposta pagata, ma mi dissero che il Grande Popolo Cinese era orgoglioso di pagare, coi propri tributi all’economia nazionale, un francobollo per una risposta a un amico come me.

Ripiegai la comunicazione, scritta a macchina con inchiostro blu su carta velina, e mi misi ad esaminare il contenuto del resto dell’invio. C’era un segnalibro senza infamia e senza lode (grazie, comunque!) e una stampa su carta sottilissima di una sorta di drago (cinese, immaginavo) intagliato in una carta variopinta. Dopo due giorni mi arrivò un’altra bustona contenente un numero della rivista (un’altra!) La Cina, con viste mozzafiato della Grande Muraglia e le solite ricette di cucina locale. Io a malapena avevo assaggiato il pollo alle mandorle (un signor piatto!) e vedere le immagini dell’anatra laccata alla pechinese mi faceva venire l’acquolina in bocca. C’era anche il volumetto di supporto alle trasmissioni del maledetto corso di lingua cinese, un coso verde mal stampato su una carta che si sfaceva appena lo prendevi in mano e lo sfogliavi.

E mi ricordai i versi di quella canzone di Battiato che dicevano

La Cina era lontana,
l’orgoglio di fantastiche operaie
che lavoravano la seta.
Le biciclette di Shanghai…

Solo che quella canzone si intitolava Radio Varsavia. Avrei ascoltato anche quella, di lì a poco. La radio, non la canzone, quella la sapevo già a memoria.

E invece per me la Cina non era mai stata tanto vicina. Mi bastavano una vecchia radio, un po’ di buona propagazione, la mia macchina da scrivere, qualche spicciolo in tasca (gli studenti di liceo, si sa, non è che ne abbiano molti) e un qualsiasi ufficio postale a portata di mano. Con un po’ di allenamento e confidenza con le tariffe, sarebbero stati sufficienti anche la buca delle lettere vicina al bar sotto casa e il relativo tabaccaio. Ero molto più in contatto col mondo standomene nella mia cameretta, tappezzata di una carta da parati giallina che si scollava solo a guardarla, che non andando a giocare una partita a flipper al bar con gli amici. E va da sé che mi è sempre piaciuto il flipper.

La mia fidanzatina di allora cominciò a chiedersi (ma non a chiedermi) cosa fossero mai tutte quelle cartoline strane che mi arrivavano, e a pensare che sì, forse ero effettivamente diventato un po’ scemo. Ma erano solo gli inizi di una lucida follia radiofonica che mi avrebbe portato lontano.

Radio Pechino, oggi, non si chiama più così. Peccato, perché era un nome esotico e romantico insieme. Ora si chiama Radio Cina Internazionale, e non è raro (anzi, è frequentissimo) trovarla sulle onde corte, in inglese o in qualche lingua esotica. Praticamente sono rimasti solo loro a trasmetterci.

In una delle loro tante lettere successive mi allegarono anche una copia del libretto rosso dei pensieri di Mao, quello che gli operai cinesi portavano nel taschino della casacca. Era tradotto in italiano da una certa Società Editrice in lingue estere ed era molto bello da vedere, nonostante la rilegatura in pura similiplastica. Mi venne buono per riparare la zampa di una sedia che avevo e che traballava sempre. Un po’ mi spiacque per averlo utilizzato un modo così volgare e prosaico.

Ma, tanto per cambiare, la felicità traboccava. E io non avrei voluto altro.

QSL

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Il termine “QSL” nel gergo radioamatoriale (che è una vera e propria lingua fatta di pochissimi elementi che si ripetono) significa propriamente conferma o approvazione.

In un dialogo tra radioamatori patentati che si collegano via etere non è raro sentire una frase in inglese del tipo

“Can you give me QSL, please??”

cioè puoi darmi conferma, o un ok? (su quello che ti ho detto, anche per chiedere se si è compreso bene).

La prima QSL della storia della radio fu un colpo di schioppo. Guglielmo Marconi stava conducendo degli esperimenti sulla sua invenzione, la radiotelegrafia senza fili. Per provare i suoi apparecchi decise di portare l’unità dietro la collina vicino cui abitava, e pregò un contadino di stare bene in ascolto. Se avesse sentito tre segnali in rapida successione (la lettera s in codice Morse) avrebbe dovuto sparare un tiro in aria per confermare che tutto era andato per il meglio, e che l’esperimento aveva avuto esito positivo.

Il colpo ci fu. La radio funzionava. E anche lo schioppo del contadino.

Col tempo, la QSL si è trasformata in un gesto di cortesia. Adesso i radioamatori si mandano una cartolina a conferma e ricordo dell’avvenuto collegamento.

Per le stazioni internazionali di radiodiffusione era assai diverso. Quasi tutte inviavano la cartolina QSL, tranne Radio Tirana, che a me non ha mai confermato un bel tubo di nulla. La gente ne faceva collezione, e le radio straniere ne stampavano di ogni tipo e con ogni illustrazione. Si andava dalle vedute dei paesaggi alle riproduzioni fotografiche dei monumenti storici, dalle riproduzioni di quadri sconosciuti di artisti sconosciuti alle fantasie grafiche più disparate del momento.

E c’era anche chi faceva di tutto per accaparrarsi più contatti possibile.

La radio danese, per esempio, stampò sei cartoline che. riunite insieme in un rudimentale puzzle, avrebbero dovuto comporre un’opera artistica. Solo che le mandavano a casaccio, così, alla sans-façon, quindi era molto difficile completare la minicollezione. Ti capitavano sempre dei doppioni. Inoltre il quadro era davvero molto brutto e non ne valeva la pena.

L’emittente religiosa tedesca Evangeliums Rundfunk, dal canto suo, siccome i protestanti se ne devono sempre inventare una, si inventò una cartolina QSL di forma rotonda, precisa come l’O di Giotto. Siccome in Italia la stazione si riceveva molto bene, l’ottenni, ma dovetti pagare una tassa alle poste italiane perché il formato era irregolare qui da noi e non si sapeva quale angolo dell’invio dovesse rientrare nelle dimensioni minime e massime dell’ormai dimenticato “bustometro”.

Radio Sweden International bandì addirittura un concorso grafico tra i suoi ascoltatori per il disegno di una QSL che avesse come motivo la sua storica cattedrale. Vinse un italiano e fu un orgoglio per tutti.

Poi c’era chi organizzava delle gare a premi. Radio Berlino Internazionale aveva dei veri e propri “livelli” tra i suoi ascoltatori. Chi aveva ricevuto cinquanta QSL era un novellino, chi duecento già era un po’ più su. E così via. Fino ad arrivare a cinquemila cartoline ricevute, che era la punta massima dell’apoteosi. Solo che chi è che aveva la pazienza di mandare cinquemila rapporti di ascolto e tutti quei denari da sperperare in spese di invio? Solo un folle. E infatti un folle lo trovarono, un tizio degli Stati Uniti che, unico fra tutti, raggiunse l’ambito titolo. Credo che l’abbia arrestato l’FBI. O che sia stato assoltato dalla Stasi della RDT.

La QSL era un trofeo da esibire agli amici, che tuttavia, sia pure interessati con le migliori intenzioni alle nostre attività di ascoltatori, non ci capivano una veneratissima di quello che facevamo.

“Guarda questa, mi è arrivata oggi da Mosca!”

“Bella, ma come funziona?”

“Eh, io ho ascoltato Radio Mosca, poi ho scritto a Radio Mosca per dire loro che avevo ascoltato Radio Mosca, e loro mi confermano che sì, ho ascoltato effettivamente Radio Mosca!”

“Mah…”

E l’amico allertava regolarmente la neuro perché il radioascoltatore non gli sembrava tanto normale. Eppure era proprio così, né più né meno.

Le QSL, intese come cartoline, non erano null’altro che dei feticci, dei contentini. Esistono ancora, ma oggi, con l’ascolto delle radio in streaming sulla rete, non hanno praticamente più senso. Voglio dire, io lo so che ho ascoltato esattamente quella stazione, c’è scritto sul ricevitore digitale, non ho bisogno di patacche.

E poi c’erano le stazioni andine che non avevano soldi nemmeno per far cantare un cieco, figurarsi per far stampare i gadgets. Oppure quelle che ne stampavano a milioni e mandavano in giro sempre quella, come la Deutsche Welle, che ti rispondeva con un “grazie per averci scritto, ma quello che ci invia non ci interessa” prestampato. E te lo prendevi in quel posto là.

E poi gli allegati, perché non era affatto raro che ti arrivasse la cartolina nuda e cruda. In genere ti ci mettevano sempre qualcosa in più. Una spilletta, un ciondolino, un segnalibro, un calendarietto. Tutto griffato, ovviamente. La stessa Radio Mosca aveva preso a inviare delle spille che riproducevano le decorazioni al merito dei soldati dell’Unione Sovietica. Ti mettevi una di quelle e andavi in giro con l’effigie di Lenin in plastica dorata. Poi ti arrestavano, ma erano soddisfazioni.

L’allegato più ambito di tutti, però, era la “bandierina” (o “il bandierino”, al maschile, come dicevano tutti, o anche “il pennant”, come lo chiamavano altri). Era un’orrenda sottoimitazione di gagliardetto se non in plastica almeno in similstoffa sintetica recante il logo della stazione ascoltata. Di un Kitsch assoluto. I più coraggiosi li mostravano esponendoli in casa, come fanno i cacciatori con le teste di cervo o di daino e le mogli li prendevano a gragnuole di colpi di mattarello sulla zucca.

Come se non bastasse si facevano le gare. “Quanti paesi confermati hai?” E c’era chi arrivava tranquillamente a 150 come se nulla fosse. Qualche club di radioascoltatori organizzavano dei veri e propri concorsi. A seconda di quanti paesi avevi correttamente sintonizzato ti davano un diploma. Non perché avevi studiato, certo. In breve, era più roba da due righe sul Guinness dei Primati che da gente sana di mente. Ma ci si divertiva così.

Per mantenere la corrispondenza con le stazioni radio, che si andava facendo via via sempre più fitta, sempre per una QSL in più, cominciavo a spendere fortune in francobolli. Ma, chi se ne fregava? Ero felice. E siccome tutto ha un prezzo anche, la felicità si paga. Certo, se avessi messo da parte tutti quei quattrini oggi ne avrei qualcuno in più. Fatto sta che il postino e i miei genitori erano sempre più stupiti dal fatto che io ricevessi “tutti quei troiai” da ogni parte del mondo. Altri tempi.

Non avevo idea che tutto quel mondo sarebbe crollato, prima con il muro di Berlino e poi con l’avvento di Internet. But that’s another story.

Radio Praga

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La svolta, se di svolta vogliamo parlare, avvenne una sera di novembre del 1982.

Avevo nel frattempo abbandonato la radiolina a transistor, e mio padre mi aveva autocostruito quello che lui pomposamente chiamava “lo stereo”. Si trattava di un’autoradio con le sole onde medie incastonata in un mobiletto improvvisato e anche un po’ squalliduccio, fatto col compensato ricoperto da una pellicola adesiva di plastica color legno autentico, perché a vederlo così faceva proprio schifo. Una sorta di mano pietosa, via.

Mi ero beccato una delle prime influenze della stagione, e me ne stavo a letto a sudare di aspirine, avvolto nei vapori del Vicks Vaporoub, col mal di gola, la tosse, il raffreddore e 38,5° di febbre. Quando ero giovane ero assai cagionevole di salute, poverino.

Ma radiofonicamente parlando ero molto più scafato. Ascoltavo i notiziari della RAI, e mi piaceva tanto una trasmissione che non dimenticherò, l’evoluzione di quel Chiamate Roma 3131 che fu di Paolo Cavallina, e che veniva prodotta negli studi RAI di Firenze.

Mancavano pochi minuti al GR2 della sera, quando ancora Rai 2 non era diventata quel coacervo di ingenue leggerezze che è oggi e quando faceva ancora informazione, al punto che i radiogiornali duravano mezz’ora.

Mi sintonizzai, anche perché non ho mai sopportato di seguire un programma informativo già cominciato, in genere mi sembra di perdermi il meglio. Sentii la voce di una donna che parlava e, nel delirio della febbre, non ascoltai nemmeno quello che diceva.

Si trattava di un programmuccio in verità piuttosto noioso sulla musica cecoslovacca. Interessante l’argomento ma la conduttrice faceva venire due palle così. L’italiano era perfetto, con qualche timida accentazione forestiera. Mi chiesi perché alla RAI si ostinassero ad assumere dei locutori così.

Ma l’orario canonico del GR2 passò e alle 19,32 quella era ancora lì che parlava in pompa magna di un teatro di Praga appena ricostruito. Mi inquietai un poco. Anche perché io coi segnali orari della radio ci vado a nozze, e ci rimetto perfino l’orologio.

La soluzione era semplice e disarmante allo stesso tempo. Non era la RAI, era Radio Praga, come comprovai dall’annuncio successivo: “Qui Radio Praga. Trasmissioni per l’estero della Radio Cecoslovacca.”

Un colpo al cuore. Praga? E com’è che trasmettono in italiano?

La trasmissione, pur nella calda timbrica delle onde medie, era pulita e comprensibile, senza interferenze. Cosa stava succedendo? Decisi di proseguire nell’ascolto, stavolta con orecchio e attenzione più interessati.

Seguì un programma speciale dedicato ai radioamatori. Un quarto d’ora settimanale, non di più. Era bellissimo, perché consideravano radioamatori tutti quelli che amavano la radio, non solo coloro che avevano ottenuto un’autorizzazione ministeriale e che erano stati abilitati a trasmettere su determinate frequenze specifiche. Ma tutti, tutti coloro che avevano a cuore il mezzo radiofonico, fossero pervasi da una curiosità irrefrenabile di scoprirlo, e, soprattutto, avessero trasformato un’abitudine quotidiana in hobby.

Chiedevano, anzi, incoraggiavano gli ascoltatori a scrivere. Lettere, commenti, opinioni, giudizi sui programmi. Ma, soprattutto, chiedevano di mandare loro delle robe che io non conoscevo, ovvero dei rapporti d’ascolto, brevi e succinte relazioni sulla qualità della ricezione nella propria zona. In cambio loro promettevano di inviare la loro cartolina QSL a conferma della correttezza dei dati tecnici forniti. Chissà che roba era! Inoltre avrebbero inviato a tutti una copia della rivista Vita cecoslovacca, con bellissime foto a colori dei castelli di Boemia in quarta di copertina. Troppa grazia, Sant’Antonio!

Cosa cavolo doveva mettere un povero disgraziato in un rapporto d’ascolto per essere omaggiato di cotanta generosità che, negli anni, avrei scoperto essere pura propaganda di regime? Me lo spiegarono loro. La data e l’ora dell’ascolto (facile!), la frequenza (già più complicato rilevarlo con esattezza), alcuni dettagli del programma, per dimostrare che li avevo effettivamente ascoltati (perché c’era gente che fregava anche su questo, avrei saputo più tardi), il modello di apparecchio usato per l’ascolto e un maledetto codice SINFO che altro non era che una valutazione da 1 a 5 per ogni lettera della parola: Signal, Intensity, Noise, Fading, Overall Appreciation. In pratica, se la ricezione era eccellente, senza interferenze, ben comprensibile e pienamente soddisfacente, bastava mettere un valore di 55555 e si era a posto. Ed era esattamente il mio caso.

Era davvero tutto coì semplice? Essere radioamatori era tutto questo? Pareva di sì.

L’entusiasmo della scoperta e della voglia di esplorare quel mondo mi fece passare la febbre e ogni sintomatologia influenzale in due giorni.

Rimessomi dal crudele morbo, nei giorni della convalescenza mi sedetti davanti alla mia macchina da scrivere, una gigantesca e robustissima Olivetti Lexicon 80 in tungsteno temperato, lasciatami da mio zio Piero in comodato d’uso gratuito, e che ormai era diventata mia per usucapione e scrissi una bella letterina, ripiena delle espressioni del mio stupore. Che li avevo scoperti per caso, che mi era piaciuto il loro programma, anche se non era vero, che ero interessato alle lingue straniere e alla musica classica e un po’ di cose così, cominciando la missiva con l’espressione “Gentili Signori”, che avrei usato tante e tante altre volte di lì agli anni a venire. Faceva figo e dava quel non so che di distacco.

Poi fu la volta del famigerato rapporto d’ascolto. Per essere il primo mi sembrò venuto abbastanza bene. Almeno, non faceva schifo, eccola.

Misi i due fogli in una busta e, dopo averla sufficientemente affrancata (700 lire di allora), la passeggiai fino al prima buca delle lettere a portata di mano. Fece un tonfo sordo nel cadere sul fondo, lasciandomi un senso di attesa.

Nei giorni successivi continuai a seguirli. A parte le quotidiane lodi sperticate al compagno Gustav Husak e quelle ai padri della patria cecoslovacca come Antonin Dvorak e Leos Janacek, c’erano rubriche come “L’economia cecoslovacca”, “L’agricoltura in Cecoslovacchia”, “I giovani cecoslovacchi”, “Novità discografiche cecoslovacche” e quant’altro. Ci mancava solo che istituissero uno spazio dedicato a “Come ci soffiamo il naso in Cecoslovacchia” ed eravamo a posto.

Ma, soprattutto, invitavano ad ascoltare un loro programma definita “speciale” che si chiamava Il giornale della siesta. Lo trasmettevano tutti i giorni alle 14, ed era una trasmissione di dediche per emigrati, cui precedeva un piccolo notiziario. Una serie interminabile di Toticutugni, Albani e Rominepower, Claudivilla, con incursioni sporadiche in Luciano Tajoli, Beniamino Gigli e un giovanissimo Luciano Pavarotti alle prime armi.

Le dediche avevano un tenore vagamente vintage e sapevano di treni carichi di giovani speranzosi in un futuro migliore con le valigie di cartone in mano:

“da Ciccillo che sta a Francoforte sul Meno alla sua Ciccilla che sta a Napule con tanto amore”

oppure

“vorrei ascoltare la canzone ‘Mamma’ di Mario Del Monaco e dedicarla a mamma Assuntina di Caltanissetta che oggi compie 101 anni.” [Salute!]

o ancora

“vulesse sentì’ ‘a pizza, ‘o sole e ‘o mandolino!”

Era tutta roba così, fatta alla buona.

E tra una “Felicità” e una canzone cecoslovacca dal gusto un po’ rétro di interpreti sconosciuti, passarono le tre settimane che mi avrebbero separato dallo squillo di campanello del postino.

“Giovaneeee, c’è un pacchetto per lei. Cosa fo’ glielo lascio qui sulla balaustra??”

Il pacchetto veniva da Praga. Conteneva, oltre all’agognata Vita cecoslovacca anche una breve storia della musica ceca (in Slovacchia non hanno musicisti?) e un misero corso di lingua cecoslovacca, miserabile tentativo di creare una lingua standard. Come il russo. O il cinese.

Avevo fatto bingo!

Come tutto cominciò

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Non lo so nemmeno io quando ho avuto il primo contatto con la radio.

Anzi, con l’aradio, come diceva mia nonna Angiolina, che ne aveva una piccola piccola, alla fine degli anni ’60, di un insopportabile color verde spinacio, ma già a transistor. Tecnologica la nonnetta.

Con lei ogni sabato ascoltavo La Corrida, “dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado, musica di Roberto Pregadio, regia di Riccardo Mantoni. Ricordo ancora a memoria lo slogan della presentatrice nella sigla da plaza de toros. E poi, alla domenica, la replica de Il Gambero, condotto da Franco Nebbia.

Mia nonna Angiolina mi raccontava spesso un aneddoto su suo suocero, che sarebbe il mio bisnonno Napoleone (in casa abbiamo sempre avuto il vizio dei nomi curiosi), morto nel 1941 in preda alla demenza senile, quella che non lascia scampo. Era un uomo lungo lungo e secco secco, dritto come un fuso e dall’età apparente ben superiore a quella anagrafica. Quando in casa era accesa l’aradio, il mio bisavolo, ingravescentem aetatem, ormai fuori di testa, toscano e contadino fino al midollo, osservava:

“Pagherei a sapé’ quanto chiacchiera quello di là!”

Oppure no. Oppure i primi ricordi di un apparecchio radiofonico risalgono alla casa degli altri miei nonni, quelli paterni, abruzzesi, che avevano una Radio Marelli a valvole che è durata decenni, con cui scaldavano, oltre che con la legna, le lunghe serate invernali passate accanto al piccolo caminetto, dove mio nonno Raffaele, buonanima, si “appicciava” una sigaretta di trinciato forte fatta a mano, l’unica della giornata sempre uguale di una vita finita a 58 anni.

Fatto sta che eccomi lì, con una radiolina pietosa a transistor in mano, verso i miei 6-7 anni, in pieno giorno, a girare la manopola della sintonia, per ascoltare ora Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni, ora la Hit Parade con quel gran brav’uomo che fu Lelio Luttazzi.

Passavo allegramente da Max Vinella e Scarpantibus a Claudio Baglioni e Lucio Battisti. O Mina. Oppure quei gruppi anni ’70 che avevano nomi rassicuranti e infantili, come i Vicini di casa, i Collage, i Santo California, il Giardino dei semplici e i miei preferiti, gli Alunni del Sole che pareva avessero tratto il loro nome collettivo dal titolo di un romanzo di Giuseppe Marotta, nientemeno.

Ma la maggior parte del mio tempo preferivo passarla su Radio Montecarlo, che sulla costa tirrenica arrivava a bomba anche di giorno.

Era un maremagnum di scoperte, un pozzo di San Patrizio, una cornucopia che elargiva buona musica, ma soprattutto tanta, tanta compagnia. Nomi come quello di Roberto Arnaldi (che fu anche eccellente paroliere e traduttore dal portoghese), Luisella Berrino, Awana Gana (ma come faceva uno a chiamarsi così?), Barbara Marchand, Ettore Andenna, erano molto più che meri dati anagrafici personali, erano amici, presenze quasi fisiche, tangibili. Accostavi la mano all’apparecchio e li potevi quasi toccare, tanto erano vivi.

Ma non potevi vederli, disdetta infame. Chissà come sarà Luisella? E Robertino? Avevi voglia e bisogno di dare una fisicità a qualcosa che era solo voce. Per cui, un giorno si decisero a stampare le loro fotografie e ad inviarle su richiesta agli ascoltatori. Bastava mandare una cartolina postale (esistono ancora) a un indirizzo semplice semplice: Radio Montecarlo – Montecarlo – Principato di Monaco. Urka! Ma come fa ad arrivare una cartolina a quell’indirizzo lì se non c’è nemmeno la via? E se il postino si sbaglia? E se torna indietro? Sono domande inquietanti, per legge naturale a quell’età. E che francobollo ci vorrà per il Principato di Monaco? Dove si trova? Oltre Ventimiglia? Ma Ventimiglia è lontana, dall’altra parte della luna.

E poi c’era lui, il mattatore assoluto, il genio, la sregolatezza (ma soprattutto il primo): Herbert Pagani. Riusciva a passare dalla conduzione di un programma musicale a quella di uno spot pubblicitario per la Muratti Ambassador (e chi le fuma più?) una sigaretta “ricca, rara, ricaricante”. Potevano permettersi il lusso di reclamizzare le sigarette perché si trovavano all’estero e se ne fregavano delle leggi italiane perché trasmettevano da uno stato minuscolo e ricchissimo. Qualcuno vociferava che arrivassero perfino a Napoli. Sulla costa adriatica no, lì si ascoltava Radio Capodistria, e io mi immaginavo gli adriatici così tristi e mesti, perché non avevano nessuno, tranne il Maresciallo Tito, che alla mattina desse loro la sveglia con un po’ di carica e di buonumore.

Ma mentre io queste cose non le sapevo, nella sua variegata attività di show-man ante litteram, Herbert Pagani componeva capolavori assoluti da chançonnier francese. Travolgente il successo di Albergo a ore, storia di una coppia di amanti che si suicidano in una sudicia stanza di un alberghetto di terza categoria. Sono cose che non te le scordi più, è peggio del fenomeno dell’imprinting di Konrad Lorez.

Radio Montecarlo aveva un difetto, chiudeva le trasmissioni alle 19,30. Dopo subentrava una noiosissima programmazione in italiano di carattere religioso in cui per un quarto d’ora interminabile ti dovevi sorbire i sermoni di qualche pastore protestante con l’accento americano, che si atteggiava a fare il Billy Graham de noàntri, promettendo bibbie e salvezza.

Poi, di colpo, staccavano i trasmettitori. Li spegnevano, cioè. E allora, soprattutto d’inverno, quando era buio, cominciavano ad arrivare fischi distorti, interferenze, voci in lingue sconosciute. L’inizio di un’avventura interminabile che sarebbe cominciata solo svariati anni più tardi.