Greta: tutta la verità in un tweet

Ah, beh, allora…

Io non so se la bambina che Salvini ha preso in braccio e portato sul palco della Lega riunita a Pontida sia o meno una di quelle elencate nel caso Bibbiano. Non so nemmeno se “Greta” sia il vero nome della bambina e se Salvini, còlto probabilmente da un momento di rispetto delle forme e delle apparenze, abbia voluto usare questo nome per preservare la minore dall’identificazione (fatto sta che l’ha mostrata pubblicamente). Non so che senso abbia il tweet di Selvaggia Lucarelli e che cosa voglia dimostrare (i soliti debunker di Stato sono all’opera per spulciare i documenti del caso Bibbiano e per vedere quante volte vi compaia il nome “Greta”) né che tipo di informazione voglia dare. So solo che mi disgusta l’uso dei bambini, soprattutto se portatori inconsapevoli e certamente innocenti di una situazione sociale delicata, a fini di propaganda politica. “Greta” avrebbe potuto essere tranquillamente Matilde, Alessandra, Roberta, Marisa, Clotilde o chissà che cos’altro. Potrebbe essere stata strappata dall’affetto dei suoi genitori o avere una famiglia felicissima che vota Lega, è felicemente razzista e salviniana, ed è orgogliosa di avere affidato la figlia alle braccia forti e rassicuranti del Capitano. Mi diede da pensare, tempo fa, anche la foto di Bersani con in braccio una bambina di colore. A che serve?? Cosa ne sanno i bambini delle logiche politiche di intenerimento dei cuori del proprio bacino di votanti che sottendono a queste operazioni bieche e deprecabili? Nulla. Sono lì, inermi, impossibilitati a reagire e a dire la loro, mentre il solito giornalismo di maniera tipico di una rete ormai marcita fino al midollo nella propria sete di trovare la notizia che corregge la non notizia a tutti i costi, e che vede bufale per ogni dove, fa suoi stilemi e uscite sensazionalistiche grondanti di retorica e di inutilità fattuale. Facciano pure, Lorsignori, ci abitueremo anche alla nausea persistente che ci causa questo modo di fare informazione. Ma nella politica i bambini non devono entrare.

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Se avessi il cancro

  • Se avessi il cancro, la prima cosa che fare sarebbe quella di chiedere ai medici che mi hanno in cura quanto tempo mi resta da vivere e dimezzarlo;
  • probabilmente farei testamento, o forse anche no;
  • sarei molto più scorretto da malato di quello che sono stato da sano, per cui probabilmente commetterei qualche reato in più, confidando nel fatto che anche un cancro ha la sua prescrizione;
  • se avessi il cancro non mi illuderei mai di poter guarire. Guarderei alla mia vita come a un’esperienza conclusa;
  • se avessi il cancro dormirei molto di meno e cercherei di sfruttare per quello che è possibile il tempo che mi rimane a disposizione per fare delle cose utili;
  • probabilmente (de)scriverei la mia esperienza sul mio blog;
  • mi metterei a leggere i libri che leggo la sera a mia figlia e a registrare tutte le mie letture in modo che mia figlia possa avere le letture del suo papà anche quando lui non ci sarà più;
  • regalerei copie piratate dei miei dischi ai miei amici (potrei regalare gli originali, ma che soddisfazione ci sarebbe a morire senza prima delinquere un po’?);
  • direi esattamente quello che penso ai politici che (non) mi rappresentano;
  • diffamerei pesantemente una decina di persone che mi stanno pesantemente sulle scatole;
  • cercherei di fare in modo di non effettuare NESSUN lascito a NESSUNA associazione per la lotta contro i tumori;
  • se avessi il cancro vivrei i miei ultimi giorni sapendo che la vita è solo questo, andare verso la morte;
  • ma soprattutto, mi farei una padellata mostruosa di cazzi miei.
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Per veri “Mampfiosi”

Gioco di parole della catena austriaca di McDonalds che propone un panino “all’italiana” in una linea di prodotti in promozione denominata “Italian Summer” (estate italiana) e definendolo una specialità “Per veri Mamphiosi”, giocando sul significato del verbo tedesco “mampfen” (ovvero mangiare smodatamente, velocemente, divorare, o magari anche “sbafare”) e l’assonanza con la parola italiana “mafiosi” (assunta ormai a valore di internazionalismo) ben conosciuta anche a un parlante di lingua tedesca.

Divertentino come un riccio nelle mutande, nevvero?

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Tifoso del Cagliari è colto da infarto sugli spalti. Gli ultrà della Fiorentina gli gridano “Devi morire”

Non mi sono mai occupato di calcio sul mio blog. Potrebbe essere questa l’occasione per cominciare. Un tifoso del Cagliari, durante l’incontro con la Fiorentina, è stato còlto da infarto mentre si trovava con la madre e la sorella sugli spalti a tifare la sua squadra. A un certo punto, com’è e come non è, gli ultrà della Fiorentina hanno cominciato a urlargli contro “devi morire!”, proprio nella partita che era stata interrotta attorno al 15′ del primo tempo per ricordare Astori, il capitano della loro squadra, morto prematuramente lo scorso anno. Poi risulta che alla fine il tifoso cagliaritano che doveva morire è morto sul serio e questa è la fase più triste di una storiaccia che si svolge nella quotidianità di un contesto di tifo sconsiderato e a-sportivo, dove la gara di 22 omini in mutande che corrono dietro a un pallone cercando di infilarlo nella porta avversaria diventa ben più importante di una vita umana che si spegne, e in cui l’appartenenza di campanile la fa da padrona su qualsiasi sentimento di pietà umana e/o cristiana (per chi ci crede). Schifo, ohibò…

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Guglielmo Pepe querela Roberto Burioni. La lettera di scuse del virologo.

Nel mese di luglio 2017, sul social network Twitter, nel contesto di una discussione cui partecipava anche il giornalista Guglielmo Pepe, Roberto Burioni ha scritto la frase “un giornalista che racconta balle senza basi scientifiche danneggia la società e tradisce la sua professione, ha morti sulla coscienza”

Guglielmo Pepe ha querelato Burioni. La querela stava per “morire” con una richiesta di archiviazione da parte del Pubblico Ministero, ma la settimana scorsa è giunta una lettera di scuse da parte di Burioni, a seguito della quale Pepe ha rimesso la querela.

Sono stato aggressivo, ma nell’ambito del clima di accesa discussione su temi estremamente rilevanti dal punto di vista sociale, scrive Burioni.

Fin qui i fatti e parte del documento di scuse (peraltro ampiamente disponibile in rete) che rende senz’altro onore al prof. Burioni, anche se fa rimanere dei dubbi sulle dinamiche del procedimento. Il Pubblico Ministero a cui era stata proposta la denuncia-querela di Guglielmo Pepe aveva proposto l’archiviazione della stessa. Archiviazione a cui lo stesso Pepe si era opposto, dando così il via alla procedura processuale. Visto che il processo aveva ottime possibilità di concludersi con una archiviazione, e, quindi, per Burioni, con un nulla di fatto, non si capisce perché il virologo si sia affrettato a scrivere una lettera di scuse per un fatto che, con ogni probabilità non sussisteva (la frase suppostamente diffamatoria era stata rivolta a una generalità indefinita di persone, non a Guglielmo Pepe). Probabilmente gli avvocati si saranno trovati d’accordo su questa strategia difensiva per Burioni e di tutela per Pepe, fatto sta che il dubbio rimane, e ci si chiede se questa lettera di scuse non sia anche una ammissione implicita di una responsabilità, non foss’altro che quella di aver agito frettolosamente e avere avuto il dovere di essere più chiaro. Insomma, il dubbio che resta è che la parte soccombente sia proprio Burioni e che Pepe ne esca con un risultato insperato. E sì, Burioni bisogna che in futuro se ne stia più attentino ad attribuire morti sulla coscienza a chicchessia.

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Io non capisco la gente che non ci piacciono i generici

Ecco, ve ne sarete accorti tutti che quando si va in farmacia con la ricettina bella pronta e firmata in mano la prima cosa che la farmacista (generalmente giovane e carina, con lo sguardo inconsapevole) ci chiede è: “Le do l’originale o preferisce il generico?” E tutti, soprattutto i vecchietti, normalmente rispondono: “No, no, niente generici, io voglio l’originale!” La sciacquetta carina e gentile prova a ribattere: “Guardi che con l’originale paga tot euro di ticket, mentre con il generico non paga nulla”. E il vecchietto di turno la massacra: “Non me ne importa nulla, mi dia l’originale, il generico non lo voglio.” Oppure, se quella di turno è una vecchietta, guarderà la bambinella con occhio di superiorità e dirà: “Mi dia quello che c’è scritto sulla ricetta”. E sulla ricetta generalmente è sempre indicata la specialità medicinale griffata.

Il motivo di tanta diffidenza non è che il generico sia un farmaco di serie B, un po’ come la cola del discount rispetto alla Coca-Cola e alla Pepsi ufficiali, no, il punto è che per noi il generico è inefficace e in un certo senso, non fa lo stesso effetto. Ma se è lo stesso principio attivo! Magari possono cambiare gli eccipienti, ma quello che del farmaco fa effetto è la stessa esatta identica molecola del farmaco di marca.

Ricordo il caso di mia nonna, l’Angiolina buonanima (di cui non vi parlo da anni, ormai). Per dormire meglio la notte e contrastare l’ansia che la opprimeva le avevano prescritto delle compresse di diazepam. L’effetto fu deleterio. Mia nonna la notte si agitava moltissimo e praticamente ballava sul letto. Riconsultato il medico, la tranquillizzò e le prescrisse lo stesso dosaggio di diazepam, sotto forma di gocce al gusto di limone (quindi molto gradevoli al palato). Il farmaco (che non era esattamente un generico, ma una specialità medicinale con un altro nome) fece effetto e mia nonna stava da Dio. Aveva preso esattamente la stessa cosa.

Una molecola è una molecola. Non ha nessun marchio se non quello del “copyright” che dopo 20 anni dal deposito scade. E’ per questo che esistono i generici. Che costano meno e sono ugualmente efficaci.

Siamo fatti di chimica, e una molecola è una molecola, sia che me la produca l’azienda di grido che ci ha messo il brevetto, sia che la produca chi immette sul mercato solo farmaci generici, e allora perché non approfittarne? Perché siamo malfidati, ecco perché. Pensiamo sempre che ci sia qualcuno pronto a fregarci con qualche intruglietto, che se costa meno deve anche valere di meno, quindi in quanto a efficacia lascerà probabilmente a desiderare.

Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro.

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