Il Foglio chiude? Il Foglio vada avanti anche senza finanziamento pubblico

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C’è una gran preoccupazione in rete e sui social circa la possibile chiusura de “il Foglio”. Stando a un redazionale pubblicato on line sul sito dello stesso quotidiano, un giornalista (già consulente di Vito Crimi) avrebbe pubblicato sul suo blog la notizia della decisione di un non ben meglio identificato “Dipartimento” di escludere “il Foglio” dai contributi per l’editoria per l’anno 2018. Questo porterebbe a una serie di conseguenze anche molto gravi per la testata, tra cui quella estrema della chiusura.

Per carità, ci mancherebbe altro, lungi da me il gioire per una simile prospettiva. Libertà di stampa e di informazione prima di tutto, e una voce in meno significa certamente una mancanza incolmabile nel dibattito democratico.

Ma i finanziamenti al “Foglio”, dalle mie fonti, ammontano alla non trascurabile cifra di 337598,11 euro. Che se venissero a mancare sarebbe una bòtta clamorosa per la società cooperativa che gestisce il quotidiano, ma potrebbe non rappresentare necessariamente un problema. “il Foglio” potrebbe diventare uno dei quotidiani che non percepiscono alcun finanziamento pubblico (come “Il Fatto Quotidiano”). Si tratterebbe di vivere delle vendite del giornale e delle pubblicità, non trovo nulla di male o di disdicevole in questo. Il finanziamento pubblico dovrebbe servire per il servizio pubblico, se uno vuol fare (ed è giusto che lo faccia) un giornale di parte o indipendente si paghi i costi con i suoi introiti (per fare un esempio un quotidiano come “Avvenire” riceve 2.519.173,47 euro, stando a quello che riferisce la testata on line “Today”). Non dipenderebbe più dalle decisioni istrioniche di governicchi giallo-verdi o giallo-rossi, non dipenderebbe più da nessuno se non dalla coscienza e dal rigore morale del proprio giornalismo e di quello potrebbe vivere.
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La morte di Piero Terracina

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Apprendo solo ora della morte di Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz. Era stato deportato a seguito del rastrellamento del 16 ottobre 1944 a Roma. Che il suo ricordo non si affievolisca mai e ci sia di conforto.

Turchia: confermata in appello la condanna a 11 giornalisti di opposizione

Reading Time: < 1 minuteApprendo dall’account Twitter di Antonella Napoli che il giornalista investigativo turco Ahmet Sik, della testata “Cumhuriyet” è stato condannato in Appello (lo era già stato in primo grado) assieme ad altri 11 giornalisti e collaboratori del quotidiano turco di opposizione. L’editorialista Kadri Gursel è stato, invece, completamente assolto.

Diritto d’autore: AGCOM: ecce enforcement

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Roma – "Una sintesi efficace tra le contrapposte esigenze di tutelare la libertà della Rete e la titolarità dei contenuti". Così il presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) Corrado Calabrò, descrivendo in estrema sintesi il nuovo testo della delibera sulla tutela del diritto d’autore.

Un testo, riassunto in un comunicato, approvato all’unanimità dal Consiglio di AGCOM, al termine di una "approfondita analisi che si è avvalsa anche dell’indagine conoscitiva il diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica". È stato quindi avviato un periodo di consultazione pubblica di 60 giorni, in vista dell’eventuale trasformazione in legge del "pacchetto d’iniziative".

Un efficace bilanciamento degli interessi in campo. Così il presidente Calabrò ha sottolineato come verrà rispettato il "diritto dei cittadini alla privacy", insieme all’accesso alla cultura e alla Rete. A non parteciparvi più potrebbero infatti essere tutti quegli spazi votati alla violazione del copyright.
Il testo di AGCOM ha dunque rassicurato gli animi più accesi sulla possibile implementazione di un regime come quello dei three strikes. I provvedimenti da prendere a tutela del diritto d’autore si sono in sostanza ispirati – si legge nel testo – a best practices internazionali come quelle del notice-and-takedown statunitense.

AGCOM diventerebbe "garante" del corretto funzionamento di un sistema in quattro punti. Il primo sulla richiesta di rimozione dei contenuti al gestore del sito o al fornitore del servizio di media audiovisivo da parte del titolare del diritto o copyright.

La "mancata rimozione dei contenuti" – decorse 48 ore dall’inoltro della richiesta – dovrà essere segnalata all’Autorità. Il terzo punto riguarda un’eventuale verifica da parte della stessa AGCOM attraverso un breve contraddittorio con le parti. Al quarto scatta l’ordine di rimozione "qualora risulti l’illegittima pubblicazione di contenuti protetti da copyright".

Una rimozione "selettiva" sarebbe poi appropriata solo nei casi in cui non tutti i contenuti del sito web violino il diritto d’autore e siano collocati sul territorio italiano.

Per quanto invece concerne quei siti che "hanno il solo fine della diffusione di contenuti illeciti o i cui server sono localizzati al di fuori dei confini nazionali", AGCOM si è rimessa al parere degli esperti, ipotizzando comunque due scenari. Primo, si metterà a disposizione dei vari provider una lista di siti illegali.
Secondo, ci sarà la possibilità – ma solo "in casi estremi e previo contraddittorio" – di inibire "il nome del dominio del sito web, ovvero dell’indirizzo IP". AGCOM avrebbe quindi "corretto la rotta sul diritto d’autore", almeno secondo il responsabile del forum comunicazioni del Partito Democratico, Paolo Gentiloni.

"È positivo che AGCOM abbia abbandonato l’idea di una velleitaria crociata contro il P2P – ha spiegato Gentiloni – per concentrarsi invece su misure concrete, sia nella repressione dei siti illegali (e non dei singoli utenti), sia nella promozione del downloading legale".

Alle azioni sanzionatorie si sono infatti affiancate iniziative per favorire la diffusione di una sorta di cultura del diritto d’autore. A partire dalla promozione di un’ampia offerta di contenuti audiovisivi sul mercato, della sperimentazione di sistemi di licenze collettive estese, con la rimozione delle barriere allo sviluppo di contenuti legali.

Negli Stati Uniti, una serie di prove tecniche d’embargo ha colpito diversi siti legati alla pirateria. I vari domini sono stati sequestrati dalle autorità federali senza alcun avviso o richiesta di rimozione dei contenuti illeciti. Attesi ulteriori sviluppi in merito alla possibile adozione del famigerato Combating Online Infringement and Counterfeits Act
(COICA).
In Spagna, la proposta di modifica alla legge 32/2002 sui servizi della società dell’informazione aveva invocato la formazione di una speciale commissione per la tutela della proprietà intellettuale. I siti verrebbero segnalati e chiusi dalle autorità giudiziarie iberiche.
Tra i vari cable pubblicati da Wikileaks c’è un gruppo di documenti che spiegherebbe come i vari rappresentanti dell’industria culturale a stelle e strisce abbiano spinto – se non addirittura dettato – le autorità spagnole verso l’adozione di una legge come quella dell’economia sostenibile.

In Italia non si sarebbe prevista "alcuna forma di controllo sugli utenti", così come sottolineato dallo stesso Calabrò. Né di censura del web. AGCOM ha deciso di segnalare al Governo e al Parlamento l’opportunità di una revisione complessiva delle norme sul diritto d’autore, che risultano "inadeguate allo sviluppo tecnologico e giuridico del settore".

"La proposta di AgCom per contrastare la pirateria online costituisce una seria ed efficace risposta alla necessità di tutelare i contenuti digitali in Rete – si può leggere in un comunicato ufficiale della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) – in una fase nella quale il decollo dell’offerta legale è ancora aggredito dalla contraffazione".
"L’offerta legale di musica online, con svariati milioni di titoli a disposizione su decine di piattaforme in Italia, rappresenta oggi circa il 20 per cento del mercato della musica con oltre 20 milioni di fatturato nel 2009 – ha spiegato il presidente di FIMI Enzo Mazza – ma la pirateria continua ad essere una spina nel fianco di questo promettente mercato e bene ha fatto l’AGCOM a mettere a punto con un efficace sistema di contrasto".

Mauro Vecchio – da: www.punto-informatico.it
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Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno

Reading Time: 11 minutes"Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare". Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede?

E’ un clamoroso inganno, basato sulla scarsa memoria storica sia della maggior parte delle persone (che continua a fregarsene dei propri rifiuti) sia della falsamente scarsa memoria storica di chi dovrebbe fare opposizione. Tanto per cominciare non può esserci una legge dello Stato che dice che a Terzigno va aperta una seconda discarica. Non può esserci, perché sarebbe in violazione di altre leggi, di regolamenti del ministero dell’Ambiente e di precise norme UE. C’è qualcosa di scritto, è vero, ma non è una legge.

E’ un decreto d’urgenza, risalente al maggio 2008, voluto dal commissariato straordinario per i rifiuti che, nel nome del "fare presto" a ripulire la parte salotto della città (sull’emergenza rifiuti si era giocata la campagna elettorale alle politiche di quello stesso anno e Berlusconi aveva detto a gran voce che avrebbe "risolto lui" il problema nei primi 100 giorni) preferì – tanto per cambiare – sacrificare il "fare bene", con il “fare presto”. Risultato, una discarica che andava fatta più lontana dalle abitazioni e non dove la natura è protetta. E di studi che indicavano dove mettere le discariche ce n’erano stati, anche più di uno. Ma si andava di fretta e a chi protestava Bertolaso, con la solita arroganza, accusava di mettere i bastoni tra le ruote.

Il fatto che esista una legge, lo sentiamo ogni giorno urlare dagli schermi televisivi da parte del governatore Caldoro come dal presidente della Provincia Cesaro; ma é è un "mito" di Stato che va assolutamente sfatato. Prima che, a furia di ripeterlo in televisione, diventi nella mente dei cittadini un’inoppugnabile verità. Quella che chiamano "legge" si chiama "decreto-legge", ha un numero (decreto 90/2008) e un testo qui reperibile: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/decreto_rifiuti/20080523_dl_90.pdf

Se qualcuno ha la pazienza di leggerlo, si accorge di due cose. La prima è che si parla sia della cava Sari sia della cava Vitiello a Terzigno, eppure fino ad ora è bastata la cava Sari. La seconda cosa è un pugno in un occhio: quel decreto è scaduto.

E’ scaduto il 31/12/2009, pertanto non ha alcuna validità legale, tornando ad essere quel che è: carta straccia. Anzi, a dire il vero, tutto il commissariato straordinario all’emergenza rifiuti è diventato carta straccia, visto che non c’è più. E’ vero, esiste la legge 123/2008, che pomposamente si chiama "Conversione  in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90", ma le modificazioni sono così tante (l’elenco è più lungo del decreto 90 stesso), da modificare e stravolgere completamente quel decreto, ma l’abile mossa psicologica di Berlusconi fu di chiamarlo "conversione in legge del decreto 90/2008", forzando l’idea che quel decreto fosse diventato legge. E forzando contro ogni logica la proroga dell’apertura delle discariche campane. Altro che "camorra dietro le proteste", che come mostreremo stavolta non c’entra nulla: siamo di fronte ad un illecito commesso dallo Stato stesso. E non è l’unica cosa che va "storta". Va storto anche che il comma 2 dell’articolo 14 di quel decreto, che elenca i codici CER, cioè in definitiva le categorie merceologiche di rifiuto, che possono essere tombati a Terzigno e negli altri siti campani. E si tratta dei codici CER dei rifiuti residui a valle della raccolta differenziata. Vengono vietati i rifiuti tal quale, quelli non trattati, cioè quelli uguali a come sono stati presi dai cassonetti: cioè quelli che vengono tombati alla Sari e presto anche a Cava Vitiello.

Che cosa sta succedendo? E come spiegare il grande "colpo di fortuna" avuto dalle istituzioni alcuni giorni dopo, quando si è interrotta la raccolta dei rifiuti urbani nella città di Napoli? Già, perché di grande colpo di fortuna si tratta, il trovarsi davanti al fermo della raccolta in una città di un milione di abitanti, ed avere la scusa "pronta": gli abitanti di Terzigno e di Boscoreale bloccano le discariche, per cui la raccolta è ferma. Ma è così? La risposta è no. E’ solo l’inganno successivo. E se non è per questo, allora Terzigno cosa c’entra? Nulla. Terzigno e Boscoreale, ancora una volta, sono vittime dell’inganno di Stato. Usate come "scusa", per far sembrare che sia colpa loro se il sistema si è inceppato.

Partiamo allora da quello che è stato il reale inceppamento del sistema di raccolta. Appunto, del sistema di raccolta, non di smaltimento. Si è interrotto il passaggio dei camion autocompattatori che raccoglievano dai cassonetti stradali, pochi giorni dopo l’inizio della fase di scontro e di rivolta popolare a Terzigno e si è addossata la colpa alle proteste popolari. Invece c’è dietro un problema amministrativo, con dei risvolti degni di un romanzo thriller. E forse la soluzione non è a Terzigno, dove d’altronde lo Stato, la Regione, la Provincia, lo stesso Bertolaso, sapevano già in anticipo che avrebbero trovato resistenza. Hanno trovato resistenza per la Sari, due anni fa, e oggi gli animi sono anche più esacerbati di allora. Pertanto era più che prevedibile che ci sarebbero stati problemi, un riaprirsi di quella frattura democratica, di cui spesso si è parlato qui su Altrenotizie, già aperta in Campania dal commissariato straordinario. Ma allora, se lo sapevano, perché l’hanno fatto?

A Napoli si sono fermati gli autocompattatori. Punto. Questo è successo. Ma allora, dando una lettura superficiale alla cosa, viene in mente di lasciare Terzigno per qualche ora e andare a porre la domanda presso l’Asia, la municipalizzata di Napoli. C’è però da fare attenzione, perché anche qui c’è un inganno, l’ennesimo. Infatti, l’Asia non ha sufficienti mezzi. Pertanto ha suddiviso il territorio della città in diversi "lotti" ed ha assegnato ciascun lotto con una regolare gara d’appalto ad un privato. Ma c’è un privato che è un po’ più importante di altri. Perché ha più del 66% dei lotti tutti per sè!

Quindi, se si fermano i suoi veicoli, si ferma la raccolta su oltre due terzi di Napoli. Questo soggetto è un colosso nazionale: Enerambiente, azienda privata di proprietà dell’imprenditore veneziano Stefano Gavioli. Che non campa solo di Enerambiente, visto che è appena una delle 35 società del suo impero societario, peraltro difficile da inquadrare, visto che i pacchetti azionari si perdono in giro per le sue stesse scatole cinesi. Intanto, quel che é certo, è che per capire cosa sta succedendo, bisogna lasciare anche Napoli, e andare di corsa direttamente a Venezia.

La Enerambiente, che ha fermato i suoi camion a Napoli pochi giorni dopo l’inizio degli scontri di Terzigno, ha provocato la mancata raccolta dai cassonetti e, quindi, l’emergenza rifiuti. L’Asia smentisce, dice un’ Continua a leggere

Alessandro Iacuelli – Google e l’Antitrust

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deciso di estendere a Google Ireland Limited l’istruttoria per possibile abuso di posizione dominante, avviata nei confronti di Google Italia l’estate scorsa, alle condizioni imposte in Italia agli editori dei siti web nei contratti di intermediazione per la raccolta pubblicitaria online. A renderlo noto è stata la stessa Autorità antitrust in una nota ufficiale. "Sotto indagine", si legge nel comunicato, "le condizioni contrattuali imposte ai siti web per la raccolta pubblicitaria online". L’estensione istruttoria a Google Ireland è determinata dal fatto che la sociètà svolge il ruolo di capogruppo nella raccolta pubblicitaria.

In pratica, per l’Antitrust italiana "le condizioni contrattuali fissate da Google non consentono agli editori di siti web affiliati di conoscere in maniera chiara, dettagliata e verificabile, elementi rilevanti per la determinazione dei corrispettivi loro spettanti". Il documento conclude in maniera abbastanza dura: "Google determinerebbe i corrispettivi degli spazi pubblicitari venduti attraverso la sua rete a sua assoluta discrezione e senza spiegare come vengono calcolati".

Quel che si capisce è che ad essere sotto inchiesta, in particolare, è la rete AdSense, un programma di affiliazione attraverso il quale i proprietari di siti internet possono vendere spazi pubblicitari utilizzando Google come intermediario. In base al contratto standard, si legge nella nota, gli utenti del programma AdSense "ricevono come corrispettivo somme determinate da Google di volta in volta a sua assoluta discrezione. Google non assume alcun obbligo di comunicare come tale quota sia calcolata; i pagamenti sono calcolati esclusivamente sulla base dei registri tenuti da Google; Google può inoltre modificare in qualsiasi momento la struttura di determinazione dei prezzi e/o dei pagamenti a sua esclusiva discrezione".

C’è naturalmente da precisare che queste caratteristiche sono specificate nel contratto standard di Google AdSense, denominato “Termini e Condizioni Generali del programma AdsenseTM Online di Google”, acquisito dagli uffici Antitrust in sede ispettiva. Queste caratteristiche, che i proprietari dei siti web sottoscrivono per poter partecipare al programma AdSense, sono considerata "anomalie nei contratti di affiliazione" dall’Autorità. Nei prossimi mesi il garante cercherà di capire se il network pubblicitario di Google stia violando le regole, italiane e comunitarie, in materia di abuso di posizione dominante.

L’Antitrust conclude che le condizioni contrattuali fissate da Google non consentono agli editori di siti web affiliati di conoscere in maniera chiara, dettagliata e verificabile elementi rilevanti per la determinazione dei corrispettivi loro spettanti: "Ostacolando, ad esempio, la pianificazione dello sviluppo e del miglioramento dei propri siti web, nonché l’apprezzamento della convenienza di eventuali altre offerte provenienti da intermediari concorrenti".

Già nello scorso agosto l’Antitrust aveva aperto l’istruttoria contro Google Italia, estesa successivamente alla casa madre americana, per aver minacciato gli editori che lamentano l’uso improprio delle notizie prelevate dai siti web dal motore di ricerca, di ritorsioni. In particolare, l’oscuramento dei siti da parte del motore di ricerca. Quali editori, ci si potrebbe chiedere. L’attacco a Google è partito dal Gruppo Espresso, da Rcs Quotidiani e dalla Società editrice Il Tempo. L’Antitrus ha fatto le sue verifiche e la conclusione è stata l’apertura di una prima istruttoria nei confronti del colosso americano per la posizione dominante di Google News nel panorama dell’informazione on line. Oggi si tratta di un’estensione al mondo pubblicitario della stessa istruttoria.

Il colosso di Internet risponde, tramite un proprio portavoce: "Benché siamo contrariati a questa decisione, continueremo a collaborare costruttivamente con l’Autorità, nella convinzione che le nostre attività rispettino le normative in vigore sulla competizione nel mercato".

In realtà, quel che sta succedendo è qualcosa di più sottile. Innanzitutto nessuno obbliga gli editori a sottoscrivere il contratto di Google AdSense. Anzi, a dire il vero non sono obbligati neanche ad usare AdSense, e sono liberissimi di rivolgersi ad altri operatori pubblicitari, magari più tradizionali, per ottenere introiti di questo tipo. AdSense ha certamente dei grossi limiti ma, proprio grazie alle sue enormi potenzialità dovute alla capacità di produrre una pubblicità targhetizzata come mai avvenuto prima, attira milioni di euro di pubblicità che viene sottratta proprio ai giornali e ai gruppi editoriali (gli stessi che hanno denunciato Google all’Autority).

L’indagine dell’Antitrust sembra, a prima vista, voler difendere i piccoli siti web, i piccoli utenti "indifesi" che scrivono su blog e siti che, con l’aumentare della targhetizzazione e dell’uso consapevole di Internet degli utenti italiani, iniziano lentamente a non visitare più i soliti pochi siti dei grandi quotidiani, che si vedono così diminuire gli introiti pubblicitari.

In definitiva, l’impressione che salta agli occhi è che si tratti di un tentativo di colpo di mano di una lobby in difficoltà, quella della grande editoria, che cerca con tutti i mezzi di frenare un’innovazione che sfugge alla mentalità italiana, in quanto basata su un modello di business marcatamente anglosassone.

Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina

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Di regola, certe operazioni di politica globale dovrebbero farle gli Stati, o le confederazioni e unioni di Stati. Ma, di fronte ad un colosso dell’economia come la Cina, gli stati occidentali chinano la testa, vuoi perché la Cina detiene il loro debito pubblico, vuoi per evitare un aggravarsi della crisi economica in cui versa attualmente il modello capitalista. Così, succede che di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani dei suoi cittadini, a prendere posizione contro Pechino non sia l’ONU, o gli USA, o l’UE, ma un’azienda privata. Anzi, un colosso dell’industria informatica moderna: Google.

La società di Mountain View sostiene di avere le prove di svariati tentativi di violazione del suo sistema Gmail e di analoghi gesti ai danni di attivisti di movimenti a difesa dei diritti umani. Tutti casi di tentativi che, secondo i dirigenti di Google, sono caratterizzati da una chiara e inequivocabile matrice cinese. Governativa. E la presa di posizione dell’azienda americana è talmente forte da essere, per la prima volta nel mondo, un ultimatum al governo cinese: Pechino non applicherà alcun filtro censorio, così come fatto finora, altrimenti Google lascerà del tutto il mercato cinese, nonostante sia uno di quelli in più rapida e significativa espansione.

"Abbiamo deciso", dichiarano sul blog ufficiale di Google, "che non abbiamo più intenzione di continuare a censurare i nostri risultati su Google.cn, per questo nelle prossime settimane incontreremo il Governo cinese per discutere le basi sulle quali potremo gestire un motore di ricerca senza filtri, nel rispetto delle leggi vigenti nel Paese. E siamo pienamente consapevoli che questo potrebbe portare alla chiusura di Google.cn e dei nostri uffici in Cina."

Immediate le reazioni, sia da parte degli utenti cinesi, sia a livello internazionale, a cominciare dal segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che ha avanzato richieste di spiegazioni direttamente al Governo Cinese. In Cina c’è chi trova incomprensibile l’ipotesi prospettata da Google, sottolineando che l’uscita dal Paese, di fatto, è una ulteriore e ancor più drastica forma di censura. E c’è anche chi non accetta le accuse al proprio Paese o, ancora, chi trova economicamente ingiustificabile che una multinazionale possa volontariamente tagliarsi fuori da un mercato con possibilità di crescita illimitate. Molti, però, hanno salutato con favore l’ipotesi. Gli analisti economici, a livello internazionale, esprimono più di un dubbio sull’opportunità di escludersi da un mercato che sta al momento crescendo del 40% all’anno. Una tal scelta potrebbe avere degli effetti limitati sull’immediato, ma sul lungo periodo potrebbe rivelarsi disastrosa.

Probabilmente, la cosa migliore da fare, al momento, è prendere con le dovute cautele un annuncio che sembra una presa di posizione, prima che una decisione già presa. Infatti, sul piatto della bilancia ci sono due questioni che stanno molto a cuore a Google: da un lato il ritorno d’immagine negli Usa, acconsentendo alle rigide richieste della censura cinese; dall’altro l’effetto boomerang sulla reputazione dei propri servizi presso gli utenti, che in Cina hanno sistematicamente ben poca sicurezza e privacy.

In occasione del suo ingresso sul mercato cinese, nel gennaio 2006, Google aveva scatenato una protesta nella comunità internazionale. Il motore fu costretto a rispettare le leggi in vigore in Cina e dunque censurare i risultati contrari alla politica locale. Lo scorso giugno, Pechino aveva negato per alcune ore l’accesso a Google e Gmail per costringere il motore di ricerca ad eliminare alcune parole chiave dal suo sistema di ricerca automatica. Oggi, sottraendosi alle leggi cinesi, Google di fatto rompe il patto di neutralità politica rispettato fino ad oggi, con pesanti conseguenze nei prossimi mesi: il braccio di ferro è appena all’inizio.

La risposta cinese è naturalmente politica: "La Cina è favorevole alle attività sul suo territorio delle società Internet internazionali che siano conformi alla legge cinese", é la dichiarazione ufficiale del Governo di Pechino, rilasciata dalla portavoce del ministero degli Affari esteri, Jiang Yu, che prosegue dicendo: "Internet in Cina è aperto e il Governo cinese ne incoraggia lo sviluppo e si sforza di creare un contesto che sia favorevole a ciò".

Sul piano economico, gli esperti del settore ritengono probabile che Google e il Governo cinese possano trovare un compromesso. Già in passato il gruppo californiano ha assunto posizioni drastiche, ma solo come tattica nella trattativa. "Sono sicuro che saranno pragmatici. Google è una società molto dinamica. Dubito che se ne andranno dalla Cina. La presenza nel Paese è cruciale, perché è lì che ci sarà la prossima ondata di crescita", rileva Christopher Tang, professore della Ucla Anderson School of Management. Non bisogna dimenticare infatti che la Cina da sola ha circa 360 milioni di utenti Internet e il suo mercato dei motori di ricerca ha toccato un miliardo di dollari lo scorso anno. Il Governo cinese tuttavia pone stretti limiti all’accesso dei cittadini al Web, operando una censura automatica sui siti sgraditi.

Non è stata solo la portavoce del governo a prendere posizione sulla vicenda. Anche il ministro dell’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato, Wang Chen, ha detto che pornografia online, frodi e "rumours", le cosiddette "voci", termine con cui i dirigenti cinesi indicano il dissenso in rete, rappresentano una minaccia. E ha aggiunto che i media su Internet devono contribuire a "guidare l’opinione pubblica" in Cina, brutta espressione con la quale ha voluto ricordare tra le righe che, contando il maggior numero al mondo di utenti, è un mercato importantissimo per gli operatori internazionali, a condizione che accettino la censura imposta dal governo.

Nelle sue dichiarazioni Wang non ha mai citato espressamente Google. Ma sono parole che pesano, soprattutto la pretesa di "guidare l’opinione pubblica", che si scontra con uno dei caposaldi della democrazia, ovvero la libertà di opinione. Difficile dunque immaginare un’intesa attorno ad un qualsivoglia compromesso. A Washington, Barack Obama ha fatto sapere, proprio in concomitanza con il braccio di ferro avviato da Mountain View, che lui e la sua amministrazione sono "convinti sostenitori della libertà per internet".

Sempre negli USA, il New York Times cita "fonti vicine all’indagine" condotta da Google, e spiega che gli attacchi oggetto della presa di posizione sono stati condotti contro 34 compagnie o entità che si trovano nella Silicon Valley, in California, sede dei server di Google usati da molti cinesi che vogliono sfuggire alla censura. Che non colpisce solo i motori di ricerca, ma anche social network e siti di condivisione come Youtube, Facebook e Twitter. Rebecca MacKinnon, esperta di Internet in Cina, afferma che "Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni".

Intanto, Google ha deciso di mettere a disposizione il suo motore senza filtri a tutti gli internauti cinesi. Così, da oggi, in Cina, usando Google, si può vedere la celebre fotografia divenuta simbolo della rivolta degli studenti alle autorità cinesi nel 1989 in piazza Tien an men, fino ad ora censurata. Una vera e propria provocazione. Una risposta politica, a costo di perdere vantaggi economici, che non arriva dall’ONU, ma da un’azienda privata. Anche su questo non c’è da meravigliarsi: mentre gli stati occidentali hanno debiti Continua a leggere

Un paese unito dal razzismo

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“Lo scrittore calabrese Antonello Mangano ha dato un’ottima descrizione delle condizioni di vita dei braccianti stranieri nel libro Gli africani salveranno Rosarno. E probabilmente l’Italia”, afferma il quotidiano britannico The Guardian. “Mangano l’ha scritto dopo la rivolta degli immigrati del dicembre del 2008, che protestavano contro le ennesime violenze subite dagli uomini della ’ndrangheta. Due ivoriani erano rimasti feriti gravemente e i loro amici africani avevano denunciato l’attacco alle autorità. Cos’è successo da allora a questi uomini coraggiosi? Ancora abusi e ancora attacchi da parte dei clan e dei cittadini. Finché il 10 gennaio molti di loro non sono stati allontanati da Rosarno”.

Anche El País parla della deportazione degli stranieri dalla cittadina calabrese in seguito alle aggressioni dello scorso week end. “Non si vedono più africani a Rosarno. Le scavatrici hanno demolito ieri una fabbrica abbandonata dove vivevano gli stagionali africani impegnati nella raccolta di mandarini. A Rosarno è tornata la calma dopo tre giorni di rivolte e spari, in cui sono rimaste ferite un centinaio di persone. Altre 1.500 circa hanno dovuto abbandonare la zona. E ora l’Italia deve digerire l’accaduto”.

da: www.internazionale.it

Ilvio Pannullo – Assalto alla Costituzione

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Che la Costituzione repubblicana del 1948 non piacesse al Presidente del Consiglio era cosa nota da molto tempo. Quanto sta accadendo in questi giorni, tuttavia, dà modo di capire chiaramente quale sia il filo rosso che collega le 99 proposte di modifica giacenti in Parlamento. L’ultima uscita in ordine di tempo del Ministro dei Lavori Pubblici, Renato Brunetta, secondo il quale l’affermazione che "l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro" non significherebbe nulla, è solo la punta dell’iceberg.

La volontà politica eversiva che anima la maggioranza di governo emerge, infatti, in tutta la sua brutalità, dalla lettura attenta delle proposte di modifica già depositate dai parlamentari nelle rispettive camere di appartenenza. Non che questi godano di una indipendenza politica od intellettuale, ma dopo le esternazioni del premier, secondo il quale la Costituzione italiana sarebbe nulla più che "una legge fatta molti anni fa, sotto l’influenza della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla costituzione russa come a un modello", l’assalto è iniziato.

Si va dai leghisti, come il deputato Giacomo Stucchi, che pensa all’autonomia della provincia di Bergamo, al più temerario senatore del Popolo della Libertà, Lucio Malan, che vorrebbe revisionare "l’ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri". Anticipando di un anno il Ministro Brunetta, nel novembre del 2008 Malan proponeva di modificare l’articolo 1, trasformando l’Italia in una Repubblica "fondata sui principi di libertà e responsabilità, sul lavoro e sulla civiltà dei cittadini che la formano". Una Repubblica – così la sogna Malan – dove i senatori a vita non votano, il Presidente del Consiglio non presta giuramento e il governo non ha bisogno della fiducia delle Camere. A questi si aggiunge Davide Caparini che vorrebbe stralciare dal testo dell’articolo 33 quella parte secondo cui la scuola privata vive “senza oneri per lo Stato”.

Il loro meglio però, prevedibilmente, i parlamentari del PdL lo esprimono in materia di giustizia: si contano infatti ben quattro disegni di legge per il ripristino dell’immunità parlamentare e si lavora anche su come semplificare il procedimento legislativo. Una proposta del deputato Giorgio Jannone vorrebbe modificare l’articolo 72 e fare in modo che "non sempre l’assemblea sia chiamata a votare progetti di legge approvandoli articolo per articolo e con votazione finale". Un tentativo forse da interpretare come un servizio al presidente Berlusconi, che già aveva proposto, in una delle sue tante uscite dissennate, di approvare le leggi attraverso il voto dei soli capigruppo. C’è chi poi come Raffaello Vignali vorrebbe addirittura modificare gli effetti delle sentenze della Corte Costituzionale, supremo organo di garanzia insieme al Presidente della Repubblica dell’ordine costituzionale, rea di essersi messa troppe volte contro gli interessi del Re di Arcore.

Le riforme riguardanti la magistratura sono, ovviamente, tra le più stravaganti. Giuseppe Valentino propone una corte di giustizia disciplinare, Antonio Caruso un’alta corte di giustizia, Gaetano Pecorella, forse stanco di doversi sempre studiare tutte le carte dei molti processi a carico del suo assai munifico cliente, passa invece il suo tempo occupandosi di PM e Procure, immagina una divisione delle carriere sancita dalla stessa Costituzione. Ovviamente proporre una modifica non equivale a modificare, ma quello che tuttavia colpisce – e che traspare palesemente dalle molte proposte già depositate – è la totale ignoranza delle ragioni storiche e politiche che portarono a quello straordinario compromesso ideologico che ha rappresentato, e tuttora rappresenta, la Costituzione italiana del 1948. Una carta unica, che rappresenta un punto fermo nella storia del costituzionalismo europeo e che viene considerata da molti addetti ai lavori come un vero è proprio prodigio giuridico, proprio per quella lungimiranza delle disposizioni che la rendono, ancora oggi a distanza di più di 60 anni, straordinariamente attuale.

La Costituzione del 1948 trovò la sua premessa nella resistenza, nel ripudio dello Stato autoritario e dei suoi dogmi, nella volontà di ripristinare la democrazia e i principi dello Stato di diritto, umiliati durante il ventennio fascista. Sulla base dell’idea liberale che vuole il potere regolato e sottoposto a limiti giuridici per garantire diritti e libertà, storicamente congiunto all’idea democratica, s’innestarono elementi propri delle dottrine delle due ideologie dominanti: quella cristiano sociale e quella socialista. La Costituzione italiana va, infatti, collocata in uno scenario più ampio, addirittura mondiale, traversato da idee e speranze comuni maturate attraverso esperienze tragiche che non si volevano ripetere.

Per questi motivi, nonostante sia corretto, è tuttavia riduttivo vedere nella Costituzione solo il prodotto dell’antifascismo, il rigetto della dittatura come esperienza italiana. La lotta antifascista s’iscrive, infatti, nell’ampio scenario di una guerra mondiale condotta e vinta contro tutti i fascismi, uno scenario dominato dall’intento di costruire un mondo diverso e migliore, che potesse ridare dignità alla persona umana. Il valore della persona era nella cultura comune dei costituenti; tutti, dal primo all’ultimo, siano essi stati comunisti, socialisti, liberali, repubblicani o democristiani. Un’unione di forze, di spiriti e d’intenti che oggi sarebbe impensabile, ma che allora si raggiunse dando alla luce il documento che oggi è alla base dell’unità nazionale. I costituenti erano infatti decisi nell’affermare i diritti non solo come garanzia di una sfera intoccabile di libertà e di partecipazione politica, ma anche come tutela effettiva dei diritti stessi attraverso l’assicurazione di condizioni esistenziali dignitose.

Accanto alle libertà tradizionali, di pensiero, di espressione, di religione, si affiancavano la libertà dalla paura e dal bisogno. Accanto alla necessità di assicurare teoricamente al cittadino le libertà politiche si sentì la necessità di metterlo in condizione di potersene praticamente servire. Di libertà politica "potrà parlarsi solo in un ordinamento in cui essa sia accompagnata per tutti dalla garanzia di quel minimo benessere economico", senza il quale la possibilità di esercitare i propri diritti viene meno.

Così parlava Carlo Rosselli, grande giurista al cui pensiero s’ispirò quel Piero Calamandrei del gruppo autonomista, cui si deve uno dei passaggi forse più importanti della nostra Costituzione: quell’articolo tre comma due, secondo il quale "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del paese".

È per tutte queste ragioni che la costituzione trova in se stessa la propria ragione di esistere. In essa si trova la piena esplicazione di quei principi su cui si fonda il potere costituito ed è per questo che anche le leggi di revisione costituzionale sono sottoposte al giudizio di costituzionalità. In altri termini, non è possibile inserire nella Costituzione quello che si vuole: per esempio, purtroppo per Brunetta, non vi si potrebbe inserire una norma che dica: "L’Italia una Repubblica democratica fondata sulla rendita finanziaria"; perché sarebbe in contrasto con il pri Continua a leggere

Mariavittoria Orsolato – i furbetti di Facebook

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Chiunque abbia un account Facebook, la scorsa settimana avrà sicuramente notato come nella propria home page campeggiasse una lettera personale del fondatore Mark Zuckerberg, in cui veniva spiegato che a breve le impostazioni sulla privacy sarebbero state cambiate. Il crescente numero di utenti, circa 350 milioni, pare aver infatti inficiato l’efficacia di alcune barriere come i network regionali, utili quando il sito contava poche migliaia di persone perché consentivano la condivisione di informazioni anche con chi non fosse propriamente un amico. Nel tempo queste reti territoriali hanno cominciato a contare centinaia di migliaia di persone e la facilità con cui era possibile carpire notizie personali, ha spinto i vertici dell’azienda a eliminarle definitivamente, introducendo una nuova piattaforma d’impostazioni.

Sulla carta, l’operazione di Zuckerberg e soci appare tecnicamente perfetta e soprattutto rispettosa della privacy dei singoli utenti, ma dalla Electronic Frontier Foundation – la più stimata organizzazione no profit nell’ambito della tutela dei diritti civili sul web – arriva un rapporto in cui le innovazioni vengono perlopiù criticate. Secondo gli esperti di San Francisco, infatti, le nuove impostazioni di privacy spingono gli utenti a diffondere nel web i loro contenuti personali: una volta apparso il cosiddetto “transition tool”, il fruitore di Facebook è stato messo davanti al fatto che (di default) tutte le sue informazioni erano visibili a chiunque, e nel caso in cui non si fosse andati personalmente a modificare le impostazioni, i contenuti sarebbero rimasti totalmente accessibili.

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Mariavittoria Orsolato – Partito Democratico: la schizodemocrazia

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Benché la politica sia ormai diventata, nei contenuti e soprattutto nelle forme, un surrogato delle riviste scandalistiche da ombrellone, la questione della travagliata successione alla segreteria del Partito Democratico non pare interessare più di tanto l’opinione pubblica italiana in vacanza o, almeno, non tanto quanto sta a cuore agli analisti politici, che dal quadro attuale non riescono a ricavare altro che irrisolvibili rebus. Se nel 2007 la segreteria aveva il volto di Walter Veltroni ancora prima che il partito effettivamente nascesse, ora, a distanza di due anni in cui parecchia acqua è scorsa sotto i ponti della dirigenza, la partita tra i candidati attuali – Franceschini, Bersani, Marino, Adinolfi e addirittura Beppe Grillo – somiglia più a un avvincente Risiko che a un noioso Gioco dell’oca.

La candidatura di Grillo, per quanto salutata da molti come un vero e proprio evento, probabilmente si rivelerà (per motivi immaginiamo ideoburocratici) la “boutade” preconizzata da Fassino e, quella del blogger Adinolfi, non desterà sorprese rispetto alle primarie del 2007; dalla corsa dei primi tre big dovrà risultare una leadership in grado di affrontare le prossime sfide del governo, ma (e questa è una premessa banale quanto necessaria) soprattutto capace di chetare le infinite anime del partito, ben note per la loro schizofrenica tempistica politica.

L’impresa a tutta prima sembra praticamente impossibile e, anzi, chiunque vincerà il prossimo ottobre, si troverà punto e a capo. Ad una disamina più accurata vedremo infatti nei candidati esattamente le stesse correnti che si contrappongono all’interno del partito: Franceschini con i veltroniani non del tutto pentiti, Bersani con i dalemiani che non si vogliono rassegnare alla perdita del lignaggio di militanza, Marino con i giovani (sic!) quadri che non ce la fanno più ad aspettare un rinnovamento dalle correnti sopraccitate – anche e soprattutto a livello di poltrone.

Cominciamo da quest’utimo, assurto agli onori della cronaca grazie alla battaglia sul testamento biologico e la laicità dello Stato, si è ritagliato visibilità all’interno del partito durante il congresso dei giovani dirigenti a Piombino e dopo l’annuncio della sua candidatura i sindaci di Genova e Torino si sono espressi a suo favore. Potrebbe riservare sorprese nonostante sia considerato l’outsider tra i tre. Se Marino è l’uomo nuovo, Bersani (ex Pci-Pds-Ds) rappresenta l’antica classe dirigente, quella che – purtroppo solo a parole – sta con gli operai, s’interessa degli ammortizzatori sociali e crede ancora nel partito di massa con sezioni, tesserati e fedeli iscritti. Il responsabile economico del Pd è appoggiato dal correntone dalemiano e da alcuni esponenti del feudo di Fassino che proprio non ce la fanno a turarsi il naso e a votare la mozione Franceschini.

Il vice-disastro Dario – così felicemente appellato del neosindaco di Firenze, Matteo Rienzi – ha invece dalla sua tutta quella parte che crede ancora nell’utopia di Veltroni e spera di ritrovarsi in un partito in cui basti l’aggettivo “democratico” per amalgamare le volontà e le velleità personali. Il catto-dem Franceschini, ancora irrigidito nel buonismo e nel pressappochismo democristiano, è però spalleggiato da quella Debora Serracchiani che alle Europee ha preso più voti di Berlusconi; la stessa che ha puntato l’indice contro le paralizzanti vanità del partito dicendo davanti all’assemblea dei circoli che “l’appartenenza al Pd è molto più sentita dagli elettori che dai dirigenti” e che proprio per questo era piaciuta.

L’unica cosa sicura in questo turbinio di appoggi, clientele e fazioni a maggioranza democratica è la confusione di cui è preda quello che avrebbe dovuto essere il primo partito italiano, ma che l’infausto matrimonio tra Ds e Margherita ha trasformato in un meltin’pot perennemente sul punto di esplodere. La convivenza forzata di liberaldemocratici, socialisti, postcomunisti, d’integralisti cattolici e laici, di riformisti e conservatori, di sindaci sceriffi e di militanti tolleranti (e le dicotomie potrebbero continuare), non può che portare al disorientamento ideologico e alla disfatta programmatica, come infatti è stato. L’affastellamento in politica – specie quella italiana – non paga.

Ma se il partito è per dicitura democratico, allora è giusto che tutti abbiano ugual diritto di aspirare all’agognata poltrona. A questo ci dovrebbe pensare lo strumento delle primarie, eppure le complicate regole che sottostanno al sistema paiono non garantire questo sbandierato principio, lo spiega bene la bussola di Diamanti su La Repubblica: prima votano i tesserati per scegliere i delegati alla Convenzione nazionale, un’assemblea di 1000 persone che l’11 ottobre nominerà l’Assemblea nazionale di altrettanti membri (per cui supponiamo sarà un’auto-investitura); questa designerà poi i tre candidati più votati, i quali verranno stavolta sottoposti alla volontà popolare di tutti i potenziali elettori del Pd, il prossimo 25 ottobre. Il vincitore sarà confermato dall’Assemblea solo nel momento in cui raggiungerà la maggioranza assoluta dei voti, in caso contrario sarà il plenum assembleare a scegliere tramite ballottaggio tra i due candidati più apprezzati.

Considerato il quadro sopra esposto, la maggioranza assoluta sarà inverosimile da raggiungere per tutti gli sfidanti in lizza e, nel caso in cui la partita resti effettivamente a tre, la competizione in termini di numeri resterebbe nell’ambito della biforcazione Ds-Margherita, perciò tra Bersani e Franceschini, palesando nuovamente l’infattibilità politica e programmatica di questo ibrido elettorale. Nel Transatlantico di Montecitorio c’è chi dice, in riferimento alle primarie democratiche, di sentire profumo di democrazia. Siamo proprio sicuri che non sia il solito odore di muffa?

da: www.altrenotizie.org

Fabrizio Casari – Honduras: golpisti isolati, il mondo è con Zelaya

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Netta, senz’appello. Magari non particolarmente tempestiva, ma inequivocabile. La condanna degli Stati Uniti del golpe di Tegucigalpa ha inflitto un serio colpo alle speranze di accredito internazionale dei golpisti honduregni. Tanto Barak Obama, quanto Hillary Clinton, hanno chiesto con forza il reintegro del Presidente Zelaya alla guida del paese centroamericano, ribadendo che, comunque, Washington riconoscerà come legittimo solo il governo guidato dal Presidente deposto con la forza. Stesso atteggiamento anche dal Palazzo di Vetro a New York. I 192 paesi facenti parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita sotto la presidenza del nicaraguense Miguel D’Escoto, non fanno sconti, non cercano soluzioni politiche o scorciatoie diplomatiche. In una risoluzione approvata per acclamazione, alla presenza di Zelaya, giunto da Managua su un aereo venezuelano, l’Assemblea Generale ha condannato “il colpo di Stato nella Repubblica dell’Honduras che ha interrotto l’ordine democratico e costituzionale”. L’Assemblea generale ha lanciato un appello alla comunità internazionale “a non riconoscere a nessun altro governo al di fuori di quello del Presidente costituzionale Zelaya per cui ha chiesto “l’immediato e incondizionato ripristino”.

Micheletti non ha e non avrà nessun sostegno internazionale, nessun invito, nessuna stretta di mano, nessuna firma, nessuno che lo ascolti. Dovrà tornare nell’anonimato dal quale proviene. Questo è quanto deliberato a New York dall’Onu, niente di meno di quanto già da 48 ore le altre Cancellerie internazionali, gli organismi multilaterali di ogni genere e tipo, avevano già stabilito. Il colpo di Stato non è accettabile, Micheletti è un usurpatore e l’Honduras va incontro a sanzioni severe da parte della comunità internazionale. Il ministro degli Esteri spagnolo, Moratinos, ha chiesto a tutti i paesi dell’Unione Europea di ritirare i propri ambasciatori dall’Honduras. Dal canto suo, il presidente della Banca Mondiale, presidente del Robert Zoellick, ha annunciato la sospensione di tutti i programmi di credito all’Honduras.

I paesi dell’ALBA, riunitasi ieri a Managua, dove Zelaya è arrivato, proveniente dal Costa Rica, hanno aperto il fuoco contro l’illegalità e l’illegittimità del golpe. Stesso discorso per quanto riguarda il SICA (Sistema d’Integrazione Centro Americano), composto da Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Costa Rica e Honduras, allargato per l’occasione a Panama, Repubblica Dominicana e Belize, che oltre a sostenere le deliberazioni degli Osa, ha deciso all’unanimità di “chiudere per 48 ore ogni tipo di traffico con l’Honduras” e di “richiamare immediatamente i rispettivi ambasciatori per consultazioni”; quindi, “di istruire le direzioni finanziarie presso La Banca Centroamericana d’Integrazione Economica al fine di sospendere ogni prestito o credito, per quanto già approvati, all’Honduras”. I Paesi del SICA hanno poi deliberato all’unanimità “la sospensione immediata di qualunque riunione di carattere politico, economico, finanziario, culturale, sportivo, turistico e di cooperazione con il governo golpista dell’Honduras”. Contestualmente, “vietano la partecipazione di ogni rappresentante hondureno che non sia accreditato dal Presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya.”

Dal canto suo, Micheletti gioca a fare il presidente e, a seguito delle dichiarazioni di Zelaya, che ha annunciato che si recherà giovedì prossimo a Tegucigalpa, ha avvertito che sul legittimo Presidente dell’Honduras “pende un mandato di cattura per il suo interesse nel continuare a governare, per tradimento alla patria e abuso di autorità”. Non fosse un dramma per il paese centroamericano, questo anziano residuo dell’oligarchia hondurena sarebbe un ottimo comico. Trattasi infatti di gustosa gag quella di incolpare di abuso di autorità mentre si depone un Presidente eletto, si chiudono radio e tv, si arresta chi protesta e s’impone il coprifuoco. Zelaya si recherà invece a Tegucigalpa accompagnato dal Segretario generale dell’OSA, dal presidente di turno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dalla Presidente argentina, Cristina Kirchner e dal Presidente dell’Ecuador Rafael Correa. “Se vogliono uccidermi o reprimere la protesta, che lo facciano davanti al mondo” ha risposto Zelaya alle minacce dei golpisti.

Fin qui la cronaca. Ma se il mondo è unito nel rifiuto del golpe, diversi sono i percorsi che s’ipotizzano. Per l’America latina il fallimento del golpe di Tegucigalpa deve diventare la certificazione della nuova era del continente, che vede colpi di stato e “Washington consensus” come retaggi del passato. Indisponibile ad ogni mediazione politica, la sinistra continentale mette nelle mani dell’Onu, dell’ALBA e del CISA le carte necessarie a vincere la partita. Per gli Stati Uniti, al contrario, si tratta da un lato di confermare la fine della dottrina imperiale e tenere insieme una nuova concezione dell’ordine internazionale, anche nel “giardino di casa”; dall’altro, attraverso l’OSA, di limitare politicamente il peso dei governi di sinistra nel continente.

Si tratterà ora di vedere come la comunità internazionale saprà scegliere tra le due ipotesi in campo: quella statunitense ed europea, che cerca una soluzione politica al rovesciamento dell’ordine costituzionale e quella latinoamericana, disposta ad andare fino all’isolamento totale ed al confronto con la giunta golpista fino a quando Zelaya non verrà re insediato alla presidenza. In questa strettoia, le prossime 48 ore saranno decisive per l’indirizzo dell’Honduras. Sapendo che l’esito della vicenda va oltre, ben oltre, il destino del piccolo paese centroamericano che si trova, suo malgrado, al centro di qualcosa molto più grande di lui.

da: altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta

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All’alba del 24 giugno scorso, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia, a conclusione di un’indagine denominata “Serenissima”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni nei confronti di un’azienda con sede a Badia Polesine che gestisce rifiuti nel Veneto, con ramificazione nelle province di Padova e Rovigo. L’accusa è di traffico illecito transfrontaliero di rifiuti; nella fattispecie si tratta di spedizioni di rifiuti, per lo più tossici, verso la Cina, dove vengono riutilizzati per la costruzione di giocattoli ed altri prodotti e poi esportati verso tutti i Paesi del mondo. L’indagine, avviata da un controllo ispettivo eseguito presso l’area doganale del Porto di Venezia nel 2005, ha accertato un traffico illecito di rifiuti speciali verso la Repubblica Popolare Cinese.

I rifiuti speciali, anche di natura pericolosa, attraverso il solo passaggio negli impianti dell’azienda di Badia Polesine, venivano "trasformati" in "merce" o in "rifiuti recuperati", senza che in realtà fosse stata effettuata alcuna operazione di recupero, attestando inoltre in atti pubblici, destinati a comprovare la qualità e la non pericolosità di quanto esportato verso la Repubblica Popolare Cinese, come anche la loro regolarità in caso di controlli da parte delle Forze dell’Ordine.

I sigilli sono scattati per quattro aziende, tra Padova e Rovigo, che fanno tutte parte dello stesso gruppo di Badia Polesine. Nell’ambito dell’operazione sono state eseguite due ordinanze di custodia cautelare – una a carico del titolare della ditta e una nei confronti di una cittadina cinese – e sono stati sequestrati 70 camion e 60 milioni di euro in beni mobili ed immobili.

I rifiuti erano marchiati come materie prime secondarie, ma si trattava, secondo i carabinieri, di rifiuti pericolosi. I militari hanno contabilizzato, dall’avvio dell’indagine nel 2005, il trattamento di oltre 230 mila tonnellate di rifiuti tossici che partivano per la Cina, da Venezia, Genova e Ravenna. Il sospetto dei carabinieri è che i rifiuti, per lo più carta e plastica contaminata con inquinanti velenosi di diversa natura, venissero riusati per la produzione di materiale destinato alla produzione di casalinghi o giocattoli, potenzialmente pericolosi.

Le ipotesi di reato contestate ai due arrestati e ad altre undici persone denunciate sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e falso documentale. Le manette sono così scattate, a Grantorto, piccolo centro urbano in provincia di Padova, ai polsi dell’imprenditore Loris Levio, conosciuto nella zona come il "re dei rifiuti". Loris Levio é un volto molto noto a Grantorto per aver fatto fortuna con la sua ditta che gestiva la raccolta dei rifiuti, che opera da 25 anni nel settore del trattamento dei rifiuti. Tuttavia da quanto emerge dalle inchieste degli uomini del Noe, la gestione di questi rifiuti non veniva fatta in maniera legale.

L’operazione “Serenissima” é scattata nel 2005 grazie a un controllo nel porto di Marghera. Da qui é partita l’indagine che ha portato alla luce quanto accadeva nella ditta di Levio. Grazie all’aiuto di Mingming Tou, una donna cinese di 45 anni, anche lei arrestata, Levio esportava rifiuti in Cina, dove venivano riutilizzati da alcuni imprenditori cinesi che li riconvertivano in giocattoli o oggetti che poi tornavano in Italia per essere rivenduti nei negozi dei cinesi. E purtroppo molto spesso i rifiuti usati erano anche tossici.

"Le norme europee vietano la spedizione verso l’estero di rifiuti se non esistono in quel sito idonei impianti che li possano trattare", ha spiegato il capitano Alberto Prettegiani, comandante del Noe nord Italia. Norme ignorate dall’imprenditore padovano, la cui azienda ha come slogan "Levio Loris, il servizio ecologico per un futuro pulito". Evidentemente né ecologico né pulito, secondo gli inquirenti, ed a passare per "pulito" non è bastato il dipingere di rosa i camion per il trasporto dei rifiuti.

Il fascicolo istruito dal pubblico ministero contiene una serie di circostanziate indagini sulle spedizioni di container da parte della Levio Loris srl dal porto di Venezia verso alcune aziende cinesi. Le analisi fatte dai carabinieri del Noe comprovano il fatto che l’azienda aveva avviato un meccanismo di conversione, economicamente fruttuosa, dei rifiuti spacciati per materiale riciclabile o comunque inerte al porto, quando per lo smaltimento degli stessi carichi la Levio Loris srl veniva pagata, profumatamente, in quanto secondo la legge comunitaria quei rifiuti e materiali di scarto vario non potevano essere conferiti a discariche o termovalorizzatori.

Si alza così il sipario su un’azienda che scrive nelle sue presentazioni pubblicitarie "L’azienda opera nel settore della raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti, si avvale di una moderna tecnologia in linea con le norme legislative", con un titolare che a Grantorto, Selvazzano, Vigonza e Badia Polesine viene descritto come "una persona per bene". La cittadina cinese, legata sentimentalmente a Levio, si occupava di tradurre dal cinese le centinaia di telefonate intercettate dai carabinieri del Noe e solo in parte tradotte. Da queste telefonate emergerebbe un filone inedito dell’inchiesta, destinato ad interessare soprattutto le autorità giudiziarie cinesi per scoprire intrecci, coperture, appoggi e corruzioni insite in questo genere di traffici.

Il verbale dell’interrogatorio di garanzia, avvenuto il 27 giugno, di Loris Levio è lungo un solo rigo: "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere". A difendere l’imprenditore c’è il penalista-senatore Piero Longo, uno dei legali del premier Berlusconi. Nel corso di una telefonata avvenuta il 13 marzo 2007, Mingming You confida a Loris Levio si essere stata tutta la notte a fare i falsi certificati di ispezione e di averli redatti al computer. Poi parla anche con lo spedizioniere Stefano Fiore di vari carichi di rifiuti da avviare in Cina. Lui racconta dei nuovi sigilli che vengono messi dagli ispettori, insistendo sulla necessità che sui certificati di ispezione ci sia il numero di sigillo giusto per superare i controlli all’arrivo nel paese asiatico.

Due giorni più tardi, il 15 marzo, sempre Mingming You è di nuovo al telefono con Stefano al quale confida di non essere titolare della licenza per mandare in Cina rifiuti plastici. Da queste intercettazioni, l’inchiesta ha potuto portare alla luce la tecnica usata per l’esportazione illegale. Pertanto, anche questa inchiesta non sarebbe mai stata conclusa se fosse già entrata in vigore la legge, attualmente in discussione al senato, che limita le intercettazioni ed il diritto di cronaca.

Il gruppo aziendale di Levio beneficiava di un’autorizzazione ordinaria e semplificata, in merito ai materiali trattati, rilasciata dalla Provincia di Padova. Viene allora da chiedersi come mai in tutti questi anni la Provincia non ha mai fatto, a quanto risulta, controlli sulla “Levio Loris srl”, permettendo all’organizzazione di poter agire indisturbata, caricando sui container rifiuti miscelati senza alcun rispetto delle norme che impongono trattamenti differenziati e lavorazioni particolari per gli scarti ritenuti tossici. Scarti che non andavano via per sempre, ma dalla Cina riprendevano la via dell’Italia sotto forma di manici di scopa o di giocattoli per bambini da 0 a 4 anni.

da: altrenotizie.org

Cinzia Frassi – L’informazione on line vince sull’oblio

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Uno dei bocconi più amari dell’informazione nell’era del web è indubbiamente la diffamazione e la conseguente diffusione esponenziale di contenuti attraverso la pubblicazione in pagine web. La rete, infatti, è un mare dove siti personali e blog sono liberi di spaziare, pubblicare immagini e filmati, creare informazione indipendente, aggregare gli utenti. E pensare che alcuni ancora stanno a discutere sul futuro della carta stampata. Una vicenda sicuramente in tema, che si è conclusa da poco, è quella che ha visto il giornalista, ex direttore de La Padania, Luigi Moncalvo, querelare per diffamazione il blogger Mirko Morini. Morini é stato assolto, per fortuna. La vicenda risale ad alcuni anni fa. Era il 27 giugno 2005 quando il blogger muoveva critiche al limite della satira dalle pagine del suo blog ai danni di Moncalvo. Nell’articolo il blogger riporta con satira pungente il passaggio, se così si può chiamare, del giornalista dalla direzione de La Padania a dirigente televisivo in Rai.

A dirla tutta, come fece il titolare del blog, il giornalista sarebbe stato silurato dal compagno di partito e ora ministro dell’Interno, On. Maroni, a causa di un articolo particolarmente sgradito (a quanto pare) apparso sul quotidiano verde-pianura del nord. Dalla poltrona del quotidiano della Lega Nord, ll giornalista Moncalvo sarebbe così balzato su una poltrona Rai.

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Roberta Foletti – The Millionaire

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Una favola dalle premesse tragiche e dal finale lieto, molto hollywoodiana, talmente hollywoodiana da aver fatto incetta di Oscar. Un po’ epopea alla Charles Dickens un po’ commedia romantica, dal tocco inglese anche se è ambientata in India, la pluripremiata pellicola di Danny Boyle, gioca anche sulla (pseudo)suspense dei quiz a premi – ormai diffusi a livello planetario e unici motori propulsori di riscatto sociale. Soltanto la fortuna unita alla capacità di rischiare può liberare i più poveri dalle catene che li inchiodano a terra, non esiste altra rivoluzione possibile nell’epoca dominata dai mass media.

Ma in The millionaire c’è anche il tema classico dell’amore che non conosce spegnimenti, arde come una fiamma per tutta la vita dentro le persone che sono capaci di conservarla accesa. Gli eroi dallo spirito puro, come il protagonista Jamal Malik, rimangono se stessi tra mille peripezie e sono capaci di rischiare tutto per i propri ideali. Danny Boyle anni fa aveva diretto “Trainspotting”, film cinico, spietato, su un gruppo di tossici inglesi totalmente privi di prospettive, ora si è convertito al melodramma di grande respiro. La pellicola si svolge per metà in una baraccopoli di Mumbai, la vita dei due fratelli orfani e della loro amichetta altrettanto miseranda scorre tra momenti duri e tenerezze, in mezzo ad ogni sorta di pericolo. Tutto questo è addizionato con sapienti dosi di ironia, che stemperano la tragicità del racconto.

Si alterna il presente del protagonista, che sta partecipando a un gioco a premi di immensa audience, con potenti flashback della sua vita passata, tutti – per uno strano caso del destino – riconducibili in qualche modo alle domande del quiz. Jamal non ha studiato, è cresciuto per strada ma ha imparato delle cose che gli saranno preziose nel corso della trasmissione, seguitissima anche dal pubblico più diseredato (è successa la stessa cosa con la cerimonia di premiazione degli Oscar in un singolare parallelismo tra cinema e realtà). Tutti fanno il tifo per il ragazzo venuto dagli slums, anche i tecnici dello studio e il pubblico in sala, soltanto l’anchorman dello show tenterà di fargli lo sgambetto, e sì che viene anche lui dai bassifondi… altro che solidarietà tra simili.

Ma ogni difficoltà che il giovane Jamal ha dovuto superare nella sua vita sembra venirgli in aiuto nel momento in cui deve dare le riposte al quiz, tutto torna e si ricompone come un puzzle. Anche la ragazzina del suo cuore, persa di vista per anni e diventata nel frattempo una splendida fanciulla, in balia però di gente senza scrupoli, tornerà a gravitare nella sua orbita. Come il pianeta più luminoso. Grazie al sacrificio di qualcuno che sembrava aver irrimediabilmente tradito Jamal, il lieto fine coronerà questa favola che oscilla tra il melò e il film di denuncia ma vorrebbe tanto essere un musical, come dimostrato dallo spezzone oltre la sigla…

The millionaire (Gran Bretagna, Usa, 2008)
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Simon Beaufoy
Musiche: A. R. Rahman
Scenografia: Mark Digby
Cast: Dev Patel, Freida Pinto, Madhur Mittal, Ayush Mahesh Khedekar
Distribuzione: Lucky Red

Mario Braconi – Google ruba la nostra privacy

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E’ stato lanciato da pochi giorni nel Regno Unito un nuovo servizio dal nome Google Street View, un divertente complemento all’ormai arcinoto Google Maps, che consente di vedere immagini delle strade selezionate sulle mappe informatizzate. Come ogni altra applicazione della casa di Mountain View, Street View dimostra creatività coniugata a spregiudicatezza: Larry Page non si accontenta di aver creato il motore di ricerca più usato del mondo, non soltanto si sforza di googlizzare la cultura per consentirne la fruizione globale: ora vuole a disposizione di tutti delle viste sulle principali città del mondo. Come? Un veicolo della Google che monta sul tettuccio un dispositivo di ripresa, gira per le principali strade delle varie città ritraendone palazzi, monumenti, abitazioni, persone a passeggio, automobili parcheggiate o in movimento. Le immagini vengono poi caricate sul server di Google, che le rende disponibili a chiunque non si accontenti di vedere una mappa dall’alto, ma desideri invece farsi un’idea di come è realmente quella strada, quella piazza eccetera.

Giovedì scorso il servizio è stato lanciato anche in Gran Bretagna, dove è stato immediatamente messo sotto accusa per le sue implicazioni negative in tema di diritto alla privacy e perfino per la sicurezza nazionale. Segno della grande sensibilità generalmente dimostrata dai cittadini del Regno per il valore dei propri diritti (cui non sembra corrispondere una uguale attenzione da parte del governo, che ha dimostrato un atteggiamento compromissorio su questo tema, grazie al ricatto della sicurezza); nelle polemiche ha certamente avuto un peso anche la paranoia dilagante sulle questioni attinenti ai lati oscuri dell’animale umano che oggi vengono più frequentemente sbattuti in prima pagina: pedofilia e terrorismo (islamico, certo, anche se la recrudescenza del terrorismo in Irlanda del Nord offre nuovi spunti).

Le precauzioni messe in atto dalla software house californiana non sono state sufficienti: il software Google che dovrebbe identificare un volto umano all’interno di una immagine fotografica in modo da “pixellarla”, proteggendo così la privacy della persona cui appartiene, non funziona a meraviglia – tanto che sul sito del quotidiano Guardian un lettore ha scritto: “ho fatto una verifica [cercando su Street View] il quartiere dove vivo e ho trovato un buon numero di facce chiaramente identificabili (tra cui quella di un ragazzo che palesemente guardava male una macchina che lo aveva buttato fuori strada).”

Questo è niente, rispetto all’imbarazzo e alla rabbia delle persone che sono state beccate dall’infernale spia informatica a vomitare birra fuori da un pub, o “pizzicate” nel bel mezzo di una seduta di shopping “piccante” in un sex shop di Soho (finché dura), o immortalate mentre venivano arrestate da un bobby. Vi è anche chi non si dimostra particolarmente colpito – in fondo si tratta di un luogo pubblico… – ma la lente di ingrandimento della Rete è micidiale: puoi anche riuscire a dare un bacio proibito in una strada facendola franca, è un po’ più difficile inventare una scusa plausibile quando quel momento sfuggito all’attenzione di qualcuno per qualche secondo diventa perenne e pubblico per qualche centinaio di milioni di possibili internauti, tra cui ci potrebbe ben essere anche il tuo fidanzato, o un suo amico che ti conosce, se è per questo.

Ma il caso del giorno è quello scoppiato qualche ora fa, quando tra le immagini rubate dalla Google-mobile è finita una famigliola che faceva un picnic in un parco di Londra: tra i suoi componenti, infatti, c’era anche un bambino nudo. Certa stampa ha soffiato sul fuoco: secondo questi media un po’ isterici, immagini di tal tipo potrebbero infatti prestarsi ad usi “sinistri”. Anche qui è utile qualche distinguo: da un lato è sacrosanta la battaglia dei cittadini inglesi cui la propria immagine è stata “rubata”, così come è comprensibile che i genitori di quel bambino, giustamente inbufaliti, abbiano sporto querela; dall’altro, è sempre utile ricordare che, per il 99,9% delle persone un bambino nudo è solo un bambino nudo, non un oggetto di inconfessabili pulsioni. Tanto per capire il clima di sospetto tipico dei nostri tempi, l’Information Commissioner (l’autorità che in Gran Bretagna vigila, tra le altre cose, sul rispetto della privacy) ha diffidato la società americana a far comparire altre immagini di minori nudi, minacciando, in caso contrario l’apertura di un fascicolo a suo carico. Google ha comunque replicato, con buone ragioni, che la presenza di quell’immagine era solo un dettaglio di una immagine che ritraeva un giorno di festa in un parco.

Per la verità, di fronte alla grandinata di critiche, e pur avendo rimosso immediatamente le immagini che avrebbero potuto darle delle noie, Google continua a mantenere un atteggiamento freddo e piuttosto supponente. In pratica il suo modus operandi è il seguente: noi mettiamo online tutto quello che ci pare, se poi c’è qualcuno a cui non va bene, basta che ci scriva, e provvederemo a rimuovere le foto. Non un granché.

C’è poi, e questo è un altro segno dei tempi, chi ha sfruttato le indiscutibili debolezze di un sistema come Street View, per recitare l’ennesima declinazione dello psicodramma della sicurezza: “trovo molto inquietante che siti critici come stazioni di polizia o depositi di armi siano accessibili mediante questo servizio [che può fornire] a terroristi un accesso istantaneo – e anonimo – alle principali città britanniche, dove possono selezionare obiettivi per i loro campi in Afghanistan, Iran o altre zone a rischio” – questa l’opinione di Tamar Beck, Group Event Director di Infosecurity Europe, convegno mondiale della sicurezza informatica, che si terrà a Londra il prossimo aprile.

E’ possibile che questo strumento possa effettivamente essere usato per scopi delittuosi, ma non dimentichiamo, allora, che Google, con le sue mappe, è stato più volte lo strumento con cui sono stati risolti dei delitti. Al momento, paranoie a parte, sembra che il vero problema di Google Street View sia quello della privacy, su cui peraltro la società non sembra aver dato ancora alcuna rassicurazione.

da: www.altrenotizie.org

Ilvio Pannullo – Mentre l’Italia sana spera, il Cavaliere cementifica

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Quando un sistema di produzione e di consumo entra in crisi – come è accaduto e come presto si potrà comprendere ancor più pienamente – le classi dirigenti di un paese dovrebbero interrogarsi sulle cause del disastro, analizzarle e proporre nuove soluzioni che indichino una strada sostanzialmente diversa, affinché la situazione non si riproduca in seguito. In un momento di crisi globale come quello che stiamo attraversando, se da una parte è logico aspettarsi la richiesta popolare di una direzione chiara verso cui muovere con decisione, dall’altra, purtroppo, siamo costretti ad osservare impotenti come simili decisioni vengano prese da quegli stessi soggetti che ci hanno trascinato nel baratro in cui ci ritroviamo. Aspettando un piano energetico nazionale ispirato da una nuova visione dell’economia, dell’ambiente e delle esigenze umane, dove il concetto di sostenibilità non sia più un inutile corollario ma piuttosto il cardine stesso del nuovo sistema, riscopriamo, ancora una volta, la vergogna che si prova ad essere governati da una massa informe di incompetenti lobbisti. Nonostante le idee lanciate dalla nuova amministrazione americana, per alleggerire l’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale il governo italiano non è stato in grado, infatti, di trovare un’idea migliore del cementificare l’intero paese, per la felicità dei grandi costruttori e dei fan dell’abusivismo edilizio.

Oramai già entrato nella storia con il nome di “progetto casa”, il disegno di legge presentato da Berlusconi è l’emblema dell’italianità: tante promesse e qualche buona idea usate a copertura di una montagna di oscenità. Il piano prevede infatti un intervento di edilizia popolare con un intervento da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Il grosso della manovra, tuttavia, è un altro: il via libera ad un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio immobiliare esistente; una folle liberalizzazione delle norme – peraltro già poco rispettate – relative all’edilizia ed un ritorno in alcuni casi a quel "ravvedimento operoso" che tanto sta a cuore agli abusivisti. C’è un articolato, infatti, già discusso dal presidente Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l’ossatura di quella "rivoluzione" annunciata, e che già ha ottenuto l’approvazione delle due Regioni.

Vediamolo dunque questo progetto di stampo federalista che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. L’intestazione non potrebbe essere più fuorviante: "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l’utilizzo di fonti di energia alternativa". Dall’analisi del testo risulta come, alle Regioni che accettano il piano, venga data la possibilità di ampliare gli edifici esistenti del 20%; di abbattere edifici – quelli realizzati prima del 1989 – per ricostruirli con il 30% di cubatura in più in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici"; di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità giurata, da parte del progettista. Non ci vuole molto per capire cosa questo provocherà in un paese come il nostro noto per la sua solida anima antilegalitaria.

Il primo punto che merita attenzione riguarda l’ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni possono autorizzare, " in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l’ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L’ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un " corpo edilizio separato avente però carattere accessorio". Ma non basta. La Regione "promuove" la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l’abbattimento degli edifici -sempre in deroga ai piani regolatori – e ricostruirli anche su aree diverse, purché destinate allo stesso scopo. Qui l’aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l’aumento della cubatura è del 35%. Sono poi previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.

Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c’è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C’è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. A preoccupare è però soprattutto un ambiguo "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato", dal vaghissimo sapore di condono, oltre all’introduzione di norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica. La linea di fondo è di fatto molto chiara: l’idea è quella di cercare di creare le condizione per mettere in circolazione tutta quella massa di denaro non dichiarato che mal tollera qualsiasi forma di legalità, tassa o restrizione e che nel nostro paese ha dimensioni ciclopiche.

da: www.altrenotizie.org