Il WRTH

Reading Time: 5 minutes

Non c’era verso. Dovevo sapere.

Avete presente quando siete in preda all’entusiasmo per qualcosa (che so, la cucina siciliana, Arduino, il cinema di Nanni Moretti, lo yoga, la meccanica quantistica…) e avete bisogno di sapere TUTTO, ma proprio TUTTO sull’argomento? Ecco, a me successe la stessa cosa con la radio.

Ormai sapevo che molte emittenti di Stato, avevano un servizio per l’estero in svariate lingue. Siccome le lingue le studicchiavo (con una certa idiosincrasia per l’inglese, certo, lingua senza flessione verbale, e, quindi, nel mio immaginario, si trattava di una non-lingua), voleva avere anche la possibilità di esercitarle attraverso il mezzo che andavo via via scoprendo, e con sempre maggiore interesse.

Mi chiedevo: se ascolto Praga e Pechino in italiano, vuol dire che ci saranno altre stazioni che trasmettono in altri idiomi. Già, ma quali? E a che ora, in quale lingua, e su quali frequenze? Posso ascoltarle anch’io con la radio della nonna (mia nonna Tomassina, da parte di padre, non la nonna Angiolina della Corrida) o ho bisogno di qualche miracolo?

La soluzione c’era.

In una delle ultime trasmissioni del servizio italiano della BBC avevo appreso che esiste un volume, pubblicato annualmente, che riportava tutti i dati di cui avevo bisogno.

Si chiamava (e si chiama ancora, visto che le pubblicazioni non sono cessate) WRTH, che è l’acronimo di World Radio and Television Handbook. C’era veramente tutto quello che necessitavo. Inclusi gli indirizzi delle stazioni. Buono a sapersi.

Il guaio (guaio?) è che il libro (che i radioappassionati chiamavano la Bibbia, per l’autorevolezza dei suoi dati) veniva pubblicato in Danimarca. Costava anche qualche bel soldino. Per cui mi misi a fare ripetizioni di tedesco a una ragazzina molto intelligente ma svogliata, per potermi permettere l’agognato acquisto. La necessità aguzza l’ingegno, come si suol dire.

Una volta venuto in possesso del valsente, regolarmente percepito in nero e in lirette sonanti e ballanti, secondo il bieco principio del pochi, maledetti e subito, mi recai all’Ufficio Postale per affrontare una delle avventure più impegnative del mio nuovo donchisciottesco hobby: il vaglia postale internazionale.

Ricordo ancora che il Direttore, un uomo grande e grosso, nonché di animo buonissimo, mi chiese se fossi sicuro di quello che stavo facendo. Trasferire denaro dall’Italia alla Danimarca mica era uno scherzo! C’era da convertire la valuta locale in corone danesi e scrivere il corrispettivo in francese su un modulo di un terribile color rosa. Il francese era la lingua franca e veicolare dell’Unione Postale Universale.

Non c’era l’Unione Europea, e men che meno l’euro. Esisteva, comunque, una valuta di passaggio, l’ECU, di cui non erano disponibili banconote e monete, ma che alle poste veniva usata quotidianamente per le transazioni internazionali. Ogni giorno usciva il bollettino, affisso regolarmente nell’ufficio, in cui ti davano il controvalore in lire. E beata l’anima di Robert Schumann (l’economista, non il compositore).

Ci mettemmo un’ora e più a fare quel maledetto vaglia. Totale della spesa, inclusi gli oneri postali, 50.000 e rotte delle lire di allora. E uno sguardo assassino del Direttore, pugnalatomi in pieno petto da dietro i suoi occhialini da presbite.

Quando il libro arrivò, mi immersi nella sua lettura come se non ci fosse un domani. E’ incredibile come ci si possa immergere in una risorsa simile all’elenco del telefono. Numeri, tanti numeri. Frequenze, potenze dei trasmettitori, tutto suddiviso per nazioni e continenti. Mi sembrava fatto benissimo, non staccavo gli occhi da quelle pagine.

Una delle prime sezioni che consultai fu quella dedicata all’Italia. E sì, appresi che anche la RAI trasmetteva per l’estero in un maremagnum di idiomi, dai più ai meno diffusi, dal suo centro di emissione in onda corta a Prato Smeraldo. Mi saltò l’occhio su un particolare: trasmettevano persino in maltese. Un quarto d’ora al giorno. Quando si dice la generosità! Ero curiosissimo di sentire come suonava il maltese. Allora mi sintonizzai, ma le mie aspettative andarono ben presto deluse. Datosi che avevano una temporanea mancanza di locutori in lingua maltese, sostituivano provvisoriamente il programma previsto con una trasmissione in italiano. Quasi uguale. Bello, però. In Italia abbiamo i locutori, mica gli speaker. A distanza di tutti questi lustri, mi risulta che non vi sia ancora alcun locutore di madrelingua maltese alla RAI. Le temporaneità è un concetto molto relativo, anche nel mondo della radio.

Un’altra lingua che mi interessava era l’esperanto. Anche lì flessione verbale zero. Però mi era più simpatica del maltese. Trasmettevano nella lingua di Zamenhof Pechino, Cuba e perfino la Radio Vaticana. Mi chiedevo cosa spingesse il governo di Sua Santità o quello del Comandante Fidel Castro a spendere soldi per trasmettere in una lingua usata come veicolo di comunicazione da appena due milioni di persone nel mondo. Idealismo, probabilmente. L’esperanto è sempre stato associato a istanze libertarie ed anarcoidi. Era bello sapere che anche Giovanni Paolo II ci credeva. Anche se sentir parlare in esperanto non è che sia una delle esperienze uditive più gratificanti. Ci sono solo parole piane. Le tronche e le sdrucciole non esistono, quindi è un po’ monotono.

Ma quel libro era un pozzo di San Patrizio di informazioni. In Italia esistevano delle stazioni che trasmettevano clandestinamente sulle onde medie. Qualcuna, più azzardosa, anche sulle onde corte. Il fascino dell’illegalità era ben presente, e l’Escopost no. O, quanto meno, non ancora.

Dagli Stati Uniti era inoltre possibile ascoltare una stazione che si chiamava WYFR. Va detto che negli Stati Uniti la maggior parte delle stazioni radio non ha un nome, come da noi. Non si chiamano Radio Pinco o Radio Pallino. Hanno delle sigle. Che cominciano (quasi) tutte con W. Il resto ognuno se lo può scegliere come gli pare, se non è stato già registrato. Come le targhe delle autovetture. YFR stava per Your Family Radio. Ma che bello, una radio per famiglie che trasmetteva per l’Italia! Quanto meno consolante, ma estremamente deludente all’ascolto. Si trattava infatti di una stazione religiosa che trasmetteva letture bibliche e sermoni come raffiche di mitra ad altezza d’uomo. La redazione italiana era composta da un solo membro, un pastore protestante di origini lucchesi, che parlava un misto di toscano e inglese-americano che trovai insopportabile. Faceva tutto lui, del resto, poveraccio, e non c’era proprio necessità di fargliene una colpa. Registrava i programmi, rispondeva alle lettere, confermava i rapporti d’ascolto, ti inondava la cassetta delle lettere di opuscoletti e trattatelli, prometteva salvezza e inferno a seconda delle tue scelte, tuonava contro la pornografia, insomma, lavorava in multitasking. La traduzione della Bibbia (quella vera, intendo, non il WRTH) che usava per mandarti a friggere in tutte le padelle dell’inferno era quella storica di Giovanni Diodati, per cui le trasmissioni erano infarcite di linguaggio sei-settecentesco e si potevano udire espressioni come “allor, ognor, imperocché, in perciò sia cosa che” e così via. Vintage e inquietante al tempo stesso.

La sezione della Corea del Nord era particolarmente esigua ma molto interessante. Radio Pyongyang esisteva e io la volevo. Trasmettevano in quattro o cinque lingue, quelle principali. Al di fuori delle bande assegnate a questo tipo di servizio, perché loro erano originali. Ogni giorno riempivano l’etere con le loro sparate e le lodi sperticate al compagno Kim-Il Sung, a suo figlio Kim Jong-Il, suo successore ed erede, e a tutta la dinastia millenaria dei Kim. Scrissi anche a loro, come è ovvio, mi mandarono un librettino con un discorso di Kim-Il Sung tradotto in francese, che conteneva la terza pagina con l’effigie del Padre della Patria coperta da una intercapedine di carta velina, quasi a volerne preservare la sacralità. Poi non ne seppi più nulla. Ma so per certo che esistono ancora, anche se per sentirli bisogna un po’ ingegnarsi con l’antenna.

Quella più imponente era la sezione dedicata a Radio Mosca (oggi Voce della Russia). Il numero delle lingue in cui trasmetteva era impressionante. C’era perfino un programma in guaraní, lingua indigena dell’America Latina, un altro in quechua, altri ancora in urdu, swahili e chissà cos’altro diavolo mai. Un mio amico prete di allora, che aveva fatto il missionario in Sud America, mi disse che per perfezionare la sua conoscenza della lingua locale ascoltava Radio Mosca tutti i giorni perché parlavano un guaraní perfetto. Contento lui!

Con quel volume feci il giro del mondo in 500 pagine. L’un lito e l’altro vidi, infin la Spagna, fin nel Morrocco e l’Isola de’ Sardi… e mi veniva in mente Ulisse, il suo peregrinare, e Dante che ne scriveva in endecasillabi.

Ma il libro ormai era mio e non sarei mai più sceso a compromessi.

Radio Pechino e gli IRC

Reading Time: 4 minutes

La seconda stazione in lingua italiana che ascoltai fu la BBC da Londra.

Fu un amore breve e indolore, il servizio per l’Italia chiuse dopo pochissimi mesi ed ebbi solo modo di scambiare coi redattori qualche parola di convenevoli.

Ma fu da loro che appresi che esisteva un’altra emittente che trasmetteva nella nostra lingua, da Pechino.

Mi sembrò stupefacente, assolutamente incredibile. Mi domandavo cosa gliene fregasse ai cinesi di parlarci, di estendere un servizio del genere proprio per gli italiani. Armamentai baracca e burattini e dopo svariati tentativi dovuti più all’inesperienza che ad altro, una sera riuscii a sintonizzarli.

Trasmettevano una ricetta della cucina cinese, chiedendo venisse aggiunta “una abbondante dose di glutammato” alla base del pollo (che non ricordo più in quale maniera venisse cucinato) e una lezione del loro corso di lingua cinese, di cui non capii un accidente di niente, un po’ per idiosincrasia, un po’ per celia, un po’ per non morire, un po’ perché non me ne è mai fregato a sufficienza di imparare il cinese.

Ma ce n’era abbastanza per contattarli. Ricordo che redassi una letterina del tutto entusiastica, e magari un po’ ruffiana, e il solito rapporto di ricezione. Ormai ci stavo prendendo la mano.

Per risparmiare sull’affrancatura esisteva il servizio (adesso abolito) dell’invio della posta per via di superficie. Se non avevi fretta e non era necessaria la via aerea bastava scrivere sulla busta Surface Mail e si pagava una tariffa minima per tutto il mondo. Già mi immaginavo che la mia letterina viaggiasse a dorso di mulo per tutta l’Asia, attraversando la Steppa infinita, poi lungo il Katai, giungendo fino alle porte dell’Impero, dove un messo dell’Imperatore l’avrebbe trasportata a cavallo fino alle porte della radio, nella Città Proibita. Insomma, prima di me solo Marco Polo.

E poi non volevo che spendessero dei soldi per rispondermi. Una soluzione c’era. Andare al negozio di filatelia, gestito da un simpatico vecchietto che aveva speso tutti i suoi averi e la sua vita in Gronchi Rosa e monete rare, ed acquistare dei francobolli cinesi comuni, quel tanto che bastava per una affrancatura. Già, ma a quanto ammontava una affrancatura delle poste cinesi per una lettera via aerea per l’Italia? Perché la mia missiva poteva anche giungere con comodo, ma la loro risposta la volevo rapidamente, anche per non fare troppo il pidocchioso.

Avevo sentito dire che alle poste vendevano degli IRC. Cavolo erano gli IRC lo sapevano solo tutti i Santi del Paradiso! Mi informai rapidamente e mi fu detto che IRC era l’acronimo di International Reply Coupon, ovvero Buono di risposta internazionale. Era un affarino minuscolo che si comprava, si allegava a una lettera e il destinatario poteva convertirlo in una affrancatura, nel paese di destinazione, per una risposta per via di superficie, appunto.

Ne comprai subito uno e lo pagai un botto. Ma chi se ne fregava, tanto per cambiare? Ero felice di poter fare bella figura.

Mi risposero in fretta (beh, diciamo quel mesetto e mezzo necessario a uno scambio epistolare del genere) e nell’aprire la busta piena di ideogrammi mi cadde per terra l’IRC che avevo mandato. Pensai subito che si fossero offesi e che mi annunciassero che due miliardi di cinesi stessero per saltare dalla sedia nello stesso momento provocando un terremoto in Occidente. Invece era una lettera tutta gentile. Erano contenti di aver guadagnato un nuovo affezionato ascoltatore, di aver ricevuto sue notizie, mi ringraziavano caldamente per il pensiero della risposta pagata, ma mi dissero che il Grande Popolo Cinese era orgoglioso di pagare, coi propri tributi all’economia nazionale, un francobollo per una risposta a un amico come me.

Ripiegai la comunicazione, scritta a macchina con inchiostro blu su carta velina, e mi misi ad esaminare il contenuto del resto dell’invio. C’era un segnalibro senza infamia e senza lode (grazie, comunque!) e una stampa su carta sottilissima di una sorta di drago (cinese, immaginavo) intagliato in una carta variopinta. Dopo due giorni mi arrivò un’altra bustona contenente un numero della rivista (un’altra!) La Cina, con viste mozzafiato della Grande Muraglia e le solite ricette di cucina locale. Io a malapena avevo assaggiato il pollo alle mandorle (un signor piatto!) e vedere le immagini dell’anatra laccata alla pechinese mi faceva venire l’acquolina in bocca. C’era anche il volumetto di supporto alle trasmissioni del maledetto corso di lingua cinese, un coso verde mal stampato su una carta che si sfaceva appena lo prendevi in mano e lo sfogliavi.

E mi ricordai i versi di quella canzone di Battiato che dicevano

La Cina era lontana,
l’orgoglio di fantastiche operaie
che lavoravano la seta.
Le biciclette di Shanghai…

Solo che quella canzone si intitolava Radio Varsavia. Avrei ascoltato anche quella, di lì a poco. La radio, non la canzone, quella la sapevo già a memoria.

E invece per me la Cina non era mai stata tanto vicina. Mi bastavano una vecchia radio, un po’ di buona propagazione, la mia macchina da scrivere, qualche spicciolo in tasca (gli studenti di liceo, si sa, non è che ne abbiano molti) e un qualsiasi ufficio postale a portata di mano. Con un po’ di allenamento e confidenza con le tariffe, sarebbero stati sufficienti anche la buca delle lettere vicina al bar sotto casa e il relativo tabaccaio. Ero molto più in contatto col mondo standomene nella mia cameretta, tappezzata di una carta da parati giallina che si scollava solo a guardarla, che non andando a giocare una partita a flipper al bar con gli amici. E va da sé che mi è sempre piaciuto il flipper.

La mia fidanzatina di allora cominciò a chiedersi (ma non a chiedermi) cosa fossero mai tutte quelle cartoline strane che mi arrivavano, e a pensare che sì, forse ero effettivamente diventato un po’ scemo. Ma erano solo gli inizi di una lucida follia radiofonica che mi avrebbe portato lontano.

Radio Pechino, oggi, non si chiama più così. Peccato, perché era un nome esotico e romantico insieme. Ora si chiama Radio Cina Internazionale, e non è raro (anzi, è frequentissimo) trovarla sulle onde corte, in inglese o in qualche lingua esotica. Praticamente sono rimasti solo loro a trasmetterci.

In una delle loro tante lettere successive mi allegarono anche una copia del libretto rosso dei pensieri di Mao, quello che gli operai cinesi portavano nel taschino della casacca. Era tradotto in italiano da una certa Società Editrice in lingue estere ed era molto bello da vedere, nonostante la rilegatura in pura similiplastica. Mi venne buono per riparare la zampa di una sedia che avevo e che traballava sempre. Un po’ mi spiacque per averlo utilizzato un modo così volgare e prosaico.

Ma, tanto per cambiare, la felicità traboccava. E io non avrei voluto altro.

QSL

Reading Time: 4 minutes

Il termine “QSL” nel gergo radioamatoriale (che è una vera e propria lingua fatta di pochissimi elementi che si ripetono) significa propriamente conferma o approvazione.

In un dialogo tra radioamatori patentati che si collegano via etere non è raro sentire una frase in inglese del tipo

“Can you give me QSL, please??”

cioè puoi darmi conferma, o un ok? (su quello che ti ho detto, anche per chiedere se si è compreso bene).

La prima QSL della storia della radio fu un colpo di schioppo. Guglielmo Marconi stava conducendo degli esperimenti sulla sua invenzione, la radiotelegrafia senza fili. Per provare i suoi apparecchi decise di portare l’unità dietro la collina vicino cui abitava, e pregò un contadino di stare bene in ascolto. Se avesse sentito tre segnali in rapida successione (la lettera s in codice Morse) avrebbe dovuto sparare un tiro in aria per confermare che tutto era andato per il meglio, e che l’esperimento aveva avuto esito positivo.

Il colpo ci fu. La radio funzionava. E anche lo schioppo del contadino.

Col tempo, la QSL si è trasformata in un gesto di cortesia. Adesso i radioamatori si mandano una cartolina a conferma e ricordo dell’avvenuto collegamento.

Per le stazioni internazionali di radiodiffusione era assai diverso. Quasi tutte inviavano la cartolina QSL, tranne Radio Tirana, che a me non ha mai confermato un bel tubo di nulla. La gente ne faceva collezione, e le radio straniere ne stampavano di ogni tipo e con ogni illustrazione. Si andava dalle vedute dei paesaggi alle riproduzioni fotografiche dei monumenti storici, dalle riproduzioni di quadri sconosciuti di artisti sconosciuti alle fantasie grafiche più disparate del momento.

E c’era anche chi faceva di tutto per accaparrarsi più contatti possibile.

La radio danese, per esempio, stampò sei cartoline che. riunite insieme in un rudimentale puzzle, avrebbero dovuto comporre un’opera artistica. Solo che le mandavano a casaccio, così, alla sans-façon, quindi era molto difficile completare la minicollezione. Ti capitavano sempre dei doppioni. Inoltre il quadro era davvero molto brutto e non ne valeva la pena.

L’emittente religiosa tedesca Evangeliums Rundfunk, dal canto suo, siccome i protestanti se ne devono sempre inventare una, si inventò una cartolina QSL di forma rotonda, precisa come l’O di Giotto. Siccome in Italia la stazione si riceveva molto bene, l’ottenni, ma dovetti pagare una tassa alle poste italiane perché il formato era irregolare qui da noi e non si sapeva quale angolo dell’invio dovesse rientrare nelle dimensioni minime e massime dell’ormai dimenticato “bustometro”.

Radio Sweden International bandì addirittura un concorso grafico tra i suoi ascoltatori per il disegno di una QSL che avesse come motivo la sua storica cattedrale. Vinse un italiano e fu un orgoglio per tutti.

Poi c’era chi organizzava delle gare a premi. Radio Berlino Internazionale aveva dei veri e propri “livelli” tra i suoi ascoltatori. Chi aveva ricevuto cinquanta QSL era un novellino, chi duecento già era un po’ più su. E così via. Fino ad arrivare a cinquemila cartoline ricevute, che era la punta massima dell’apoteosi. Solo che chi è che aveva la pazienza di mandare cinquemila rapporti di ascolto e tutti quei denari da sperperare in spese di invio? Solo un folle. E infatti un folle lo trovarono, un tizio degli Stati Uniti che, unico fra tutti, raggiunse l’ambito titolo. Credo che l’abbia arrestato l’FBI. O che sia stato assoltato dalla Stasi della RDT.

La QSL era un trofeo da esibire agli amici, che tuttavia, sia pure interessati con le migliori intenzioni alle nostre attività di ascoltatori, non ci capivano una veneratissima di quello che facevamo.

“Guarda questa, mi è arrivata oggi da Mosca!”

“Bella, ma come funziona?”

“Eh, io ho ascoltato Radio Mosca, poi ho scritto a Radio Mosca per dire loro che avevo ascoltato Radio Mosca, e loro mi confermano che sì, ho ascoltato effettivamente Radio Mosca!”

“Mah…”

E l’amico allertava regolarmente la neuro perché il radioascoltatore non gli sembrava tanto normale. Eppure era proprio così, né più né meno.

Le QSL, intese come cartoline, non erano null’altro che dei feticci, dei contentini. Esistono ancora, ma oggi, con l’ascolto delle radio in streaming sulla rete, non hanno praticamente più senso. Voglio dire, io lo so che ho ascoltato esattamente quella stazione, c’è scritto sul ricevitore digitale, non ho bisogno di patacche.

E poi c’erano le stazioni andine che non avevano soldi nemmeno per far cantare un cieco, figurarsi per far stampare i gadgets. Oppure quelle che ne stampavano a milioni e mandavano in giro sempre quella, come la Deutsche Welle, che ti rispondeva con un “grazie per averci scritto, ma quello che ci invia non ci interessa” prestampato. E te lo prendevi in quel posto là.

E poi gli allegati, perché non era affatto raro che ti arrivasse la cartolina nuda e cruda. In genere ti ci mettevano sempre qualcosa in più. Una spilletta, un ciondolino, un segnalibro, un calendarietto. Tutto griffato, ovviamente. La stessa Radio Mosca aveva preso a inviare delle spille che riproducevano le decorazioni al merito dei soldati dell’Unione Sovietica. Ti mettevi una di quelle e andavi in giro con l’effigie di Lenin in plastica dorata. Poi ti arrestavano, ma erano soddisfazioni.

L’allegato più ambito di tutti, però, era la “bandierina” (o “il bandierino”, al maschile, come dicevano tutti, o anche “il pennant”, come lo chiamavano altri). Era un’orrenda sottoimitazione di gagliardetto se non in plastica almeno in similstoffa sintetica recante il logo della stazione ascoltata. Di un Kitsch assoluto. I più coraggiosi li mostravano esponendoli in casa, come fanno i cacciatori con le teste di cervo o di daino e le mogli li prendevano a gragnuole di colpi di mattarello sulla zucca.

Come se non bastasse si facevano le gare. “Quanti paesi confermati hai?” E c’era chi arrivava tranquillamente a 150 come se nulla fosse. Qualche club di radioascoltatori organizzavano dei veri e propri concorsi. A seconda di quanti paesi avevi correttamente sintonizzato ti davano un diploma. Non perché avevi studiato, certo. In breve, era più roba da due righe sul Guinness dei Primati che da gente sana di mente. Ma ci si divertiva così.

Per mantenere la corrispondenza con le stazioni radio, che si andava facendo via via sempre più fitta, sempre per una QSL in più, cominciavo a spendere fortune in francobolli. Ma, chi se ne fregava? Ero felice. E siccome tutto ha un prezzo anche, la felicità si paga. Certo, se avessi messo da parte tutti quei quattrini oggi ne avrei qualcuno in più. Fatto sta che il postino e i miei genitori erano sempre più stupiti dal fatto che io ricevessi “tutti quei troiai” da ogni parte del mondo. Altri tempi.

Non avevo idea che tutto quel mondo sarebbe crollato, prima con il muro di Berlino e poi con l’avvento di Internet. But that’s another story.

Radio Praga

Reading Time: 5 minutes

La svolta, se di svolta vogliamo parlare, avvenne una sera di novembre del 1982.

Avevo nel frattempo abbandonato la radiolina a transistor, e mio padre mi aveva autocostruito quello che lui pomposamente chiamava “lo stereo”. Si trattava di un’autoradio con le sole onde medie incastonata in un mobiletto improvvisato e anche un po’ squalliduccio, fatto col compensato ricoperto da una pellicola adesiva di plastica color legno autentico, perché a vederlo così faceva proprio schifo. Una sorta di mano pietosa, via.

Mi ero beccato una delle prime influenze della stagione, e me ne stavo a letto a sudare di aspirine, avvolto nei vapori del Vicks Vaporoub, col mal di gola, la tosse, il raffreddore e 38,5° di febbre. Quando ero giovane ero assai cagionevole di salute, poverino.

Ma radiofonicamente parlando ero molto più scafato. Ascoltavo i notiziari della RAI, e mi piaceva tanto una trasmissione che non dimenticherò, l’evoluzione di quel Chiamate Roma 3131 che fu di Paolo Cavallina, e che veniva prodotta negli studi RAI di Firenze.

Mancavano pochi minuti al GR2 della sera, quando ancora Rai 2 non era diventata quel coacervo di ingenue leggerezze che è oggi e quando faceva ancora informazione, al punto che i radiogiornali duravano mezz’ora.

Mi sintonizzai, anche perché non ho mai sopportato di seguire un programma informativo già cominciato, in genere mi sembra di perdermi il meglio. Sentii la voce di una donna che parlava e, nel delirio della febbre, non ascoltai nemmeno quello che diceva.

Si trattava di un programmuccio in verità piuttosto noioso sulla musica cecoslovacca. Interessante l’argomento ma la conduttrice faceva venire due palle così. L’italiano era perfetto, con qualche timida accentazione forestiera. Mi chiesi perché alla RAI si ostinassero ad assumere dei locutori così.

Ma l’orario canonico del GR2 passò e alle 19,32 quella era ancora lì che parlava in pompa magna di un teatro di Praga appena ricostruito. Mi inquietai un poco. Anche perché io coi segnali orari della radio ci vado a nozze, e ci rimetto perfino l’orologio.

La soluzione era semplice e disarmante allo stesso tempo. Non era la RAI, era Radio Praga, come comprovai dall’annuncio successivo: “Qui Radio Praga. Trasmissioni per l’estero della Radio Cecoslovacca.”

Un colpo al cuore. Praga? E com’è che trasmettono in italiano?

La trasmissione, pur nella calda timbrica delle onde medie, era pulita e comprensibile, senza interferenze. Cosa stava succedendo? Decisi di proseguire nell’ascolto, stavolta con orecchio e attenzione più interessati.

Seguì un programma speciale dedicato ai radioamatori. Un quarto d’ora settimanale, non di più. Era bellissimo, perché consideravano radioamatori tutti quelli che amavano la radio, non solo coloro che avevano ottenuto un’autorizzazione ministeriale e che erano stati abilitati a trasmettere su determinate frequenze specifiche. Ma tutti, tutti coloro che avevano a cuore il mezzo radiofonico, fossero pervasi da una curiosità irrefrenabile di scoprirlo, e, soprattutto, avessero trasformato un’abitudine quotidiana in hobby.

Chiedevano, anzi, incoraggiavano gli ascoltatori a scrivere. Lettere, commenti, opinioni, giudizi sui programmi. Ma, soprattutto, chiedevano di mandare loro delle robe che io non conoscevo, ovvero dei rapporti d’ascolto, brevi e succinte relazioni sulla qualità della ricezione nella propria zona. In cambio loro promettevano di inviare la loro cartolina QSL a conferma della correttezza dei dati tecnici forniti. Chissà che roba era! Inoltre avrebbero inviato a tutti una copia della rivista Vita cecoslovacca, con bellissime foto a colori dei castelli di Boemia in quarta di copertina. Troppa grazia, Sant’Antonio!

Cosa cavolo doveva mettere un povero disgraziato in un rapporto d’ascolto per essere omaggiato di cotanta generosità che, negli anni, avrei scoperto essere pura propaganda di regime? Me lo spiegarono loro. La data e l’ora dell’ascolto (facile!), la frequenza (già più complicato rilevarlo con esattezza), alcuni dettagli del programma, per dimostrare che li avevo effettivamente ascoltati (perché c’era gente che fregava anche su questo, avrei saputo più tardi), il modello di apparecchio usato per l’ascolto e un maledetto codice SINFO che altro non era che una valutazione da 1 a 5 per ogni lettera della parola: Signal, Intensity, Noise, Fading, Overall Appreciation. In pratica, se la ricezione era eccellente, senza interferenze, ben comprensibile e pienamente soddisfacente, bastava mettere un valore di 55555 e si era a posto. Ed era esattamente il mio caso.

Era davvero tutto coì semplice? Essere radioamatori era tutto questo? Pareva di sì.

L’entusiasmo della scoperta e della voglia di esplorare quel mondo mi fece passare la febbre e ogni sintomatologia influenzale in due giorni.

Rimessomi dal crudele morbo, nei giorni della convalescenza mi sedetti davanti alla mia macchina da scrivere, una gigantesca e robustissima Olivetti Lexicon 80 in tungsteno temperato, lasciatami da mio zio Piero in comodato d’uso gratuito, e che ormai era diventata mia per usucapione e scrissi una bella letterina, ripiena delle espressioni del mio stupore. Che li avevo scoperti per caso, che mi era piaciuto il loro programma, anche se non era vero, che ero interessato alle lingue straniere e alla musica classica e un po’ di cose così, cominciando la missiva con l’espressione “Gentili Signori”, che avrei usato tante e tante altre volte di lì agli anni a venire. Faceva figo e dava quel non so che di distacco.

Poi fu la volta del famigerato rapporto d’ascolto. Per essere il primo mi sembrò venuto abbastanza bene. Almeno, non faceva schifo, eccola.

Misi i due fogli in una busta e, dopo averla sufficientemente affrancata (700 lire di allora), la passeggiai fino al prima buca delle lettere a portata di mano. Fece un tonfo sordo nel cadere sul fondo, lasciandomi un senso di attesa.

Nei giorni successivi continuai a seguirli. A parte le quotidiane lodi sperticate al compagno Gustav Husak e quelle ai padri della patria cecoslovacca come Antonin Dvorak e Leos Janacek, c’erano rubriche come “L’economia cecoslovacca”, “L’agricoltura in Cecoslovacchia”, “I giovani cecoslovacchi”, “Novità discografiche cecoslovacche” e quant’altro. Ci mancava solo che istituissero uno spazio dedicato a “Come ci soffiamo il naso in Cecoslovacchia” ed eravamo a posto.

Ma, soprattutto, invitavano ad ascoltare un loro programma definita “speciale” che si chiamava Il giornale della siesta. Lo trasmettevano tutti i giorni alle 14, ed era una trasmissione di dediche per emigrati, cui precedeva un piccolo notiziario. Una serie interminabile di Toticutugni, Albani e Rominepower, Claudivilla, con incursioni sporadiche in Luciano Tajoli, Beniamino Gigli e un giovanissimo Luciano Pavarotti alle prime armi.

Le dediche avevano un tenore vagamente vintage e sapevano di treni carichi di giovani speranzosi in un futuro migliore con le valigie di cartone in mano:

“da Ciccillo che sta a Francoforte sul Meno alla sua Ciccilla che sta a Napule con tanto amore”

oppure

“vorrei ascoltare la canzone ‘Mamma’ di Mario Del Monaco e dedicarla a mamma Assuntina di Caltanissetta che oggi compie 101 anni.” [Salute!]

o ancora

“vulesse sentì’ ‘a pizza, ‘o sole e ‘o mandolino!”

Era tutta roba così, fatta alla buona.

E tra una “Felicità” e una canzone cecoslovacca dal gusto un po’ rétro di interpreti sconosciuti, passarono le tre settimane che mi avrebbero separato dallo squillo di campanello del postino.

“Giovaneeee, c’è un pacchetto per lei. Cosa fo’ glielo lascio qui sulla balaustra??”

Il pacchetto veniva da Praga. Conteneva, oltre all’agognata Vita cecoslovacca anche una breve storia della musica ceca (in Slovacchia non hanno musicisti?) e un misero corso di lingua cecoslovacca, miserabile tentativo di creare una lingua standard. Come il russo. O il cinese.

Avevo fatto bingo!

Come tutto cominciò

Reading Time: 3 minutes

Non lo so nemmeno io quando ho avuto il primo contatto con la radio.

Anzi, con l’aradio, come diceva mia nonna Angiolina, che ne aveva una piccola piccola, alla fine degli anni ’60, di un insopportabile color verde spinacio, ma già a transistor. Tecnologica la nonnetta.

Con lei ogni sabato ascoltavo La Corrida, “dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado, musica di Roberto Pregadio, regia di Riccardo Mantoni. Ricordo ancora a memoria lo slogan della presentatrice nella sigla da plaza de toros. E poi, alla domenica, la replica de Il Gambero, condotto da Franco Nebbia.

Mia nonna Angiolina mi raccontava spesso un aneddoto su suo suocero, che sarebbe il mio bisnonno Napoleone (in casa abbiamo sempre avuto il vizio dei nomi curiosi), morto nel 1941 in preda alla demenza senile, quella che non lascia scampo. Era un uomo lungo lungo e secco secco, dritto come un fuso e dall’età apparente ben superiore a quella anagrafica. Quando in casa era accesa l’aradio, il mio bisavolo, ingravescentem aetatem, ormai fuori di testa, toscano e contadino fino al midollo, osservava:

“Pagherei a sapé’ quanto chiacchiera quello di là!”

Oppure no. Oppure i primi ricordi di un apparecchio radiofonico risalgono alla casa degli altri miei nonni, quelli paterni, abruzzesi, che avevano una Radio Marelli a valvole che è durata decenni, con cui scaldavano, oltre che con la legna, le lunghe serate invernali passate accanto al piccolo caminetto, dove mio nonno Raffaele, buonanima, si “appicciava” una sigaretta di trinciato forte fatta a mano, l’unica della giornata sempre uguale di una vita finita a 58 anni.

Fatto sta che eccomi lì, con una radiolina pietosa a transistor in mano, verso i miei 6-7 anni, in pieno giorno, a girare la manopola della sintonia, per ascoltare ora Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni, ora la Hit Parade con quel gran brav’uomo che fu Lelio Luttazzi.

Passavo allegramente da Max Vinella e Scarpantibus a Claudio Baglioni e Lucio Battisti. O Mina. Oppure quei gruppi anni ’70 che avevano nomi rassicuranti e infantili, come i Vicini di casa, i Collage, i Santo California, il Giardino dei semplici e i miei preferiti, gli Alunni del Sole che pareva avessero tratto il loro nome collettivo dal titolo di un romanzo di Giuseppe Marotta, nientemeno.

Ma la maggior parte del mio tempo preferivo passarla su Radio Montecarlo, che sulla costa tirrenica arrivava a bomba anche di giorno.

Era un maremagnum di scoperte, un pozzo di San Patrizio, una cornucopia che elargiva buona musica, ma soprattutto tanta, tanta compagnia. Nomi come quello di Roberto Arnaldi (che fu anche eccellente paroliere e traduttore dal portoghese), Luisella Berrino, Awana Gana (ma come faceva uno a chiamarsi così?), Barbara Marchand, Ettore Andenna, erano molto più che meri dati anagrafici personali, erano amici, presenze quasi fisiche, tangibili. Accostavi la mano all’apparecchio e li potevi quasi toccare, tanto erano vivi.

Ma non potevi vederli, disdetta infame. Chissà come sarà Luisella? E Robertino? Avevi voglia e bisogno di dare una fisicità a qualcosa che era solo voce. Per cui, un giorno si decisero a stampare le loro fotografie e ad inviarle su richiesta agli ascoltatori. Bastava mandare una cartolina postale (esistono ancora) a un indirizzo semplice semplice: Radio Montecarlo – Montecarlo – Principato di Monaco. Urka! Ma come fa ad arrivare una cartolina a quell’indirizzo lì se non c’è nemmeno la via? E se il postino si sbaglia? E se torna indietro? Sono domande inquietanti, per legge naturale a quell’età. E che francobollo ci vorrà per il Principato di Monaco? Dove si trova? Oltre Ventimiglia? Ma Ventimiglia è lontana, dall’altra parte della luna.

E poi c’era lui, il mattatore assoluto, il genio, la sregolatezza (ma soprattutto il primo): Herbert Pagani. Riusciva a passare dalla conduzione di un programma musicale a quella di uno spot pubblicitario per la Muratti Ambassador (e chi le fuma più?) una sigaretta “ricca, rara, ricaricante”. Potevano permettersi il lusso di reclamizzare le sigarette perché si trovavano all’estero e se ne fregavano delle leggi italiane perché trasmettevano da uno stato minuscolo e ricchissimo. Qualcuno vociferava che arrivassero perfino a Napoli. Sulla costa adriatica no, lì si ascoltava Radio Capodistria, e io mi immaginavo gli adriatici così tristi e mesti, perché non avevano nessuno, tranne il Maresciallo Tito, che alla mattina desse loro la sveglia con un po’ di carica e di buonumore.

Ma mentre io queste cose non le sapevo, nella sua variegata attività di show-man ante litteram, Herbert Pagani componeva capolavori assoluti da chançonnier francese. Travolgente il successo di Albergo a ore, storia di una coppia di amanti che si suicidano in una sudicia stanza di un alberghetto di terza categoria. Sono cose che non te le scordi più, è peggio del fenomeno dell’imprinting di Konrad Lorez.

Radio Montecarlo aveva un difetto, chiudeva le trasmissioni alle 19,30. Dopo subentrava una noiosissima programmazione in italiano di carattere religioso in cui per un quarto d’ora interminabile ti dovevi sorbire i sermoni di qualche pastore protestante con l’accento americano, che si atteggiava a fare il Billy Graham de noàntri, promettendo bibbie e salvezza.

Poi, di colpo, staccavano i trasmettitori. Li spegnevano, cioè. E allora, soprattutto d’inverno, quando era buio, cominciavano ad arrivare fischi distorti, interferenze, voci in lingue sconosciute. L’inizio di un’avventura interminabile che sarebbe cominciata solo svariati anni più tardi.

I debunker di Stato e le “number stations”

Reading Time: 2 minutes

Quando ascoltavo la radio con regolarità e maggior dedizione, spazzolando le onde corte, ricettacolo di sorprese e di soddisfazioni, capitava spesso, soprattutto in certe bande di frequenza, di imbattersi in stazioni che trasmettevano numeri.

Numeri, solo numeri. Ore, ore e ore di cifre. Dall’uno allo zero. Una palla micidiale.

Non erano propriamente nocive, diciamo che rompevano parecchio i coglioni e tanto fa.

Uno degli stati europei che maggiormente faceva uso di questa tecnica (vòlta a comunicare che cosa non si saprà mai), era la DDR. O la Germania Democratica. O la Germania dell’Est, chiamatela un po’ come vi pare.

Era incredibile. Si sentiva solo eins! zwei! drei! null! fünf!… e viandare.

Voglio sperare che quelle trasmissioni siano state irradiate con l’ausilio di una voce sintetizzata (solitamente femminile), perché vorrei vedere chi fosse stato, allora, così malato di mente da leggere in diretta e di persona tutto quell’accrocchio matematico.

Ma, voglio dire, già quando ascoltavo la radio io, quel fenomeno era roba vecchia.

Oggi invece torna improvvisamente di moda, come il vintage, il vinile o i pantaloni a zampa di elefanti. Il tutto grazie a Paolo Attivissimo, debunker di stato della prima ora.

Ci voleva lui, attraverso un programmillo che gestisce e co-conduce per la Radio Svizzera, a spiegarci che cos’erano le “numbers stations”. Perché se no da soli non lo sapevamo. E pensare che generazioni e generazioni di patentati radioamatori ci si sono sbattezzati il cervello senza venirne a capo. Ma non c’è bisogno di scomodare un radioamatore con tanto di licenza. E’ sufficiente avere un po’ di curiosità, e affacciarsi con umiltà oltre la noia dell’FM e l’attuale anarchia totale delle onde medie. Voglio dire, c’era, c’è stato e c’è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno, come cantavano i Matia Bazar.

E’ così. L’attualità di un argomento non viene più affidata alla sua verificabilità storica, ma al fatto che un giornalista iscritto a un sindacato svizzero, con qualche adepto al seguito, ne parli. Qualcuno di questi debunker verrà a dirci, un giorno, che il sole sorge tutte le mattine. E allora dovremo anche ringraziarlo per averci svelato un siffatto mistero, perché per conto nostro non ci saremmo mai arrivati.

D’altronde, cosa aspettarci da persone che, come diceva (stavolta giustamente) Burioni, in vita loro non hanno mai visto nulla di peggio di un negazionista dello sbarco sulla Luna, o un complottista, o un terrapiattista o un no-vax dell’ultima generazione?

C’è poco da fare, sono fatti così. Ma gli conviene?

Manfredi Vinassa de Regny – Cinquant’anni di radio (e se vi sembran pochi…)

Reading Time: 2 minutes

Ho ricevuto nei giorni scorsi una copia del volume “Cinquant’anni di radio (e se vi sembrano pochi…)” dell’amico Manfredi Vinassa de Regny. L’ho ordinato dopo avere ascoltato un’intervista all’autore su “Radiomagazione” di Dario Villani.

Il volume sorprende fin dal titolo: non si tratta, come è evidente, del solito manuale radiantistico (eppure Manfredi ne ha scritti tanti), o del vademecum per fare, con la radio, questo e quell’altro. E’ un libro che racconta un’esperienza, quella di un uomo che la radio non solo l’ha vissuta come ascoltatore, ma 4l’ha creata, se possibile, personalmente, mettendosi in gioco in prima persona.

Dall’esperienza sgradevole (ma felicemente conclusasi con un’assoluzione, ai sensi dell’art. 21 della Costituzione) di un procedimento penale a suo carico, all’ingresso nell’Associazione Radioamatori Italiani, dall’amicizia con Herbert Pagani di Radio Montecarlo, DJ e cantautore di raro e squisito talento, alla fondazione di Radio Milano International, passando per l’esperienza nella Associazione Italiana Radioascolto e quella, preziosissima, delle prime radio private (ma preferisco chiamarle “libere”, da Radio Milano 4 all’amicizia con Piero Castagnone (the great, the big old Friend!).

Tutto è raccontato in modo partecipato e con un senso di struggente ma divertita nostalgia. Manfredi Vinassa de Regny non ha soltanto raccontato un’esperienza personale, ci ha reso tutti partecipi di un radiantismo che non esiste più. Anche qui si va dalle QSL smazzate nei Buro dell’ARI a quelle inviate in via elettronica, dalla prima radio a onde corte ricevuta in dono mentre lavorava a Dublino a quelle elettroniche inviate via e-mail, dalle immagini di Awanagana di Radio Montecarlo con in mano una copia di “Radiorama” a quella della cartolina della stessa emittente monegasca, dal logo di RMI disegnato da lui stesso a rare immagini di repertorio che ritraggono un giovanissimo Mike Bongiorno e una antesignana Loredana Berté ai microfoni.

Manfredi è un uomo che per la radio ha rischiato sulla propria pelle, dobbiamo essergliene tutti profondamente debitori. Mi fa dono della sua preziosa amicizia e gliene sono immensamente grato. Quindi il libro compràtevelo e leggétevelo subito, razza di lazzaroni!

Rossella Panarese ci ha lasciato

Reading Time: < 1 minute

Partecipo con profonda commozione al dolore di tutti gli amanti della radio e di Radio Tre Rai in particolare per la prematura perdita di

Rossella Panarese

voce di un giornalismo scientifico rigoroso, persona trasparente e cristallina, maestra di vita e di professionalità per molte generazioni.

Valerio Di Stefano

La giornata internazionale della radio

Reading Time: 3 minutes

Anch’io amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E’ inutile, la radio mi attira, mi attizza, mi prende e mi porta via. Molto più della logorroica televisione, che guardo, sì, ma con moderazione, visti i contenuti a dir poco criticabili (ormai la TV praticamente la uso per guardare qualche film su Sky, “Un posto al sole” la sera -sì, io lo guardo! Qualcosa da ridire?- e poco, poco altro).

L’idea di qualcuno che parlava da lontano, dietro a un microfono, che io non potevo vedere, che per quello che mi riguardava poteva essere vestito/a con abiti logori e sdruciti, tanto chi se ne fregava, mi bastava la voce, bastava che qualcuno mi parlasse in continuazione, e io ero contento. Quest’idea, dicevo, ha sempre esercitato in me un fascino irresistibile. Ognuno ha le sue fisime.

Con la radio (l'”aradio”, come diceva il mi’ nonno Armando, il marito della mi’ nonna Angiolina, ma questa è un’altra storia) cominciai a smanettare da bambino. Ero un assiduo ascoltatore di Radio Montecarlo, sulla frequenza storica di 701/702 kHz, in Onde Medie. A Vada arrivava a bomba, si sentiva benissimo di giorno e all’imbrunire, quando alle 19,30 cedeva il passo alla consorella monegasca Trans World Radio, stazione religiosa di ispirazione protestante che trasmetteva sermoni e riflessioni bibliche, ma io ascoltavo anche quella, cosa me ne fregava… Anzi, siccome quelli di TWR invitavano gli ascoltatori a scrivere (c’erano carta e francobolli, allora, non esisteva l’e-mail!), io, che avrò avuto allora 8-10 anni, scrivevo perdavvero. “Sono un bambino italiano, potete mandarmi il Nuovo Testamento?” E quelli, pazienti, me lo mandavano. Chissà quanti accidenti devono avermi tirato. Ma adoravo quel mondo di corrispondenza scambiata, di attese, di postini che arrivavano con pacchetti dal contenuto misterioso.

Cominciò così la mia attività di ascoltatore attivo. Volevo esplorare quel mondo, ascoltare l’ascoltabile, programmi, voci, opinioni, lettere degli ascoltatori. Così, una sera d’inverno, mi bastò smuovere leggermente la manopola della sintonia a destra per incappare su Radio Praga in italiano. Ovviamente scrissi anche a loro, e da lì cominciai a spendere più soldi in francobolli che altro. Se avessi messo da parte tutto quello che ho dissanguato in affrancature selvatiche, oggi non sarei certo ricco, ma avrei la possibilità, questo sì, di togliermi qualche sfizio in più, questo è certo. Dopo Praga vennero presto tutte le stazioni europee principali in italiano: Berlino Est, Sofia, Varsavia, Tirana (la bestia nera dei radioamatori patentati!), Colonia, Pechino (che in italiano trasmette ancora oggi), Tokyo. E giù contatti personali, ma anche un paio di ricevitori professionali della serie Grundig Satellit. Praticamente dei cannoni. Ma erano, appunto, altri tempi.

Con l’avvento delle radio libere, ma libere veramente, in Italia, ebbi la fortuna non solo di ascoltare un numero potenzialmente infinito di stazioni in FM e con qualità audio allora stupefacente, ma mi dilettai come conduttore di una stazione locale che adesso non esiste più, ma che ricordo con infinita nostalgia e gratitudine per come mi ha formato come persona, prima ancora che come esperto della materia. Mi piaceva condurre di tutto, dal buongiorno della mattina al quiz di mezzogiorno, una volta condussi anche un programma di ballo liscio solo per un giorno, ma sì, chi se ne frega… Ma la massima soddisfazione la ottenni con la co-conduzione assieme ad Alberico Quiriconi (the great, the big old friend!) del programma “Obiettivamente ma fino a un certo punto”, un titolo lungo come la sua durata: tre ore dalle 21 alle 24. Un microfono praticamente sempre aperto su tutto quello che accadeva in studio, il prototipo dei talk show, con musica di eccellente qualità (folk anglo-scoto-irlandese, soprattutto). La domenica notte andavo a letto alle 2. Alle 7 mi alzavo sveglio come un grillo e felice di aver fatto quello che avevo fatto. Non sentivo nessuna fatica fisica e mentale, ero perfettamente rilassato e tranquillo. Come facevo, proprio non me lo so spiegare.

Ora, tutto è cambiato, non abito più là. Ho una casa bellissima e un apparecchio radio da 60 euro che si collega in digitale a Internet e prende qualsiasi stazione trasmetta sul web (quindi praticamente tutte) in qualità strabiliante. Sono pigro e non ho più voglia d alzarmi la notte o stare sveglio fino a tardi perché a quell’ora trasmette Radio Putipú dal Brasile (chissà se esiste veramente, me la sono inventata adesso.

Oggi è la giornata internazionale della radio. Passatela bene e trattate, se possibile, ancora meglio questo mezzo di comunicazione che, con la sua flessibilità, si è adattato ad ogni esigenza, e che oggi potete portare in tasca come podcast o come applicazione del telefonino. Abbiatene sempre cura, che è una cosa preziosa.

Di notte c’è Rai Stereonotte!

Reading Time: < 1 minute

L’altra notte, a causa della poca voglia di dormire che spesso mi prende, mi sono messo ad ascoltare “Rai Stereonotte”, il canale musicale notturno di Radio Uno.

C’era una trasmissione molto interessante sulle etichette discografiche dimenticate. Chiedevano al pubblico di intervenire citando le loro case preferite. Ho mandato tre messaggi sulla Combo Records (che non è che fosse esattamente una delle mie preferite, considerato il fatto che distribuiva imitazioni delle hit del momento degli anni ’70, e le imitazioni erano assai mal fatte, insomma, tutta roba da bancarelle del mercato o della fiera), sulla Transatlantic (la casa che ha pubblicato la discografia dei miei adorati Pentangle) e sulla Kicking Mule (etichetta per veri maniaci della chitarra). Li hanno citati tutti e tre. Del resto quando si argomenta con sussiego e supponenza anche sulle più futili questioni qualche risultato lo si ottiene di sicuro.

Ecco la clip audio:

Quando il radioascolto incontra Liber Liber

Reading Time: 2 minutes

Tra le cose che più ti dispiacciono, figurano gli “amici” che ti deludono.

Quando parlo di “amici” intendo anche i contatti di Facebook. Che non sono “amici” nel vero senso della parola, persone frequentate fisicamente, nella materiale realtà quotidiana, ma persone che condividono i tuoi stessi ideali o, almeno, i tuoi stessi interessi. “Amico” e “compagno”, sono per me sinonimi di “simile”, “uguale”.

Nella mia attività radiantistica, e nel mio coevo interesse per l’editoria elettronica ho conosciuto tanta gente. “Cattivi, onesti e senza età”, direbbe il Poeta. Ma quello che ho sempre sostenuto nel radiantismo è il carattere universale della passione, l’amore per il mezzo, per l’informazione che veicola, per le infinite possibilità che offre. E chi ama la radio ama la libertà, il rispetto per gli altri, il servizio verso l’altro, la dedizione verso la comunità.

Come responsabile di classicistranieri.com, inoltre, mi sono sempre posto il problema della libertà della cultura, dell’assoluto primato delle risorse libere e gratuite a disposizione di tutti, che siano software, libri, musica, audioletture, video. Ho una mia politica, che è ben lontana e diversa da quella di un gigante come Liber Liber, lillipuziano come sono di fronte a loro, ma pur sempre lillipuziano pensante.

Una delle cose che non ho mai capito di Liber Liber, per esempio (e che Liber Liber certamente non mi spiegherà mai) è la ragione della presenza nel loro catalogo editoriale di alcune opere (nemmeno pochissime) di Benito Mussolini. Mi sono sempre chiesto che senso abbia ripubblicare le opere di un dittatore. Ripeto: non l’ho mai capito e non lo capirò mai.

Ora accade che Liber Liber ha recentemente ripubblicato “Lo Stato fascista” di Mussolini. Non è una bella cosa. Ma immaginatevi, anzi, immaginate il mio stupore quando ho visto un mio amico radioamatore, molto attivo nel mondo del radiantismo e nelle associazioni di categoria, una persona laureata, una persona che crede fermamente nella radio come mezzo principe di comunicazione di massa, fedele seguace di Marconi, tenace sperimentatore tecnico, autentico ascoltatore delle onde corte, mettere un “like” alla pagina di Liber Liber che annuncia l’uscita del testo elettronico del volume.

Ma come, Liber Liber (che è Liber Liber, e questo va detto, anche se solo tra parentesi), pubblica Mussolini, rimbalza la notizia sulla sua pagina Facebook e c’è gente che dice anche “Mi piace”?? Ma cosa piace a queste persone? L’iniziativa editoriale o l’opera di un tiranno che ha portato l’Italia nella catastrofe? Non si saprà mai. Come non si sapranno molte altre cose, ma ci sono comunque rimasto di melma.

A malincuore, ma con molta decisione ho bloccato il mio “amico” su Facebook. Mi dispiace, ma non si può obbedire a Dio e a Mammona. Liber Liber e le opere di Mussolini da una parte e il radiantismo dall’altra.

E così addio, amico mio.

Ancora su “Tutta la città ne parla” (ho fatto il bis!)

Reading Time: < 1 minute

Ieri sono ancora stato citato su “Tutta la città ne parla” a Radio3. Un massaggio dell’ego smisurato (sia il massaggio che l’ego) che mi ha fatto molto piacere. Si partiva dall’intervento di una ascoltatrice di “Prima Pagina” che denunciava la particolare difficoltà dei concorsi per diventare medici (ma i concorsi devono essere selettivi o no?) e questo è il mio intervento in proposito, letto dalla purtuttavia ineffabile Rosa Polacco:

Citazione a “Tutta la città ne parla” (sussiego & supponenza!)

Reading Time: < 1 minute

Sono intervenuto via Facebook nella trasmissione “Tutta la città ne parla” di RAI Radio Tre, sul caso di Julian Assange e sul processo che sta subendo a Londra. E’ un piccolo e modestissimo contributo alla causa di questa grande e bella persona. Mi inorgoglisce la citazione del mio intervento (sia pure tagliato della parte superiore, in cui criticavo Juan Carlos de Martin), ad opera della redattrice Rosa Polacco. Gaudete!

Dario Monferini

Reading Time: < 1 minute

Dario Monferini, qui ritratto in una vecchia ma ancora divertente rielaborazione grafica che non ne tradisce troppo, tuttavia, sguardo e tratti somatici), nel luglio del 2009 annunciò la (falsa) notizia della mia morte nella tragedia di Viareggio in una delle sue innumerevoli mailing list col marchio del suo bollettino settimanale “Play DX”.

Protestai vivamente la mia esistenza in vita. Mi sentii rispondere che dovevo prendere dei farmaci antipsicotici.

Lo querelai, ma il Dott. Carducci della Procura della Repubblica di Milano decise per l’archiviazione. Così deciso, così sia, non ho proposto opposizione, e il fascicolo ora prende la polvere in qualche archivio milanese.

Acqua passata. Forza Dario!

Le “piccole virtù” del blog AIR-Radiorama

Reading Time: 3 minutes

Oggi mi sono preso la briga (e di certo il lusso, come direbbe il Poeta), di dare un’occhiata al blog di Blogspot dell’Associazione Italiana Radioascolto.

Il numero di visite pare altissimo. Al momento in cui mi sono collegato questo era il dato fornito:

Ho provato a fare un clic (uno solo!) su uno degli articoli in home page, ed ecco, come per miracolo, il nuovo risultato:

Un clic è stato conteggiato per 8. Non è certo colpa degli amministratori del blog, ma delle impostazioni di blogspot. Facile, così, arrivare a 5 milioni e passa di pagine visualizzate!

C’è, poi, una sezione dedicata ai link esterni che possono essere di particolare interesse per chi visita il sito. C’è il caso del web dell’amico Valter Bruno, ci clicco sopra, ed ecco la risposta del browser:

Il sito non c’è più. E’ strano, ed è anche una circostanza molto spiacevole, che una persona attenta e scrupolosa come Valter, che è un mio amico di vecchia data, abbia abbandonato un progetto così interessante e utile per tutti. Ma si tratta ormai di un link “morto”, che nessuno potrà più visitare. Non sarebbe il caso di rimuoverlo? Questo almeno gli amministratori del blog possono farlo. Misteri!

Ma la cosa più tupefacente è il link dedicato al sito di Massimiliano Scordamaglia, persona con la quale ho avuto in passato alcune scaramucce legali, e che non mi ha mai lesinato (per mia fortuna) parole gentili e di apprezzamento. Ebbene, collegandosi- al suo bclswl.it si accede a un sito che vende scarpe per signora on line.

Va bene tutto, per carità, anche qui la colpa non è di Scordamaglia, che evdentemente non ha rinnovato il dominio a lui intestato, e che è stato acquistato da un certo signor Daniel Eckstein da Falkenstein, per pubblicizzare la sua attività commerciale.

Ma cosa c’entrano le scarpe da signora con il radioascolto? Anche qui la responsabilità è degli amministratori del blog, che dovrebbero provvedere a un periodico repulisti dopo un’attenta verifica di quello che linkano.

La storia del radioascolto è costellata da iniziative nate e morte in poco tempo, iniziate dalla spinta dell’entusiasmo e poi naufragate con l’evoluzione impietosa del mezzo (sempre più rivolta verso internet, tra qualche anno la modulazione di frequenza sarà un sogno). Ricordate quanti Club di Radioascoltatori di Radio Corea (KBS) sono nati in Italia, per poi arenarsi contro il disinteresse del pubblico (che, giustamente, privilegiava i rapporti diretti con l’emittente e non voleva far parte di nessun club), con lo”scandalo” dei 100 IRC richiesti all’emittenti per “coprire le spese”? Probabilmente sia Valter Bruno che Massimiliano Scordamaglia non hanno più avuto tempo e voglia di curare i rispettivi domini, e questo è comprensibile. Ciò che, invece, no è comprensibile, è che i link rimangano lì a rimandare al nulla o, al massimo, a un rivenditore di scarpe tedesco.

E’ il radioascolto, bellezze!

Italradio e il gusto di Giorgia Meloni per il radioascolto

Reading Time: 3 minutes

Il Portale “Italradio” riporta “Notizie e attualità sulle radio e televisioni in italiano nel mondo”.

Più che altro vi si leggono spesso notizie sulla Radio Vaticana (che è una delle radio che trasmette in italiano nel mondo, sì, però non sarà mica l’unica!), c’è per esempio un servizio su Giovanni Paolo II e le lingue dell’emittente di Santa Maria di Galeria, una scheda sul Corpus Domini col Papa in diretta sulle onde corte (e pensare che io posso ascoltarlo in studio quality via Internet!), un articolo intitolato “Sorella Radio” , sempre “con la messa di Papa Francesco a Santa Marta diffusa in diretta”, un podcast sull’elezione di Sua Santità Papa Francesco, riflessioni radiofoniche sul Cammino di Santiago, e poi tanta filatelia radiofonica, dal francobollo emesso dal Canada per i 100 anni della XWA (prima emittente storica), annulli marconiani, annuncio di cessazioni di annulli filatelici per l’emergenza coronavirus, c’è una specie di trasmissione in podcast denominata “Radiodentello”, condotta da Paolo Morandotti, con tanto di segnale sonoro di identificazione di Italradio (proprio come se fosse un’emittente radiofonica) dedicato al tema. I risultati sono un tantinello sconfortanti. La “trasmissione” del 27 giugno scorso, ad esempio, ha avuto solo 8 download.

E poi cenni alle QSL numismatiche di Radio Romania Internazionale, insomma, non manca nulla. Per carità, tutto perfettamente lecito, c’è abbondante libertà di stampa (Italradio è una testata giornalistica regolarmente registrata), e c’è persino una rubrichetta dedicata alla radionella letteratura, in cui ho potuto leggere una citazione nientemeno che di Quinto Navarra (ma non temete, ci sono, tra gli altri, anche Giorgio Bassani e Gianni Rodari), sulle abitudini e preferenze radiofoniche di Sua: Eccellenza il Cavalier Benito Mussolini:

Delizioso, vero?

Tra le ultime notizie riportate dal portale, ce n’è una particolarmente ghiotta che riguarda i rapporti dei politici con la radio e con il radioascolto in genere. Si parla di Cossiga radioamatore dell’ex premier Mario Monti giovane appassionato dell’ascolto delle stazioni radiofoniche di diffusione internazionale.

Ma c’è una postilla. Tra i radioappassionati politici di oggi, ci sarebbe nientemeno che Giorgia Meloni, che in una intervista a Canale 5 a Maurizio Costanzo avrebbe dichiarato:

“Mio grande sogno è fare la radio, amo la dimensione della radio, io l’adoro, anche se non credo di avere una voce radiofonica”

Oddìo, c’è di he darle ragione, non tanto sulla voce (non esistono voci propriamente “radiofoniche”, nella mia polidecennale carriera di radioascoltatore ne ho sentite di orribili), quanto sul fatto che se avesse fatto radio probabilmente avrebbe combinato meno danni.

Ma il punto è un altro: alla Meloni piace la radio e avrebbe voluto farla, siamo d’accordo, ma è una notizia? Voglio dire, merita “due colonne su un giornale”, come direbbe il Poeta? Risposta: no. E’ una estrapolazione da un articolo del quotidiano “Il Messaggero” (quello che aveva copiato da Wikipedia la biografia di Ennio Morricone) che riporta la candidatura di Giorgia Meloni a sindaco di Roma. La radio c’entra ben poco, è solo un pourparler, una nota a margine, un appunto a pie’ di pagina. Non costituisce, cioè, una fonte primaria di interesse per il lettore e per il radioascoltatore. Ma, ripeto, per carità, Italradio faccia quello che vuole. Noi la radio l’ascoltiamo, nonostante Giorgia Meloni.

Una mia intervista a Radiomagazine di Dario Villani sul radioascolto e altre amenità

Reading Time: < 1 minute

Ascoltatela, peccatori!

Radiomagazine è un periodico on line sul radioascolto, sulle nuove tecnologie e sul giornalismo radiofonico, senza scopo di lucro, ideato, prodotto e realizzato da Dario Villani.

La risorsa è disponibile al link: http://www.radiomagazine.net/.

Qui è possibile trovare i podcast delle ultime trasmissioni n versione MP3, l’archivio personale del curatore, le ultime news del settore e un link dedicato alle donazioni a favore dell’iniziativa.

Il canale YouTube corrispondente è reperibile presso questo link.

AGGIORNAMENTO DEL 7 LUGLIO: Se volete ascoltare o scaricare il file in versione audio MP3 ecco il link (poi ditene male, mi raccomando!):

La mia nuova Internet Radio (con tanti saluti a chi rosica!)

Reading Time: < 1 minute

Vi presento la mia nuova radio. E’ una Auna IR160 e Amazon, che fa le consegne anche la domenica, me la recapita domani. Si collega al wifi e si sentono anche i dischi volanti. Migliaia di stazioni radio da tutto il mondo a portata di mano. Se solo Fastweb si decidesse a consegnarmi il modem sarebbe una gran cosa, ma arriverà anche quello e io ve lo butterò in tasca a tutti. Ci ha di tutto, pezzi, d’auto spade antiche e quadri falsi, Internetradio – Radiosveglia, Radio digitale, wireless, MP3 / WMA compatibile Porta USB, AUX, Sveglia, Musica in streaming tramite UPnP, e la foto nuda di Brigitte Bardot.

La collegherò alla presa di corrente e naturalmente dopo non saprò di che cosa farmene. Ma non importa, la radio è la radio, e io non potevo fare a meno di un attrezzo del genere. Sarà bello ascoltare Radio Techeté e qualche stazione cubana in streaming. Quando ci riuscirò, naturalmente. 69 euro, quando il Sangean per le onde corte mi costò ben più del doppio. Il tempo delle levate notturne per sentire i fischi tropicali è finito, e anche quello romantico della corrispondenza con le stazioni dell’Est europeo. Ora si tratta solo di mettersi seduti comodi e godere del godibile. Ah bene!

PS: La chiamerò Ingrid. Come la svidisa!!

Un’intervista a Lorenzo Berardi sul radioascolto

Reading Time: 5 minutes

Pubblico di seguito l’intervista che ho rilasciato al giornalista Lorenzo Berardi in occasione della preparazione del suo libro sulle radio in italiano di Oltrecortina degli anni ’60, ’70 e ’80. Insomma, un giornalista del suo livello ha scelto di intervistare proprio me sulla mia esperienza di radioascoltatore. Troppa grazia! Riporto l’intervista così come l’ho rilasciata (probabilmente in sede di pubblicazione definitiva subirà alcune necessarie modifiche).

1. In che anno hai cominciato a sintonizzarti regolarmente sulle trasmissioni in italiano dall’estero di radio europee e qual è stato, a tuo avviso, il loro periodo migliore dal punto di vista della qualità dei programmi?

Ho cominciato a smanettare con le prime radio in onde medie dai primi anni ’70, quando da casa mia si potevano ascoltare Radio Montecarlo in italiano e in francese, Radio Monteceneri, Radio Luxemburg (la sera) e, con un po’ di fortuna e propagazione favorevole, Radio Capodistria. Avrò avuto sì e no 10 anni.
Dal punto di vista della scoperta delle trasmissioni in italiano, il mio primo rapporto di ricezione a un’emittente straniera risale al 1981.
Gli anni ’70 furono davvero formidabili per la varietà e qualità di trasmissioni in italiano. Quando cominciai a fare radioascolto attivo come BCL qualcosa stava già cambiando. Ad esempio di lì a poco avrebbe chiuso la redazione italiana della BBC.

2. Tu vivi a Roseto, ma sei nato a Colonia, sede per anni della redazione italiana di Deutschlanfunk. In un’intervista su Radio Magazine nel 2008 raccontavi di passare spesso a trovare i redattori italiani a Colonia. In che anni li visitavi e da quante persone era composta all’epoca la redazione (oltre a Nazario Salvatori ricordi i nomi di altri redattori)?

Per la precisione sono nato a Bergisch-Gladbach, comune a 12 km da Colonia. Ho visitato la Deutschlandfunk più volte negli anni ’80 (prima che la redazione italiana diventasse parte della Deutsche Welle), tra gli altri redattori del programma italiano mi piace ricordare Franco Coppari, Anna Maria Quarta (che allora era sia redattrice che segretaria), e il direttore Ulrich Ritter.

3. Nella medesima intervista, racconti che con i redattori di Deutschlandfunk parlavate anche di Radio Berlino Internazionale: come era seguita RBI dai loro ‘avversari’ nella Germania Ovest, la si ascoltava e se sì cosa se ne pensava? La sua esistenza veniva mai nominata in onda oppure era taciuta agli ascoltatori?

A livello di conversazione informale sì, si parlava di Radio Berlino Internazionale, a cui, evidentemente, la Deutschlandfunk faceva da contrappeso con un servizio di contropropaganda caratterizzato però da ottima qualità e professionalità nella confezione del programma finale. Ma non se ne è mai parlato a livello di “avversari”. Tutto si svolgeva con la massima pacatezza e rispetto. Non penso ci fosse la consuetudine di non nominare mai i fratelli separati dell’Est, probabilmente sarà successo, soprattutto per le notizie comprese nel programma DX speciale per radioascoltatori. Non penso sia mai esistita una sorta di “pregiudiziale” a parlare di RBI.

4. Come radioamatore (spero che la definizione sia ok per te)

La definizione va benissimo, grazie!

4. ascoltavi i programmi e scrivevi anche alla redazione italiana di Radio Berlino Internazionale?

Sì, lo facevo regolarmente, come regolarmente scrivevo a TUTTE le redazioni in lingua italiana.

4. La fine annunciata di quell’emittente il 2 ottobre del ’90 poteva essere evitata tramite una fusione con Deutschlanfunk oppure trovare un punto d’incontro fra ‘La Germania vi parla / Germania Sera’ e ‘La voce della RDT’ era impensabile per motivi ideologici e culturali?

Dubito fortemente che la fine di Radio Berlino Internazionale si sarebbe potuta evitare con una fusione con la Deustchlandfunk. Ormai la sua credibilità e la sua informazione di regime erano talmente inquinate che la reputazione dell’emittente non poteva che uscirne compromessa. Quindi, al di là dei muri ideologici, sono stati i trascorsi culturali a risolvere il problema. Eppure sarebbe stato bello poter contare sul parco frequenze in onde corte della DDR per il rilancio di un programma in italiano. Ma è stata un’utopia che ha visto il plauso di pochi isolati idealisti e il disinteresse delle autorità di governo tedesche.

5. Quali altre emittenti estere che trasmettevano in italiano da oltre la Cortina di ferro ascoltavi?

Le ascoltavo tutte con sufficiente regolarità. Da Radio Mosca, a Varsavia, passando per Budapest, Bucarest e Tirana. Quando si è radioascoltatori lo si è a 360°.

5. E con quali di esse eri in contatto epistolare?

Con tutte. Spedivo regolarmente dei rapporti di ricezione, che erano una modalità un po’ romantica e retro di contattare l’emittente. Erano una specie di “controllo tecnico” sulla qualità del segnale. Naturalmente, col senno di poi, le emittenti neanche allora avevano bisogno di sapere dagli ascoltatori come arrivavano qui in Italia e in quali condizioni di ascolto. Lo sapevano perfettamente che certe frequenze erano molto più vantaggiose di altre. Si trattava di pretesti per iniziare e coltivare un contatto epistolare: questo era fondamentale per questo tipo di emittenti, il contatto dell’uditorio, qualcuno che dicesse loro “vi ho ascoltati”. Era una cartina di tornasole per dire che il programma era arrivato a destinazione. E insieme a lui il messaggio propagandistico. Il rapporto epistolare con le stazioni di oltre cortina, inoltre, era incredibilmente gratificante. Rispondevano sempre con molta cortesia e con materiale praticamente introvabile in Italia. Ho ricevuto di tutto: dalle riviste di regime agli adesivi, dal segnalibro all’oggetto premio. Una volta Radio Polonia mi inviò un vocabolario italiano-polacco e viceversa in due grossi volumi.

6. Da ‘ascoltatore di programmi’ e non di emittenti, quali furono le trasmissioni migliori delle radio che trasmettevano oltre Cortina che hai ascoltato? Potresti citarne qualcuna e i suoi contenuti, se li ricordi?

Le trasmissioni più ascoltate in Italia erano quelle dedicate alla posta degli ascoltatori (solitamente a cadenza settimanale) e quelle specifiche per i radioascoltatori (Budapest aveva un enorme club di radioappassionati, con pubblicazioni tecniche autonome e indipendenti). Mi piace però ricordare un programma italiano di Radio Praga, che andava in onda a cadenza quotidiana, e che si intitolava “Il giornale della siesta”. Non era un programma bellissimo, si occupava di mantenere in contatto gli emigrati del centro Europa con i familiari in Italia attraverso dediche e canzonette nazional-popolari in italiano, tedesco e in lingua ceca e slovacca. Nulla a che vedere con i DJ delle radio private, per intenderci, era un programma molto asettico e molto noioso, ma è stato importante per capire come questo tipo di stazioni radio si ponessero di fronte alla logica delle radio commerciali dell’Occidente.

7. Oltre alle tue visite alla redazione italiana di Deutschlandfunk sei mai andato a incontrare di persona i redattori di altre sezioni italiane delle radio che ascoltavi? Se sì, potresti parlarmi di queste visite?

Mi piace ricordare una mia visita alla Radio Vaticana. Pur essendo un non credente ho sempre ammirato la professionalità di questa emittente, la competenza in tema di musica classica (argomento del quale sono appassionato), il taglio dato al notiziario, la competenza dei redattori, tutte persone molto modeste, schive e disponibili all’ascolto delle opinioni altrui.

8. Le uniche due radio dell’ex blocco socialista che trasmettono in italiano ancora oggi – correggimi se sbaglio – sono Radio Tirana (solo su Internet) e Radio Romania Internazionale: ti capita mai di ascoltarle o ti è capitato di farlo in passato? Cosa ne pensi o pensavi?

Ormai la radio la ascolto soprattutto in FM (quando sono in macchina) e in Internet. Quando posso mi piace ascoltarla anche via satellite. Ho un ricevitore ad onde corte ma il raro segnale delle stazioni tropicali o andine è molto più vicino a me dalla postazione del mio computer che dai transistor della radio. Ogni tanto mi capita di riascoltare Bucarest e Tirana. In particolare di Radio Bucarest conservo il ricordo della caduta del regime di Ceausescu, quando sentii distintamente la voce della locutrice in italiano dire “Cari ascoltatori italiani buon Natale. Finalmente possiamo augurarvi buon Natale!!” Fu un’emozione grandissima.

9, Sei in contatto con qualche altro appassionato di radiofonia italiana che ascoltava le emittenti dall’altro lato della Cortina di ferro e che sarebbe disposto a parlarne? Pensavo a persone come Roberto Pavanello, Fiorenzo Repetto o altri: hai contatti mail o telefonici?

Non conosco Fiorenzo Repetto. Con ogni probabilità fa parte della generazione più recente di radioascoltatori. Sono in contatto con Ezio Toffano (oggi dirigente scolastico, con cui ho condiviso l’esperienza del GAMT -Gruppo d’Ascolto della Marca Trevigiana-) e con Franco Probi, già redattore del bollettino mensile Radio Incontro, e oggi responsabile di Nuova Radio, un’emittente che ha già preso a trasmettere in streaming e che lo farà in onde medie (1458 kHz) tra breve.

Il sondaggio “Personalità del 2019” a Radio Romania Internazionale

Reading Time: < 1 minute

Carissimi amici, Radio Romania Internazionale continua il tradizionale sondaggio rivolto ai suoi ascoltatori e utenti Internet, ma anche ai suoi amici sulle reti sociali, invitandovi a valutare quali delle personalità del presente hanno segnato di più, in senso positivo, l’andamento dell’umanità nell’anno che sta per concludersi. In base alle vostre opzioni, la nostra emittente nominerà “La personalità del 2019”.

Chi potrebbe essere e soprattutto perché? Sarà un politico, un leader di opinione importante, un imprenditore, un grande atleta, un celebre artista, uno scienziato o, semplicemente, una persona sconosciuta al grande pubblico, che però vanta una storia esemplare? Come al solito, la risposta appartiene a voi.

Aspettiamo le vostre proposte, accompagnate dalle motivazioni, direttamente sul sito www.rri.ro, inviando un commento all’articolo, via e-mail, all’indirizzo ital@rri.ro, su Facebook, Twitter e LinkedIn, sempre come commento, su WhatsApp al numero +40744312650, via fax al numero +40 21 3190562, o per posta, all’indirizzo Via Generale Berthelot 60-64, CAP 010165, casella postale 111, Bucarest, Romania.

Vi ricordiamo che, in base alle vostre scelte, la Personalità del 2018 a RRI è stata designata la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nel 2017, il titolo è andato alla grande tennista romena Simona Halep, ex numero 1 mondiale, mentre nel 2016 al presidente americano, Donald Trump.

La personalità del 2019 a RRI sarà annunciata nei nostri programmi e sulle reti sociali il 1 gennaio 2020.


Redazione Italiana
Radio Romania Internazionale
Via General Berthelot 60-64
Bucarest, ROMANIA
Tel: + 40 21 303 13 08
Fax + 40 21 319.05.62
e-mail: ital@rri.ro
www.rri.ro

Radicali liberi

Reading Time: 2 minutes

Io, da bravo radicale sui generis fin da quando votavo il partito di Pannella (che allora era un signor partito) ascoltavo, in modalità un po’ radical chic e in leggera controtendenza la rassegna stampa di Radio Tre, con gli interventi degli ascoltatori. Non ho mai seguito Stampa e regime di Radio Radicale perché la voce di Massimo Boldrin non mi piaceva e perché mi dava fastidio quello sfrusciar di fogli di giornale con quelle pause lunghe un chilometro che si sentivano a ogni pie’ sospinto nella trasmissione. Ma queste erano le mie scelte. Massimo Bordin era, certamente, molto più di questo. Era un esempio di liberalità e di libertà di analisi assoluta e se n’è andato in punta di piedi, per non disturbare i suoi ascoltatori, dopo 40 anni di rassegna stampa mattutina che sono ben più di una militanza politica, sono delle medaglie al valore. Bordin per molti era la voce del mattino che ti leggeva i giornali mentre andavi al lavoro in macchina. Era l’amico, il fratello, il familiare. Era come lo avvertivi perché era in un certo qual modo “tuo”. Era un qualcuno che ti apparteneva, come solo gli appassionati del mezzo radiofonico sanno sentire i nomi e i cognomi di persone che non hanno mai visto in volto. Massimo Bordin se n’è andato senza sapere come e di che morte morirà la sua Radio Radicale che per lui ha trasmesso il Requiem di Mozart senza sapere, o forse sapendolo fin troppo bene, che il vero destinatario di quell’opera immortale è proprio l’emittente, che ha saputo fare, unica tra le uniche, servizio pubblico con la raccolta di fondi pubblici e contributi dello stato alla pluralità di informazione. È stata la beffa più grande per lui e per tutti i radicali italiani. Morire così, con la rosa nel pugno e centinaia di ascoltatori a tributargli il proprio affetto, dev’essere stata una consolazione per lui. Ma c’è chi alla radio non l’ascolterà più, e questa è una grande e incolmabile mancanza per tutti.

E’ il World Radio Day. Viva la radio!

Reading Time: < 1 minuteradio

E allora auguri a tutte e tutti voi per il World Radio Day che si celebra oggi.

Non la si ama mai abbastanza, la radio, per tutto quello che ci dà quotidianamente, per cui bisogna festeggiarla e ben vengano queste giornate se riescono a dare così tanta gioia e allegria.

La radio è compagna, ma anche amante, amica e (per qualcuno) moglie. Ho più ricordi personali con la radio che con parenti od amici. E non sono solo, ad esempio, la compagnia di tre ore in un ingorgo, o Radio Maria che ti strasfracassa i coglioni perché sulla scala parlante non c’è altro da ascoltare, i ripetitori del Monte Serra sono andati a farsi benedire e o ti ciucci padre Livio o ciccia.

Quando c’erano ancora attive le trasmissioni in italiano delle radio dell’Est ho assistito alla storia. Ho ascoltato direttamente dalle fonti governative la caduta di Ceausescu, i funerali di Andropov e Cernenko (ho fatto anche questo!), la caduta del muro di Berlino.

La radio è proprio vero che arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E per il World Radio Day mi piace ricordare una voce storica di Radio Uno Rai, Riccardo Cucchi, che se ne va in pensione e ora bisognerà trovare uno bravo almeno quanto lui che ci racconti il calcio.

Perché la radio libera. Perché libera la mente.

(foto tratta dal profilo Facebook di Andrea Borgnino)

La radio ha 90 anni. 50 sono miei.

Reading Time: 3 minutes

Il primo ricordo che ho dell’aradio (perché a Vada la radio era l’aradio, e l’apostrofo si sentiva anche senza scriverlo) era quello della mi’ zia Iolanda (la Iolanda era la moglie del mi’ zio Piero) che sedeva alla macchina da cucire e mentre lavorava ascoltava il “Trentuno Trentuno”, come diceva lei. Verso sera, con l’orario invernale, la mi’ zia Iolanda spostava la rotella “sul centodieci”, e io pensavo che quel “centodieci” fosse una sorta di formula magica per accedere alla voce di Paolo Cavallina, invece era l’abbreviazione stampigliata sulla manopola della frequenza delle onde medie su cui veniva trasmessa Radio 2. In realtà credo di ricordare che si trattasse di 1116 kHz, da Pisa.

La mi’ cugina Mariella, da ragazza, ascoltava sempre la Hit Parade della buonanima di Lelio Luttazzi, sia la trasmissione del venerdì che la replica del lunedì. Era una delle modalità per accedere alle hit del momento, mentre la mi’ nonna Angiolina sentiva sempre “La Corrida”, dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado al sabato e la domenica zitti tutti che c’era “il Gambero” con Franco Nebbia.

Smanettando smanettando ebbi accesso a quell’immenso juke box che era Radio Montecarlo, su 701 kHz (poi diventati 702, ma tanto stai a guardare il capello!). Nomi come Ettore Andenna, Herbet Pagani, Awana Gana, Luisella Berrino e Roberto Arnaldi arrivavano a bomba dalle 6,30 alle 19,30. Tutti i giorni. Ed erano voci che ti entravano in casa in modo permanente, tanto che volevi anche vederne il volto. Chissà come sarà questa Luisella… e questo Awana Gana con quella voce profonda e quel nome così strambo. Accadde che stamparono delle serie di cartoline che riproducevano i nostri beniamini. Bastava richiederle, dicevano, inviando una “cartolina postale” (sapevo una sega io cos’era una cartolina postale!) lì nel Principato di Monaco, che io mi chiedevo se esistesse e dove fosse. Dopo tre mesi le fotografie arrivarono perdavvero, con i francobollini di quel Principato di Monaco che allora esiste sul serio, e fu la prima volta che mi resi conto che con la radio si poteva anche interagire per scritto.

E lo feci. Alle 19,30 Radio Montecarlo finiva le trasmissioni in onde medie, ma restava ancora “collegata” per un quarto d’ora per fare da ripetitore a una stazione protestante europea (seppi dopo che si chiamava Trans World Radio). A seconda di chi c’era a farti il sermone ti offrivano di tutto e di più. Da una copia del Nuovo Testamento a un disco con orrendi canti e inni religiosi, da audiocassette con sermoni a veri e propri libri, tutta roba che doveva costare anche un bel po’, e io scrivevo, scrivevo a tutti, e la paccottiglia protestante arrivava, arrivava a fiumi, tanto che i miei genitori si chiesero seriamente se io non avessi avuto una crisi mistica e chi fossero questi che mi scrivevano.

Alla fine fu la volta della scoperta delle onde corte. Radio religiose a bizzeffe anche lì (ma ormai sapevo già come funzionava il giochino), ma anche e soprattutto le emittenti ufficiali del blocco comunista in una propaganda esasperata. Scrivevo anche a loro, naturalmente, scrivevo a tutte le radio che riuscivo a sentire, la mia buca delle lettere era sempre più inondata di pacchetti, pacchettini, stampe, riviste e così via. Il postino si chiedeva chi fossi mai io per ricevere posta ora da Cuba ora dalla DDR, per non parlare di Pechino e di tutti gli altri che mi scrivevano.

Ma non l’ho solo ascoltata la radio, l’ho anche “fatta”. Sei anni di preziosissimo volontariato presso Antennaerre, emittente di Rosignano Solvay in cui ho vissuto una delle parti più belle della mia vita e che ci vorrebbe un blog intero per raccontare ricordi, emozioni, autobus persi, risate a crepapelle.

La radio ce l’ho nel sangue, e lei oggi compie 90 anni.
Il primo annuncio dell’URI

AIR: la patata bollente

Reading Time: 4 minutes

“Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra o destra”

(Giorgio Gaber, Destra-sinistra)

“Radiorama”, l’organo ufficiale dell’AIR, Associazione Italiana Radioascolto, non si pubblica più su supporto cartaceo.

E’ un PDF che tutti possono scaricare. Quindi io l’ho fatto.

Il numero 26 della “rivista” ha una caratteristica strana, non presenta la data in cui è stato pubblicato. Né sulla copertina, né nelle pagine interne.
Della copertina parlerò tra poco. Per il resto colpisce questo limbo radiantistico-temporale diffuso.

Il numero è presentato da Bruno Pecolatto. Sentiamo un po’ cos’ha da dirci (come dicevano quelli delle stazioni radio in lingua italiana quando conducevano la posta degli ascoltatori):

“Un numero sempre ricco di notizie e curiosità che, assieme al BLOG AIR-RADIORAMA, letto in 151 paesi del mondo, oltre 1700 pubblicazioni, oltre 850.000 visualizzazioni ed il Gruppo su Facebook che sfiora le 4000 presenze ci consente una disseminazione globale della Cultura del Radioascolto.”

Pecolatto parla di 850.000 visualizzazioni ottenute dal blog. Un numero decisamente discutibile. Cosa sono le “visualizzazioni”? Semplice, dovrebbero essere le volte in cui un sito viene visualizzato (sulla home page o su una pagina non importa). Ma questo non significa che sono state 850.000 le persone che hanno visitato quel sito, perché una persona può avere cliccato su più pagine. Se mi mettessi a cliccare in continuazione sulle pagine di questo blog per cento volte avrei aggiunto 100 visualizzazioni al numero globale delle mie statistiche. Ma sarei sempre e soltanto UN visitatore.

E poi gli utenti possono entrare più volte in una settimana o in un mese, quindi il dato è assolutamente inutilizzabile. Una domanda più corretta potrebbe essere “Quanti visitatori unici ha ottenuto il blog di Radiorama dalla sua nascita ad oggi??”
E per visitatori unici non intendo gli IP (che possono cambiare di giorno in giorno), ma proprio “quante persone”. A questo nessuno può rispondere, neanche l’AIR. A meno che non si fidi di quei contatorini gratuiti che spopolano in rete.

“4000 presenze” su Facebook. Però, niente male. Già, però come mai di questi 850.000 accessi e di queste 4000 presenze (a questo proposito sarebbe interessante sapere quanti sono soci AIR, è comodo fare un clic su “Mi piace”) SOLO 31 (come ho dimostrato nell’articolo scorso) sono quelli che seguono l’AIR su Twitter??
31 su 4000 corrisponde allo 0,775%. Praticamente una percentuale da Sinistra e Libertà senza il Partito Democratico.
E’ uno squilibrio enorme. Io che mi accontento di 446 “amici” su Facebook, eche ho 81 “followers” su Twitter, raggiungo il 18,36% delle quote. Praticamente sono già in Parlamento.

E della chiavetta USB vogliamo parlare? Vendono una chiavetta USB con i numeri di Radiorama in PDF dal 2004 ad oggi. Va bene, è un loro diritto, la rivista è loro, e se qualcuno gliela compra, in qualsivoglia forma sia, buon per loro, se no tanti saluti e sono, è la legge del mercato.
Ma, cielo, un non socio paga 24,90 euro, gli volete dire qual è la capienza della chiavetta? 2Gb? 4? 8? 16?? Non si sa.

Ma veniamo alla “disseminazione globale della Cultura del Radioascolto”. La copertina l’avete vista tutti, ora io non è che mi scandalizzi per una bella gnocca, tutt’altro, ma, voglio dire, una volta Radiorama metteva in copertina una QSL, la foto di un socio in visita a qualche centro emittente, una radio d’epoca, un raduno radioamatoriale, antenne, trasmettitori, gettonatissima l’antenna del dito del Papa della Radio Vaticana. Ecco, siamo passati dalla Radio Vaticana a queste popo’ di sventole che, per carità, apprezzabilissime, ma uno si chiede cosa c’entrino con il radioascolto. Ve lo immaginate il WRTH che invece delle consuete copertine scegliesse Miss Danimarca in costume da bagno? O Klingenfuss che mostra le grazie perizomate di una biondona teutonica che spumeggia lussuria come una birra nel boccale?

Che uno dice, “Ma no, ma quello è solo un esempio di cosa si può ricevere con il digital SSTV!” Ho capito, ma non è che uno “riceve” esattamente Biancaneve e i sette nani. O una fotografia di prova. Quella lì non mi pare che somigli proprio a Guglielmo Marconi!

Quindi la patata bollente per l’AIR, tanto per cambiare, è rispondere alla domanda: “A cosa serve?”
A cosa serve censurare un socio perché ha scritto una frase latina ritenuta offensiva in una mailing list se poi si pubblica una signora discinta nella copertina del proprio organo ufficiale?
A cosa serve dare regole di ferro come quella di non parlare di niente che non sia radio, quando questa donzella con la radio c’entra come il due di spade quando comanda coppe??
A cosa serve invocare la “Cultura del Radioascolto” (maiuscolo, si badi bene!!) quando la radio serve per guardare un paio di tette e non per informarsi, per capire il mondo, per avere contatto con realtà diverse e uguali (ormai la gente non ascolta più neanche la RAI)??

E’ la “disseminazione globale”, bellezze!

C’è qualcosa di nuovo nell’AIR, anzi, di antico

Reading Time: 5 minutesCari Amici, cari soci e simpatizzanti appassionati della radio.

Pensate, sono già passati ben 30 anni da quando abbiamo fondato l’AIR !
Intanto vorrei fa¬rvi avere un cordiale saluto e un ben ritrovati a tutti voi.
Mi sembra ieri, quando, con difficoltà e con molto impegno, abbiamo affrontato l’avventura della fondazione dell’AIR: è difficile immaginare quanti mezzi, tempo e risorse abbiamo messo in questa impresa! Convinti di stare facendo qualcosa di utile e necessario, in collaborazione con tanti amici, tutti accomunati da questa passione per la radio.
  Difficile immaginare, allora, che alcuni di loro ci avrebbero lasciati tanto prematuramente, lasciando in noi una vena di tristezza, ma rafforzando però il desiderio di proseguire il loro gusto per l’hobby del radioascolto e, perché no, per l’Associazione.
C’è voluto quindi tanto impegno ed è stato bello, percorrendo quella strada, avere incontrato e conosciuto tanti nuovi amici e  colleghi, che si sono man mano associati all’AIR per condividerne le sorti e spartito con noi la comune passione per il radioascolto. Un saluto soprattutto a quelli che si sono impegnati negli anni e che si sono fatti in quattro per far progredire l’associazione: grazie a tutti, siete stati bravissimi e tutti abbiamo apprezzato la vostra collaborazione.
Passando gli anni, si è trasformata anche la tecnologia, che si è evoluta, proponendo nuove soluzioni, sia per la gestione della nostra Rivista e sia per la pratica dell’hobby, che si è evoluto e modificato. Forse in parte ha perso un poco del suo fascino iniziale, ma la caccia, la ricerca e l’ascolto difficile delle stazioni lontane continua a tenere in vita questa originale attività. Il nostro hobby ha saputo adeguarsi ai nuovi tempi superando gli ostacoli che si sono presentati. Lo stesso è stato per l’AIR, che, anche se con notevoli sforzi organizzativi, sta superando le novità che si sono imposte con il rinnovamento di Radiorama e delle altre pubblicazioni.
Grazie quindi a tutti, in particolare a quelli (e sono tanti) che si sono dati da fare in tutti questi anni e in silenzio hanno lavorato, anche nell’ombra, per una Associazione che, non pare vero, ha resistito con meritevole impegno alle novità sopraggiunte.
Quindi la mia lettera vuole essere un ringraziamento in particolare per quelli che, defilati, hanno lavorato per l’Associazione: grazie, colleghi! Però la mia lettera vuole anche essere un addio a tutti voi, a quelli che credono in una certa idea di condotta, di tolleranza e di disponibilità.
Mi vedo costretto con questa mia a rassegnare le dimissioni da Presidente onorario dell’ AIR. Da parte mia non è più possibile continuare a fare, inutilmente, discorsi seri ed etici in un’ottica di correttezza come era sempre stato negli anni.
Come parte di voi già sa, sono stato chiamato dal Tribunale di Roma a ricoprire l’incarico di Presidente di un Collegio Arbitrale per dirimere una questione richiesta da un socio dell’AIR, ai sensi del nostro Statuto, nei confronti di un altro socio.
Ho presieduto quindi questo Collegio nell’istruttoria, sentendo le tesi del socio Marsiglio che aveva chiamato in causa il Presidente dell’Associazione, avvocato Giancarlo Venturi. Abbiamo approfondito con i colleghi del Collegio arbitrale tutte le tesi, che ci hanno costretto ad una fatica improba, con un dispendio di energie e di soldi, ma con assoluta imparzialità.
Quando però poi abbiamo deliberato, su indicazioni del Tribunale di Roma, di condannare e di censurare l’operato del presidente Venturi nei confronti del socio  Marsiglio, lo stesso Presidente ha ignorato la sentenza e il lodo del Collegio arbitrale: non lo ha neppure considerato.
Ecco il perché delle mie dimissioni di fronte a tanta insensibilità e sicumera, per cui ho deciso che non è più il caso di continuare a convivere in un’Associazione come la nostra. Mi piange il cuore, ma il mio ruolo in questa Associazione non ha più ragione di essere. Il mio era un ruolo “ombra”, ma avendo fondato l’AIR con altri baldi e intrepidi giovani, ora, allo stato delle cose non mi sento più partecipe.

Grazie della vostra attenzione e buoni ascolti.

Manfredi Vinassa de Regny

—-

Questa è la lettera con cui Manfredi Vinassa de Regny ha comunicato agli amanti della radio e del radioascolto, le sue dimissioni dall’Associazione Italiana Radioascolto.

Mi pare che le parole di Manfredi parlino da sole e che non ci sia bisogno di ulteriori commenti.

Quello che sì, si può fare, è tentare di capire quel che è successo all’AIR in tutti questi anni, al di là delle ragioni che hanno opposto il signor Marsiglio al Presidente dell’AIR e che hanno indotto un Collegio Arbitrale ha censurare il comportamento di quest’ultimo. Ci risulta da che mondo è mondo, le decisioni inappellabili, una volta aventi forza esecutiva, non possono essere sgattaiolate e devono essere eseguite, qualunque cosa dispongano.

L’AIR è giunta a questo triste epilogo perché non ha saputo adeguarsi ai tempi e alle evoluzioni di un hobby frequentato da quattro gatti. E’ inutile che si insista a dare la caccia a Radio Putipù in banda tropicale quando la si può ascoltare accedendo a internet e in studio quality. Anzi, se uno vuole si può anche scaricare il podcast così se l’ascolta mentre va a fare jogging o coltiva i pomodori per la conserva di cui manderà la ricetta a Radio Mosca.

Non si può fare una rivista a pagamento che contenga ascolti, schedules, informazioni e articoli che ben che vada andranno nelle mani degli interessati un mese emezzo dopo essere stati passati in redazione e, quindi, largamente “scaduti” dal punto di vista dell’utilità. Per la verità nemmeno una rivista gratuita con queste caratteristiche sarebbe vagamente fruibile. Per comunicare a un amico che è ascoltabile Radio Bottillon Troppober su quella data frequanza, basta una mail, un SMS, una nota su un blog.

E’ la rete che ha ucciso l’AIR, e non c’è niente di male. Le idee circolano, e in una mailing-list, il cui scopo è proprio quello di far circolare le idee, è improponibile scrivere “Chi entra nella lista accetta il giudizio insindacabile del moderatore e le eventuali sanzioni per violazione del regolamento” e “Polemiche o attacchi personali possono costituire comportamenti sanzionabili anche penalmente.” Certo, un’offesa palese è sanzionabile penalmente, ma una “polemica” non è altro che l’espressione di un pensiero individuale. E se io ho un’idea diversa da quella del moderatore e questi me la censura? Il suo giudizio è insindacabile, no?? Come si fa a dire che “Nel partecipare alla ML si rinuncia a qualsivoglia diritto alla riservatezza sul contenuto dei messaggi inviati, in quanto diretti ad una generalità indefinita di persone.”?? Ai diritti non si rinuncia mai, se io mi iscrivo accetto che i miei messaggi vadano in mano a una generalità indefinita sì, ma non infinita. Si tratta comunque di una comunità CHIUSA. E quando mi iscrivo il mio indirizzo e-mail glielo lascio, se mi sospendono loro continuano ad avere quell’indirizzo. E non mi dovrei rivolgere al Garante della Privacy, secondo loro, per tutelare i miei diritti? Cosa vuol dire, che possono farci quello che vogliono? No.
Com’è pensabile pretendere che le regole del diritto non valgano per un determinato contesto sociale solo perché uno lo si scrive in un regolamento?

Così si è andati avanti, per anni, troppi. Finché non è arrivato qualcosa che ha rotto irrimediabilmente il meccanismo fatto di tramezzini surgelati mangiati in uno studio a Milano per permettere i “lavori” di qualche riunione operativa, o di mail spedite per decidere se il moderatore Tale doveva essere rimosso dal suo incarico.

E i social network?? Peggio che andar di notte. Ho cercato l’AIR su Facebook? Ecco la risposta:

Su Twitter?? Quanti follower avranno su Twitter??? E’ presto detto, 31.


Triste, solitario y final.

Precisazione del 18 novembre 2013: Alcuni amici mi hanno fatto opportunamente notare che il solo fatto che io non veda la pagina Facebook dell’AIR non significa che non ci sia. Ne prendo atto e correggo volentieri quanto ho scritto -e non ho mai scritto che quella pagina non esiste-, ma questo non cambia minimamente il mio pensiero.

“Che palle! Che paio di palle!!”

Reading Time: < 1 minute

A “Tutta la città ne parla” (RadioTre) qualcuno mi ama. E sia chiaro che io adoro essere amato.

Comunque vengo citato abbastanza spesso per i miei contributi a quella che è una piccola e divertente comunità radiofonica.

Anche oggi hanno (coraggiosamente) letto un mio intervento su Facebook che inizia con “Che palle! Che paio di palle!!” (non si dice “palle!” alla radio), con risatina soffocata del conduttore. Hanno detto che non sono MAI d’accordo. Poi vado a vedere ed in effetti coloro che hanno cliccato un “like” al mio commento sono pochini, solo una persona.

Ma quella persona chi è?? La redazione!!

Cioè, loro fanno un programma, io non sono d’accordo, dico “Che paio di palle!!” e loro sono dicono “Mi piace!”. Adoro essere amato.

[mp3-jplayer tracks=”https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2013/10/citta.mp3″ width=”100%”]

Il Brassens di Radio Tre

Reading Time: < 1 minute

Mi è appena arrivata la newsletter di RadioTre, che ascolto frequentemente prima di tutto perché fa figo e io non voglio perdere l’occasione, e poi perché non c’è niente di meglio, e questo le fa onore.

Mi informano che una puntata di “Wikiradio” in onda la settimana prossima sarà dedicata a “George Brassens”. Orrore!! “George” è la forma inglese, quella francese (Brassens era belga) è “Georges”. Perfino Wikipedia in francese lo scrive così.
Una -s riesce a mischiare i mondi.

E’ grave? No, anzi, sì, certo, è gravissimo!