Il WRTH

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Non c’era verso. Dovevo sapere.

Avete presente quando siete in preda all’entusiasmo per qualcosa (che so, la cucina siciliana, Arduino, il cinema di Nanni Moretti, lo yoga, la meccanica quantistica…) e avete bisogno di sapere TUTTO, ma proprio TUTTO sull’argomento? Ecco, a me successe la stessa cosa con la radio.

Ormai sapevo che molte emittenti di Stato, avevano un servizio per l’estero in svariate lingue. Siccome le lingue le studicchiavo (con una certa idiosincrasia per l’inglese, certo, lingua senza flessione verbale, e, quindi, nel mio immaginario, si trattava di una non-lingua), voleva avere anche la possibilità di esercitarle attraverso il mezzo che andavo via via scoprendo, e con sempre maggiore interesse.

Mi chiedevo: se ascolto Praga e Pechino in italiano, vuol dire che ci saranno altre stazioni che trasmettono in altri idiomi. Già, ma quali? E a che ora, in quale lingua, e su quali frequenze? Posso ascoltarle anch’io con la radio della nonna (mia nonna Tomassina, da parte di padre, non la nonna Angiolina della Corrida) o ho bisogno di qualche miracolo?

La soluzione c’era.

In una delle ultime trasmissioni del servizio italiano della BBC avevo appreso che esiste un volume, pubblicato annualmente, che riportava tutti i dati di cui avevo bisogno.

Si chiamava (e si chiama ancora, visto che le pubblicazioni non sono cessate) WRTH, che è l’acronimo di World Radio and Television Handbook. C’era veramente tutto quello che necessitavo. Inclusi gli indirizzi delle stazioni. Buono a sapersi.

Il guaio (guaio?) è che il libro (che i radioappassionati chiamavano la Bibbia, per l’autorevolezza dei suoi dati) veniva pubblicato in Danimarca. Costava anche qualche bel soldino. Per cui mi misi a fare ripetizioni di tedesco a una ragazzina molto intelligente ma svogliata, per potermi permettere l’agognato acquisto. La necessità aguzza l’ingegno, come si suol dire.

Una volta venuto in possesso del valsente, regolarmente percepito in nero e in lirette sonanti e ballanti, secondo il bieco principio del pochi, maledetti e subito, mi recai all’Ufficio Postale per affrontare una delle avventure più impegnative del mio nuovo donchisciottesco hobby: il vaglia postale internazionale.

Ricordo ancora che il Direttore, un uomo grande e grosso, nonché di animo buonissimo, mi chiese se fossi sicuro di quello che stavo facendo. Trasferire denaro dall’Italia alla Danimarca mica era uno scherzo! C’era da convertire la valuta locale in corone danesi e scrivere il corrispettivo in francese su un modulo di un terribile color rosa. Il francese era la lingua franca e veicolare dell’Unione Postale Universale.

Non c’era l’Unione Europea, e men che meno l’euro. Esisteva, comunque, una valuta di passaggio, l’ECU, di cui non erano disponibili banconote e monete, ma che alle poste veniva usata quotidianamente per le transazioni internazionali. Ogni giorno usciva il bollettino, affisso regolarmente nell’ufficio, in cui ti davano il controvalore in lire. E beata l’anima di Robert Schumann (l’economista, non il compositore).

Ci mettemmo un’ora e più a fare quel maledetto vaglia. Totale della spesa, inclusi gli oneri postali, 50.000 e rotte delle lire di allora. E uno sguardo assassino del Direttore, pugnalatomi in pieno petto da dietro i suoi occhialini da presbite.

Quando il libro arrivò, mi immersi nella sua lettura come se non ci fosse un domani. E’ incredibile come ci si possa immergere in una risorsa simile all’elenco del telefono. Numeri, tanti numeri. Frequenze, potenze dei trasmettitori, tutto suddiviso per nazioni e continenti. Mi sembrava fatto benissimo, non staccavo gli occhi da quelle pagine.

Una delle prime sezioni che consultai fu quella dedicata all’Italia. E sì, appresi che anche la RAI trasmetteva per l’estero in un maremagnum di idiomi, dai più ai meno diffusi, dal suo centro di emissione in onda corta a Prato Smeraldo. Mi saltò l’occhio su un particolare: trasmettevano persino in maltese. Un quarto d’ora al giorno. Quando si dice la generosità! Ero curiosissimo di sentire come suonava il maltese. Allora mi sintonizzai, ma le mie aspettative andarono ben presto deluse. Datosi che avevano una temporanea mancanza di locutori in lingua maltese, sostituivano provvisoriamente il programma previsto con una trasmissione in italiano. Quasi uguale. Bello, però. In Italia abbiamo i locutori, mica gli speaker. A distanza di tutti questi lustri, mi risulta che non vi sia ancora alcun locutore di madrelingua maltese alla RAI. Le temporaneità è un concetto molto relativo, anche nel mondo della radio.

Un’altra lingua che mi interessava era l’esperanto. Anche lì flessione verbale zero. Però mi era più simpatica del maltese. Trasmettevano nella lingua di Zamenhof Pechino, Cuba e perfino la Radio Vaticana. Mi chiedevo cosa spingesse il governo di Sua Santità o quello del Comandante Fidel Castro a spendere soldi per trasmettere in una lingua usata come veicolo di comunicazione da appena due milioni di persone nel mondo. Idealismo, probabilmente. L’esperanto è sempre stato associato a istanze libertarie ed anarcoidi. Era bello sapere che anche Giovanni Paolo II ci credeva. Anche se sentir parlare in esperanto non è che sia una delle esperienze uditive più gratificanti. Ci sono solo parole piane. Le tronche e le sdrucciole non esistono, quindi è un po’ monotono.

Ma quel libro era un pozzo di San Patrizio di informazioni. In Italia esistevano delle stazioni che trasmettevano clandestinamente sulle onde medie. Qualcuna, più azzardosa, anche sulle onde corte. Il fascino dell’illegalità era ben presente, e l’Escopost no. O, quanto meno, non ancora.

Dagli Stati Uniti era inoltre possibile ascoltare una stazione che si chiamava WYFR. Va detto che negli Stati Uniti la maggior parte delle stazioni radio non ha un nome, come da noi. Non si chiamano Radio Pinco o Radio Pallino. Hanno delle sigle. Che cominciano (quasi) tutte con W. Il resto ognuno se lo può scegliere come gli pare, se non è stato già registrato. Come le targhe delle autovetture. YFR stava per Your Family Radio. Ma che bello, una radio per famiglie che trasmetteva per l’Italia! Quanto meno consolante, ma estremamente deludente all’ascolto. Si trattava infatti di una stazione religiosa che trasmetteva letture bibliche e sermoni come raffiche di mitra ad altezza d’uomo. La redazione italiana era composta da un solo membro, un pastore protestante di origini lucchesi, che parlava un misto di toscano e inglese-americano che trovai insopportabile. Faceva tutto lui, del resto, poveraccio, e non c’era proprio necessità di fargliene una colpa. Registrava i programmi, rispondeva alle lettere, confermava i rapporti d’ascolto, ti inondava la cassetta delle lettere di opuscoletti e trattatelli, prometteva salvezza e inferno a seconda delle tue scelte, tuonava contro la pornografia, insomma, lavorava in multitasking. La traduzione della Bibbia (quella vera, intendo, non il WRTH) che usava per mandarti a friggere in tutte le padelle dell’inferno era quella storica di Giovanni Diodati, per cui le trasmissioni erano infarcite di linguaggio sei-settecentesco e si potevano udire espressioni come “allor, ognor, imperocché, in perciò sia cosa che” e così via. Vintage e inquietante al tempo stesso.

La sezione della Corea del Nord era particolarmente esigua ma molto interessante. Radio Pyongyang esisteva e io la volevo. Trasmettevano in quattro o cinque lingue, quelle principali. Al di fuori delle bande assegnate a questo tipo di servizio, perché loro erano originali. Ogni giorno riempivano l’etere con le loro sparate e le lodi sperticate al compagno Kim-Il Sung, a suo figlio Kim Jong-Il, suo successore ed erede, e a tutta la dinastia millenaria dei Kim. Scrissi anche a loro, come è ovvio, mi mandarono un librettino con un discorso di Kim-Il Sung tradotto in francese, che conteneva la terza pagina con l’effigie del Padre della Patria coperta da una intercapedine di carta velina, quasi a volerne preservare la sacralità. Poi non ne seppi più nulla. Ma so per certo che esistono ancora, anche se per sentirli bisogna un po’ ingegnarsi con l’antenna.

Quella più imponente era la sezione dedicata a Radio Mosca (oggi Voce della Russia). Il numero delle lingue in cui trasmetteva era impressionante. C’era perfino un programma in guaraní, lingua indigena dell’America Latina, un altro in quechua, altri ancora in urdu, swahili e chissà cos’altro diavolo mai. Un mio amico prete di allora, che aveva fatto il missionario in Sud America, mi disse che per perfezionare la sua conoscenza della lingua locale ascoltava Radio Mosca tutti i giorni perché parlavano un guaraní perfetto. Contento lui!

Con quel volume feci il giro del mondo in 500 pagine. L’un lito e l’altro vidi, infin la Spagna, fin nel Morrocco e l’Isola de’ Sardi… e mi veniva in mente Ulisse, il suo peregrinare, e Dante che ne scriveva in endecasillabi.

Ma il libro ormai era mio e non sarei mai più sceso a compromessi.

Radio Pechino e gli IRC

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La seconda stazione in lingua italiana che ascoltai fu la BBC da Londra.

Fu un amore breve e indolore, il servizio per l’Italia chiuse dopo pochissimi mesi ed ebbi solo modo di scambiare coi redattori qualche parola di convenevoli.

Ma fu da loro che appresi che esisteva un’altra emittente che trasmetteva nella nostra lingua, da Pechino.

Mi sembrò stupefacente, assolutamente incredibile. Mi domandavo cosa gliene fregasse ai cinesi di parlarci, di estendere un servizio del genere proprio per gli italiani. Armamentai baracca e burattini e dopo svariati tentativi dovuti più all’inesperienza che ad altro, una sera riuscii a sintonizzarli.

Trasmettevano una ricetta della cucina cinese, chiedendo venisse aggiunta “una abbondante dose di glutammato” alla base del pollo (che non ricordo più in quale maniera venisse cucinato) e una lezione del loro corso di lingua cinese, di cui non capii un accidente di niente, un po’ per idiosincrasia, un po’ per celia, un po’ per non morire, un po’ perché non me ne è mai fregato a sufficienza di imparare il cinese.

Ma ce n’era abbastanza per contattarli. Ricordo che redassi una letterina del tutto entusiastica, e magari un po’ ruffiana, e il solito rapporto di ricezione. Ormai ci stavo prendendo la mano.

Per risparmiare sull’affrancatura esisteva il servizio (adesso abolito) dell’invio della posta per via di superficie. Se non avevi fretta e non era necessaria la via aerea bastava scrivere sulla busta Surface Mail e si pagava una tariffa minima per tutto il mondo. Già mi immaginavo che la mia letterina viaggiasse a dorso di mulo per tutta l’Asia, attraversando la Steppa infinita, poi lungo il Katai, giungendo fino alle porte dell’Impero, dove un messo dell’Imperatore l’avrebbe trasportata a cavallo fino alle porte della radio, nella Città Proibita. Insomma, prima di me solo Marco Polo.

E poi non volevo che spendessero dei soldi per rispondermi. Una soluzione c’era. Andare al negozio di filatelia, gestito da un simpatico vecchietto che aveva speso tutti i suoi averi e la sua vita in Gronchi Rosa e monete rare, ed acquistare dei francobolli cinesi comuni, quel tanto che bastava per una affrancatura. Già, ma a quanto ammontava una affrancatura delle poste cinesi per una lettera via aerea per l’Italia? Perché la mia missiva poteva anche giungere con comodo, ma la loro risposta la volevo rapidamente, anche per non fare troppo il pidocchioso.

Avevo sentito dire che alle poste vendevano degli IRC. Cavolo erano gli IRC lo sapevano solo tutti i Santi del Paradiso! Mi informai rapidamente e mi fu detto che IRC era l’acronimo di International Reply Coupon, ovvero Buono di risposta internazionale. Era un affarino minuscolo che si comprava, si allegava a una lettera e il destinatario poteva convertirlo in una affrancatura, nel paese di destinazione, per una risposta per via di superficie, appunto.

Ne comprai subito uno e lo pagai un botto. Ma chi se ne fregava, tanto per cambiare? Ero felice di poter fare bella figura.

Mi risposero in fretta (beh, diciamo quel mesetto e mezzo necessario a uno scambio epistolare del genere) e nell’aprire la busta piena di ideogrammi mi cadde per terra l’IRC che avevo mandato. Pensai subito che si fossero offesi e che mi annunciassero che due miliardi di cinesi stessero per saltare dalla sedia nello stesso momento provocando un terremoto in Occidente. Invece era una lettera tutta gentile. Erano contenti di aver guadagnato un nuovo affezionato ascoltatore, di aver ricevuto sue notizie, mi ringraziavano caldamente per il pensiero della risposta pagata, ma mi dissero che il Grande Popolo Cinese era orgoglioso di pagare, coi propri tributi all’economia nazionale, un francobollo per una risposta a un amico come me.

Ripiegai la comunicazione, scritta a macchina con inchiostro blu su carta velina, e mi misi ad esaminare il contenuto del resto dell’invio. C’era un segnalibro senza infamia e senza lode (grazie, comunque!) e una stampa su carta sottilissima di una sorta di drago (cinese, immaginavo) intagliato in una carta variopinta. Dopo due giorni mi arrivò un’altra bustona contenente un numero della rivista (un’altra!) La Cina, con viste mozzafiato della Grande Muraglia e le solite ricette di cucina locale. Io a malapena avevo assaggiato il pollo alle mandorle (un signor piatto!) e vedere le immagini dell’anatra laccata alla pechinese mi faceva venire l’acquolina in bocca. C’era anche il volumetto di supporto alle trasmissioni del maledetto corso di lingua cinese, un coso verde mal stampato su una carta che si sfaceva appena lo prendevi in mano e lo sfogliavi.

E mi ricordai i versi di quella canzone di Battiato che dicevano

La Cina era lontana,
l’orgoglio di fantastiche operaie
che lavoravano la seta.
Le biciclette di Shanghai…

Solo che quella canzone si intitolava Radio Varsavia. Avrei ascoltato anche quella, di lì a poco. La radio, non la canzone, quella la sapevo già a memoria.

E invece per me la Cina non era mai stata tanto vicina. Mi bastavano una vecchia radio, un po’ di buona propagazione, la mia macchina da scrivere, qualche spicciolo in tasca (gli studenti di liceo, si sa, non è che ne abbiano molti) e un qualsiasi ufficio postale a portata di mano. Con un po’ di allenamento e confidenza con le tariffe, sarebbero stati sufficienti anche la buca delle lettere vicina al bar sotto casa e il relativo tabaccaio. Ero molto più in contatto col mondo standomene nella mia cameretta, tappezzata di una carta da parati giallina che si scollava solo a guardarla, che non andando a giocare una partita a flipper al bar con gli amici. E va da sé che mi è sempre piaciuto il flipper.

La mia fidanzatina di allora cominciò a chiedersi (ma non a chiedermi) cosa fossero mai tutte quelle cartoline strane che mi arrivavano, e a pensare che sì, forse ero effettivamente diventato un po’ scemo. Ma erano solo gli inizi di una lucida follia radiofonica che mi avrebbe portato lontano.

Radio Pechino, oggi, non si chiama più così. Peccato, perché era un nome esotico e romantico insieme. Ora si chiama Radio Cina Internazionale, e non è raro (anzi, è frequentissimo) trovarla sulle onde corte, in inglese o in qualche lingua esotica. Praticamente sono rimasti solo loro a trasmetterci.

In una delle loro tante lettere successive mi allegarono anche una copia del libretto rosso dei pensieri di Mao, quello che gli operai cinesi portavano nel taschino della casacca. Era tradotto in italiano da una certa Società Editrice in lingue estere ed era molto bello da vedere, nonostante la rilegatura in pura similiplastica. Mi venne buono per riparare la zampa di una sedia che avevo e che traballava sempre. Un po’ mi spiacque per averlo utilizzato un modo così volgare e prosaico.

Ma, tanto per cambiare, la felicità traboccava. E io non avrei voluto altro.

QSL

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Il termine “QSL” nel gergo radioamatoriale (che è una vera e propria lingua fatta di pochissimi elementi che si ripetono) significa propriamente conferma o approvazione.

In un dialogo tra radioamatori patentati che si collegano via etere non è raro sentire una frase in inglese del tipo

“Can you give me QSL, please??”

cioè puoi darmi conferma, o un ok? (su quello che ti ho detto, anche per chiedere se si è compreso bene).

La prima QSL della storia della radio fu un colpo di schioppo. Guglielmo Marconi stava conducendo degli esperimenti sulla sua invenzione, la radiotelegrafia senza fili. Per provare i suoi apparecchi decise di portare l’unità dietro la collina vicino cui abitava, e pregò un contadino di stare bene in ascolto. Se avesse sentito tre segnali in rapida successione (la lettera s in codice Morse) avrebbe dovuto sparare un tiro in aria per confermare che tutto era andato per il meglio, e che l’esperimento aveva avuto esito positivo.

Il colpo ci fu. La radio funzionava. E anche lo schioppo del contadino.

Col tempo, la QSL si è trasformata in un gesto di cortesia. Adesso i radioamatori si mandano una cartolina a conferma e ricordo dell’avvenuto collegamento.

Per le stazioni internazionali di radiodiffusione era assai diverso. Quasi tutte inviavano la cartolina QSL, tranne Radio Tirana, che a me non ha mai confermato un bel tubo di nulla. La gente ne faceva collezione, e le radio straniere ne stampavano di ogni tipo e con ogni illustrazione. Si andava dalle vedute dei paesaggi alle riproduzioni fotografiche dei monumenti storici, dalle riproduzioni di quadri sconosciuti di artisti sconosciuti alle fantasie grafiche più disparate del momento.

E c’era anche chi faceva di tutto per accaparrarsi più contatti possibile.

La radio danese, per esempio, stampò sei cartoline che. riunite insieme in un rudimentale puzzle, avrebbero dovuto comporre un’opera artistica. Solo che le mandavano a casaccio, così, alla sans-façon, quindi era molto difficile completare la minicollezione. Ti capitavano sempre dei doppioni. Inoltre il quadro era davvero molto brutto e non ne valeva la pena.

L’emittente religiosa tedesca Evangeliums Rundfunk, dal canto suo, siccome i protestanti se ne devono sempre inventare una, si inventò una cartolina QSL di forma rotonda, precisa come l’O di Giotto. Siccome in Italia la stazione si riceveva molto bene, l’ottenni, ma dovetti pagare una tassa alle poste italiane perché il formato era irregolare qui da noi e non si sapeva quale angolo dell’invio dovesse rientrare nelle dimensioni minime e massime dell’ormai dimenticato “bustometro”.

Radio Sweden International bandì addirittura un concorso grafico tra i suoi ascoltatori per il disegno di una QSL che avesse come motivo la sua storica cattedrale. Vinse un italiano e fu un orgoglio per tutti.

Poi c’era chi organizzava delle gare a premi. Radio Berlino Internazionale aveva dei veri e propri “livelli” tra i suoi ascoltatori. Chi aveva ricevuto cinquanta QSL era un novellino, chi duecento già era un po’ più su. E così via. Fino ad arrivare a cinquemila cartoline ricevute, che era la punta massima dell’apoteosi. Solo che chi è che aveva la pazienza di mandare cinquemila rapporti di ascolto e tutti quei denari da sperperare in spese di invio? Solo un folle. E infatti un folle lo trovarono, un tizio degli Stati Uniti che, unico fra tutti, raggiunse l’ambito titolo. Credo che l’abbia arrestato l’FBI. O che sia stato assoltato dalla Stasi della RDT.

La QSL era un trofeo da esibire agli amici, che tuttavia, sia pure interessati con le migliori intenzioni alle nostre attività di ascoltatori, non ci capivano una veneratissima di quello che facevamo.

“Guarda questa, mi è arrivata oggi da Mosca!”

“Bella, ma come funziona?”

“Eh, io ho ascoltato Radio Mosca, poi ho scritto a Radio Mosca per dire loro che avevo ascoltato Radio Mosca, e loro mi confermano che sì, ho ascoltato effettivamente Radio Mosca!”

“Mah…”

E l’amico allertava regolarmente la neuro perché il radioascoltatore non gli sembrava tanto normale. Eppure era proprio così, né più né meno.

Le QSL, intese come cartoline, non erano null’altro che dei feticci, dei contentini. Esistono ancora, ma oggi, con l’ascolto delle radio in streaming sulla rete, non hanno praticamente più senso. Voglio dire, io lo so che ho ascoltato esattamente quella stazione, c’è scritto sul ricevitore digitale, non ho bisogno di patacche.

E poi c’erano le stazioni andine che non avevano soldi nemmeno per far cantare un cieco, figurarsi per far stampare i gadgets. Oppure quelle che ne stampavano a milioni e mandavano in giro sempre quella, come la Deutsche Welle, che ti rispondeva con un “grazie per averci scritto, ma quello che ci invia non ci interessa” prestampato. E te lo prendevi in quel posto là.

E poi gli allegati, perché non era affatto raro che ti arrivasse la cartolina nuda e cruda. In genere ti ci mettevano sempre qualcosa in più. Una spilletta, un ciondolino, un segnalibro, un calendarietto. Tutto griffato, ovviamente. La stessa Radio Mosca aveva preso a inviare delle spille che riproducevano le decorazioni al merito dei soldati dell’Unione Sovietica. Ti mettevi una di quelle e andavi in giro con l’effigie di Lenin in plastica dorata. Poi ti arrestavano, ma erano soddisfazioni.

L’allegato più ambito di tutti, però, era la “bandierina” (o “il bandierino”, al maschile, come dicevano tutti, o anche “il pennant”, come lo chiamavano altri). Era un’orrenda sottoimitazione di gagliardetto se non in plastica almeno in similstoffa sintetica recante il logo della stazione ascoltata. Di un Kitsch assoluto. I più coraggiosi li mostravano esponendoli in casa, come fanno i cacciatori con le teste di cervo o di daino e le mogli li prendevano a gragnuole di colpi di mattarello sulla zucca.

Come se non bastasse si facevano le gare. “Quanti paesi confermati hai?” E c’era chi arrivava tranquillamente a 150 come se nulla fosse. Qualche club di radioascoltatori organizzavano dei veri e propri concorsi. A seconda di quanti paesi avevi correttamente sintonizzato ti davano un diploma. Non perché avevi studiato, certo. In breve, era più roba da due righe sul Guinness dei Primati che da gente sana di mente. Ma ci si divertiva così.

Per mantenere la corrispondenza con le stazioni radio, che si andava facendo via via sempre più fitta, sempre per una QSL in più, cominciavo a spendere fortune in francobolli. Ma, chi se ne fregava? Ero felice. E siccome tutto ha un prezzo anche, la felicità si paga. Certo, se avessi messo da parte tutti quei quattrini oggi ne avrei qualcuno in più. Fatto sta che il postino e i miei genitori erano sempre più stupiti dal fatto che io ricevessi “tutti quei troiai” da ogni parte del mondo. Altri tempi.

Non avevo idea che tutto quel mondo sarebbe crollato, prima con il muro di Berlino e poi con l’avvento di Internet. But that’s another story.

Radio Praga

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La svolta, se di svolta vogliamo parlare, avvenne una sera di novembre del 1982.

Avevo nel frattempo abbandonato la radiolina a transistor, e mio padre mi aveva autocostruito quello che lui pomposamente chiamava “lo stereo”. Si trattava di un’autoradio con le sole onde medie incastonata in un mobiletto improvvisato e anche un po’ squalliduccio, fatto col compensato ricoperto da una pellicola adesiva di plastica color legno autentico, perché a vederlo così faceva proprio schifo. Una sorta di mano pietosa, via.

Mi ero beccato una delle prime influenze della stagione, e me ne stavo a letto a sudare di aspirine, avvolto nei vapori del Vicks Vaporoub, col mal di gola, la tosse, il raffreddore e 38,5° di febbre. Quando ero giovane ero assai cagionevole di salute, poverino.

Ma radiofonicamente parlando ero molto più scafato. Ascoltavo i notiziari della RAI, e mi piaceva tanto una trasmissione che non dimenticherò, l’evoluzione di quel Chiamate Roma 3131 che fu di Paolo Cavallina, e che veniva prodotta negli studi RAI di Firenze.

Mancavano pochi minuti al GR2 della sera, quando ancora Rai 2 non era diventata quel coacervo di ingenue leggerezze che è oggi e quando faceva ancora informazione, al punto che i radiogiornali duravano mezz’ora.

Mi sintonizzai, anche perché non ho mai sopportato di seguire un programma informativo già cominciato, in genere mi sembra di perdermi il meglio. Sentii la voce di una donna che parlava e, nel delirio della febbre, non ascoltai nemmeno quello che diceva.

Si trattava di un programmuccio in verità piuttosto noioso sulla musica cecoslovacca. Interessante l’argomento ma la conduttrice faceva venire due palle così. L’italiano era perfetto, con qualche timida accentazione forestiera. Mi chiesi perché alla RAI si ostinassero ad assumere dei locutori così.

Ma l’orario canonico del GR2 passò e alle 19,32 quella era ancora lì che parlava in pompa magna di un teatro di Praga appena ricostruito. Mi inquietai un poco. Anche perché io coi segnali orari della radio ci vado a nozze, e ci rimetto perfino l’orologio.

La soluzione era semplice e disarmante allo stesso tempo. Non era la RAI, era Radio Praga, come comprovai dall’annuncio successivo: “Qui Radio Praga. Trasmissioni per l’estero della Radio Cecoslovacca.”

Un colpo al cuore. Praga? E com’è che trasmettono in italiano?

La trasmissione, pur nella calda timbrica delle onde medie, era pulita e comprensibile, senza interferenze. Cosa stava succedendo? Decisi di proseguire nell’ascolto, stavolta con orecchio e attenzione più interessati.

Seguì un programma speciale dedicato ai radioamatori. Un quarto d’ora settimanale, non di più. Era bellissimo, perché consideravano radioamatori tutti quelli che amavano la radio, non solo coloro che avevano ottenuto un’autorizzazione ministeriale e che erano stati abilitati a trasmettere su determinate frequenze specifiche. Ma tutti, tutti coloro che avevano a cuore il mezzo radiofonico, fossero pervasi da una curiosità irrefrenabile di scoprirlo, e, soprattutto, avessero trasformato un’abitudine quotidiana in hobby.

Chiedevano, anzi, incoraggiavano gli ascoltatori a scrivere. Lettere, commenti, opinioni, giudizi sui programmi. Ma, soprattutto, chiedevano di mandare loro delle robe che io non conoscevo, ovvero dei rapporti d’ascolto, brevi e succinte relazioni sulla qualità della ricezione nella propria zona. In cambio loro promettevano di inviare la loro cartolina QSL a conferma della correttezza dei dati tecnici forniti. Chissà che roba era! Inoltre avrebbero inviato a tutti una copia della rivista Vita cecoslovacca, con bellissime foto a colori dei castelli di Boemia in quarta di copertina. Troppa grazia, Sant’Antonio!

Cosa cavolo doveva mettere un povero disgraziato in un rapporto d’ascolto per essere omaggiato di cotanta generosità che, negli anni, avrei scoperto essere pura propaganda di regime? Me lo spiegarono loro. La data e l’ora dell’ascolto (facile!), la frequenza (già più complicato rilevarlo con esattezza), alcuni dettagli del programma, per dimostrare che li avevo effettivamente ascoltati (perché c’era gente che fregava anche su questo, avrei saputo più tardi), il modello di apparecchio usato per l’ascolto e un maledetto codice SINFO che altro non era che una valutazione da 1 a 5 per ogni lettera della parola: Signal, Intensity, Noise, Fading, Overall Appreciation. In pratica, se la ricezione era eccellente, senza interferenze, ben comprensibile e pienamente soddisfacente, bastava mettere un valore di 55555 e si era a posto. Ed era esattamente il mio caso.

Era davvero tutto coì semplice? Essere radioamatori era tutto questo? Pareva di sì.

L’entusiasmo della scoperta e della voglia di esplorare quel mondo mi fece passare la febbre e ogni sintomatologia influenzale in due giorni.

Rimessomi dal crudele morbo, nei giorni della convalescenza mi sedetti davanti alla mia macchina da scrivere, una gigantesca e robustissima Olivetti Lexicon 80 in tungsteno temperato, lasciatami da mio zio Piero in comodato d’uso gratuito, e che ormai era diventata mia per usucapione e scrissi una bella letterina, ripiena delle espressioni del mio stupore. Che li avevo scoperti per caso, che mi era piaciuto il loro programma, anche se non era vero, che ero interessato alle lingue straniere e alla musica classica e un po’ di cose così, cominciando la missiva con l’espressione “Gentili Signori”, che avrei usato tante e tante altre volte di lì agli anni a venire. Faceva figo e dava quel non so che di distacco.

Poi fu la volta del famigerato rapporto d’ascolto. Per essere il primo mi sembrò venuto abbastanza bene. Almeno, non faceva schifo, eccola.

Misi i due fogli in una busta e, dopo averla sufficientemente affrancata (700 lire di allora), la passeggiai fino al prima buca delle lettere a portata di mano. Fece un tonfo sordo nel cadere sul fondo, lasciandomi un senso di attesa.

Nei giorni successivi continuai a seguirli. A parte le quotidiane lodi sperticate al compagno Gustav Husak e quelle ai padri della patria cecoslovacca come Antonin Dvorak e Leos Janacek, c’erano rubriche come “L’economia cecoslovacca”, “L’agricoltura in Cecoslovacchia”, “I giovani cecoslovacchi”, “Novità discografiche cecoslovacche” e quant’altro. Ci mancava solo che istituissero uno spazio dedicato a “Come ci soffiamo il naso in Cecoslovacchia” ed eravamo a posto.

Ma, soprattutto, invitavano ad ascoltare un loro programma definita “speciale” che si chiamava Il giornale della siesta. Lo trasmettevano tutti i giorni alle 14, ed era una trasmissione di dediche per emigrati, cui precedeva un piccolo notiziario. Una serie interminabile di Toticutugni, Albani e Rominepower, Claudivilla, con incursioni sporadiche in Luciano Tajoli, Beniamino Gigli e un giovanissimo Luciano Pavarotti alle prime armi.

Le dediche avevano un tenore vagamente vintage e sapevano di treni carichi di giovani speranzosi in un futuro migliore con le valigie di cartone in mano:

“da Ciccillo che sta a Francoforte sul Meno alla sua Ciccilla che sta a Napule con tanto amore”

oppure

“vorrei ascoltare la canzone ‘Mamma’ di Mario Del Monaco e dedicarla a mamma Assuntina di Caltanissetta che oggi compie 101 anni.” [Salute!]

o ancora

“vulesse sentì’ ‘a pizza, ‘o sole e ‘o mandolino!”

Era tutta roba così, fatta alla buona.

E tra una “Felicità” e una canzone cecoslovacca dal gusto un po’ rétro di interpreti sconosciuti, passarono le tre settimane che mi avrebbero separato dallo squillo di campanello del postino.

“Giovaneeee, c’è un pacchetto per lei. Cosa fo’ glielo lascio qui sulla balaustra??”

Il pacchetto veniva da Praga. Conteneva, oltre all’agognata Vita cecoslovacca anche una breve storia della musica ceca (in Slovacchia non hanno musicisti?) e un misero corso di lingua cecoslovacca, miserabile tentativo di creare una lingua standard. Come il russo. O il cinese.

Avevo fatto bingo!

Come tutto cominciò

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Non lo so nemmeno io quando ho avuto il primo contatto con la radio.

Anzi, con l’aradio, come diceva mia nonna Angiolina, che ne aveva una piccola piccola, alla fine degli anni ’60, di un insopportabile color verde spinacio, ma già a transistor. Tecnologica la nonnetta.

Con lei ogni sabato ascoltavo La Corrida, “dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado, musica di Roberto Pregadio, regia di Riccardo Mantoni. Ricordo ancora a memoria lo slogan della presentatrice nella sigla da plaza de toros. E poi, alla domenica, la replica de Il Gambero, condotto da Franco Nebbia.

Mia nonna Angiolina mi raccontava spesso un aneddoto su suo suocero, che sarebbe il mio bisnonno Napoleone (in casa abbiamo sempre avuto il vizio dei nomi curiosi), morto nel 1941 in preda alla demenza senile, quella che non lascia scampo. Era un uomo lungo lungo e secco secco, dritto come un fuso e dall’età apparente ben superiore a quella anagrafica. Quando in casa era accesa l’aradio, il mio bisavolo, ingravescentem aetatem, ormai fuori di testa, toscano e contadino fino al midollo, osservava:

“Pagherei a sapé’ quanto chiacchiera quello di là!”

Oppure no. Oppure i primi ricordi di un apparecchio radiofonico risalgono alla casa degli altri miei nonni, quelli paterni, abruzzesi, che avevano una Radio Marelli a valvole che è durata decenni, con cui scaldavano, oltre che con la legna, le lunghe serate invernali passate accanto al piccolo caminetto, dove mio nonno Raffaele, buonanima, si “appicciava” una sigaretta di trinciato forte fatta a mano, l’unica della giornata sempre uguale di una vita finita a 58 anni.

Fatto sta che eccomi lì, con una radiolina pietosa a transistor in mano, verso i miei 6-7 anni, in pieno giorno, a girare la manopola della sintonia, per ascoltare ora Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni, ora la Hit Parade con quel gran brav’uomo che fu Lelio Luttazzi.

Passavo allegramente da Max Vinella e Scarpantibus a Claudio Baglioni e Lucio Battisti. O Mina. Oppure quei gruppi anni ’70 che avevano nomi rassicuranti e infantili, come i Vicini di casa, i Collage, i Santo California, il Giardino dei semplici e i miei preferiti, gli Alunni del Sole che pareva avessero tratto il loro nome collettivo dal titolo di un romanzo di Giuseppe Marotta, nientemeno.

Ma la maggior parte del mio tempo preferivo passarla su Radio Montecarlo, che sulla costa tirrenica arrivava a bomba anche di giorno.

Era un maremagnum di scoperte, un pozzo di San Patrizio, una cornucopia che elargiva buona musica, ma soprattutto tanta, tanta compagnia. Nomi come quello di Roberto Arnaldi (che fu anche eccellente paroliere e traduttore dal portoghese), Luisella Berrino, Awana Gana (ma come faceva uno a chiamarsi così?), Barbara Marchand, Ettore Andenna, erano molto più che meri dati anagrafici personali, erano amici, presenze quasi fisiche, tangibili. Accostavi la mano all’apparecchio e li potevi quasi toccare, tanto erano vivi.

Ma non potevi vederli, disdetta infame. Chissà come sarà Luisella? E Robertino? Avevi voglia e bisogno di dare una fisicità a qualcosa che era solo voce. Per cui, un giorno si decisero a stampare le loro fotografie e ad inviarle su richiesta agli ascoltatori. Bastava mandare una cartolina postale (esistono ancora) a un indirizzo semplice semplice: Radio Montecarlo – Montecarlo – Principato di Monaco. Urka! Ma come fa ad arrivare una cartolina a quell’indirizzo lì se non c’è nemmeno la via? E se il postino si sbaglia? E se torna indietro? Sono domande inquietanti, per legge naturale a quell’età. E che francobollo ci vorrà per il Principato di Monaco? Dove si trova? Oltre Ventimiglia? Ma Ventimiglia è lontana, dall’altra parte della luna.

E poi c’era lui, il mattatore assoluto, il genio, la sregolatezza (ma soprattutto il primo): Herbert Pagani. Riusciva a passare dalla conduzione di un programma musicale a quella di uno spot pubblicitario per la Muratti Ambassador (e chi le fuma più?) una sigaretta “ricca, rara, ricaricante”. Potevano permettersi il lusso di reclamizzare le sigarette perché si trovavano all’estero e se ne fregavano delle leggi italiane perché trasmettevano da uno stato minuscolo e ricchissimo. Qualcuno vociferava che arrivassero perfino a Napoli. Sulla costa adriatica no, lì si ascoltava Radio Capodistria, e io mi immaginavo gli adriatici così tristi e mesti, perché non avevano nessuno, tranne il Maresciallo Tito, che alla mattina desse loro la sveglia con un po’ di carica e di buonumore.

Ma mentre io queste cose non le sapevo, nella sua variegata attività di show-man ante litteram, Herbert Pagani componeva capolavori assoluti da chançonnier francese. Travolgente il successo di Albergo a ore, storia di una coppia di amanti che si suicidano in una sudicia stanza di un alberghetto di terza categoria. Sono cose che non te le scordi più, è peggio del fenomeno dell’imprinting di Konrad Lorez.

Radio Montecarlo aveva un difetto, chiudeva le trasmissioni alle 19,30. Dopo subentrava una noiosissima programmazione in italiano di carattere religioso in cui per un quarto d’ora interminabile ti dovevi sorbire i sermoni di qualche pastore protestante con l’accento americano, che si atteggiava a fare il Billy Graham de noàntri, promettendo bibbie e salvezza.

Poi, di colpo, staccavano i trasmettitori. Li spegnevano, cioè. E allora, soprattutto d’inverno, quando era buio, cominciavano ad arrivare fischi distorti, interferenze, voci in lingue sconosciute. L’inizio di un’avventura interminabile che sarebbe cominciata solo svariati anni più tardi.

13 febbraio: Giornata mondiale della radio

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Da giovane mi comprai il 45 giri di “Musica Ribelle” di Eugenio Finardi. Pezzo straordinario e coinvolgente, etichetta Cramps, quella degli Area. Incidevano benissimo.

Sul lato B del disco, quello che di solito non se lo filava nessuno, c’era l’altrettanto famosa “La radio”.

Quella che diceva “Amo la radio perché arriva dalla gente”. O anche “E’ che con la radio non si smette di pensare.”

Ecco, io la radio la amo. E’ sempre stata la mia prima fidanzata e sempre lo sarà.

La televisione mi sta sul cazzo. Con la radio penso, scrivo, mi incazzo, commento, interagisco. E’ fresca, genuina, gentile.

Ascoltando la radio ho vissuto la storia. Quella vera. Con Radio Mosca ho ascoltato gli improbabili funerali di Cernenko, con Radio Bucarest la liberazione dal tiranno traditore, con Radio Berlino Internazionale il crollo del muro di Berlino e la scomparsa della DDR, con Radio Montecarlo la morte di Herbert Pagani, con Radio Tirana ho assistito a orde di radioamatori incazzati perché gli avevano invaso le frequenze, sono stato in Venezuela con Ecos del Torbes, mi sono spaccato i coglioni con Family Radio in italiano, ho assistito all’anno dei tre papi (1978) con la Radio Vaticana, ho ascoltato inutili programmi in italiano verso Malta dalla RAI per la “temporanea mancanza di locutori in maltese”, ho sintonizzato stazioni dalla Germania Est che trasmettevano solo numeri, ho studiato il tedesco coi corsi della Deutschlandfunk, mi sono reso edotto sulle ultime novità discografiche di Radio Luxemburg, ho ricevuto tonnellate di riviste inutili da Radio Praga e ho sentito il silenzio assordante delle ricette di Radio Pechino durante la strage di Tien An Men. E poi c’era il programma di jazz della Voice of America (mai potuto soffrire il jazz, io, ma ascoltavo anche quello), e le trasmissioni in un guaraní perfetto, sempre da Mosca, che in estate arrivavano a bomba.

Le onde medie erano calde, avvolgenti. Quelle corte più sfuggevoli e malandrine, difficili da centrare con la manopola della sintonia della radio a valvole dei nonni.

Oltre alla radio ascoltata c’era anche quella “fatta”. Nella bella stagione mi alzavo ogni mattina alle 6,30 per andare a “aprire”. D’inverno, la domenica sera, conducevo assieme ad Alberico un programma fiume che si intitolava “Obiettivamente ma fino a un certo punto”. Ottima musica sceltissima e microfoni aperti per gli ascoltatori e chiunque ci venisse a trovare. Un sera andammo in onda registrati e il povero Sergio venne a farci visita, solo che ci trovò il registratore a bobine (Revox) che andava e se ne andò con le pive nel sacco.

E tante altre potrei raccontarne. Come quando regalai a un bambino una radio di quelle destinate al Terzo Mondo, che si caricavano a manovella, di plastica. Rammento ncora la luce che gli brillava neglio occhi. Aveva la radio. La radio…

Oggi sono molto più pigro e fannullone. Mi bastano pochi programmi e dispongo di un ricevitore che si collega alla rete. Così posso ascoltare Radio Rebelde da Cuba senza alzarmi la notte. Ma anche la stessa Radio Vaticana, non sono mica razzista!

E poi la sera mi addormento con la radio accesa. Io dormo e il Giornale della Mezzanotte della RAI va avanti per conto suo che è una bellezza.

E non poteva che essere “mondiale” la giornata della radio. Quel “qualcosa di molto facile che io posso fare”.

I debunker di Stato e le “number stations”

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Quando ascoltavo la radio con regolarità e maggior dedizione, spazzolando le onde corte, ricettacolo di sorprese e di soddisfazioni, capitava spesso, soprattutto in certe bande di frequenza, di imbattersi in stazioni che trasmettevano numeri.

Numeri, solo numeri. Ore, ore e ore di cifre. Dall’uno allo zero. Una palla micidiale.

Non erano propriamente nocive, diciamo che rompevano parecchio i coglioni e tanto fa.

Uno degli stati europei che maggiormente faceva uso di questa tecnica (vòlta a comunicare che cosa non si saprà mai), era la DDR. O la Germania Democratica. O la Germania dell’Est, chiamatela un po’ come vi pare.

Era incredibile. Si sentiva solo eins! zwei! drei! null! fünf!… e viandare.

Voglio sperare che quelle trasmissioni siano state irradiate con l’ausilio di una voce sintetizzata (solitamente femminile), perché vorrei vedere chi fosse stato, allora, così malato di mente da leggere in diretta e di persona tutto quell’accrocchio matematico.

Ma, voglio dire, già quando ascoltavo la radio io, quel fenomeno era roba vecchia.

Oggi invece torna improvvisamente di moda, come il vintage, il vinile o i pantaloni a zampa di elefanti. Il tutto grazie a Paolo Attivissimo, debunker di stato della prima ora.

Ci voleva lui, attraverso un programmillo che gestisce e co-conduce per la Radio Svizzera, a spiegarci che cos’erano le “numbers stations”. Perché se no da soli non lo sapevamo. E pensare che generazioni e generazioni di patentati radioamatori ci si sono sbattezzati il cervello senza venirne a capo. Ma non c’è bisogno di scomodare un radioamatore con tanto di licenza. E’ sufficiente avere un po’ di curiosità, e affacciarsi con umiltà oltre la noia dell’FM e l’attuale anarchia totale delle onde medie. Voglio dire, c’era, c’è stato e c’è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno, come cantavano i Matia Bazar.

E’ così. L’attualità di un argomento non viene più affidata alla sua verificabilità storica, ma al fatto che un giornalista iscritto a un sindacato svizzero, con qualche adepto al seguito, ne parli. Qualcuno di questi debunker verrà a dirci, un giorno, che il sole sorge tutte le mattine. E allora dovremo anche ringraziarlo per averci svelato un siffatto mistero, perché per conto nostro non ci saremmo mai arrivati.

D’altronde, cosa aspettarci da persone che, come diceva (stavolta giustamente) Burioni, in vita loro non hanno mai visto nulla di peggio di un negazionista dello sbarco sulla Luna, o un complottista, o un terrapiattista o un no-vax dell’ultima generazione?

C’è poco da fare, sono fatti così. Ma gli conviene?

Il gatto di Loredana Lipperini

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Non ho mai nascosto di non provare particolare simpatia per Loredana Lipperini, scrittrice e conduttrice radiofonica di “Fahrenheit”, la rubrica quotidiana sui libri di Radio Tre Rai.

Non c’è nulla di male, è successo. Non bisogna piacersi per forza e a tutti i costi. Anzi.

La mia ritrosia procede dalla constatazione del nominativo e della firma della Lipperini in calce alla petizione al governo francese per la liberazione di Cesare Battisti, reo confesso di ben più di un omicidio. Non è stata la sola tra i personaggi radiofonici più in vista del momento. C’era anche John Vignola di Rai Radio Uno, per esempio. E infatti non ascolto né l’uno né l’altra. Ho preso l’abitudine di ignorarli e di cambiare canale e tanto fa. C’è molto altro da vedere e da sentire nell’offerta formativa radiotelevisiva di casa mia.

Finché, l’altro giorno, mi viene segnalata una notizia che ormai è vecchia come il Cucco (ma, si sa, per me le notizie son sempre nuove) e che mi ha fatto pensare. Nel mese di ottobre uno dei gatti di Loredana Lipperini, tale Lagna (nomen omen??) veniva investito e ridotto in gravi condizioni (ma vivo) da ben due pirati della strada che non hanno avuto nemmeno il buon costume di prestargli soccorso. Un conducente delle macchine che seguivano si è fermato e, constatate le condizioni di estrema gravità del povero animale che perdeva sangue, lo ha soccorso. Legna è vivo e lotta insieme a noi. Evviva.

Ora accade che sulla pagina del gruppo Facebook denominato “La 25a ora”, è apparsa addirittura una iniziativa di crowdfounding, sì, insomma, una raccolta di denaro pubblica organizzata su gofound.me, per pagare le spese mediche. Io pensavo che la raccolta fosse stata gestita da dei fans o degli amici della Lipperini, e invece no, leggo testualmente sul sito che “Loredana Lipperini” e tale “Carlotta Valente gestiscono questa raccolta fondi”. E non hanno nemmeno raccolto pochino, più di 4100 euro che, voglio dire, per delle cure veterinarie, per quanto costose, è una bella sommetta.

Ora, voglio dire, mesi fa a me è successo di trovare un gattino nel giardino di casa mia. Poverino, era sciancato. Non potendo tenerlo, l’ho preso, l’ho portato dal veterinario e lì l’ho lasciato, pagandogli le prime cure. Zitto come una mosca (io, non il gattino). Non mi sarei mai sognato di gestire nessuna raccolta fondi per il povero Tìttero (così ho chiamato il gattino), né a nessuno è venuto in mente di organizzarne una. E ne vo’ lieto, perché personalmente non avrei accettato nemmeno un centesimo per un dovere che era esclusivamente mio, sia pure in forma assoltamente temporanea. Tìttero, poi, ha trovato una famiglia che si occupa di lui.

Voglio dire, io guadagno 1700 euro al mese, ho una figlia di 5 anni da mantenere (come molti), le bollette da pagare (come tutti), il condominio, la tassa Brunetta se mi ammalo, frizzi, lazzi e triccheballàcche vari, se decido di tenere un animale (e adoro gli animali) devo vigilarlo, accudirlo, curarlo,e, soprattutto PAGARE le spese per gli interventi veterinari. Mi aspetto che chi guadagna più di me, per la sua notorietà, per il suo lavoro radiofonico e per i diritti d’autore che riscuote, faccia altrettanto.

Non so come stia oggi il povero Lagna (ma agli animali non si dànno più i nomi di una volta? Che so, Bobi, Micio, Palle, Fido, questi bisillabi tanto cari alla tradizione dei nostri nonni), spero bene. E spero anche che la signora Lipperini abbia devoluto in opere benefiche i quattromila e rotti e tirato fuori di tasca propria i costi per la cura del fidele.

Quello che rimane sono i suoi ringraziamenti agli “amici” di Facebook, la sua commozione per il generoso gesto, la compartecipazione della speranza per la buona sorte di Lagna. Ma non una parola sul resto, non un “guardate, non è il caso”, un “grazie ma…”.

Solo “Ringrazio, mille volte ringrazio. E nessuno dica che Facebook è inutile, per favore, e che l’umanità è un orrore. Ringrazio con le lacrime agli occhi, per Lagna. E per me.” E viandare.

Tutta la città ha parlato dei vaccini

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Oggi ho ascoltato, come faccio quasi ogni giorno, quando ne ho la possibilità, “Tutta la Città ne parla” su Rai RadioTre. La trasmissione, che partiva dalla telefonata di una ascoltatrice di “Prima pagina” che rivendicava il suo diritto a rifiutare il vaccino pur operando come medico, non mi è piaciuta.

Il linguaggio degli ospiti non mi è piaciuto, e, pur essendo stato citato in una parte del mio intervento sul forum di Facebook dedicato alla trasmissione, ritengo che la bilancia dell’informazione, questa volta, penda nettamente, e tanto per cambiare, dalla parte di chi preferisce adeguarsi alle direttive e alle disposizioni degli organi sanitari e di Stato, rispetto a chi esprime un proprio dubbio, un proprio pensiero critico, una propria posizione controcorrente, che dovrebbe essere il “sale” della democrazia, se non parte della sua stessa costituzione.

Non mi è piaciuta Daniela Minerva, giornalista scientifica, responsabile della piattaforma Salute di Repubblica e La Stampa. Non mi è piaciuta quando ha parlato di legittima “sospensione dal servizio” per i sanitari che dovessero rifiutare di vaccinarsi, perché la sospensione dal servizio è un atto grave ed estremo, che non può essere posto in essere senza prima aver adeguatamente vagliato l’ipotesi di un demansionamento, che, va detto (perché la trasmissione è stata molto nebulosa a tal proposito) non può essere accompagnato da una riduzione di stipendio. Ripeto, la sospensione è l’extrema ratio, l’ultima spiaggia. C’è, tra le altre cose, l’aspettativa senza corresponsione stipendiale, che dà però il diritto alla conservazione del posto di lavoro. Insomma, ci sono vari paracadute. Questo per dovere di chiarezza.
Ha poi parlato di un dovere a “riconoscere l’autorità scientica”. Ora noi vogliamo e dobbiamo riconoscere l’autorità e l’autorevolezza dell’EMA, dell’AIFA e di quant’altro. Ma, proprio per questo e in virtù di questo, ci farebbe piacere venire rispettati per primi, là dove si stabiliscono regole contraddittorie per un tipo di vaccino somministrato prima ad una fascia di età, poi allargata, poi ritirato dalla somministrazione, poi reimmesso, con bugiardini che cambiano ad ogni pie’ sospinto, mentre la sperimentazione va avanti, che registrano un numero sempre più elevato di effetti collaterali, anche di grave entità, un vaccino che cambia nome, adatto ora alle fasce più deboli, ora agli anziani, ora alla popolazione più giovane, sospeso in Germania, riammesso in Italia, buono un po’ per tutte le stagioni, e che ha anche il vantaggio di costare poco.
Facendo un quanto meno discutibile parallelismo con la libertà di stampa, la Minerva conclude che chi non crede nei valori scientifici e in ciò che ci indicano le autorità, se fa parte del Sistema Sanitario Nazionale, forse potrebbe “andare a fare un altro mestiere”.
E’ seguita una dissertazione sociologica sul bisogno della gente di avere certezze da parte della medicina, di cui, in Italia, rispetto ai Paesi anglosassoni, si avrebbe una concezione addirittura “magica”. Verrebbe timidamente da osservare che i tempi dello sciamanesimo, nel 2021, sono finiti. E che è legittimo e perfino giusto che la gente chieda alla medicina delle risposte e che queste risposte siano efficaci. In primo luogo viene il “non nuocere”, il resto si vedrà. Nessun medico è il mago Silvan che fa apparire il coniglio dal cilindro, ma nessun paziente è un credulone, che si beve qualsiasi cosa gli venga imposta come verità rivelata, solo perché pretende che la medicina affronti i suoi problemi. Il rapporto medico-paziente non può e non deve essere unidirezionale, ma deve essere basato su criteri di reciproca collaborazione e interazione. Così come non ci può essere, da parte del paziente, la pretesa che una pillola gli faccia scomparire tutti i mali di cui soffre, così non può esserci da parte di nessuno la presunzione di dire “Tu fai quello che ti dico io, la medicina funziona e devi startene anche zitto”. Ogni paziente ha una storia a sé, e le soluzioni non possono e non devono essere uguali per tutti. Questo vale, soprattutto, nei confronti dei vaccini.
Prosegue Daniela Minerva asserendo che “la medicina non è nemmeno una scienza”. Ah, no? E che cos’è, di grazia? Ce lo spiega lei, è una “tecnè”, nel senso primo formulato da Ippocrate. Ora, sempre sommessamente, vorrei far notare che anche qui dai tempi di Ippocrate ne sono stati fatti di passi in avanti, e che se la medicina non è una scienza (opinione rispettabile, ma del tutto personale e criticabile) non potremmo nemmeno considerare come scientifiche le affermazioni dell’AIFA, di EMA o del Ministero della Salute. Certo, il concetto di “tecnè” era valido quando la medicina era ancora “in nuce”, ma adesso, vivaddio, di competenze e di conoscenze ce ne sono a vagonate, e da Ippocrate in poi sono trascorsi alcuni millenni, gli stessi che oggi ci permettono di sperimentare dei vaccini in tempi estremamente rapidi.
La Minerva ha concluso i suoi interventi chiarendo che il privato cittadino (NON il dipendente del SSN) ha tutto il diritto di scegliere di non vaccinarsi (meno male!) ammesso che sia disposto ad accollarsi tre macigni che sono il rischio di ammalarsi, quello di gravare sull’azienda ospedaliera nazionale, e, dulcis in fundo “condannando a morte” (sic!) altre persone. Ora io non credo che la rinuncia a un vaccino, come lo è stata la mia, condanni a morte nessuno. Una scelta fatta su di sé, sul proprio corpo, sul proprio stato di salute, non ha nessun tipo di causa-effetto sulla morte di qualcuno. Anzi, se io rinuncio alla mia dose di vaccino, quella dose andrà sicuramente a chi più di me ne ha bisogno e meglio di me può tollerarlo. Io rischio di ammalarmi di Covid, sì, rischio di andare in ospedale, certo, dove i medici probabilmente saranno impegnati a curare pazienti che hanno effettivamente bisogno (come se un paziente covid fosse un paziente di serie B), ma no, non condanno “a morte nessuno”. E chiude dicendo che se la gente ha consapevolezza dei “macigni” suddetti e decide di non vaccinarsi “affar loro”.

E questo linguaggio forte si ritrova anche nell’intervento dello psichiatra Vittorio Lingiardi, che usa parole come “credenze”, “paure”, “perplessità”, “teorie dietrologiche” quando non addirittura “complottiste” e, venenum in cauda, “oscurantismi”.

Tutto questo avveniva mentre le autorità sanitarie USA sospendevano la somministrazione del vaccino Johnson & Johnsohn perché sul territorio statunitense si sono verificati SOLO 6 casi di trombosi a seguito temporale della somministrazione.

Ripeto, la mia esperienza è stata citata, ma io avevo scritto un’altra cosa, cioè questo:

“Personalmente, all’età di 20 anni, ho avuto una reazione avversa importante (inizio di shock anafilattico) alla somministrazione di un vaccino. Dopo essermi opportunamente documentato (sui siti dell’EMA, dell’AIFA e del Ministero della Salute, non sui forum dei no-vax o degli epidemiologi) ho deciso di non sottopormi alla somministrazione di AstraZeneca, anche con il conforto del parere dei miei medici. Ritengo la mia scelta legittima e insindacabile. Svolgo una professione che mi porta a contatto col pubblico. Lo spettro della “sospensione dal servizio” è uno spauracchio: esistono altre soluzioni intermedie, come il demansionamento. Non ci sono dubbi che sia necessario riconoscere le autorità sanitarie. Ma, proprio per questo, non mi fido di chi mi dice che Astrazeneca è sicuro, alla luce della sua evoluzione e della sua storia, che sono sotto gli occhi di tutti. Se io non penso alla MIA salute, chi ci pensa?”

Ecco comunque una sintesi degli interventi che ho citato, così, ascoltandoli potrete farvi la vostra brava opinione. Ma non è stata una bella esperienza, no davvero. La radio, ogni tanto, sa far male.

Manfredi Vinassa de Regny – Cinquant’anni di radio (e se vi sembran pochi…)

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Ho ricevuto nei giorni scorsi una copia del volume “Cinquant’anni di radio (e se vi sembrano pochi…)” dell’amico Manfredi Vinassa de Regny. L’ho ordinato dopo avere ascoltato un’intervista all’autore su “Radiomagazione” di Dario Villani.

Il volume sorprende fin dal titolo: non si tratta, come è evidente, del solito manuale radiantistico (eppure Manfredi ne ha scritti tanti), o del vademecum per fare, con la radio, questo e quell’altro. E’ un libro che racconta un’esperienza, quella di un uomo che la radio non solo l’ha vissuta come ascoltatore, ma 4l’ha creata, se possibile, personalmente, mettendosi in gioco in prima persona.

Dall’esperienza sgradevole (ma felicemente conclusasi con un’assoluzione, ai sensi dell’art. 21 della Costituzione) di un procedimento penale a suo carico, all’ingresso nell’Associazione Radioamatori Italiani, dall’amicizia con Herbert Pagani di Radio Montecarlo, DJ e cantautore di raro e squisito talento, alla fondazione di Radio Milano International, passando per l’esperienza nella Associazione Italiana Radioascolto e quella, preziosissima, delle prime radio private (ma preferisco chiamarle “libere”, da Radio Milano 4 all’amicizia con Piero Castagnone (the great, the big old Friend!).

Tutto è raccontato in modo partecipato e con un senso di struggente ma divertita nostalgia. Manfredi Vinassa de Regny non ha soltanto raccontato un’esperienza personale, ci ha reso tutti partecipi di un radiantismo che non esiste più. Anche qui si va dalle QSL smazzate nei Buro dell’ARI a quelle inviate in via elettronica, dalla prima radio a onde corte ricevuta in dono mentre lavorava a Dublino a quelle elettroniche inviate via e-mail, dalle immagini di Awanagana di Radio Montecarlo con in mano una copia di “Radiorama” a quella della cartolina della stessa emittente monegasca, dal logo di RMI disegnato da lui stesso a rare immagini di repertorio che ritraggono un giovanissimo Mike Bongiorno e una antesignana Loredana Berté ai microfoni.

Manfredi è un uomo che per la radio ha rischiato sulla propria pelle, dobbiamo essergliene tutti profondamente debitori. Mi fa dono della sua preziosa amicizia e gliene sono immensamente grato. Quindi il libro compràtevelo e leggétevelo subito, razza di lazzaroni!

Rossella Panarese ci ha lasciato

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Partecipo con profonda commozione al dolore di tutti gli amanti della radio e di Radio Tre Rai in particolare per la prematura perdita di

Rossella Panarese

voce di un giornalismo scientifico rigoroso, persona trasparente e cristallina, maestra di vita e di professionalità per molte generazioni.

Valerio Di Stefano

La giornata internazionale della radio

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Anch’io amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E’ inutile, la radio mi attira, mi attizza, mi prende e mi porta via. Molto più della logorroica televisione, che guardo, sì, ma con moderazione, visti i contenuti a dir poco criticabili (ormai la TV praticamente la uso per guardare qualche film su Sky, “Un posto al sole” la sera -sì, io lo guardo! Qualcosa da ridire?- e poco, poco altro).

L’idea di qualcuno che parlava da lontano, dietro a un microfono, che io non potevo vedere, che per quello che mi riguardava poteva essere vestito/a con abiti logori e sdruciti, tanto chi se ne fregava, mi bastava la voce, bastava che qualcuno mi parlasse in continuazione, e io ero contento. Quest’idea, dicevo, ha sempre esercitato in me un fascino irresistibile. Ognuno ha le sue fisime.

Con la radio (l'”aradio”, come diceva il mi’ nonno Armando, il marito della mi’ nonna Angiolina, ma questa è un’altra storia) cominciai a smanettare da bambino. Ero un assiduo ascoltatore di Radio Montecarlo, sulla frequenza storica di 701/702 kHz, in Onde Medie. A Vada arrivava a bomba, si sentiva benissimo di giorno e all’imbrunire, quando alle 19,30 cedeva il passo alla consorella monegasca Trans World Radio, stazione religiosa di ispirazione protestante che trasmetteva sermoni e riflessioni bibliche, ma io ascoltavo anche quella, cosa me ne fregava… Anzi, siccome quelli di TWR invitavano gli ascoltatori a scrivere (c’erano carta e francobolli, allora, non esisteva l’e-mail!), io, che avrò avuto allora 8-10 anni, scrivevo perdavvero. “Sono un bambino italiano, potete mandarmi il Nuovo Testamento?” E quelli, pazienti, me lo mandavano. Chissà quanti accidenti devono avermi tirato. Ma adoravo quel mondo di corrispondenza scambiata, di attese, di postini che arrivavano con pacchetti dal contenuto misterioso.

Cominciò così la mia attività di ascoltatore attivo. Volevo esplorare quel mondo, ascoltare l’ascoltabile, programmi, voci, opinioni, lettere degli ascoltatori. Così, una sera d’inverno, mi bastò smuovere leggermente la manopola della sintonia a destra per incappare su Radio Praga in italiano. Ovviamente scrissi anche a loro, e da lì cominciai a spendere più soldi in francobolli che altro. Se avessi messo da parte tutto quello che ho dissanguato in affrancature selvatiche, oggi non sarei certo ricco, ma avrei la possibilità, questo sì, di togliermi qualche sfizio in più, questo è certo. Dopo Praga vennero presto tutte le stazioni europee principali in italiano: Berlino Est, Sofia, Varsavia, Tirana (la bestia nera dei radioamatori patentati!), Colonia, Pechino (che in italiano trasmette ancora oggi), Tokyo. E giù contatti personali, ma anche un paio di ricevitori professionali della serie Grundig Satellit. Praticamente dei cannoni. Ma erano, appunto, altri tempi.

Con l’avvento delle radio libere, ma libere veramente, in Italia, ebbi la fortuna non solo di ascoltare un numero potenzialmente infinito di stazioni in FM e con qualità audio allora stupefacente, ma mi dilettai come conduttore di una stazione locale che adesso non esiste più, ma che ricordo con infinita nostalgia e gratitudine per come mi ha formato come persona, prima ancora che come esperto della materia. Mi piaceva condurre di tutto, dal buongiorno della mattina al quiz di mezzogiorno, una volta condussi anche un programma di ballo liscio solo per un giorno, ma sì, chi se ne frega… Ma la massima soddisfazione la ottenni con la co-conduzione assieme ad Alberico Quiriconi (the great, the big old friend!) del programma “Obiettivamente ma fino a un certo punto”, un titolo lungo come la sua durata: tre ore dalle 21 alle 24. Un microfono praticamente sempre aperto su tutto quello che accadeva in studio, il prototipo dei talk show, con musica di eccellente qualità (folk anglo-scoto-irlandese, soprattutto). La domenica notte andavo a letto alle 2. Alle 7 mi alzavo sveglio come un grillo e felice di aver fatto quello che avevo fatto. Non sentivo nessuna fatica fisica e mentale, ero perfettamente rilassato e tranquillo. Come facevo, proprio non me lo so spiegare.

Ora, tutto è cambiato, non abito più là. Ho una casa bellissima e un apparecchio radio da 60 euro che si collega in digitale a Internet e prende qualsiasi stazione trasmetta sul web (quindi praticamente tutte) in qualità strabiliante. Sono pigro e non ho più voglia d alzarmi la notte o stare sveglio fino a tardi perché a quell’ora trasmette Radio Putipú dal Brasile (chissà se esiste veramente, me la sono inventata adesso.

Oggi è la giornata internazionale della radio. Passatela bene e trattate, se possibile, ancora meglio questo mezzo di comunicazione che, con la sua flessibilità, si è adattato ad ogni esigenza, e che oggi potete portare in tasca come podcast o come applicazione del telefonino. Abbiatene sempre cura, che è una cosa preziosa.

Di notte c’è Rai Stereonotte!

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L’altra notte, a causa della poca voglia di dormire che spesso mi prende, mi sono messo ad ascoltare “Rai Stereonotte”, il canale musicale notturno di Radio Uno.

C’era una trasmissione molto interessante sulle etichette discografiche dimenticate. Chiedevano al pubblico di intervenire citando le loro case preferite. Ho mandato tre messaggi sulla Combo Records (che non è che fosse esattamente una delle mie preferite, considerato il fatto che distribuiva imitazioni delle hit del momento degli anni ’70, e le imitazioni erano assai mal fatte, insomma, tutta roba da bancarelle del mercato o della fiera), sulla Transatlantic (la casa che ha pubblicato la discografia dei miei adorati Pentangle) e sulla Kicking Mule (etichetta per veri maniaci della chitarra). Li hanno citati tutti e tre. Del resto quando si argomenta con sussiego e supponenza anche sulle più futili questioni qualche risultato lo si ottiene di sicuro.

Ecco la clip audio:

Ancora su “Tutta la città ne parla” (ho fatto il bis!)

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Ieri sono ancora stato citato su “Tutta la città ne parla” a Radio3. Un massaggio dell’ego smisurato (sia il massaggio che l’ego) che mi ha fatto molto piacere. Si partiva dall’intervento di una ascoltatrice di “Prima Pagina” che denunciava la particolare difficoltà dei concorsi per diventare medici (ma i concorsi devono essere selettivi o no?) e questo è il mio intervento in proposito, letto dalla purtuttavia ineffabile Rosa Polacco:

Italradio e il gusto di Giorgia Meloni per il radioascolto

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Il Portale “Italradio” riporta “Notizie e attualità sulle radio e televisioni in italiano nel mondo”.

Più che altro vi si leggono spesso notizie sulla Radio Vaticana (che è una delle radio che trasmette in italiano nel mondo, sì, però non sarà mica l’unica!), c’è per esempio un servizio su Giovanni Paolo II e le lingue dell’emittente di Santa Maria di Galeria, una scheda sul Corpus Domini col Papa in diretta sulle onde corte (e pensare che io posso ascoltarlo in studio quality via Internet!), un articolo intitolato “Sorella Radio” , sempre “con la messa di Papa Francesco a Santa Marta diffusa in diretta”, un podcast sull’elezione di Sua Santità Papa Francesco, riflessioni radiofoniche sul Cammino di Santiago, e poi tanta filatelia radiofonica, dal francobollo emesso dal Canada per i 100 anni della XWA (prima emittente storica), annulli marconiani, annuncio di cessazioni di annulli filatelici per l’emergenza coronavirus, c’è una specie di trasmissione in podcast denominata “Radiodentello”, condotta da Paolo Morandotti, con tanto di segnale sonoro di identificazione di Italradio (proprio come se fosse un’emittente radiofonica) dedicato al tema. I risultati sono un tantinello sconfortanti. La “trasmissione” del 27 giugno scorso, ad esempio, ha avuto solo 8 download.

E poi cenni alle QSL numismatiche di Radio Romania Internazionale, insomma, non manca nulla. Per carità, tutto perfettamente lecito, c’è abbondante libertà di stampa (Italradio è una testata giornalistica regolarmente registrata), e c’è persino una rubrichetta dedicata alla radionella letteratura, in cui ho potuto leggere una citazione nientemeno che di Quinto Navarra (ma non temete, ci sono, tra gli altri, anche Giorgio Bassani e Gianni Rodari), sulle abitudini e preferenze radiofoniche di Sua: Eccellenza il Cavalier Benito Mussolini:

Delizioso, vero?

Tra le ultime notizie riportate dal portale, ce n’è una particolarmente ghiotta che riguarda i rapporti dei politici con la radio e con il radioascolto in genere. Si parla di Cossiga radioamatore dell’ex premier Mario Monti giovane appassionato dell’ascolto delle stazioni radiofoniche di diffusione internazionale.

Ma c’è una postilla. Tra i radioappassionati politici di oggi, ci sarebbe nientemeno che Giorgia Meloni, che in una intervista a Canale 5 a Maurizio Costanzo avrebbe dichiarato:

“Mio grande sogno è fare la radio, amo la dimensione della radio, io l’adoro, anche se non credo di avere una voce radiofonica”

Oddìo, c’è di he darle ragione, non tanto sulla voce (non esistono voci propriamente “radiofoniche”, nella mia polidecennale carriera di radioascoltatore ne ho sentite di orribili), quanto sul fatto che se avesse fatto radio probabilmente avrebbe combinato meno danni.

Ma il punto è un altro: alla Meloni piace la radio e avrebbe voluto farla, siamo d’accordo, ma è una notizia? Voglio dire, merita “due colonne su un giornale”, come direbbe il Poeta? Risposta: no. E’ una estrapolazione da un articolo del quotidiano “Il Messaggero” (quello che aveva copiato da Wikipedia la biografia di Ennio Morricone) che riporta la candidatura di Giorgia Meloni a sindaco di Roma. La radio c’entra ben poco, è solo un pourparler, una nota a margine, un appunto a pie’ di pagina. Non costituisce, cioè, una fonte primaria di interesse per il lettore e per il radioascoltatore. Ma, ripeto, per carità, Italradio faccia quello che vuole. Noi la radio l’ascoltiamo, nonostante Giorgia Meloni.

La sospensione della Professoressa Rosa Maria dell’Aria è ancora vigente. Intervista alla docente.

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La professoressa Rosa Maria Dell’Aria, sospesa perché accusata di non aver controllato le slide dei suoi alunni sul Decreto sicurezza, vede ancora integro il provvedimento di sospensione che la riguarda. Nonostante l’ex ministro dell’istruzione Marco Bussetti si fosse impegnato in primissima persona, e l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini abbia voluto incontrarla per rassicurarla personalmente, la sanzione della sospensione di 15 giorni dal servizio e dallo stipendio non è stata ancora revocata.

Radio Radicale ha intervistato la docente.

 

La programmazione di Radio Tre nell’Internet Day

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Martedì 29 ottobre 2019, a cinquant’anni dalla prima trasmissione dati, la Rai celebra internet attraverso una programmazione dedicata che percorrerà l’intera offerta del servizio pubblico. Anche il palinsesto di Rai Radio 3 parteciperà all’#InternetDay con interventi, musica e approfondimenti che costelleranno il palinsesto dell’intera giornata.

A che punto è, o forse sarebbe meglio chiedersi: esiste ancora il digital divide, il divario tra chi ha accesso a internet e chi ne è escluso? Così si inizia a Radio3 Mondo (11.00-11.30) con Marco Cochi, esperto di Africa e sviluppo tecnologico, per poi passare a Radio3 Scienza (11.30-11.20) dove in programma c’è una conversazione con Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, direttore del Digital Ethics Lab e creatore del concetto di “OnLife” come superamento della divisione di online e offline.

Sono passati cinquant’anni dai primi esperimenti nelle università californiane, ma quand’è esattamente che internet è diventata un’abitudine? Da questa domanda nasce Cinquantaseikappa – 5 canzoni dalla preistoria della Rete la playlist de L’idealista (14.30-15.00) che per l’occasione trasmetterà cinque canzoni che a cavallo degli anni Zero hanno raccontato l’arrivo di internet, dei suoi miti e dei suoi riti.

Alle 15.00 a Fahrenheit si indagheranno gli aspetti legati ai social e alla disintermediazione, mentre a Hollywood Party (19.00-19.45) si rifletterà su come le piattaforme di streaming stiano cambiando la fruizione cinematografica, quesito simile a quello di Radio3 Suite che nella prima parte (20.30-21.00) si chiederà come si è evoluto l’ascolto della musica classica.

Tre Soldi (19.45-20.00) dedicherà l’audiodocumentario della settimana alle mondo digitale: Memoria di massa – il dilemma digitale di Renato Rinaldi e Andrea Collavino, infatti, è un progetto che indaga i problemi relativi al mantenimento delle memorie digitali a cui oggi viene affidato tutto il patrimonio di testi, immagini e filmati che la società produce.

Infine Battiti (00.00-1.30), che nella seconda parte proporrà un’intervista al compositore Roberto Paci Dalò su come la musica sia cambiata con l’avvento di internet dal punto di vista della produzione, della fruizione e della circolazione, dagli scambi di file musicali in tempo reale con la finalità di scrittura collettiva ai dischi ed etichette che esistono solo in rete, dal consumo della musica liquida alle web radio.

dalla newsletter di Radio Tre

Giù le mani da Radio Radicale!

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Radio Radicale rappresenta certamente un “unicum” nel panorama dell’informazione italiana. Da decenni ritrasmette in diretta le sedute del Parlamento, in modo che i cittadini possano avere una informazione diretta e trasparente su ciò che accade nel Palazzo. Senza filtri e senza complesse rielaborazioni. Radio Radicale è l’archivio vocale, sterminato, della storia della Repubblica. Le trasmissioni delle ultime tre settimane sono disponibili sul sito www.radioradicale.it in streaming e per il download con una licenza Creative Commons. Sono inoltre trasmesse tutte le udienze dei processi principali, tra cui il Processo bis per la morte di Stefano Cucchi, a Mario Bo ed altri per il depistaggio dell’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio e il processo d’appello per il disastro ambientale avvenuto nella discarica Resit di Giugliano (Napoli).
E a Radio Radicale il governicchio degli intolleranti e degli incompetenti ha tagliato del 50% il contributo pubblico.
Radio Radicale è, senza se senza ma, servizio pubblico a tutti gli effetti. Non ho altre possibilità di assistere alle sedute del Parlamento se non quella di accendere la radio. Sul satellite le dirette della Camera non ci sono più, se voglio i canali della Camera e del Senato devo pagare Sky (col cavolo!), il canale di GR Parlamento non trasmette TUTTO in versione integrale, e io mi perdo in questa offerta formativa frammentaria. Sicché mi collego al sito, clicco sulla diretta radiofonica e me la ascolto in streaming. O sull’FM nazionale, che però da me non prende neanche troppo bene.
Al servizio pubblico non si tagliano i viveri. Giù le mani da Radio Radicale!

E’ il World Radio Day. Viva la radio!

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E allora auguri a tutte e tutti voi per il World Radio Day che si celebra oggi.

Non la si ama mai abbastanza, la radio, per tutto quello che ci dà quotidianamente, per cui bisogna festeggiarla e ben vengano queste giornate se riescono a dare così tanta gioia e allegria.

La radio è compagna, ma anche amante, amica e (per qualcuno) moglie. Ho più ricordi personali con la radio che con parenti od amici. E non sono solo, ad esempio, la compagnia di tre ore in un ingorgo, o Radio Maria che ti strasfracassa i coglioni perché sulla scala parlante non c’è altro da ascoltare, i ripetitori del Monte Serra sono andati a farsi benedire e o ti ciucci padre Livio o ciccia.

Quando c’erano ancora attive le trasmissioni in italiano delle radio dell’Est ho assistito alla storia. Ho ascoltato direttamente dalle fonti governative la caduta di Ceausescu, i funerali di Andropov e Cernenko (ho fatto anche questo!), la caduta del muro di Berlino.

La radio è proprio vero che arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E per il World Radio Day mi piace ricordare una voce storica di Radio Uno Rai, Riccardo Cucchi, che se ne va in pensione e ora bisognerà trovare uno bravo almeno quanto lui che ci racconti il calcio.

Perché la radio libera. Perché libera la mente.

(foto tratta dal profilo Facebook di Andrea Borgnino)

La città ne parla. Anche noi.

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Il logo di Radiotré RAI

Essere citato, sia pure con il solo nome, da Radio Tre è una cosa che mi succede abbastanza spesso. Essere in compagnia, nella citazione, di amici come Valentina Falcioni e Francesco Galli, sinceramente non mi era mai capitato, ed è un privilegio raro.

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