Matteo Renzi e Maria Elena Boschi indagati

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Giunge in queste ore la notizia, data per primo dal quotidiano “La Verità” e, successivamente, confermata dall’agenzia ANSA, che Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Firenze e che lo scorso 2 novembre è stata emessa nei loro confronti una informazione di garanzia per finanziamento illecito continuato, assieme al deputato PD Luca Lotti e ai già indagati Alberto Bianchi e Marco Carrai.

Il capo di accusa motiva così il provvedimento della Magistratura fiorentina: “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso (…) ricevevano in violazione della normativa citata i seguenti contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open”: circa 670.000 euro nel 2012, 700.000 nel 2013, 1,1 milioni nel 2014, 450.000 nel 2015, 2,1 milioni nel 2016, 1 milione nel 2017 e 1,1 milioni nel 2018.”

Le somme, secondo la Procura, erano “dirette a sostenere l’attività politica di Renzi, Boschi e Lotti e della corrente renziana”.

Fin qui i fattti. Che non sono minimamente in discussione.

Il ricordo va a quando Matteo Renzi prennunciava denuncia civile con richieste di risarcimento stratosferiche a chiunque lo avesse offeso attraverso i social network o i blog, e alla causa intentata nel dicembre 2017 da Maria Elena Boschi contro quel gentiluomo che è Ferruccio De Bortoli, colpevole, a suo dire, di aver pubblicato notizie false e diffamatòrie sul suo conto in uno dei suoi libri. Non si è mai saputo come sono andati a finire questi ricorsi (ammesso e non concesso che siano andati a finire). Voglio, comunque, essere garantista. Si difendano davanti ai PM in prima istanza e davanti ai giudici di merito che decideranno sulla fondatezza o meno delle accuse.

Ma l’arroganza del potere passa, prima o poi, attraverso la rendicontazione della verità. In questo caso la verità è quella giudiziaria. Noi, come al solito, pazientemente, aspettiamo.

L’ordinanza anticovid n. 36 del 27 settembre 2020 della Regione Siciliana: “erogare” per “irrogare”

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Vi propongo questa perla della Regione Siciliana, contenuta nell’ultima ordinanza anti-covid 19 (la n. 36 del 27/09/2020), quasi senza commento, perché si commenta da sola.

L’originale (ancora con lo svarione) si trova qui:

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_Covid19OrdinanzePresidenzadellaRegione/Ordinanza%2B36.pdf

Nella pomposità e magniloquenza del linguaggio burocratico, gli addetti alla redazione degli atti amministrativi della Regione Siciliana si sono fatti scappare un “erogare” per “irrogare”.

Anche a usare i vocabolari on line che si trovano in rete (e guardate che ci vuol coraggio!), “la differenza salta agli occhi”, come diceva il Poeta.

Non mi resta che ringraziare il prode Roberto Scaglione, per la sua preziosa segnalazione via Facebook, ed affidare a voi il succulento reperto.

Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri

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Signor Presidente del Consiglio dei Ministri,

Le scrive un lavoratore della scuola, dichiarato “fragile” e costretto, nonostante le richieste contrarie, dalla normativa vigente, a collocarsi in malattia d’ufficio fino alla fine dell’emergenza Covid-19.

La mia “fragilità” risiede tutta nelle mie condizioni motorie, che mi rendono incompatibile, a detta dei medici, con il mio lavoro di insegnante e con l’ambiente che dovrei frequentare.

Le posso assicurare che, invece, io posso e voglio lavorare da casa. Il mio unico scopo è quello di riprendere il contatto con i miei alunni, svolgere la mia attività didattica e non rubare lo stipendio, come in questo momento sto sentendo di fare, a mio mal grado.

So che il Suo esecutivo, con il particolare impegno dei Ministri della Salute e dell’Istruzione, sta per varare un provvedimento che prolunghi l’emergenza Covid-19 fino al 31 dicembre. Una scelta che, personalmente, trovo oculata ed opportuna.

La stampa nazionale riferisce che si fisseranno precise regole al reinserimento lavorativo dei lavoratori “fragili”. Mi voglio augurare che questa prospettiva non sia solo una vaga promessa, o un progetto normativo da accantonare in fretta e furia, e che non resti lettera morta della burocrazia italiana.

Mi auguro, invece, che la normativa si attui e che diventi realtà viva e palpitante. E che permetta a tutti noi “fragili”, parcheggiati in un limbo professionale, tra “color che son sospesi”, di ripendere a dare il meglio di noi stessi, nell’unico interesse supremo e comune che abbiamo: la scuola pubblica.

Mi rendo conto che è troppo poco per confidare in una Sua risposta. Tuttavia sappia che Le serberò gratitudine per avermi letto, ascoltato e compreso.

Valerio Di Stefano
Cittadino Italiano

Chiara Appendino, sindaco di Torino, condannata a sei mesi (pena sospesa) per falso ideologico

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Mentre il populismo pentastellato e traditore esulta per l’esito del referendum (finalmente gli italiani potranno bersi un caffè all’anno in più!), il sindaco di Torino Chiara Appendino è stata condannata alla pena di sei mesi di reclusione (pena sospesa) per falso ideologico.

Per effetto di questa condanna, la Appendino non dovrà lasciare Palazzo Civico, visto che l’entità della pena e il reato per cui è stata condannata non rientrano nei paletti fissati dalla cosiddetta Legge Severino.

Quindi, la Appendino continuerà ad essere sindaco di Torino fino a fine mandato, senza che nessuna condanna glielo impedisca. Si è eticamente e opportunamente autosospesa dal Movimento 5 Stelle, ma tanto che volete che gliene importi? Il fondoschiena incollato alla poltrona non glielo toglie nessuno, se non le prossime elezioni comunali).

E’ il rovescio della medaglia. Vincono i referendum e i tribunali li stanno condannando uno per uno.

Referendum Costituzionale: vince il SI’ (vai, s’è avuta)

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Avete vinto perché siete la casta della casta.
Avete vinto perché avete voluto dare un colpo d’ascia alla Costituzione, figlia della Resistenza e dei padri costituenti.
Avete vinto un caffè all’anno per ogni cittadino. Complimenti per il bottino.
Avete scippato la democrazia con argomenti demagogici e populisti, con l’aiuto delle forze più conservatrici e reazionarie del Parlamento.
Avete vinto perché non avete le palle di tessere la dura tela di Penelope del rafforzamento della fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Avete vinto eliminando la rappresentanza delle minoranze linguistiche, senza tagliarvi gli stipendi.
Avete vinto perché avete tradito le vostre radici popolari diventando i peggiori populisti e giustizialisti sommari della storia d’Italia.
Avete vinto senza sostituire il vostro parlamentino di nominati con un Parlamento di “eletti”.
Avete vinto, e ne andate giustamente tronfi e sussiegosi, bene appiccicati alle vostre poltrone, ai vostri seggi, ai vostri posti di potere.
Avete vinto perché ignorate la democrazia, le regole, il diritto. E perché avete convinto con argomenti vuoti e retorici la maggioranza dei cittadini votanti.

Avete vinto. Ma non ci avete convinto. “Godetevi il successo/godete finché dura”. Avete vinto, ma non riuscirete mai a farci tacere.

Il pasticcio del provvedimento del governo sugli acquisti con bancomat e carte di credito

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Il governicchio di nicchia, che ormai è solo definibile per allitterazioni) ne ha pensata un’altra.

Stanno per varare un provvedimento che incentivi l’uso del bancomat e delle carte di credito per i pagamenti, in modo che possano essere tracciabili, nel tentativo di combattere l’evasione fiscale. Rimborso previsto: il 10% della spesa. O con bonifico bancario come “bonus” sulle impostepagende future. Non è un male.

Ma c’è un “ma”. E il “ma” consiste nel fatto che NON sono compresi nel rimborso gli acquisti fatti on line.

Per cui, se andate a mangiare una pizza il sabato sera in pizzeria con la famiglia rischiando di esporvi al contagio per sovraffollamento va bene, ma se la ordinate tramite una di quelle odiosissime app che vi riempono il cellulare di inutili avvisi, e ve la mangiate a casa vostra senza far parte della bolgia a rischio Covid-19, ecco che non riceverete indietro un bel nulla.

Se comprate un paio di scarpe in negozio vi rimborsano il 10% e rompete i coglioni per tre ore al calzolaio (troppo strette, troppo lunghe, mi fanno male in punta…), se le comprate su Zalando non rompete i coglioni a nessuno ma in compenso non vi rimborsano un bel niente.

L’emergenza del locdàun ci ha insegnato, anche troppo in fretta, a comprare on line. Voi ordinate dal computer e il giorno dopo arriva il corriere che, se il pacco è piccolo, può lasciarvelo nella buca delle lettere, o sul pianerottolo di casa. Rischio contagio men che minimo, massima praticità.

E i testi scolastici, ne vogliamo parlare? Perché devo rischiare di vedere tra 2-3 anni il mio rimborso bancomat o Visa del 10% quando Amazon applica uno sconto del 15% SUBITO?? Perché, se un negozio lo consente (e io ne ho trovati!) non posso pagare con PayPal? Ma perché, cos’hanno i miei soldi, puzzano?? Perché non mi rimborsano il 10% del prezzo dei miei tre siti che pago annualmente ad Aruba con la mia Visa (Altroconsumo, grazie!), mentre se mi faccio fare un sito da uno di questi strozzini di webmaster locali e mi faccio fare la fattura e pago con bancomat mi rimborsano e come?

Troppe contraddizioni. Troppe discriminazioni. Troppo governicchio.

L’avviso di garanzia a Conte

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Non ci sono dubbi che il Primo Ministro Giuseppe Conte abbia ricevuto un avviso di garanzia. E non ci sono dubbi che questa circostanza non gli faccia dormire sonni tranquilli, lo capisco.

Quello che, invece, non capisco, è lo strillonismo incondizionato del web, che porta a titolare, come nel caso di Mondo Today, un blog ospitato da Altervista (neanche uno straccio di WordPress e un minimo di server MySQL? Eppure Aruba esiste!)

Inutile che andiate a googlare questo titolo per leggere il contenuto dell’articolo. Il blog è molto scarsamente indicizzato sui motori di ricerca, io l’ho trovato perché l’ha linkato una utente di Facebook. Ma non è questo il punto. Il punto è questa smania acchiappaclick che coinvolge l’informazione italiana. L’ergastolo? Ma l’ergastolo per cosa? Il quotidiano “La Stampa” parla di “duecento denunce di cittadini e associazioni dei consumatori” (non di “migliaia di italiani”). Assieme a Conte sarebbero indagati anche i ministri Alfonso Bonafede, Luigi Di Maio, Roberto Gualtieri, Lorenzo Guerini, Luciana Lamorgese e Roberto Speranza.

Le accuse “vanno dall’omicidio colposo fino all’attentato contro la Costituzione” (Avvenire su questo punto è un po’ più dettagliato e parla di “reati di epidemia e delitti colposi contro la salute, omicidio colposo, abuso d’ufficio, attentato contro la Costituzione, attentato contro i diritti politici del cittadino”). In prima fila le denunce presentate dall’Avvocato Carlo Taormina, cal Codacons, e dalla associazione “Noi denunceremo”.

Un avviso di garanzia è un atto dovuto, come sottolinea lo stesso Conte, così come la trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri.

Quello che certo giornalismo, invece, non rivela, sono le dichiarazioni dei Pubblici Ministeri Eugenio Albamonte e Giorgio Orano che hanno definito le querele «infondate e quindi da archiviare».

Conte si difende su Facebook (su Facebook? Ma non ci sono le aule di giustizia??):

«Ci siamo sempre assunti la responsabilità, in primis “politica”, delle decisioni adottate. Abbiamo sempre agito in scienza e coscienza, senza la pretesa di essere infallibili, ma nella consapevolezza di dover sbagliare il meno possibile per preservare al meglio gli interessi della intera comunità nazionale»

Dov’è il problema, dunque? Il problema è che certe realtà del web tendono ad amplificare eccessivamente le notizie (le duecento e passa denunce che diventano addirittura “migliaia”, il rischio della condanna all’ergastolo addirittura) per guadagnare click, dando un’informazione di parte (la loro, evidentemente) ma, soprattutto, incompleta.

E’ il caso di informare così i cittadini?

Quello che resta è la replica del comitato “Noi denunceremo”: “Le nostre denunce non saranno archiviate, si basano su presupposti diversi”. Hanno tutto il diritto di opporsi alla richiesta di archiviazione dei Pubblici Ministeri, ma davanti al GIP, non nelle dichiarazioni pubbliche. Su questa vicenda si è speculato fin troppo.

I nomi dei parlamentari che hanno richiesto il bonus da 600 euro

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E allora, visto che sono pubblici, li pubblico anch’io i nomi di codesti galantuomini parlamentari che hanno richiesto (e magari ottenuto) il bonus da 600 euro per le loro aziende. Me ne mancano due. Ma aggiornerò questo articolo man mano che andrò avanti con le ricerche.

Marco Rizzone (M5S)

Dichiarazione dei redditi 2019

Download (PDF, 12.7MB)

 

Elena Murelli – Lega

Dichiarazione dei redditi 2019:

Download (PDF, 1.34MB)

 

Andrea Dara – Lega

Dichiarazione dei redditi 2019:

Download (PDF, 1009KB)

Non chiedetemi come ho avuto questi dati, soprattutto quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi di Lorsignori, sono dati pubblici, liberamente accessibili a tutti. Comunque, per dovere di trasparenza, vi comunico che sono tutti tratti dal sito web della Camera dei Deputati, anche se le fonti non si rivelano mai, ma a QUESTA fonte saprebbe accedere anche un bambino.

A livello locale spuntano fuori i nomi di Roberto Gravina (M5S, sindaco di Campobasso), Ubaldo Bocci (coordinatore del centro-destra a Firenze), Juri Imeri (sindaco di Treviglio, Lega), Anita Pirovano (che ha fatto outing, non so dirvi di più su di lei), Gianluca Forcolin (vicepresidente del Veneto, Lega), Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli (consiglieri regionali della Lega), Stefano Bargi (consigliere Lega dell’Emilia Romagna), Ivano Job (consigliere provinciale Trentino), Alessandro Puggioni (Liguria, Lega), Diego Sarno (consigliere regionale PD), Franco Mattiussi (FI, Friuli Venezia Giulia), Teresa Carbone (Consigliere regionale di Fratelli D’Italia), Tiziano Centis (Lista “i Cittadini, Friuli Venezia Giulia), Renzo Tondo (già presidente della regione Friuli), Moreno Pieroni (Uniti per le Marche), Arnold Schuler, Paul Koellensberger, Helmut Tauber (SVP), Claudio Leone e Matteo Gagliasso (consiglio regionale del Piemonte). Claudio Leone (Lega, dice di aver “provveduto allo storno delle cifre restituendo i due bonus”)-

Renzi dichiara:

“Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l’Inps ha instaurato. Dire e non dire, annunciare e non smentire, far circolare notizie false: ad esempio nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi? Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente Inps che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente​”.

ma “Repubblica” dichiara che tra i parlamentari interessati ce ne sarebbe anche uno di Italia Viva.

Restate in sintonia. #dimissionisubito

Gli avvoltoi del contributino

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E’ accaduto che cinque parlamentari (che definire “furbetti” sarebbe un eufemismo) hanno chiesto il sussidio di 600 euro per le imprese e le partite IVA in proprio. Su questi cinque, in tre l’hanno ottenuto, agli altri due è stato rifiutato.

Ma com’è stato possibile che un parlamentare, dico, un parlamentare, si sia permesso di prendersi la briga e di certo il lusso anche solo di richiedere un bonus integrativo, solo perché, contemporaneamente, per caso è anche titolare di una partita IVA la cui attività collegata si è fermata durante il lock down del virus? Con lo stipendio che prende da parlamentare aveva bisogno anche degli aiuti di stato pagati con i denari dei cittadini? Evidentemente sì, se la domanda l’ha fatta e gli è stata pure accettata.

E’ compatibile essere titolari di un’impresa con il ruolo di parlamentare? Sì, non ci sono controindicazioni legali. Pensiamo ai tanti insegnanti di diritto che esercitano contemporaneamente la professione di avvocato, o a quelli di economia-aziendale, magari part-time, che fanno anche i commercialisti.

E’ legale, dunque, tutto questo? Assolutamente sì. Glielo ha permesso una norma del cavolo, fatta con i piedi dal governo, che consente a CHIUNQUE di fare la richiesta di attribuzione del bonus. Dunque, sia chiaro, e sia detto una volta per tutte: in questo comportamento non c’è NULLA di illegale.

Sul piano morale, le cose cambiano un pochettino, e il discorso è un tantinello più lungo. A parte la questione economica, per cui uno si chiede se sia etico che un parlamentare che guadagna fior di quattrini tra stipendio e indennità, vada a raschiare il barile per accaparrarsi sciattamente anche i 600 euro destinati dallo Stato a chi è con l’acqua alla gola e non ce la fa, c’è una questione di priorità di diritti non da poco. Quando la notizia si è sparsa, tutti, ma proprio tutti, dal Presidente della Camera Fico in giù, si sono uniti in un solo coro: “Fuori i nomi”. E a questa schiera, stavolta mi lego anch’io. Per una volta non morrò pecora nera (questa l’hanno capita in due, la Essebì e qualche altro gucciniano incallito) l’INPS, che eroga il contributo, ha fatto marcia indietro: per una questione di privacy, hanno detto. E allora è venuto fuori il Garante per la Protezione dei Dati Personali che ha ufficialmente comunicato che sì, i nomi si possono pubblicare.

La trasparenza della Pubblica Amministrazione, che è una casa di vetro, come la definiva Filippo Turati, non viene prima del diritto del singolo alla riservatezza dei propri dati personali. Tutti i diritti hanno pari dignità. Non è vero che perché la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di trasparenza, allora il diritto del singolo a veder riconoscere e proteggere le informazioni su di lui (fosse anche solo un indirizzo e-mail di riferimento), soccombe e sparisce. No, sussistono tutti e due. Bisogna vedere caso per caso. E in questo caso il Garante ha detto che i nomi si possono pubblicare. Punto e basta.

Del resto, ci sarà pure uno straccio di autocertificazione da qualche parte, una firma su una domanda, un atto in in cui si chiede un intervento pubblico (dunque è pubblico anche l’atto), in cui si dichiarano determinate circostanze. Se queste circostanze sono vere, i cinque parlamentari che hanno presentato richiesta non hanno nulla da temere, a parte il linciaggio della folla e la messa al pubblico ludibrio della stampa periodica. Se qualcuno ha dichiarato il falso va perseguito per falso in atto pubblico. Delle due l’una.

E invece i nomi tardano ad arrivare. Il sito web di “Repubblica” prova a fare i nomi di due sospettati eccellenti della Lega, cui il partito ha imposto di non rispondere alle chiamate sul cellulare (figuratevi voi a che punto sono ridotti!). Ora, la domanda nella domanda, secondaria ma anch’essa legittima, è: “E se non fossero loro?” Sbattuti in prima pagina (o bisognerebbe dire Home Page?) e intrisi dell’untoraggio del sospetto. Ma si sa che la calunnia è un venticello assai gentile.

I nomi, dunque, tutti vogliamo i nomi. Vogliamo sapere per scegliere di non votarli più e di non rinnovare loro l’incarico parlamentare e le funzioni svolte finora. Almeno questo. E i nomi salteranno fuori, presto o tardi. Loro, i cinque, non dicono niente. Tacciono. E vorrei anche vedere. Anche se tutti intorno premono. Ma è solo questione di tempo. Quel tempo che deve trascorrere prima che questa buffa sceneggiata con protagonisti dei veri e propri avvoltoi, venga messa in secondo piano dalla stampa, e cessi di essere tra le parole di tendenza su Twitter, dove non si parla d’altro. Basterà aspettare la dichiarazione dei redditi dell’anno prossimo e avere pubblico accesso a quelle informazioni. Facile come bere un bicchier d’acqua frizzante.

Questa tendenza alla stigmatizzazione di atteggiamenti e atti solo già di per sé deplorevoli, è l’altra faccia della medaglia di quella tendenza forcaiola del dàgli all’untore di manzoniana memoria. Vogliamo i nomi (che è giusto che escano fuori) per gridare e lanciare addosso a questi poveretti (perché un parlamentare che si riduce a fare una domanda di bonus da 600 euro per le imprese è un poveretto, anche se non certo dal punto di vista economico) gli strali della nostra indignazione e della nostra frustrazione davanti agli usi e abusi del potere. Sono il populismo e il giustizialismo legaioli che gli si stanno ritorcendo contro. Ce lo voglio proprio vedere il popolo delle partite IVA e delle false fatturazioni, oltre che delle prestazioni in nero, soprattutto quello più nordaiolo, dare del delinquente a chi ha avuto accesso a un pubblico contributo. Ma perché, loro cos’hanno fatto?

In casa M5S, poi, la musica è quella da Requiem. Si sono inventati (pensate che geniacci!) un’autocertifazione in cui rinunciano alla privacy, da firmare e da ritornare a strettissimo giro di posta. Ora, un’autocertificazione attesta delle circostanze personali, non delle scelte di voler rinunciare ai propri diritti. Se io ho un diritto ce l’ho e basta, anche se non ne usufruirò mai. E se non ne usufruisco non ho bisogno di autocertificare proprio una bella verza di nulla. Non voglio andare a votare a un referendum abrogativo? Eppure è un mio diritto votare. Non ho mica bisogno di autocertificarlo. Che si vuole conseguire con questo pastrocchio-pagliacciata? Far vedere che si è trasparenti ed onesti? Lo facciano tramite la loro dichiarazione dei redditi, piuttosto, ché le autocerticazioni lasciano il tempo che gtrovano. E poi “rinunciano” alla privacy? Allora pubblichino direttamente il loro nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono, preferenze sessuali, politiche, religiose, a chi destinano l’8 per mille e a chi il 5 per mille, mettano tutto on line sul loro odiosissimo Rousseau, fatto coi piedi anche lui, e poi stiano ad aspettare. Voglio dire, se la logica è “io non ho bisogno della privacy perché non ho nulla da nascondere”, allora la logica non regge. Perché questa gente chiude e sigilla le raccomandate che spedisce? Perché se no non afriverebbero? Ma no, perché se no qualcuno potrebbe prendere visione del loro contenuto, è chiaro. Perché non ci dice dove sono raggiungibili telefonicamente se qualche cittadino vuole porre loro una domanda? Non lo fanno, certo. La loro mail personale col cavolo che te la fanno vedere, c’è quella di stato della Camera dei Deputati. Dove neanche ti rispondono (questo blog ha provato in passato più volte a inviare delle comunicazioni circolari a un gruppo parlamentare o a più parlamentari di diversi gruppi, e gli effetti sono stati catastrofici, pochissime risposte su centinaia di mail inviate). Se gli chiedi “Scusi, lei è gay o lesbica?” ti dicono subito “Ma come si permette, lei non sa con chi sta parlando, sono affari miei!”. La privacy la si invoca solo quando ci fa comodo.

E così, quello che se la sta passando peggio di tutti, adesso, è un imprenditore tessile di Castiglion delle Stiviere, nel mantovano, che produce calze da donna e che è costretto a vivere con il telefono blindatissimo se no i suoi gli dànno il benservito. Ma guardate a cosa deve essere ridotta una persona di potere da parte di quello stesso potere che quella persona rappresenta!

La caccia all’uomo continua. Stay tuned.

Per la foto: Di Presidenza della Repubblica, Attribution, Collegamento

Manlio Di Stefano (M5S) sull’esplosione di Beirut: solidarietà agli “amici libici”

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L’esponente del M5S Manlio Di Stefano ha fatto una imperdonabile gaffe. A seguito della tragica esplosione di Beirut dei giorni scosri, ha espresso solidarietà “agli amici libici”.

Ora, non ci sono dubbi che sia necessario esprimere solidarietà ai libici, ma si dà il caso che Beirut sia in Libano. Uno scivolone, insomma, a cui Di Stefano ha risposto su Facebook con un tono un po’ stizzito:

“Non ho mai ambito alla fama, quelli come me, ingegneri di formazione, preferiscono lavorare duramente nell’ombra e portare a casa i risultati. Eppure oggi mi trovo addirittura primo nelle tendenze di Twitter e in home page di svariati giornali.
Sarà per l’enorme successo del “Patto per l’Export” col quale stiamo aiutando centinaia di migliaia di aziende italiane ricevendo complimenti quotidianamente da tutte le associazioni di categoria da Confindustria in giù? Sarà perché in questi due anni da Sottosegretario in tutti i Paesi target della mia azione (e sono tanti) l’export italiano è aumentato mediamente di almeno il 15%?
Sarà perché mi occupo da anni anche di Libano dal punto di vista sia politico che commerciale e proprio il 6 luglio ho incontrato il Ministro degli Esteri Nassif Hitti ribadendogli, come già fatto al Ministro dell’Energia, la nostra disponibilità ad aiutarli a ristrutturare le centrali elettriche nazionali per aiutare il popolo libanese? No. No. No e No. Sarebbe troppo lineare, non sarebbe il web, tantomeno la stampa italiana”.

Su Twitter il caso Di Stefano è subito stato catalogato come “di tendenza”, la stampa italiana ne ha parlato con grande evidenza.

Da riportare anche il durissimo commento dell’ex M5S Luis Orellana:

Molti hanno fatto ironia sul tuo errore perché talvolta si sceglie di ridere per non piangere avendo te al Governo.
Anche in questa tua replica (la replica di Di stefano su Twitter, non il messaggio su Facebok, nda) sei vergognoso: attacchi chi ti critica, bastava solo chiedere scusa per l’errore fatto ma il tuo ego smisurato non te lo consente.

E’ vero. Sarebbe bastato che Di Stefano chiedesse scusa. Ma vedo che abbiamo alcune cose in comune: il cognome e l'”ego smisurato”.

Ma sullo svarione degli “amici libici” è cascata anche la rappresentante del M5S Elisa Pirro. Non si è mai soli al mondo:

Conte riferisce ai Magistrati di Bergamo come persona informata sui fatti

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Domani il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sarà sentito dalla Magistratura. Ufficialmente come “persona informata dei fatti” relativamente alla decisione di non voler chiudere la Val Seriana quando si propagò, nel bresciano e nella bergamasca, il picco dell’emergenza coronavirus agli inizi di marzo (la chiusura totale, ricorderete, fu stabilita solo il 23 di quel mese).

Ai Pubblici Ministeri di Bergamo, Conte, considerata la sua veste giuridica dovrà dire la verità. In caso contrario, o se la sua verità non dovrebbe essere convincente potrebbe passare (è un’ipotesi remota ma succede -a me è successo-) da “persona informata sui fatti” a “indagato”. L’inquilino di Palazzo Kitsch, insomma, domani rischia molto. E con lui saranno chiamati a deporre il Ministro dell’Interno Lamorgese e il Ministro della Sanità Speranza.

Conte, sfruttando la retorica tipica di chiunque venga interessato a vario titolo dalle indagini cdella Magistratura ha riferito:

“Non sono affatto preoccupato, non è arroganza, non è sicumera. Non commento le parole del procuratore: ci confronteremo venerdì, in piena serenità”

Va detto che l’intenzione dei magistrati bergamaschi di audire Conte segue cronologicamente quella della commissione d’inchiesta sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni.

“I cittadini hanno il diritto di conoscere e noi (…) abbiamo responsabilità di rispondere.”

Sì, signor Presidente del Consiglio, risponda. Noi aspettiamo.

Anch’io sono un imbecille

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“A Sondrio donna nigeriana derisa in ospedale perché urlava per la morte della figlia di 5 mesi. Da madre non posso che provare profondo disprezzo per chi è così infame da insultare una donna straziata dal dolore più atroce che si possa provare. Che schifo”

«Quelli che contestano il mio diritto di esprimermi su un tema del genere sono degli imbecilli. Non ho mai alimentato un clima di razzismo, sono pronta a qualsiasi confronto con chiunque su questo. Non troveranno mai una mia parola contraria ai diritti e al rispetto delle persone. E se ho fatto quel post è perché non voglio ci sia alcuna ambiguità sul razzismo, nemmeno per il mio popolo e per chi mi segue. Per me il rispetto della persona, degli individui, delle identità è totale».

Giorgia Meloni

Io sono un imbecille.