La telefonata del Senato alla Consulta

 

Ricapitoliamo: nel febbraio 2017 Marco Cappato accompagna Fabiano Antoniani detto Dj Fabo, non vedente, tetraplegico, da Milano a Zurigo, presso la clinica Dignitas, dove si pratica il suicidio assistito, per l’ottenimento della morte volontaria, a seguito dell’insostenibilità della sua condizione. A seguito della morte di Antoniani, al rientro in Italia Cappato si autodenuncia alla stazione dei carabinieri di Milano, per il reato previsto e punito dall’articolo 580 del Codice Penale. La Procura della Repubblica chiede l’archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari dispone l’imputazione coatta. Nel corso del procedimento la stessa procura solleva un’eccezione di costituzionalità dell’articolo 580 c.p. “nella parte in cui ancora prevede la punibilità di coloro che agevolano l’eutanasia di un soggetto, malato terminale, che ha compiuto consapevolmente la scelta di procedere all’eutanasia ma non è materialmente in grado di compierla da solo” (virgolettato da Wikipedia). La Corte Costituzionale, nell’ottobre 2018 ha rinviato al 24 settembre 2019 la decisione sul processo Cappato e ha sollecitato il parlamento italiano a legiferare e porre fine al vulnus che afferisce alla delicata materia. Per quanto riguarda l’accusa di istigazione o aiuto al suicidio, Cappato è stato assolto nel merito. Il 24 settembre si avvicina e si apprende, non senza una punta di infantile stupore, che la presidente del Senato Alberti Casellati avrebbe telefonato informalmente alla Consulta “per chiedere più tempo prima della sentenza” (fonte: M5S via “Il Fatto quotidiano”). L’ufficio stampa della presidenza del Senato riferisce che “la telefonata del Presidente del Senato Elisabetta Casellati al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell’eutanasia, alla vigilia dell’udienza fissata dalla stessa Corte Costituzionale per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo.” In realtà, secondo quanto riferisce il quotidiano “Il Manifesto”, in Senato è solo il centro-destra a premere fortemente per avere più tempo per varare in pochi giorni una legge sul fine vita, che non è stata articolata nel giro di un anno. Cappato ha reagito così: «Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall’evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella». C’è un cittadino italiano che rischia da 5 a 12 anni di carcere e che ha diritto al suo giusto processo, alla certezza del diritto e al diritto alla vita. Il suo procedimento, già così delicato, non può essere fermato o rinviato per l’inefficienza delle nostre istituzioni. La Corte Costituzionale si pronunci con serenità e apra la strada a una interpretazione chiara e non equivoca sulla legittimità costituzionale del dettato dell’articolo 580 c.p. E, soprattutto, che nessuno si metta in mezzo.

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Vito Comencini: “Questo Presidente della Repubblica mi fa schifo”

Il deputato leghista Vito Comencini, dall’assemblea dei giovani della Lega a Pontida ha dichiarato, insultando il capo dello Stato, “Posso dirlo? Questo Presidente della Repubblica mi fa schifo! Mi fa schifo chi non tiene in conto del 34% dei cittadini”. Al di là dello sfogo ingiustificato per la perdita di poltrone da parte del suo partito, a colpa ed opera del Capitano Salvini, io mi auguro vivamente e con tutto il cuore che Comencini voglia rinunciare alle sue prerogative da parlamentare per affrontare da semplice cittadino le conseguenze a cui inevitabilmente lo porteranno le sue gravi parole. La parte grottesca di questa ennesima farsa è che da quanto riferisce l’agenzia di stampa AGI, Comencini, 31 anni, sarebbe tuttora “studente di giurisprudenza”. Ma nella striscionistica spicciola della deliziosa kermesse ce n’è stato anche per il presidente del Consiglio: “Conte infame per te solo letame”. In breve, esempi edificanti per la gioventù riunita e tristezza unica per le gravi parole pronunciate da un partlamentare della Repubblica, che viene pagato con i soldi dei cittadini e non certo per dare addosso al Presidente della Repubblica. Dal vostro indignato speciale è tutto, linea allo studio.

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Dipende da Rousseau

Domani, dalle 9 alle 18 (tertium non datur) gli iscritti alla piattaforma Rousseau saranno chiamati ad esprimersi sul programma del nuovo esecutivo (e, si badi bene, solo sul programma, non sulla ripartizione delle poltrone o sull’alleanza con l’ex nemico PD). Se vinceranno i no, da quello che ha dichiarato Stefano Patuanelli a Radio Capital, Conte non dovrebbe far altro che prendere atto dell’amara realtà e fare la valigia sciogliendo la riserva in modo negativo. C’è solo di che chiedersi se la vita della politica italiana debba essere per forza condizionata da una piattaforma informatica di proprietà di un privato e da un numero tutto sommato esiguo di sostenitori del Movimento 5 Stelle quali gli iscritti a Rousseau. Un clic sul no, e hai grandissime chances di mandare a puttane una maggioranza parlamentare. Senza che nessuno ti dica quanti utenti unici hanno votato, quali sono le percentuali di differenza tra chi ha votato su Rousseau e chi ha votato alle politiche (e, magari, anche alle Europee, che hanno visto il tracollo del Movimento, e la sconfitta di Di Maio, che ha dovuto -lui sì- poggiare la testa sulla ghigliottina dell’inossidabile Rousseau. Rousseau è il privato che si sostituisce alle istituzioni, non è il controllo via rete del potere, non è Internet che ci dà la conoscenza, non è il mezzo con cui possiamo metterglielo finalmente in quel posto là a tutti come diceva Beppe Grillo fin dai tempi precedenti al Vaffanculo-Day, Rousseau è esso stesso il potere, è un qualcosa di non ben meglio identificato che determina la strada non solo della politica interna al movimento (che, voglio dire, fin lì sarebbero solo affari loro), ma di un intero governo che ha avuto l’occasione di formarsi prima ancora che davanti ai mouse degli iscritti a Rousseau, davanti al Presidente della Repubblica e, suo tramite, davanti a tutti gli italiani. Quattro smanettoni che decidono non possono sostituire il dibattito interno ai partiti, il confronto parlamentare, la responsabilità di garantire al paese un governo di legislatura che lo porti alla scadenza naturale delle elezioni, e che non sia, pertanto, il governicchio che disbrighi controvoglia e sbadigliando i cosiddetti “affari cortrenti” e ci prepari alla tornata elettorale anticipata tanto cara a Salvini, alla Meloni e a Berlusconi che vincerebbero a mani basse e ci condannerebbero a un imprecisato periodo di politica di destra, con la benedizione del Sacro Cuore Immacolato di Maria. Se tutto questo si verificherà lo dovremo al Movimento 5 Stelle, ormai diventato l’ombra (e forse più neanche quella) dell’entusiasmo dei primi tempi in cui riempiva le piazze e in cui Di Maio, probabilmente, faceva ancora il bibitaro sulla spiaggia o allo stadio (adesso non ricordo bene). E’ una vita difficile. Felicità a momenti e futuro incerto.

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Le bizze di Luigi Di Maio

Luigi Di Maio, non appena Conte è stato nominato Presidente del Consiglio incaricato, ha subito fatto le bizze. Ha visto che per lui la poltrona da Ministro dell’Interno è sfumata, che la nomina a vicepremier invece pure, e che, insomma, non c’è trippa per gatti. Eppure l’accordo col PD lo ha ripreso in extremis dalla caduta vertiginosa verso l’oblio cui sembrava essere predestinato dopo il fallimento del suo inciucio con la Lega. Adesso se n’è uscito nuovamente a dire che “O mi approvate i 10 punti della mia parte politica (che poi sono miracolosamente e inspiegabilmente diventati 20) o salta la cucuzza insieme a tutto il cucuzzaro. Si permette di farlo dopo che ha praticamente dimezzato i voti dalle scorse politiche alle ultime europee, dopo aver avallato tutte le iniziative politiche di Salvini e aver convinto i suoi a salvarlo dalle indagini della Procura siciliana e dalla relativa richiesta di autorizzazione a procedere, adesso si permette il lusso di alzare la voce (che paura!) e di minacciare addirittura quelle elezioni anticipate che inevitabilmente perderebbe. Cioè, non si è dimesso dopo le europee, no, ha chiesto a Rousseau e a una manciata di smanettoni iscritti a una piattaforma privata, proprietà di un privato, se dovesse lasciare oppure no. E’ ovvio che gli hanno risposto tutti di sì. Lui l’ha presa come un plebiscito, ed eccolo qui a mascherare la vera essenza della sua richiesta, che è “O me, o le elezioni”. Certo, ce ne deve volere di prepotenza per arrivare a fare dei ricattucci del genere. E tutti continuano a dire che questo governo non è affatto interessato alle poltrone, no, macché, Di Maio è diventato la succursale di Poltrone&Sofà. E così siamo di nuovo in bilico e il governo di neoinciucio giallorosso sta per esalare l’ultimo respiro prima ancora di presentarsi alle Camere. “Due miserie in un corpo solo” (G. Gaber).

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Verso il Conte-bis

Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
E le consultazioni del Presidente della Repubblica cominciano domani alle 16. E non c’è più tempo. Il nome di Conte è il primo passo verso l’inciucio giallorosso. Zitti e subire.

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Proviamo anche con Dio, non si sa mai

C’è una cosa che non sopporto (una sola?) ed è quando la gente dice che un governo (come è accaduto con Monti, con Renzi e con Gentiloni) non è espressione del voto popolare e quindi sarebbe, per certi versi, illegale o quanto meno illegittimo. E’ una posizione da ignoranti, da persone incolte, da gente che non sa che le regole sono altre, che i governi non sono eletti dal popolo che, casomai, elegge il Parlamento, che il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica, il quale nomina anche i ministri su sua proposta, che in Parlamento si formano delle maggioranze anche diverse da quelle che hanno sostenuto un governo eventualmente dimissionario, e che se in Parlamento c’è una maggioranza diversa da quella che è uscita fuori dalle urne ed è disposta a sostenere un esecutivo, quell’esecutivo è legittimato ad operare finché la sua maggioranza lo mantiene in piedi. A votare ci si va, normalmente, una volta ogni cinque anni. E che il Parlamento si sbrighi da solo le beghe e le grane di maggioranze, opposizioni e balle varie. Questo tanto per dire che l’inciucio giallorosso tra PD e M5S, se mai si farà, con questa fecondazione in vitro che dovrebbe dare vita a un embrione governativo la cui gravidanza appare sempre più incerta, è legittimo, anche se oggettivamente schifoso, come schifoso era il patto scellerato tra pentastellati e leghisti. Hanno litigato e se ne sono dette di santa ragione per anni, adesso basta, che si mettano in una stanza, o in una pizzeria, o davanti a un aperitivo, o dove loro credono maledettamente meglio, stilino un accordo, se ci arrivano, e salvino la legislatura dallo scioglimento anticipato delle camere e dal salvinismo spicciolo, da tutto questo ciucciamento di crocifissi, di cuori immacolati di Maria a cui affidare il popolo italiano, di vangeli ostentati, di citazioni di San Giovanni Paolo II, di disgraziati lasciati a marcire al largo delle coste di Lampedusa. Non è che la logica del “Proviamo anche con Dio, non si sa mai” funziona a tutti i costi. Anzi, in genere non funziona mai. Lasciando l’Italia nella soluzione perenne del male minore (il futuro governicchio giallorosso sarebbe comunque meglio di un ritorno della Lega al governo o delle elezioni anticipate che Salvini stravincerebbe a mani basse), che non si sa perché bisogna sempre scegliere il male minore, il bene non si può mai scegliere, il bene, quello del paese, è solo nelle mani di Dio e della Madonnina. Proviamoci anche con loro. Hai visto mai?

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Io sostenevo Marta Cartabia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

Il premier? Io faccio il tifo per Marta Cartabia.
E’ bravissima, è intelligente, di formazione intellettuale rigorosa, ha grosse possibilità di diventare Presidente della Consulta, e sarebbe il primo presidente del consiglio donna di tutta la storia repubblicana. E’ ben vista anche dal Vaticano. E’ cattolica? Ha fatto parte di Comunione e Liberazione? E va beh, non è detto che sia necessariamente un male. Ha una visione estremamente garantista e rispettosa del dettato costituzionale, ha una statura intellettuale di tutto rispetto, sicuramente saprebbe tenere a bada le intemperanze dei due partiti ex rivali che dovranno portare la legislatura alla fine della sua naturale scadenza.

Insomma, è brava, intelligente, colta, occupa un ruolo di rilievo nelle istituzioni, gode della stima di ampi settori della società, ma soprattutto è donna. E volete che la facciano Presidente del Consiglio??

Aggiornamento delle ore 12:30 – E’ di queste ultime ore la notizia che Marta Cartabia ha comunicato la sua indisponibilità ad essere investita della carica di Primo Ministro. Peccato. Peccato davvero.

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Giuseppe Conte: too little too late

Giuseppe Conte ha svolto un’ esemplare comunicazione al Parlamento. Conte non ha soltanto criticato il suo vice e traditore Salvini, lo ha annientato, annichilito, massacrato, crocefisso mentre lui (Salvini) baciava il rosario. E a nulla gli è servito raccomandare se stesso e la nazione italiana al sacro cuore di Maria, Conte ha avuto la meglio nonostante le polemiche della sua Lega e le vivissime acclamazioni anche da parte dell’opposizione. Non nego che anch’io mentre guardavo la diretta dal Senato ho pensato con soddisfazione “Adesso lo finisce!” Conte è certamente un gentiluomo e merita l’onore delle armi. Poi però basta. Conte è stato il capo del governo che faceva riferimento a un patto scellerato tra gli inqualificabili 5Stelle e gli intolleranti xenofobi della Lega. Durante il suo governo è stato approvato il decreto sicurezza bis con un voto di fiducia, fiducia venuta meno dopo pochissimi giorni da uno dei due partiti della coalizione fino ad arrivare alla sfiducia ritirata in zona Cesarini prima delle inevitabili dimissioni di Conte al Senato. Ha avuto coraggio, Conte. È stato elegante e galantuomo, rispettoso delle istituzioni repubblicane e democratiche, cosa che è il MINIMO che ci si possa e che ci si debba aspettare da un rappresentante politico. Adesso però se ne vada a casa. Lui è il suo governo fallimentare. Lui è la sua politica di limitazione dell’aumento dell’immigrazione clandestina che ha prodotto danni e solo danni. Vada a casa col suo governo sovranista, vada a casa perché è l’unico modo di salvare la faccia davanti agli scandali di OpenArms e di tutto quello che verrà, prima che la Corte Costituzionale ci metta una mano per un gesto di pietà. Vada a casa, professor Conte.
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L’anima nobile di Ivan Scalfarotto

Ivan Scalfarotto, PD, ha fatto un gesto nobile, democratico e pieno di senso della giustizia.

E’ andato a Regina Coeli e, siccome lì è detenuto l’assassino del carabiniere ucciso, già fotografato bendato e con le manette ai polsi e le mani dietro la schiena, ha voluto vedere se le cose in Italia funzionano ancora con la logica segnata dall’insegnamento di Cesare Beccaria oppure no.

Lo può fare. E’ un parlamentare della Repubblica e rientra tra le sue personali prerogative. C’era, all’indomani di questo gesto, come minimo da aspettarsi che la maggioranza di governo, parte avversa al PD, facesse sentire la propria voce in segno di schifo. Che so, un bel Salvini grondante hate speech in prima serata sui TG, lontano da quel cacchio di Twitter, il Movimento 5 Stelle che sveste i suoi supposti panni garantisti e continua a tintinnare le manette ad ogni frusciar di avvisi di garanzia. O certa destra giustizialista e colpevolista a prescindere. Nulla di tutto questo. Le critiche ci sono state, sì, ma sono venute precisamente dallo stesso PD. “Quella di Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare. Ma ripeto, è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd”. Questo è Nicola Zingaretti. Mentre Emanuele Fiano ribatte che “Ci sono momenti in cui il pensiero di dissociarsi dal comportamento di un amico, un compagno di battaglie sui diritti, e sulla difesa della democrazia nel nostro Paese, può spingere a stare in silenzio”.

Non c’è differenza tra un discorso di destra e un discorso del PD, soprattutto quando si tratta di parlare di stato di diritto e di svolgere un potere/dovere costituzionalmente inteso. E’ sempre il solito grigiore con qualche sfumatura color cenere di una politica trita e ritrita. Nessun esponente del PD ha scritto una cosa del tipo “E bravo Scalfarotto, così, si fa! Ci si addolora e ci si costerna per la morte di un servitore dello stato, ma se quello stato deve essere servito, almeno che sia davvero uno stato di diritto fino in fondo. Sì, hai fatto bene ad andare a controllare come funzionano le cose in una delle carceri italiane più grandi, e se c’è bisogno di una mano mi trovi qui”. Nulla, lo hanno lasciato solo a dire delle cose che dovrebbero essere date per assodate in qualsiasi contesto civile. Tipo “Non è che se lo Stato diventa meno democratico, diventiamo più solidali con le vittime dei reati, se passa questa logica è finita”.

Ma certo, ha ragione da vendere. Solo che il PD è ancora in LEGGERA controtendenza.

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Licenza di uccidere

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

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I video e le immagini di Giulia Sarti

Bisogna dirlo chiaramente e fuori dai denti: la minaccia di diffondere, trasmettere, o far circolare con qualsiasi mezzo delle foto e dei video intimi dell’onorevole Giulia Sarti è una bastardata unica e una e un atto triviale e tremendo da condannare senza mezzi termini, di qualunque colore politico sia la persona interessata. Un hacker ha già diffuso sui cellulari di politici e giornalisti otto immagini e un video (poi rivelatosi falso) degli incontri privati della parlamentare che si è dimessa “da presidente della commissione Giustizia della Camera perché si è scoperto che aveva denunciato il fidanzato accusandolo falsamente di essersi appropriato dei fondi del Movimento pur sapendo che non era vero.” (Virgolettato dal corriere.it). Ci sarebbero, poi, anche delle registrazioni di incontri con esponenti politici e comunque di spicco del Movimento 5 Stelle. Non si sa che siano incontri “privati” (nel senso lato del termine) o meno. Ma non importa. Non è questo il punto. Il punto è che l’avversario politico lo batti sul piano delle idee e dei comportamenti pubblici, la sua vita sessuale e la sua vita privata sono e restano sacrosanti affari suoi, anche se si tratta di una persona pubblicamente esposta ai mezzi di comunicazione di massa. Le immagini e i video se li fa per conto suo e non sono destinati ad essere diffusi ad altri che lei non voglia, è intervenuto perfino il Garante per la Protezione dei Dati Personali per sottolineare e «richiamare l’attenzione dei mezzi di informazione invitando all’astensione dal diffondere dati riguardanti la sfera intima di una persona per il solo fatto che si tratti di un personaggio noto o che eserciti funzioni pubbliche, richiedendo invece il pieno rispetto della sua vita privata quando le notizie o i dati non hanno rilievo sul suo ruolo e sulla sua vita pubblica»

Io mi auguro che una protezione di questo genere valga e sia disponibile sempre e per qualsiasi cittadino italiano, anche e soprattutto per quel cittadini che non è parlamentare e, quindi, ha meno possibilità e mezzi per difendersi. C’è gente che per un filmatino hard diffuso sui social network si suicida dalla vergogna, genitori di vittime di cyberbullismo che non escono più di casa, persone che non hanno più una vita privata e psicologi che intascano fior di quattrini per seguire i disagi psichici di chi è caduto nella trappola tesa da altri. Facciamo attenzione, sì?

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Primarie del PD: vince Montalbano. Catarella presidente

Un paio di voi, lettori adorati, mi hanno scritto nei giorni scorsi, nell’immediata vigilia di domenica (che era anche il mio compleanno, oltretutto), per chiedermi se sarei andato a votare alle primarie del Partito Democratico. No, dico, per chi mi avete preso? Io a votare alle primarie del PD?? Che uno dice “Ma no, dài, si fa un po’ così per fare” (non si fanno le primarie così per fare, le primarie servono per indicare un nuovo segretario), “c’è un sacco di gente che partecipa” (ecco, bravi, avete raccolto 1800000 voti, che moltiplicati per due euro a voto fanno tre milioncini e seicentomila spiccioli di guadagno pulito pulito), “l’opposizione è importante” (è proprio perché penso che l’opposizione a questo governo sia una cosa estremamente seria che non vado a votare alle primarie del PD), “non bisogna essere disfattisti” (ah, perché, il PD è costruttivo?), “ma bisogna comunque votare il meno peggio” (sono stufo di votare il meno peggio, di scegliere il minore dei mali disponibile, voglio, se possibile, scegliere il bene, e per scegliere il bene ho bisogno di qualcuno che mi rappresenti, se nessuno mi rappresenta non vedo perché dover scegliere il meno brutto fra tutti), “ma è un’occasione per l’esercizio della democrazia” (una bella democrazia quella in cui qualcuno riesce a votare anche undici volte buggerando i pur intransigenti regolamenti interni! Una democrazia in cui non c’è trasparenza, o c’è solo incapacità di garantire il risultato finale è una democrazia da piattaforma Rousseau), “ma allora che si deve fare?” E questa è la domanda più intelligente di tutte: che si deve fare? Non si deve (sotto)stare alle imposizioni di questo partito che pretende di aver casualmente eletto Zingaretti alla segreteria, dopo aver fatto una pantomima fenomenale, come se la gente credesse davvero che era tutto casuale, che niente era stato scritto e prescritto prima, che nessuno si era preventivamente messo d’accordo, che il PD avrebbe accettato il responso delle urne qualunque esso fosse (tanto era sempre quello, c’è poco da fare), che il milione e ottocentomila persone che si sono recate a votare abbiano veramente esercitato un diritto spontaneo, un atto liberale, un voto di assoluta e pura volontà personale e specifica. Dice: “ma se non ti stava bene Zingaretti potevi comunque andare a votare e scegliere uno degli altri due.” Vero. Ma perché, c’era forse qualche differenza fra i tre candidati alle primarie? Qualcuno ha proposto qualcosa (ad esempio, di realizzare la TAV) e qualcun altro ha proposto l’esatto contario (ad esempio, non realizzarla)? Come si è posto il Partito Democratico rispetto alla stagione del renzismo, che tanti lutti addusse? Si sono forse pentiti di qualcosa? Hanno forse detto che bisogna usare tonnellate di spirito critico sull’operato di quei disgraziatissimi governi, fare “mea culpa” se tutto il PD ha preso una sonora batosta al referendum costituzionale sulla soppressione del Senato della Repubblica così come lo conosciamo ancora oggi. Macché. Con l’ottimismo della volontà si sono messi un vestito nuovo e pulito e hanno sfilato ordinatamente davanti ai gazebo per esercitare un diritto che diritto non era. E ha vinto, guarda caso, Zingaretti. Che è un po’ come dire che ha vinto Montalbano. Probabilmente Catarella verrà eletto presidente e Livia sarà messa al posto di Maria Elena Boschi. Mimì Augello sarà ministro ombra per i rapporti con l’altro sesso. Potevamo aspettarci qualcosa di diverso dal PD? Sì, potevamo. Anzi, dovevamo. Ma nessuno ha mosso un dito. E’ il Partito Democratico, bellezze.

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Formigoni è in carcere

Bene, Formigoni è in carcere. Si è concluso uno dei processi a suo carico (quello sul caso Maugeri) e la Cassazione lo ha condannato a oltre cinque anni di reclusione. La legge salva-corrotti (che comunque non era operativa al momento della commissione dei reati di cui Formigoni è colpevole) non consente la concessione di misure alternative al carcere per chi è condannato per i reati per cui Formigoni è stato condannato definitivamente. Quindi Formigoni va in carcere. Spetterà ancora ai suoi legali far valere le sue ragioni nelle sedi di merito più opportune, io questo non lo critico minimamente.

Quello che invece sì, critico, è il generale buonismo, quasi l’imbarazzo che ha permeato la notizia. Era quasi come se Formigoni non potesse mai andare in carcere, come se non dovesse essere mai condannato, come se fosse invincibile. Quando gli arrivò l’avviso di garanzia ruggiva come un leone alla conferenza stampa. “Vincerò anche questa, sarò assolto”. E
“Se sarò rinviato a giudizio 
vincerò a 12 a zero: sarà la dodicesima assoluzione nei miei confronti”. E all’attacco dei giornalisti:Gazzettieri della Procura, esecutori di ordini, portatori di documenti” . Adesso di quel leone resta solo un ruggito spento e il sipario è calato sulle sue imprese di Governatore della Lombardia, quando poteva permettersi di attaccare giornali e giornalisti, gazzette e gazzettieri, Procure e procuratori. E ci sono stati alcuni di questi giornalisti che hanno sottolineato come da parte di chi gioisse per la condanna al carcere del Celeste ci sia stata una sorta di accanimento terapeutico. Come se fosse una reazione ingiustificata dalla ritrovata debolezza del soggetto detenibile e presto detenuto. Un po’ come se si volesse dire che sì, va beh, Formigoni va in carcere, però adesso non è il caso di infierire troppo, su, via, è solo un povero diavolo che non ha di che difendersi e che è completamente nudo davanti al pubblico ludibrio dell’opinione pubblica. Gad Lerner, su Twitter, ha detto che bisognerebbe provare a trascorrere una sola notte in carcere per poter giudicare. Lui che nelle sue trasmissioni ha sempre smontato, come un castello costruito coi Lego, le tesi difensive dello stesso Formigoni. In breve, Formigoni è sì, condannato, ma è comunque un povero Cristo. Ma perché? Perché ci si deve scandalizzare e gridare all’untore ad ogni sventolare di  avvisi di garanzia, quando un indagato ha diritto a tutte le prerogative della difesa e i fatti contestati non sono minimamente dimostrati in un processo di merito, e non si può dire, una volta che è intervenuta direttamente la Cassazione, e dopo che anche per la Costituzione un imputato si può definire “colpevole”, che quel soggetto è sicuramente almeno almeno un bricconcello? Perché il carcere è come la morte, che concella tutto e lascia nuda soltanto la parte umana di tutti noi? Perché l’oblio? Perché non essere soddisfatti che sia stata fatta giustizia?? Non c’è risposta. Resta il commento di Berlusconi che ha esternato:
 “Per Formigoni dico solo che umanamente mi dispiace: non so cosa abbia fatto, non so nulla di cui è stato accusato, ma Dico solo che ha governato molto bene la Lombardia ed ed e stato il miglior governatore in assoluto…”. Sipario.

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Culo, cadrega e fedina penale

Salvini è lì che frigge (anche se si dichiara “tranquillo”, come tutti gli indagati che hanno qualcosa da temere, perché chi è veramente innocente tranquillo non lo è per nulla) in attesa del verdetto di martedì prossimo della giunta per le immunità del Senato per le accuse di abuso di ufficio e di sequestro di persona legate alle vicende della nave Diciotti.

Nel frattempo, Conte, Toninelli e Di Maio si sono autodenunciati alla stessa giunta che ha trasmesso gli atti al Pubblico Ministero di Catania, sostenendo che quel che è successo è decisione collegiale del governo, quindi, per la malora, indaghino anche loro. E infatti la Procura ha aperto un fascicolo. “Atto dovuto”, lo chiamano. E la contraddizione che appare evidente in questa circostanza è che ci sono dei governanti che si autodenunciano e poi vorrebbero (o, meglio, si augurerebbero) che il loro collega Salvini sfuggisse al processo mediante un salvataggio in giunta prima e in aula dopo. In breve: non ci si può autodenunciare e poi sottrarsi ai propri giudici.

E i pentastellati, intanto, aprono alla folla della base del movimento mediante la piattaforma Rousseau (che appartiene a un privato) per decidere (o, ancora meglio, far decidere agli altri) se votare sì o no al processo per Salvini, “un sito con evidenti e conclamati problemi di manipolazione dei dati e privo del controllo sul voto di terze parti”, come riferisce Elena Fattori. Giarrussso, dal canto suo, avverte che non va sottovalutato il «grave pericolo» che proviene dalla richiesta di un giudice di valutare penalmente un atto di governo, perché «mai accaduto prima nella storia repubblicana». Se voti Sì salvi Matteo Salvini dal processo. Se voti No concedi l’autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno.

Personalmente sono strasicuro che il sondaggio (perché di sondaggio si tratterà) della piattaforma Rousseau si concluderà con la negazione della autorizzazione a procedere per Salvini: culo e cadrega sono troppo preziosi per chi governa e rischiare una crisi con l’alleato leghista non è proprio il caso, soprattutto adesso che i sondaggi e le elezioni regionali abruzzesi hanno dato il M5S in piacchiata, ma ho dei lettori (e in particolare la cara e fedele lettrice Essebì) che non sono tanto sicuri dell’evidenza del risultato, puntando sull’indole forcaiola e giustizialista della base.

Il punto, evidentemente, non è essere giustizialisti o forcaioli, ma garantisti e dalla parte dello stato di diritto, che prevede principii cardine come l’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Salvini ha argomenti a iosa con cui difendersi, ma invece di esporli all’interno di un processo, si fa salvare DAL processo che rischia di condannarlo a una pena massima di 15 anni di reclusione. Se Salvini abbia o no agito nell’interesse precipuo dello Stato è un altro punto da sciogliere. Quale minaccia poteva esserci per lo Stato dall’attracco nei porti italiani e dallo sbarco di un gruppo di poveri disgraziati allo stremo delle forze?

E intanto abbiamo un governo di indagati (è del Corriere la notizia dell’iscrizione al registro del Presidente del Consiglio e del suo Vice Di Maio) che ha un solo scopo: salvare culo, cadrega e fedina penale. Ma gli conviene?

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