Pino Pinelli, la 18.a vittima della strage di Piazza Fontana – Parla la vedova

«Quello di quest’anno è un passaggio importante, è una svolta. Ogni parola del presidente sarà un incentivo ad andare avanti per la democrazia. Parlare di mio marito Pino in un certo modo è anche un tassello per la democrazia»

«Non mi aspettavo che il sindaco Sala chiedesse perdono alla nostra famiglia. È stato un bel gesto, che ci restituisce qualcosa. Io non mi aspetto niente da nessuno, quello che arriva arriva, come è avvenuto in questi cinquant’anni».

«Su come è morto mio marito la verità noi la conosciamo, noi le cose le sappiamo, poi se qualcuno ha voglia di parlare, parlerà».

Licia Rognini Pinelli, intervista a Radio Popolare.

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Lucia Borgonzoni e le passeggiate nei boschi che curano la depressione

Il professor Roberto Burioni ha recentemente riesumato questo Tweet di Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega e candidata Presidente della Regione Emilia-Romagna per il centro-destra. In Senato ha sfoggiato la T-Shirt “Parliamo di Bibbiano” lo scorso 10 settembre 2019, inducendo la presidente Alberti Casellati a sospendere brevemente la seduta dopo essere stata invitata a ricomporsi.

Va detto che, a proposito del contenuto del Tweet che qui vi riporto, il sito http://altraroba.altervista.org esiste sul serio e che ha realmente pubblicato un articolo dal titolo “E se gli psichiatri prescrivessero gite nei boschi anziché antidepressivi?”. Lo potete leggere a questo link.

Vi si legge, tra l’altro che:

Una camminata o escursione in un bosco corrisponde ad una pratica naturale di aromaterapia.

e che

Evidenze scientifiche hanno dimostrato come questa possa ridurre in maniera significativa ansia, depressione e rabbia.

La Borgonzoni ha fatto suo il contenuto di questo articolo e lo ha rilanciato dalla sua pagina Twitter nel giugno scorso (prima di cambiare account in “Lucia Borgonzoni Presidente“).

Va detto, a scanso di equivoci, che la depressione è una malattia molto seria, con grandissimi costi sociali, e che per affrontarla occorrono anni di cure farmacologiche e psicoterapeutiche. Per “cure farmacologiche” intendo proprio uso di psicofarmaci antidepressivi, chimica, iterazioni con le sinapsi, produzione di serotonina. Non si può delegare alla naturopatia, a una semplice passeggiata nei boschi, la risoluzione anche solo parziale di questo tipo di sintomatologie. Non esistono medicine alternative -dice il dottor Burioni-, esistono soltanto alternative pericolose alla medicina. Tutto le soluzioni a base “di yoga, di erbe, psiche, di omeopatia, non servono a niente, sono totalmente inutili, completamente inefficaci quando non addirittura dannosi. Questo gli psichiatri lo sanno bene, e fanno bene a prescrivere solo psicofarmaci antidepressivi e/o ansiolitici a chi si rivolge a loro per chiedere un aiuto. La preparazione e l’esperienza di uno psichiatra nel curare la depressione non possono assolutamente essere sostituite da un approccio naturistico. La depressione non è una slogatura a una caviglia, per cui vanno ancora bene gli impacchi di arnica, come descriveva Louisa May Alcott in “Piccole donne“. La depressione è una bestia bruttissima che in molti casi non guarisce, ma che si continua a tenere sotto controllo vivendo una vita soddisfacente. Ma resta sempre lì, latente, estremamente subdola, pronta ad aggredire di nuovo. E la vita del malato di depressione, credetemi, è tutt’altro che vita. Come quella dei familiari che hanno la sventura di stargli accanto.

Non bisogna confondere l’efficacia di un principio attivo con l’aria fresca. Non si può tollerare l’esternazione di chi afferma che

Grazie alla presenza di fragranze e profumi, in particolare modo quelli emanati dalle conifere (fitoncidi), comunemente noti come “oli essenziali legnosi”, il rischio di problemi psicosociali legati allo stress risulta essere inferiore negli individui che compiono regolarmente tali immersioni nei boschi come parte integrante del loro stile di vita.

perché questi dati vanno opportunamente dimostrati con studi scientifici seri e rigorosi, pubblicati su riviste mediche di provati rigore e fama. Lo so anch’io che respirare l’aria dei boschi fa bene, ma la depressione, l’ansia, lo stress, la rabbia sono ben altro e hanno bisogno di approcci medici adeguati per essere risolutivo. Ne va della salute del paziente depresso e del suo entourage sociale e familiare. Non scherziamo.

Saluti allopatici.

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Per Elisa

Il deputato leghista Flavio Di Muro ha chiesto la parola alla Camera dei Deputati per parlare a titolo personale, proprio mentre si stava per iniziare la discussione sulla ricostruzione dei territori  terremotati del 2016. Non ha parlato delle condizioni delle persone che non hanno più una casa e che vivono in sistemazioni provvisorie e precarie, no, ha chiesto alla sua fidanzata Elisa, dallo scranno di parlamentare, se voleva sposarlo, ostentando un vistoso anello, pegno del suo amore. Elisa, che era presente in tribuna, ha detto “sì” alla richiesta del deputato Di Muro, si sposeranno a Ventimiglia, e va beh, tanti auguri, ma per le dichiarazioni d’amore ci sono tanti luoghi e tante forme, che so, una cenetta romantica, un filmato su WhatsApp, una passeggiata sulla spiaggia. Il Parlamento serve per discutere le leggi, e tutti i parlamentari italiani rispondono al popolo, non solo a coloro che li hanno eletti. Quindi un uso del Parlamento di questo tipo è decisamente fuori luogo e  da censurare, e bene ha fatto il Presidente della Camera Fico a stigmatizzare il comportamento del parlamentare:

“Deputato Di Muro, capisco tutto, però… usare un intervento per questo non mi sembra assolutamente il caso”.

Il filmato dell’intervento (che è stato naturalmente verbalizzato sul resoconto stenografico della seduta) gira su YouTube e ha raggiunto un numero assai ragguardevole di visualizzazioni. Perché se un intervento fatto alla Camera non raggiunge i social poi rischia di non avere un numero sufficiente di follower, e alla fine è questo quello che conta, che la gente ti veda, perché se chiedi alla tua fidanzata di sposarti in privato rischi come minimo che quella ti rimbalzi. Ma, come dice l’onorevole abruzzese Stefania Pezzopane, che è andata a congratularsi con il neonubendo, “L’amore vince su tutto”, e allora applausi (sigh!)

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La telefonata del Senato alla Consulta

 

Ricapitoliamo: nel febbraio 2017 Marco Cappato accompagna Fabiano Antoniani detto Dj Fabo, non vedente, tetraplegico, da Milano a Zurigo, presso la clinica Dignitas, dove si pratica il suicidio assistito, per l’ottenimento della morte volontaria, a seguito dell’insostenibilità della sua condizione. A seguito della morte di Antoniani, al rientro in Italia Cappato si autodenuncia alla stazione dei carabinieri di Milano, per il reato previsto e punito dall’articolo 580 del Codice Penale. La Procura della Repubblica chiede l’archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari dispone l’imputazione coatta. Nel corso del procedimento la stessa procura solleva un’eccezione di costituzionalità dell’articolo 580 c.p. “nella parte in cui ancora prevede la punibilità di coloro che agevolano l’eutanasia di un soggetto, malato terminale, che ha compiuto consapevolmente la scelta di procedere all’eutanasia ma non è materialmente in grado di compierla da solo” (virgolettato da Wikipedia). La Corte Costituzionale, nell’ottobre 2018 ha rinviato al 24 settembre 2019 la decisione sul processo Cappato e ha sollecitato il parlamento italiano a legiferare e porre fine al vulnus che afferisce alla delicata materia. Per quanto riguarda l’accusa di istigazione o aiuto al suicidio, Cappato è stato assolto nel merito. Il 24 settembre si avvicina e si apprende, non senza una punta di infantile stupore, che la presidente del Senato Alberti Casellati avrebbe telefonato informalmente alla Consulta “per chiedere più tempo prima della sentenza” (fonte: M5S via “Il Fatto quotidiano”). L’ufficio stampa della presidenza del Senato riferisce che “la telefonata del Presidente del Senato Elisabetta Casellati al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell’eutanasia, alla vigilia dell’udienza fissata dalla stessa Corte Costituzionale per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo.” In realtà, secondo quanto riferisce il quotidianoIl Manifesto”, in Senato è solo il centro-destra a premere fortemente per avere più tempo per varare in pochi giorni una legge sul fine vita, che non è stata articolata nel giro di un anno. Cappato ha reagito così: «Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall’evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella». C’è un cittadino italiano che rischia da 5 a 12 anni di carcere e che ha diritto al suo giusto processo, alla certezza del diritto e al diritto alla vita. Il suo procedimento, già così delicato, non può essere fermato o rinviato per l’inefficienza delle nostre istituzioni. La Corte Costituzionale si pronunci con serenità e apra la strada a una interpretazione chiara e non equivoca sulla legittimità costituzionale del dettato dell’articolo 580 c.p. E, soprattutto, che nessuno si metta in mezzo.

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Vito Comencini: “Questo Presidente della Repubblica mi fa schifo”

Il deputato leghista Vito Comencini, dall’assemblea dei giovani della Lega a Pontida ha dichiarato, insultando il capo dello Stato, “Posso dirlo? Questo Presidente della Repubblica mi fa schifo! Mi fa schifo chi non tiene in conto del 34% dei cittadini”. Al di là dello sfogo ingiustificato per la perdita di poltrone da parte del suo partito, a colpa ed opera del Capitano Salvini, io mi auguro vivamente e con tutto il cuore che Comencini voglia rinunciare alle sue prerogative da parlamentare per affrontare da semplice cittadino le conseguenze a cui inevitabilmente lo porteranno le sue gravi parole. La parte grottesca di questa ennesima farsa è che da quanto riferisce l’agenzia di stampa AGI, Comencini, 31 anni, sarebbe tuttora “studente di giurisprudenza”. Ma nella striscionistica spicciola della deliziosa kermesse ce n’è stato anche per il presidente del Consiglio: “Conte infame per te solo letame”. In breve, esempi edificanti per la gioventù riunita e tristezza unica per le gravi parole pronunciate da un partlamentare della Repubblica, che viene pagato con i soldi dei cittadini e non certo per dare addosso al Presidente della Repubblica. Dal vostro indignato speciale è tutto, linea allo studio.

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Dipende da Rousseau

Domani, dalle 9 alle 18 (tertium non datur) gli iscritti alla piattaforma Rousseau saranno chiamati ad esprimersi sul programma del nuovo esecutivo (e, si badi bene, solo sul programma, non sulla ripartizione delle poltrone o sull’alleanza con l’ex nemico PD). Se vinceranno i no, da quello che ha dichiarato Stefano Patuanelli a Radio Capital, Conte non dovrebbe far altro che prendere atto dell’amara realtà e fare la valigia sciogliendo la riserva in modo negativo. C’è solo di che chiedersi se la vita della politica italiana debba essere per forza condizionata da una piattaforma informatica di proprietà di un privato e da un numero tutto sommato esiguo di sostenitori del Movimento 5 Stelle quali gli iscritti a Rousseau. Un clic sul no, e hai grandissime chances di mandare a puttane una maggioranza parlamentare. Senza che nessuno ti dica quanti utenti unici hanno votato, quali sono le percentuali di differenza tra chi ha votato su Rousseau e chi ha votato alle politiche (e, magari, anche alle Europee, che hanno visto il tracollo del Movimento, e la sconfitta di Di Maio, che ha dovuto -lui sì- poggiare la testa sulla ghigliottina dell’inossidabile Rousseau. Rousseau è il privato che si sostituisce alle istituzioni, non è il controllo via rete del potere, non è Internet che ci dà la conoscenza, non è il mezzo con cui possiamo metterglielo finalmente in quel posto là a tutti come diceva Beppe Grillo fin dai tempi precedenti al Vaffanculo-Day, Rousseau è esso stesso il potere, è un qualcosa di non ben meglio identificato che determina la strada non solo della politica interna al movimento (che, voglio dire, fin lì sarebbero solo affari loro), ma di un intero governo che ha avuto l’occasione di formarsi prima ancora che davanti ai mouse degli iscritti a Rousseau, davanti al Presidente della Repubblica e, suo tramite, davanti a tutti gli italiani. Quattro smanettoni che decidono non possono sostituire il dibattito interno ai partiti, il confronto parlamentare, la responsabilità di garantire al paese un governo di legislatura che lo porti alla scadenza naturale delle elezioni, e che non sia, pertanto, il governicchio che disbrighi controvoglia e sbadigliando i cosiddetti “affari cortrenti” e ci prepari alla tornata elettorale anticipata tanto cara a Salvini, alla Meloni e a Berlusconi che vincerebbero a mani basse e ci condannerebbero a un imprecisato periodo di politica di destra, con la benedizione del Sacro Cuore Immacolato di Maria. Se tutto questo si verificherà lo dovremo al Movimento 5 Stelle, ormai diventato l’ombra (e forse più neanche quella) dell’entusiasmo dei primi tempi in cui riempiva le piazze e in cui Di Maio, probabilmente, faceva ancora il bibitaro sulla spiaggia o allo stadio (adesso non ricordo bene). E’ una vita difficile. Felicità a momenti e futuro incerto.

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Le bizze di Luigi Di Maio

Luigi Di Maio, non appena Conte è stato nominato Presidente del Consiglio incaricato, ha subito fatto le bizze. Ha visto che per lui la poltrona da Ministro dell’Interno è sfumata, che la nomina a vicepremier invece pure, e che, insomma, non c’è trippa per gatti. Eppure l’accordo col PD lo ha ripreso in extremis dalla caduta vertiginosa verso l’oblio cui sembrava essere predestinato dopo il fallimento del suo inciucio con la Lega. Adesso se n’è uscito nuovamente a dire che “O mi approvate i 10 punti della mia parte politica (che poi sono miracolosamente e inspiegabilmente diventati 20) o salta la cucuzza insieme a tutto il cucuzzaro. Si permette di farlo dopo che ha praticamente dimezzato i voti dalle scorse politiche alle ultime europee, dopo aver avallato tutte le iniziative politiche di Salvini e aver convinto i suoi a salvarlo dalle indagini della Procura siciliana e dalla relativa richiesta di autorizzazione a procedere, adesso si permette il lusso di alzare la voce (che paura!) e di minacciare addirittura quelle elezioni anticipate che inevitabilmente perderebbe. Cioè, non si è dimesso dopo le europee, no, ha chiesto a Rousseau e a una manciata di smanettoni iscritti a una piattaforma privata, proprietà di un privato, se dovesse lasciare oppure no. E’ ovvio che gli hanno risposto tutti di sì. Lui l’ha presa come un plebiscito, ed eccolo qui a mascherare la vera essenza della sua richiesta, che è “O me, o le elezioni”. Certo, ce ne deve volere di prepotenza per arrivare a fare dei ricattucci del genere. E tutti continuano a dire che questo governo non è affatto interessato alle poltrone, no, macché, Di Maio è diventato la succursale di Poltrone&Sofà. E così siamo di nuovo in bilico e il governo di neoinciucio giallorosso sta per esalare l’ultimo respiro prima ancora di presentarsi alle Camere. “Due miserie in un corpo solo” (G. Gaber).

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Verso il Conte-bis

Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
E le consultazioni del Presidente della Repubblica cominciano domani alle 16. E non c’è più tempo. Il nome di Conte è il primo passo verso l’inciucio giallorosso. Zitti e subire.

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Proviamo anche con Dio, non si sa mai

C’è una cosa che non sopporto (una sola?) ed è quando la gente dice che un governo (come è accaduto con Monti, con Renzi e con Gentiloni) non è espressione del voto popolare e quindi sarebbe, per certi versi, illegale o quanto meno illegittimo. E’ una posizione da ignoranti, da persone incolte, da gente che non sa che le regole sono altre, che i governi non sono eletti dal popolo che, casomai, elegge il Parlamento, che il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica, il quale nomina anche i ministri su sua proposta, che in Parlamento si formano delle maggioranze anche diverse da quelle che hanno sostenuto un governo eventualmente dimissionario, e che se in Parlamento c’è una maggioranza diversa da quella che è uscita fuori dalle urne ed è disposta a sostenere un esecutivo, quell’esecutivo è legittimato ad operare finché la sua maggioranza lo mantiene in piedi. A votare ci si va, normalmente, una volta ogni cinque anni. E che il Parlamento si sbrighi da solo le beghe e le grane di maggioranze, opposizioni e balle varie. Questo tanto per dire che l’inciucio giallorosso tra PD e M5S, se mai si farà, con questa fecondazione in vitro che dovrebbe dare vita a un embrione governativo la cui gravidanza appare sempre più incerta, è legittimo, anche se oggettivamente schifoso, come schifoso era il patto scellerato tra pentastellati e leghisti. Hanno litigato e se ne sono dette di santa ragione per anni, adesso basta, che si mettano in una stanza, o in una pizzeria, o davanti a un aperitivo, o dove loro credono maledettamente meglio, stilino un accordo, se ci arrivano, e salvino la legislatura dallo scioglimento anticipato delle camere e dal salvinismo spicciolo, da tutto questo ciucciamento di crocifissi, di cuori immacolati di Maria a cui affidare il popolo italiano, di vangeli ostentati, di citazioni di San Giovanni Paolo II, di disgraziati lasciati a marcire al largo delle coste di Lampedusa. Non è che la logica del “Proviamo anche con Dio, non si sa mai” funziona a tutti i costi. Anzi, in genere non funziona mai. Lasciando l’Italia nella soluzione perenne del male minore (il futuro governicchio giallorosso sarebbe comunque meglio di un ritorno della Lega al governo o delle elezioni anticipate che Salvini stravincerebbe a mani basse), che non si sa perché bisogna sempre scegliere il male minore, il bene non si può mai scegliere, il bene, quello del paese, è solo nelle mani di Dio e della Madonnina. Proviamoci anche con loro. Hai visto mai?

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Io sostenevo Marta Cartabia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

Il premier? Io faccio il tifo per Marta Cartabia.
E’ bravissima, è intelligente, di formazione intellettuale rigorosa, ha grosse possibilità di diventare Presidente della Consulta, e sarebbe il primo presidente del consiglio donna di tutta la storia repubblicana. E’ ben vista anche dal Vaticano. E’ cattolica? Ha fatto parte di Comunione e Liberazione? E va beh, non è detto che sia necessariamente un male. Ha una visione estremamente garantista e rispettosa del dettato costituzionale, ha una statura intellettuale di tutto rispetto, sicuramente saprebbe tenere a bada le intemperanze dei due partiti ex rivali che dovranno portare la legislatura alla fine della sua naturale scadenza.

Insomma, è brava, intelligente, colta, occupa un ruolo di rilievo nelle istituzioni, gode della stima di ampi settori della società, ma soprattutto è donna. E volete che la facciano Presidente del Consiglio??

Aggiornamento delle ore 12:30 – E’ di queste ultime ore la notizia che Marta Cartabia ha comunicato la sua indisponibilità ad essere investita della carica di Primo Ministro. Peccato. Peccato davvero.

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Giuseppe Conte: too little too late

Giuseppe Conte ha svolto un’ esemplare comunicazione al Parlamento. Conte non ha soltanto criticato il suo vice e traditore Salvini, lo ha annientato, annichilito, massacrato, crocefisso mentre lui (Salvini) baciava il rosario. E a nulla gli è servito raccomandare se stesso e la nazione italiana al sacro cuore di Maria, Conte ha avuto la meglio nonostante le polemiche della sua Lega e le vivissime acclamazioni anche da parte dell’opposizione. Non nego che anch’io mentre guardavo la diretta dal Senato ho pensato con soddisfazione “Adesso lo finisce!” Conte è certamente un gentiluomo e merita l’onore delle armi. Poi però basta. Conte è stato il capo del governo che faceva riferimento a un patto scellerato tra gli inqualificabili 5Stelle e gli intolleranti xenofobi della Lega. Durante il suo governo è stato approvato il decreto sicurezza bis con un voto di fiducia, fiducia venuta meno dopo pochissimi giorni da uno dei due partiti della coalizione fino ad arrivare alla sfiducia ritirata in zona Cesarini prima delle inevitabili dimissioni di Conte al Senato. Ha avuto coraggio, Conte. È stato elegante e galantuomo, rispettoso delle istituzioni repubblicane e democratiche, cosa che è il MINIMO che ci si possa e che ci si debba aspettare da un rappresentante politico. Adesso però se ne vada a casa. Lui è il suo governo fallimentare. Lui è la sua politica di limitazione dell’aumento dell’immigrazione clandestina che ha prodotto danni e solo danni. Vada a casa col suo governo sovranista, vada a casa perché è l’unico modo di salvare la faccia davanti agli scandali di OpenArms e di tutto quello che verrà, prima che la Corte Costituzionale ci metta una mano per un gesto di pietà. Vada a casa, professor Conte.
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L’anima nobile di Ivan Scalfarotto

Ivan Scalfarotto, PD, ha fatto un gesto nobile, democratico e pieno di senso della giustizia.

E’ andato a Regina Coeli e, siccome lì è detenuto l’assassino del carabiniere ucciso, già fotografato bendato e con le manette ai polsi e le mani dietro la schiena, ha voluto vedere se le cose in Italia funzionano ancora con la logica segnata dall’insegnamento di Cesare Beccaria oppure no.

Lo può fare. E’ un parlamentare della Repubblica e rientra tra le sue personali prerogative. C’era, all’indomani di questo gesto, come minimo da aspettarsi che la maggioranza di governo, parte avversa al PD, facesse sentire la propria voce in segno di schifo. Che so, un bel Salvini grondante hate speech in prima serata sui TG, lontano da quel cacchio di Twitter, il Movimento 5 Stelle che sveste i suoi supposti panni garantisti e continua a tintinnare le manette ad ogni frusciar di avvisi di garanzia. O certa destra giustizialista e colpevolista a prescindere. Nulla di tutto questo. Le critiche ci sono state, sì, ma sono venute precisamente dallo stesso PD. “Quella di Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare. Ma ripeto, è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd”. Questo è Nicola Zingaretti. Mentre Emanuele Fiano ribatte che “Ci sono momenti in cui il pensiero di dissociarsi dal comportamento di un amico, un compagno di battaglie sui diritti, e sulla difesa della democrazia nel nostro Paese, può spingere a stare in silenzio”.

Non c’è differenza tra un discorso di destra e un discorso del PD, soprattutto quando si tratta di parlare di stato di diritto e di svolgere un potere/dovere costituzionalmente inteso. E’ sempre il solito grigiore con qualche sfumatura color cenere di una politica trita e ritrita. Nessun esponente del PD ha scritto una cosa del tipo “E bravo Scalfarotto, così, si fa! Ci si addolora e ci si costerna per la morte di un servitore dello stato, ma se quello stato deve essere servito, almeno che sia davvero uno stato di diritto fino in fondo. Sì, hai fatto bene ad andare a controllare come funzionano le cose in una delle carceri italiane più grandi, e se c’è bisogno di una mano mi trovi qui”. Nulla, lo hanno lasciato solo a dire delle cose che dovrebbero essere date per assodate in qualsiasi contesto civile. Tipo “Non è che se lo Stato diventa meno democratico, diventiamo più solidali con le vittime dei reati, se passa questa logica è finita”.

Ma certo, ha ragione da vendere. Solo che il PD è ancora in LEGGERA controtendenza.

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Licenza di uccidere

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

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