Roberta Metsola succede a David Sassoli alla Presidenza del Parlamento Europeo

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A far seguito alla figura chiara e specchiata di David Sassoli alla Presidenza del Parlamento Europeo, i deputati hanno chiamato la maltese Roberta Metsola.

Fin qui nulla di strano, è il risultato di un processo democratico.

Qualcuno esulta perché è una donna, la prima dopo 20 anni e dopo Simone Veil a salire sullo scranno di Strasburgo. Il paragone certamente un po’ disorienta. La Metsola è considerata persona dall’atteggiamento un po’ “tiepido” nei confronti dell’aborto. Il che non è esattamente cosa di poco conto.

Si parla della sua elezione come di una “conquista”. Non si sa bene però da parte di chi. Forse gli stessi che vorrebbero una donna al Quirinale, senza però indicare nomi. Ma non importa, le persone si giudicano dalle loro opere e dalle loro dichiarazioni.

Le prime dichiarazioni della neo-presidente, secondo quanto testualmente riportato dall’Agenzia ANSA, sono state:

“Le mie posizioni sull’aborto saranno quelle del Parlamento europeo che ora rappresento. Le promuoverò all’interno e all’esterno di questa Camera”

Una posizione programmatica che dice molte cose. Io pensavo che un Presidente, una volta eletto, avesse il dovere dell’imparzialità, del rappresentare chiunque, anche e soprattutto le minoranze, che, in quanto tali, sono più deboli e meno rappresentate. E che sul tema dell’aborto potrebbero pensarla (si veda il caso) diversamente.

L’elezione della neo-Presidente è stata compiuta anche e soprattutto con l’apporto determinante della componente socialista del Parlamento Europeo.

I tempi cambiano.

Tampone e lenticchie

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Il discorso di fine anno e di fine mandato del Presidente della Repubblica non ha avuto né pregi né difetti. E’ stato un discorso neutro, più che neutrale, non vincolto da particolari eccessi sopra le righe, né condizionato da toni verso il basso.

Ha rappresentato, come era legittimo e doveroso aspettarsi, una ferma e netta difesa delle istituzioni, prima tra tutte quella dello stesso ruolo del Capo dello Stato. Una difesa a 360° che non h tenuto conto della crasi sociale e della spaccatura istituzionale che si è ormai venuta a creare tra la gente e chi, direttamente o indirettamente, la rappresenta.

Perché, poi, quando la gente perde la fiducia nei poteri fondamentali della nazione, è difficile sanare quella spaccatura a forma di voragine che si viene a creare tra chi il potere lo attribuisce e chi lo esercita.

Il governo-minestrone di Draghi sta prendendo le redini dei cavalli che guidano il carro e comanda indiscusso a suon di decreti, depauperando il Parlamento della sua funzione principale, o rendendolo addirittura esecutore di meri atti materiali di ratifica o poco più. Lo dico e lo ripeto da due anni: una pandemia come quella che stiamo vivendo non giustifica la rinuncia e l’abdicazione allo stato di diritto. Mai.

Ed è così che, da un giorno all’altro, chi è stato a contatto con un positivo, se fino a ieri doveva mettersi in quarantena, fiduciaria o obbligatoria che sia, da domani non deve farlo più. Se una mascherina era uno strumento di prevenzione o, al massimo, una buona abitudine fino all’altro giorno, da domani sarà semplicemente un coadiuvante per la vita sociale e basterà, ex se, a fare in modo che chi si è potenzialmente contagiato non contagi anche gli altri.

Circoleremo come tanto zombie, consci intimamente del nostro misfatto di aver avuto a che fare con dei positivi, conspevoli (ma anche no) della nostra funzione di potenziali untori di manzoniana memoria.

Intanto sulla scuola si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di lasciare in DaD gli alunni non vaccinati. La cosa è solo allo stato embrionale, vedremo, se con il passare del tempo, sarà partoria da questa genìa di politici, o si risolverà, tout-court in un aborto istituzionale. Però intanto ciò che è grave è che ci stanno pensando. Ma come, la DaD che costituisce il peggiore incubo del nostro Ministro dell’Istruzione, quella che era da evitare come la peste bubbonica perché se no i ragazzi crescevano frustrati e socialmente isolati, verrebbe affibbiata a chi non si vaccina? Ma non è mica un obbligo! E come posso io, Stato, emarginare o dequalificare un soggetto, specie se minore, in obbligo scolastico, o, comunque, col diritto sacrosanto all’istruzione, solo perché i suoi genitori (non certo lui, che, lo ripeto, è minorenne) hanno scelto di non vaccinarlo. Come faccio a dirgli “no, tu non sei obbligato a vaccinarti, ma se non ti vaccini ti metto dietro un computer e i tuoi compagni li rivedi col cannocchiale?” Perché stiamo parlando di bambini, non dimentichiamocelo.

E a proposito di scuola, il Presidente della Repubblica ha fatto un gentile e sentito richiamo alle parole del Professor Pietro Carmina, morto nel disastro di Ravanusa. E’ così, siamo arrivati a questo. A citare le frasi e il pensiero degli altri. Il discorso del Quirinale rappresenta la fotografia più nitida e vivida, ancorché impietosa, del degrado politico, morale, culturale e civile dell’Italia pandemica.

Siamo un popolo a cui manca la cultura. Per questo andiamo a cercarla da chi ce l’ha.

Nelle scorse ore Tomaso Montanari, che, se non erro (e non erro) è rettore di una Università italiana, ha ravvisato un particolare che a molti era sfuggito. Durante la ripresa del discorso presidenziale si intravedevano delle palme dai giardini del Quirinale, attraverso le finestre dello studio di Mattarella. Montanari ha parlato di “repubblica delle banane” scatenando un vespaio. Il capo della comunicazione del Quirinale Giovanni Grasso si scomoda per fargli addirittura notare che le palme non fanno le banane, ma i datteri. Cavoli, sono questioni di fondamentale importanza, queste, non ci si può mica passare un briscolino sopra! Bisogna smuovere il capo del servizio di comunicazione della Presidenza della Repubblica per sottolineare che dàtteri battono banane uno a zero. Questo significa che se una persona di altissimo profilo istituzionale si dedica a controbattere a delle opinioni (condivisibili o non condivisibili) di un intellettuale sui social network siamo veramente giunti alla fine dello Stato di diritto e del diritto allo Stato.

Il mandato di Matterella scadrà ufficialmente il 3 febbraio prossimo. Ma tranquilli, Berlusconi si è già candidato a succedergli.

Comunicazione urgente del Partito Radicale

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La vita del Partito Radicale, la vita delle nostre idee, lotte e proposte, è la vita di un essere vivente che vive … finché c’è vita. Il nostro soffio vitale è quello che proviene da ciascuno di coloro che hanno la fortuna di sapere che il Partito Radicale vive attraverso le lotte per la libertà, la transizione verso lo Stato di Diritto democratico federalista laico e il nuovo diritto umano alla conoscenza.

Qualcuno ha equivocato, in buona o cattiva fede, la campagna degli anni 2017/8 credendo, o facendo credere, che quella campagna straordinaria di iscrizioni avesse assicurato al Partito la vita eterna.

Il Partito Radicale vive unicamente del sostegno dei propri iscritti.

Abbiamo appena raggiunto il numero di iscritti dello scorso anno: 1.329.

Che, se confrontato con gli anni precedenti, è un ottimo risultato; se paragonato alle necessità per portare avanti le nostre iniziative politiche è una inezia. Nonostante tutte le prudenze chiudiamo quest’anno con un disavanzo di poco più di 80mila euro dovremo quindi sin da subito raccogliere quante più iscrizioni e contributi altrimenti a breve ci troveremo in condizioni difficilissime.

Un disavanzo che pesa su quello che ci aspetta nel 2022, dalla campagna per i referendum di Marco Pannella ed Enzo Tortora sulla giustizia giusta che si terranno in primavera, alle 10 proposte di legge di iniziativa popolare sulle quali stiamo lavorando, all’iniziativa per una legge elettorale uninominale maggioritaria ad un turno. Per non dire del rilancio della campagna per il nostro diritto ad essere conosciuti e per il diritto dei cittadini a conoscere per decidere. Un rilancio che oggi trae forza dalla straordinaria sentenza definitiva della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che ha condannato l’Italia perché la Lista Marco Pannella è stata “esclusa dal dibattito politico (RAI)”, abbandonata “dall’autorità di controllo (AgCom) senza motivazioni”; vittima delle “misure insufficienti delle autorità interne (giustizia) per riequilibrare la situazione”.

È chiaro, logico, scontato che più saremo più potremo condurre con efficacia queste lotte.

Lotte che o le fa il Partito Radicale o non farà nessun’altro. Nei decenni passati da soli abbiamo seminato sui fronti dei diritti civili, politici, sociali, economici e da allora sono sorte realtà che ci consentono di occuparci di quello che, ancora oggi, siamo i soli ad avere come priorità: la riforma radicale della giustizia, la più grave e grande questione sociale del nostro paese; la riforma del sistema informativo, la riforma istituzionale.

Potremo fare molto, ma molto di più se ciascuno di noi oltre ad iscriversi si farà parte attiva di questa attività che è tanto politica da incidere direttamente sulla riuscita o meno delle iniziative.

Proviamo a pensare cosa avremmo potuto fare se fossimo stati in qualche migliaio, visto che i pochi che siamo abbiamo costruito una interlocuzione politica che sul fronte della giustizia porterà i cittadini a votare in primavera sui nostri referendum sulla giustizia, e sul fronte della riforma elettorale consentirà per la prima volta di depositare la nostra proposta per la riforma in senso uninominale maggioritario a turno unico

Abbiamo, tutti insieme, un potenziale enorme e quel potenziale risiede in quel che ciascuno di noi potrà, vorrà dare.

Grazie e tanti auguri,

Maurizio Turco e Irene Testa

Tutti al mare!

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Particolare da foto di repubblica.it

L’Afghanistan, territorio di bassissimo o nullo interesse strategico-militare ma di estremo interesse umanitario, sta andando a carte 48. La gente muore attaccata alla carlinga o addirittura alle ruote di un aereo, precipitando nel vuoto, e sono immagini sotto gli occhi di tutti, terribili. Vite in caduta libera, le donne sono bottino di guerra (e in Italia vengono usate come lampadari viventi!) e chissà cos’altro.

Nel frattempo il nostro Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, va al mare con Emiliano e Boccia.

Ora, non è che siamo qui a criticare il sacrosanto diritto di un individuo a trascorrere dei giorni, se non addirittura alcune ore, di altrettanto sacrosanta vacanza. Qui si sta parlando del DOVERE di un uomo delle istituzioni di accudire al suo ministero, vista l’eccezionale gravità della situazione in quel martoriato paese, e di riferire, sempre per il suo profilo istituzionale, al Parlamento su una situazione gravissima e in continua evoluzione.

Ancora una volta c’è chi batte i denti, chi prende il ritmo e ci balla sopra. Spiacevole. Ma gli conviene?

La Dirigente scolastica Alessandra Rucci multata per 500 euro e trasferita ad altra destinazione

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La professoressa Alessandra Rucci, Dirigente Scolastico dell’Istituto di istruzione superiore Savoia Benincasa di Ancona, fondatrice del movimento di Avanguardie Educative, ha ricevuto un numero di richieste di iscriioni per il suo istituto superiore agli spazi a disposizione. Da brava esperta del mestiere (sono 12 anni che conosce quella scuola e vi esercita) ha accettato le richieste, sì, ma con riserva, impegnandosi a chiedere alla Provincia delucidazioni sul dove sistemare le nuove classi del prossimo anno scolastico. Insomma, ha fatto solo il proprio dovere.

Alessandra Rucci è stata sanzionata con 500 euro di multa per “condotta negli ambienti di lavoro e nei rapporti con gli organi di vertice, non conforme ai principi di correttezza”. Naturalmente la Dirigente ha avviato tutto l’iter formale per l’annullamento della sanzione, appoggiata anche dai sindacati e dalle famiglie, che in centinaia hanno firmato la solidarietà al capo d’istituto.

Avrebbe non “fornito tempestivamente avviso all’ufficio scolastico regionale della carenza di aule”, “rappresentato una situazione più grave di quella poi accertata e risolta”, descrivendo “in una lettera indirizzata alle famiglie degli alunni iscritti una situazione logistica di particolare gravità”, e avere in dichiarazioni ad organi di stampa, rappresentato la medesima situazione di carenza di spazi, motivando la necessità di disporre di ulteriori locali con la necessità di distanziamento sociale imposto dalla pandemia”. Il tutto usando “toni inutilmente allarmistici descrivendo in modo precipitoso una situazione la cui gravità era esagerata”.

Ma non è tutto. La Dirigente è stata oggetto di un cambio di destinazione, un trasferimento ad altra sede, apparentemente non direttamente connesso alla sanzione pecuniaria comminatale, e anche se è stata trovata la sistemazione logistica per un centinaio di alunni in esubero, la Dirigente dovrà lasciare comunque la sua attuale sede di servizio.

L’USR delle Marche è diretto e presieduto da Marco Ugo Filisetti, lo stesso che il 25 aprile, in un messaggio scritto agli alunni della sua regione, aveva equiparato i morti della Repubblica Sociale con quelli delle Brigate Partigiane, asserendo che i morti per la libertà sono tutti uguali e tutti hanno dato lo stesso contributo di sangue perché le giovani generazioni si ritrovino sotto la protezione dei dettati costituzionali. Ma aveva fatto di più. Per il 4 novembre aveva scritto una analoga lettera agli studenti dai contenuti quanto meno discutibili, e che vi riporto in epigrafe. Cominciò la sua carriera politica come sindaco di Gorle, nella bergamasca, è stato missino e successivamente leghista, nel 2014 fu indagato per abuso di ufficio per essere assolto nel 2016 (il Pubblico Ministero aveva richiesto una pena di 16 mesi di reclusione). Il suo curriculum gli ha permesso di entrare come responsabile generale per i contratti degli acquisti e del sistema informativo del Miur. Da qui la nomina a direttore dell’USR.

A proposito delle polemiche scaturite subito dopo la pubblicazione della lettera del 4/11/2020, ebbe a controbattere: “Questo Paese ha ben altro da pensare in questo momento che non andare a fare la filologia sulle parole, invece di cercare di capire il significato delle stesse”. C’è solo da dire che la filologia è una scelta politica, e che io l’ho abbracciata pienamente, che le parole pesano e sono legate in modo inscindibile al nostro passato. Non bisogna sottovalutarle.

La linguistica e la questione israelo-palestinese

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La questione israelo-palestinese è e rimane soprattutto un tema linguistico. E quando si parla di linguistica, esce fuori il filologo linguistico-computazionale che è in me. Sono un linguista. Non ritengo alieno da que QUALSIASI argomento che riguardi questa materia. Dalla psicolinguistica alla linguistica generativo-trasformazionale, passando per la linguistica storica e per la geografia linguistica.

E quando il nome di uno stato sovrano assume un’aggettivazione, mi salta la mosca al naso. Perché definire Israele uno “stato ebraico”, significa dare una connotazione religiosa a un qualcosa che non dovrebbe averla. Non che sia indice di una teocrazia, beninteso, ma del fatto che si agisce in nome e per conto di un principio religioso aprioristico, per cui tutto quello che si fa è frutto di una legge che deve ricondurre quello stato prima di tutto a un Dio, e poi agli uomini.

E se si deve agire in nome di un Dio, qualunque esso sia, prima o poi si comincia a sparare e ad ammazzare. Ce lo insegna la storia, dalle crociate alla cacciata dei mori da Granada, passando per una serie interminabile di circostanze ed eventi. E così, in nome di un Dio, o sotto la sua ispirazione, prima o poi la gente spara. Sono cazzi, sapete? Se è vero come è vero che durante un attacco israeliano a un campo profughi, sono state uccise 10 persone di cui 8 bambini e 2 donne. Cioè, voglio dire, in nome di un Dio ammazzano i bambini, le donne inermi, chi non c’entra niente, la popolazione civile che soffre in maniera impietosa e indicibile di un ritorno alla logica della guerra che non giova a nessuno. Non solo. Un raid israeliano ha distrutto il palazzo dei media a Gaza. Con chi se la prendono questi signori? Ma con l’informazione, perbacco. L’edificio ospitava, tra l’altro, le sedi di Al Jazeera e della Associated Press. E hanno avvertito tutti che il palazzo sarebbe stato bombardato entro un’ora. Un’ora. In un’ora un guiornalista non ha nemmeno il tempo di chiudere il suo computer, portarsi via i file più importanti, mettersi un paio di ciabatte, radunare i suoi effetti personali e scendere in strada.

Commenta al Jazeera: “ciò che Israele ha fatto è un atto barbaro che prende di mira la sicurezza dei nostri giornalisti e impedisce loro di rivelare la verità”. Il preavviso concesso è stato “molto breve. Condanniamo la distruzione da parte di Israele del nostro ufficio a Gaza e chiediamo alla comunità internazionale di proteggere i giornalisti. E’ chiaro che chi ha intrapreso questa guerra non solo vuole diffondere frustrazione e morte a Gaza ma anche silenziare i media che stanno testimoniando la verità”.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno. Dal loro uso dipende il destino dell’intero genere umano. Compreso quello di Letta, Salvini e Di Maio, che Israele la appoggiano apertamente, nel silenzio-assenso assordante di una sinistra che non esiste più.

Non c’è più Speranza! Quelli che hanno firmato “Io sto con Roberto”

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Si chiamano, tra gli altri, Corrado Augias, Stefano Bonaga, Gianrico Carofiglio, Luciana Castellina, Gian Carlo Caselli (il caro, stimato, e “amico” del più autentico fare scuola Gian Carlo Caselli…). Hanno il nome di Don Luigi Ciotti, Maddalena Crippa, Maurizio de Giovanni (sì, proprio quello del commissario Ricciardi e dei bastardi di Pizzofalcone), Sabrina Ferilli, Eugenio Finardi, Pietro Folena, Massimo Ghini, Beppe Giulietti, FRANCESCO GUCCINI (ma ci rendiamo conto? Guccini!! Guccini che potrebbe essere il mio padre spirituale, il mio mentore indiscusso… va be’, sic transit gloria mundi), Monica Guerritore, Gabriele Lavia, Gad Lerner, Neri Marcoré, Michele Mirabella (ingravescentem aetatem), Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Gabriele Salvatores, Andrea Scanzi, Antonio Scurati (ho perfino un suo libro autografato, pensate un po’), Marco Travaglio, Dario Vergassola e qui mi fermo.

Assieme a tanti altri hanno tutti firmato un documento in cui dichiarano “Noi stiamo con Roberto”. “Roberto” è il Ministro della Salute Roberto Speranza (lo chiamano per nome, come se inzuppassero la brioche nel cappuccino tutti i giorni insieme, che sarebbe “da giorni nel mirino di un attaco politico e personale ignobile. Insulti, minacce, accuse intollerabili”. Esprimono quindi al Ministro “sosteno umano e politico” e “solidarietà”, dandosi evidentemente la zappa sui piedi all’unisono. Se, da un lato, Speranza, nel suo imbarazzante, e per fortuna mai uscito libro “Perché guariremo”, auspicava una rinnovata “egemonia culturale della sinistra”, dall’altra questa intellighenzia di sinistra un po’ di maniera gli ha infranto il sogno. Non può esistere una egemonia culturale da parte di nessuno, essendo la cultura un bene apartitico, disponibile per chiunque e a cui chiunque ha diritto di accedere. Chiunque voglia mettere alla cultura un sigillo di appartenenza politica dovrebbe dimettersi immediatamente dalle cariche pubbliche che gli sono state affidate. Non perché non abbia capito nulla della politica, ma perché non ha capito nulla della cultura.

Ma ci sono anche i pubblici ministeri della Procura della Repubblica di Bergamo ad indagare in ambienti molto vicino al Ministero della Salute. Il direttore aggiunto dell’OMS Ranieri Guerra è stato indagato con l’accusa di aver reso false dichiarazioni ai pm, sia sul rapporto dell’Oms relativo alla gestione italiana della pandemia che sul piano pandemico.

Ci sono poi le questioni della mancata chiusura dell’Ospedale di Alzano Lombardo e dell’istituzione della zona rossa. Non sono sassolini da poco, neanche per Speranza. Che mi risulta essere stato sentito a suo tempo dagli stessi pubblici ministeri dell’inchiesta, assieme al direttore dell’Iss Silvio Brusaferro, l’ex ministro Beatrice Lorenzin, e all’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

La titolare delle indagini, la Dott.ssa Rota parla di “reticenze” da parte dei vertici dirigenziali del dicastero guidato da Roberto Speranza. Non sono escluse nè confermate eventuali ulteriori iscrizioni sul registro degli indagati.

E di fronte a questi FATTI, c’è ancora chi ci gioca la firma, l’immagine e la faccia per difendere l’indifendibile. Io sono senza parole. O, forse, le ho. Ma è meglio che non le dica.

Io non sono solidale con Giorgia Meloni (variazioni su un tema di Selvaggia Lucarelli)

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Prendo spunto, per il prosieguo del mio discorrere, ancora da un tweet del “giornalista praticante” David Puente che afferma in maniera anche abbastanza categorica che la solidarietà a Giorgia Meloni per gli insulti ricevuti dal Professor Gozzini, nei confronti del quale è partito l’iter disciplinare, sia “il minimo”, una sorta di atto dovuto a prescindere, un gesto trasversale e democratico che deve coinvolgere tutte le persone sensibili al dialogo sessista (dialogo?) e che debba riguardare tutte le vittime, a prescindere dal loro colore politico di appartenenza.

Ebbene, dopo averci pensato un bel po’ e “a contratiempo, acaso”, come dice il Sommo Poeta, io ho deciso, per quel che vale (e vale assai poco), di ritirarmi dal coro unanime, anche istituzionale, della “solidarietà a prescindere” e di non dare la mia solidarietà a Giorgia Meloni per quello che le è accaduto.

Non voglio dire, e non dico, che il Professor Gozzini abbia fatto bene a profferire quelle parole in sé odiose e stigmatizzabili (la Meloni potrà agilmente perseguirle in sede giudiziaria, con ottime possibilità di ottenere una vittoria a mani basse). Semplicemente ritengo che il mio interlocutore, il mio pari, il mio simile, il mio compagno (nell’accezione meramente toscana di “uguale”), sia colui o colei che ha fatto del suo credo politico una radice indelebile e ben piantata nell’antifascismo. E’ per questo che non posso tollerare chi afferma “ho un rapporto sereno con il fascismo”, perché il fascismo non è un’opinione, è un crimine, e non può esserci nessun rapporto sereno con un’ideologia e un regime sanguinari fino al midollo. O vogliamo dimenticarci (o, peggio, non considerare nemmeno) delle leggi razziali e del bagno di sangue che rappresentò l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale?

Non posso e non voglio dichiarare la mia solidarietà umana e di genere (e il genere è quello umano) per chi si è dichiarata pronta “alle barricate” sullo ius soli, per chi ha denigrato l’esperienza di migliaia di poveracci pronti ad attraversare il Mediterraneo in imbarcazioni di fortuna, per chi dichiara che i genitori sono “padre e madre” ignorando, o, ancor peggio, non sapendo proprio per niente, che le dinamiche familiari sono estremamente variegate e multiformi, ma che, soprattutto, hanno bisogno di un minimo di delicatezza e di rispetto. Non può, a questo punto, Giorgia Meloni, pretendere per sé quella solidarietà che non riserva alle categorie fragili, come la comunità LGBT. Non è umanamente possibile solidarizzare con chi dichiara “frasi gravi” quelle pronunciate da un consigliere comunale di Fratelli d’Italia (“Lesbiche e gay ammazzateli tutti”) ma che precisa di non voler e non dover prendere alcuna lezione dal PD, perché, nonostante il PD sia una formazione politica a cui mi vanto di non appartenere, a maggior ragione non me la sento di prendere lezioni da Giorgia Meloni.

Non è possibile, infine, solidarizzare con chi annuncia di voler presentare una interrogazione parlamentare SOLO perché YouTube ha sospeso i proventi pubblicitari e gli abbonamenti al canale di @byoblu, testata giornalistica nota per diffondere contenuti alquanto discutibili. Che problema c’è? Hanno sottoscritto un contratto con un privato (YouTube, appunto), il privato non approva i contenuti dei loro filmati e prende dei provvedimenti. Sono sulla LORO piattaforma, e sulle sue risorse YouTube ospita chi vuole e dà limitazioni a chi pare a lui. Se proprio ci tengono tanto a diffondere le loro verità e il loro punto di vista, si prendano un sito web e le diffondano per conto loro. Oppure si affidino ad altre piattaforme (Vimeo esiste), ma francamente un’interrogazione parlamentare addirittura appare come minimo fuori luogo.

E come dimenticare che, mentre l’aula del Senato tributava un saluto caloroso in piedi a Liliana Segre, il gruppo di Fratelli d’Italia restava seduto sui propri scranni?

Ognuno la pensi come vuole, ma la solidarietà è un abbraccio pieno e incondizionato che, in questo caso, non me la sento proprio di dare.

Salvate il soldato Cartabia!

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Marta Cartabia, l’ho detto già più volte qui e altrove, è una ottima personalità giuridica. Doveva fare il Presidente del Consiglio, non il Guardasigilli. Forse non ci saremmo ritrovati a questa desolazione che pervade noi tutti animi sensibili. Chi ha l’anima di pietra o, peggio, le mutande di ghisa non sa quale valore aggiunto possa dare una donna del calibro della Cartabia, già Presidente della Corte Costituzionale, a un governicchio-fotocopia di persone riciclate della vecchia o più recente (questo non importa) politica.

Ed è l’unica che si salvi e che deve essere legittimamente salvata. Non ce ne sono altri. Io non so cosa potrà pensare dentro di sé questa donna quando siederà al Consiglio dei Ministri. E se la mia stima è ben riposta (e non ho alcun dubbio che lo sia), mi viene da pensare che la Professoressa Cartabia sia l’unica ad aver accettato per puro spirito di servizio al paese. Farà cose molto buone ed importanti per la giustizia. Ammesso che gliele lascino fare.

Egli è che abbiamo completamente perduto la memoria storica. Non ci ricordiamo che Brunetta (a proposito di profilo “altissimo”) fu l’artefice di una crociata (legittima) contro l’abuso dell’istituto della malattia nella Pubblica Amministrazione, tassando TUTTI i dipendenti pubblici di 7 euro al giorno per i primi 10 giorni di malattia, colpendo qua e là e includendo nel calderone anche coloro per i quali (e ce ne sono!) 70 euro possono fare la differenza in fondo al mese e che non hanno mai fatto un giorno di sciopero perché magari a casa avevano moglie e figli da sfamare con un solo stipendio.
Non ci ricordiamo della riforma della scuola della Gelmini, che decurtò le ore di lezione, giustificandosi col fatto che una scuola in cui si studia per meno tempo è senz’altro una scuola più efficace (sì, ma dove??). Ne fecero da cavie di laboratorio, tra l’altro, le lingue straniere e il loro insegnamento, che avevano 5 ore alla settimana in tutte le scuole superiori del Regno. Le ridussero a tre, e voglio vedere come fanno gli insegnanti di inglese, francese, tedesco, spagnolo, a insegnare grammatica, lessico e cività in tre ore alla settimana, quando gli accordi della convenzione di Lisbona prevedono che ogni cittadino italiano debba conoscere almeno DUE lingue straniere, oltre alla sua propria nativa.
Non ci ricordiamo dei trascorsi soubrettistici di Mara Carfagna, passata dallo spettacolo velinistico in prima serata di “Striscia la Notizia”, prima al Ministero delle Pari Opportunità, dove si rese conto che i gay esistevano e potevano anche dare un buon contributo alla vita politica e sociale del Paese (ma va’?) e oggi al Ministero per il Meridione.
Ma non ci ricordiamo nemmeno di Di Maio, che tutti davano per inesperto eppure è a capo di un Ministero come quello della Farnesina e lo era ancora fino all’altroieri. Idem dicasi per la Lamorgese, che riveste il ruolo di continuatrice di se stessa al Ministero dell’Interno.
E Bianchi alla Pubblica Istruzione? Fu nominato dal Ministro Azzolina (sì, quella che c’era sempre fino all’altroieri, e che attualmente ricopre -ancora per poco- il ruolo di facente-funzioni nel “disbrigo degli affari correnti”) capo di una task force per studiare il rientro in presenza a tutti i costi nelle scuole italiane, in piena pandemia Covid.

Il M5S che diceva “mai col PD!”. La Gelmini che tuonava dai banchi dell’opposizione contro il Governo Conte e ora si ritrova a sedere a fianco di alcuni esponenti di quello stesso governo, scampati dal diluvio universale di Renzi, con cui dovrà votare INSIEME, nello stesso parlamento che fino all’altro giorno li vedeva divisi e opposti.

Ma ora anche basta! E’ appena nato il peggior governo della storia della Repubblica. Ma salvate il soldato Cartabia!

I conti non tornano. Conte tornerà

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L’interesse politico di due indagati (Matteo Renzi e Mariaelena Boschi) per finanziamento illecito ai partiti ha prevalso sulla ragion di stato, e Renzi ha ritirato due ministre e un sottosegretario dall’esecutivo dando luce così alla crisi di governo più delicata della storia della Repubblica.

Intendiamoci, i governi sono sempre crollati, ma la situazione sanitaria è tale che una crisi di governo appere/apparrebbe quanto meno inopportuna.

E intendiamoci ancora, se non ci fosse stato Renzi a dare la spallata, con una mossa che nella notazione scacchistica sarebbe stata contrassegnata da minimo due punti interrogativi, questo governo avrebbe dovuto andarsene ugualmente. Per l’inadeguatezza e l’incertezza delle scelte con cui ha affrontato la pandemia (di che colore siamo oggi? Mah…), per i ritardi con cui queste scelte sono state poste in essere, per l’incertezza e il caos in cui ha gettato la scuola pubblica, per il solo puntiglio di un ministro, cui ha fatto da sponda il Presidente del Consiglio, per i ritardi abissali con cui ha “ristorato” (ma de che??) i piccoli imprenditori costretti alla canna del gas, per la gestione dei ministeri di Di Maio, Buonafede e Azzolina, per le mancate iniziative che dovrebbero affrontare la carenza di vaccini (possibile affidarsi solo alla Pfizer?) e via enumerando.

Un governo che avrebbe dovuto andarsene a casa da tempo. Il punto è che ci ha messo lo zampino Renzi, che ha preso un’iniziativa che gli costerà, oltre a un bel po’ di voti, la responsabilità personale di aver gettato il paese dal caos alla più totale incertezza. Non si sa ancora cosa possa succedere martedì prossimo al Senato (la fiducia al governo alla Camera dei Deputati è scontata), il nuovo gruppo di contiani langue e stenta a predene quota 161, i “responsabili” dell’UDC hanno già detto che staranno col centro-destra, è tutto una deludente questua di voti che potrebbero non arrivare. Ma Conte si salverà comunque. Non aspetterà nemmeno l’esito della votazione, si recherà dritto dritto al Quirinale dopo le dichiarazioni di voto e rassegnerà le dimissioni per poi ottenere un reincarico per la formazione di un governo Conte-ter.

Cosa auspico? Un governo di solidarietà nazionale a guida Marta Cartabria, già Presidente della Corte Costituzionale, ecco cosa auspico. Ma i tempi sono assolutamente immaturi (una donna, la prima nella storia italiana, alla guida di un governo? Ma dove si è mai visto?), e non ci saranno prese di posizione chiare su questo tema.

Prepariamoci alla settimana politicamente più disastrosa degli ultimi tempi. Qaunto meno sappiamo chi ne è responsabile.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi indagati

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Giunge in queste ore la notizia, data per primo dal quotidiano “La Verità” e, successivamente, confermata dall’agenzia ANSA, che Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Firenze e che lo scorso 2 novembre è stata emessa nei loro confronti una informazione di garanzia per finanziamento illecito continuato, assieme al deputato PD Luca Lotti e ai già indagati Alberto Bianchi e Marco Carrai.

Il capo di accusa motiva così il provvedimento della Magistratura fiorentina: “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso (…) ricevevano in violazione della normativa citata i seguenti contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open”: circa 670.000 euro nel 2012, 700.000 nel 2013, 1,1 milioni nel 2014, 450.000 nel 2015, 2,1 milioni nel 2016, 1 milione nel 2017 e 1,1 milioni nel 2018.”

Le somme, secondo la Procura, erano “dirette a sostenere l’attività politica di Renzi, Boschi e Lotti e della corrente renziana”.

Fin qui i fattti. Che non sono minimamente in discussione.

Il ricordo va a quando Matteo Renzi prennunciava denuncia civile con richieste di risarcimento stratosferiche a chiunque lo avesse offeso attraverso i social network o i blog, e alla causa intentata nel dicembre 2017 da Maria Elena Boschi contro quel gentiluomo che è Ferruccio De Bortoli, colpevole, a suo dire, di aver pubblicato notizie false e diffamatòrie sul suo conto in uno dei suoi libri. Non si è mai saputo come sono andati a finire questi ricorsi (ammesso e non concesso che siano andati a finire). Voglio, comunque, essere garantista. Si difendano davanti ai PM in prima istanza e davanti ai giudici di merito che decideranno sulla fondatezza o meno delle accuse.

Ma l’arroganza del potere passa, prima o poi, attraverso la rendicontazione della verità. In questo caso la verità è quella giudiziaria. Noi, come al solito, pazientemente, aspettiamo.

L’ordinanza anticovid n. 36 del 27 settembre 2020 della Regione Siciliana: “erogare” per “irrogare”

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Vi propongo questa perla della Regione Siciliana, contenuta nell’ultima ordinanza anti-covid 19 (la n. 36 del 27/09/2020), quasi senza commento, perché si commenta da sola.

L’originale (ancora con lo svarione) si trova qui:

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_Covid19OrdinanzePresidenzadellaRegione/Ordinanza%2B36.pdf

Nella pomposità e magniloquenza del linguaggio burocratico, gli addetti alla redazione degli atti amministrativi della Regione Siciliana si sono fatti scappare un “erogare” per “irrogare”.

Anche a usare i vocabolari on line che si trovano in rete (e guardate che ci vuol coraggio!), “la differenza salta agli occhi”, come diceva il Poeta.

Non mi resta che ringraziare il prode Roberto Scaglione, per la sua preziosa segnalazione via Facebook, ed affidare a voi il succulento reperto.

Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri

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Signor Presidente del Consiglio dei Ministri,

Le scrive un lavoratore della scuola, dichiarato “fragile” e costretto, nonostante le richieste contrarie, dalla normativa vigente, a collocarsi in malattia d’ufficio fino alla fine dell’emergenza Covid-19.

La mia “fragilità” risiede tutta nelle mie condizioni motorie, che mi rendono incompatibile, a detta dei medici, con il mio lavoro di insegnante e con l’ambiente che dovrei frequentare.

Le posso assicurare che, invece, io posso e voglio lavorare da casa. Il mio unico scopo è quello di riprendere il contatto con i miei alunni, svolgere la mia attività didattica e non rubare lo stipendio, come in questo momento sto sentendo di fare, a mio mal grado.

So che il Suo esecutivo, con il particolare impegno dei Ministri della Salute e dell’Istruzione, sta per varare un provvedimento che prolunghi l’emergenza Covid-19 fino al 31 dicembre. Una scelta che, personalmente, trovo oculata ed opportuna.

La stampa nazionale riferisce che si fisseranno precise regole al reinserimento lavorativo dei lavoratori “fragili”. Mi voglio augurare che questa prospettiva non sia solo una vaga promessa, o un progetto normativo da accantonare in fretta e furia, e che non resti lettera morta della burocrazia italiana.

Mi auguro, invece, che la normativa si attui e che diventi realtà viva e palpitante. E che permetta a tutti noi “fragili”, parcheggiati in un limbo professionale, tra “color che son sospesi”, di ripendere a dare il meglio di noi stessi, nell’unico interesse supremo e comune che abbiamo: la scuola pubblica.

Mi rendo conto che è troppo poco per confidare in una Sua risposta. Tuttavia sappia che Le serberò gratitudine per avermi letto, ascoltato e compreso.

Valerio Di Stefano
Cittadino Italiano

Chiara Appendino, sindaco di Torino, condannata a sei mesi (pena sospesa) per falso ideologico

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Mentre il populismo pentastellato e traditore esulta per l’esito del referendum (finalmente gli italiani potranno bersi un caffè all’anno in più!), il sindaco di Torino Chiara Appendino è stata condannata alla pena di sei mesi di reclusione (pena sospesa) per falso ideologico.

Per effetto di questa condanna, la Appendino non dovrà lasciare Palazzo Civico, visto che l’entità della pena e il reato per cui è stata condannata non rientrano nei paletti fissati dalla cosiddetta Legge Severino.

Quindi, la Appendino continuerà ad essere sindaco di Torino fino a fine mandato, senza che nessuna condanna glielo impedisca. Si è eticamente e opportunamente autosospesa dal Movimento 5 Stelle, ma tanto che volete che gliene importi? Il fondoschiena incollato alla poltrona non glielo toglie nessuno, se non le prossime elezioni comunali).

E’ il rovescio della medaglia. Vincono i referendum e i tribunali li stanno condannando uno per uno.

Referendum Costituzionale: vince il SI’ (vai, s’è avuta)

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Avete vinto perché siete la casta della casta.
Avete vinto perché avete voluto dare un colpo d’ascia alla Costituzione, figlia della Resistenza e dei padri costituenti.
Avete vinto un caffè all’anno per ogni cittadino. Complimenti per il bottino.
Avete scippato la democrazia con argomenti demagogici e populisti, con l’aiuto delle forze più conservatrici e reazionarie del Parlamento.
Avete vinto perché non avete le palle di tessere la dura tela di Penelope del rafforzamento della fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Avete vinto eliminando la rappresentanza delle minoranze linguistiche, senza tagliarvi gli stipendi.
Avete vinto perché avete tradito le vostre radici popolari diventando i peggiori populisti e giustizialisti sommari della storia d’Italia.
Avete vinto senza sostituire il vostro parlamentino di nominati con un Parlamento di “eletti”.
Avete vinto, e ne andate giustamente tronfi e sussiegosi, bene appiccicati alle vostre poltrone, ai vostri seggi, ai vostri posti di potere.
Avete vinto perché ignorate la democrazia, le regole, il diritto. E perché avete convinto con argomenti vuoti e retorici la maggioranza dei cittadini votanti.

Avete vinto. Ma non ci avete convinto. “Godetevi il successo/godete finché dura”. Avete vinto, ma non riuscirete mai a farci tacere.

Il pasticcio del provvedimento del governo sugli acquisti con bancomat e carte di credito

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Il governicchio di nicchia, che ormai è solo definibile per allitterazioni) ne ha pensata un’altra.

Stanno per varare un provvedimento che incentivi l’uso del bancomat e delle carte di credito per i pagamenti, in modo che possano essere tracciabili, nel tentativo di combattere l’evasione fiscale. Rimborso previsto: il 10% della spesa. O con bonifico bancario come “bonus” sulle impostepagende future. Non è un male.

Ma c’è un “ma”. E il “ma” consiste nel fatto che NON sono compresi nel rimborso gli acquisti fatti on line.

Per cui, se andate a mangiare una pizza il sabato sera in pizzeria con la famiglia rischiando di esporvi al contagio per sovraffollamento va bene, ma se la ordinate tramite una di quelle odiosissime app che vi riempono il cellulare di inutili avvisi, e ve la mangiate a casa vostra senza far parte della bolgia a rischio Covid-19, ecco che non riceverete indietro un bel nulla.

Se comprate un paio di scarpe in negozio vi rimborsano il 10% e rompete i coglioni per tre ore al calzolaio (troppo strette, troppo lunghe, mi fanno male in punta…), se le comprate su Zalando non rompete i coglioni a nessuno ma in compenso non vi rimborsano un bel niente.

L’emergenza del locdàun ci ha insegnato, anche troppo in fretta, a comprare on line. Voi ordinate dal computer e il giorno dopo arriva il corriere che, se il pacco è piccolo, può lasciarvelo nella buca delle lettere, o sul pianerottolo di casa. Rischio contagio men che minimo, massima praticità.

E i testi scolastici, ne vogliamo parlare? Perché devo rischiare di vedere tra 2-3 anni il mio rimborso bancomat o Visa del 10% quando Amazon applica uno sconto del 15% SUBITO?? Perché, se un negozio lo consente (e io ne ho trovati!) non posso pagare con PayPal? Ma perché, cos’hanno i miei soldi, puzzano?? Perché non mi rimborsano il 10% del prezzo dei miei tre siti che pago annualmente ad Aruba con la mia Visa (Altroconsumo, grazie!), mentre se mi faccio fare un sito da uno di questi strozzini di webmaster locali e mi faccio fare la fattura e pago con bancomat mi rimborsano e come?

Troppe contraddizioni. Troppe discriminazioni. Troppo governicchio.

L’avviso di garanzia a Conte

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Non ci sono dubbi che il Primo Ministro Giuseppe Conte abbia ricevuto un avviso di garanzia. E non ci sono dubbi che questa circostanza non gli faccia dormire sonni tranquilli, lo capisco.

Quello che, invece, non capisco, è lo strillonismo incondizionato del web, che porta a titolare, come nel caso di Mondo Today, un blog ospitato da Altervista (neanche uno straccio di WordPress e un minimo di server MySQL? Eppure Aruba esiste!)

Inutile che andiate a googlare questo titolo per leggere il contenuto dell’articolo. Il blog è molto scarsamente indicizzato sui motori di ricerca, io l’ho trovato perché l’ha linkato una utente di Facebook. Ma non è questo il punto. Il punto è questa smania acchiappaclick che coinvolge l’informazione italiana. L’ergastolo? Ma l’ergastolo per cosa? Il quotidiano “La Stampa” parla di “duecento denunce di cittadini e associazioni dei consumatori” (non di “migliaia di italiani”). Assieme a Conte sarebbero indagati anche i ministri Alfonso Bonafede, Luigi Di Maio, Roberto Gualtieri, Lorenzo Guerini, Luciana Lamorgese e Roberto Speranza.

Le accuse “vanno dall’omicidio colposo fino all’attentato contro la Costituzione” (Avvenire su questo punto è un po’ più dettagliato e parla di “reati di epidemia e delitti colposi contro la salute, omicidio colposo, abuso d’ufficio, attentato contro la Costituzione, attentato contro i diritti politici del cittadino”). In prima fila le denunce presentate dall’Avvocato Carlo Taormina, cal Codacons, e dalla associazione “Noi denunceremo”.

Un avviso di garanzia è un atto dovuto, come sottolinea lo stesso Conte, così come la trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri.

Quello che certo giornalismo, invece, non rivela, sono le dichiarazioni dei Pubblici Ministeri Eugenio Albamonte e Giorgio Orano che hanno definito le querele «infondate e quindi da archiviare».

Conte si difende su Facebook (su Facebook? Ma non ci sono le aule di giustizia??):

«Ci siamo sempre assunti la responsabilità, in primis “politica”, delle decisioni adottate. Abbiamo sempre agito in scienza e coscienza, senza la pretesa di essere infallibili, ma nella consapevolezza di dover sbagliare il meno possibile per preservare al meglio gli interessi della intera comunità nazionale»

Dov’è il problema, dunque? Il problema è che certe realtà del web tendono ad amplificare eccessivamente le notizie (le duecento e passa denunce che diventano addirittura “migliaia”, il rischio della condanna all’ergastolo addirittura) per guadagnare click, dando un’informazione di parte (la loro, evidentemente) ma, soprattutto, incompleta.

E’ il caso di informare così i cittadini?

Quello che resta è la replica del comitato “Noi denunceremo”: “Le nostre denunce non saranno archiviate, si basano su presupposti diversi”. Hanno tutto il diritto di opporsi alla richiesta di archiviazione dei Pubblici Ministeri, ma davanti al GIP, non nelle dichiarazioni pubbliche. Su questa vicenda si è speculato fin troppo.

I nomi dei parlamentari che hanno richiesto il bonus da 600 euro

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E allora, visto che sono pubblici, li pubblico anch’io i nomi di codesti galantuomini parlamentari che hanno richiesto (e magari ottenuto) il bonus da 600 euro per le loro aziende. Me ne mancano due. Ma aggiornerò questo articolo man mano che andrò avanti con le ricerche.

Marco Rizzone (M5S)

Dichiarazione dei redditi 2019

Download (PDF, 12.7MB)

 

Elena Murelli – Lega

Dichiarazione dei redditi 2019:

Download (PDF, 1.34MB)

 

Andrea Dara – Lega

Dichiarazione dei redditi 2019:

Download (PDF, 1009KB)

Non chiedetemi come ho avuto questi dati, soprattutto quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi di Lorsignori, sono dati pubblici, liberamente accessibili a tutti. Comunque, per dovere di trasparenza, vi comunico che sono tutti tratti dal sito web della Camera dei Deputati, anche se le fonti non si rivelano mai, ma a QUESTA fonte saprebbe accedere anche un bambino.

A livello locale spuntano fuori i nomi di Roberto Gravina (M5S, sindaco di Campobasso), Ubaldo Bocci (coordinatore del centro-destra a Firenze), Juri Imeri (sindaco di Treviglio, Lega), Anita Pirovano (che ha fatto outing, non so dirvi di più su di lei), Gianluca Forcolin (vicepresidente del Veneto, Lega), Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli (consiglieri regionali della Lega), Stefano Bargi (consigliere Lega dell’Emilia Romagna), Ivano Job (consigliere provinciale Trentino), Alessandro Puggioni (Liguria, Lega), Diego Sarno (consigliere regionale PD), Franco Mattiussi (FI, Friuli Venezia Giulia), Teresa Carbone (Consigliere regionale di Fratelli D’Italia), Tiziano Centis (Lista “i Cittadini, Friuli Venezia Giulia), Renzo Tondo (già presidente della regione Friuli), Moreno Pieroni (Uniti per le Marche), Arnold Schuler, Paul Koellensberger, Helmut Tauber (SVP), Claudio Leone e Matteo Gagliasso (consiglio regionale del Piemonte). Claudio Leone (Lega, dice di aver “provveduto allo storno delle cifre restituendo i due bonus”)-

Renzi dichiara:

“Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l’Inps ha instaurato. Dire e non dire, annunciare e non smentire, far circolare notizie false: ad esempio nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi? Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente Inps che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente​”.

ma “Repubblica” dichiara che tra i parlamentari interessati ce ne sarebbe anche uno di Italia Viva.

Restate in sintonia. #dimissionisubito

Gli avvoltoi del contributino

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E’ accaduto che cinque parlamentari (che definire “furbetti” sarebbe un eufemismo) hanno chiesto il sussidio di 600 euro per le imprese e le partite IVA in proprio. Su questi cinque, in tre l’hanno ottenuto, agli altri due è stato rifiutato.

Ma com’è stato possibile che un parlamentare, dico, un parlamentare, si sia permesso di prendersi la briga e di certo il lusso anche solo di richiedere un bonus integrativo, solo perché, contemporaneamente, per caso è anche titolare di una partita IVA la cui attività collegata si è fermata durante il lock down del virus? Con lo stipendio che prende da parlamentare aveva bisogno anche degli aiuti di stato pagati con i denari dei cittadini? Evidentemente sì, se la domanda l’ha fatta e gli è stata pure accettata.

E’ compatibile essere titolari di un’impresa con il ruolo di parlamentare? Sì, non ci sono controindicazioni legali. Pensiamo ai tanti insegnanti di diritto che esercitano contemporaneamente la professione di avvocato, o a quelli di economia-aziendale, magari part-time, che fanno anche i commercialisti.

E’ legale, dunque, tutto questo? Assolutamente sì. Glielo ha permesso una norma del cavolo, fatta con i piedi dal governo, che consente a CHIUNQUE di fare la richiesta di attribuzione del bonus. Dunque, sia chiaro, e sia detto una volta per tutte: in questo comportamento non c’è NULLA di illegale.

Sul piano morale, le cose cambiano un pochettino, e il discorso è un tantinello più lungo. A parte la questione economica, per cui uno si chiede se sia etico che un parlamentare che guadagna fior di quattrini tra stipendio e indennità, vada a raschiare il barile per accaparrarsi sciattamente anche i 600 euro destinati dallo Stato a chi è con l’acqua alla gola e non ce la fa, c’è una questione di priorità di diritti non da poco. Quando la notizia si è sparsa, tutti, ma proprio tutti, dal Presidente della Camera Fico in giù, si sono uniti in un solo coro: “Fuori i nomi”. E a questa schiera, stavolta mi lego anch’io. Per una volta non morrò pecora nera (questa l’hanno capita in due, la Essebì e qualche altro gucciniano incallito) l’INPS, che eroga il contributo, ha fatto marcia indietro: per una questione di privacy, hanno detto. E allora è venuto fuori il Garante per la Protezione dei Dati Personali che ha ufficialmente comunicato che sì, i nomi si possono pubblicare.

La trasparenza della Pubblica Amministrazione, che è una casa di vetro, come la definiva Filippo Turati, non viene prima del diritto del singolo alla riservatezza dei propri dati personali. Tutti i diritti hanno pari dignità. Non è vero che perché la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di trasparenza, allora il diritto del singolo a veder riconoscere e proteggere le informazioni su di lui (fosse anche solo un indirizzo e-mail di riferimento), soccombe e sparisce. No, sussistono tutti e due. Bisogna vedere caso per caso. E in questo caso il Garante ha detto che i nomi si possono pubblicare. Punto e basta.

Del resto, ci sarà pure uno straccio di autocertificazione da qualche parte, una firma su una domanda, un atto in in cui si chiede un intervento pubblico (dunque è pubblico anche l’atto), in cui si dichiarano determinate circostanze. Se queste circostanze sono vere, i cinque parlamentari che hanno presentato richiesta non hanno nulla da temere, a parte il linciaggio della folla e la messa al pubblico ludibrio della stampa periodica. Se qualcuno ha dichiarato il falso va perseguito per falso in atto pubblico. Delle due l’una.

E invece i nomi tardano ad arrivare. Il sito web di “Repubblica” prova a fare i nomi di due sospettati eccellenti della Lega, cui il partito ha imposto di non rispondere alle chiamate sul cellulare (figuratevi voi a che punto sono ridotti!). Ora, la domanda nella domanda, secondaria ma anch’essa legittima, è: “E se non fossero loro?” Sbattuti in prima pagina (o bisognerebbe dire Home Page?) e intrisi dell’untoraggio del sospetto. Ma si sa che la calunnia è un venticello assai gentile.

I nomi, dunque, tutti vogliamo i nomi. Vogliamo sapere per scegliere di non votarli più e di non rinnovare loro l’incarico parlamentare e le funzioni svolte finora. Almeno questo. E i nomi salteranno fuori, presto o tardi. Loro, i cinque, non dicono niente. Tacciono. E vorrei anche vedere. Anche se tutti intorno premono. Ma è solo questione di tempo. Quel tempo che deve trascorrere prima che questa buffa sceneggiata con protagonisti dei veri e propri avvoltoi, venga messa in secondo piano dalla stampa, e cessi di essere tra le parole di tendenza su Twitter, dove non si parla d’altro. Basterà aspettare la dichiarazione dei redditi dell’anno prossimo e avere pubblico accesso a quelle informazioni. Facile come bere un bicchier d’acqua frizzante.

Questa tendenza alla stigmatizzazione di atteggiamenti e atti solo già di per sé deplorevoli, è l’altra faccia della medaglia di quella tendenza forcaiola del dàgli all’untore di manzoniana memoria. Vogliamo i nomi (che è giusto che escano fuori) per gridare e lanciare addosso a questi poveretti (perché un parlamentare che si riduce a fare una domanda di bonus da 600 euro per le imprese è un poveretto, anche se non certo dal punto di vista economico) gli strali della nostra indignazione e della nostra frustrazione davanti agli usi e abusi del potere. Sono il populismo e il giustizialismo legaioli che gli si stanno ritorcendo contro. Ce lo voglio proprio vedere il popolo delle partite IVA e delle false fatturazioni, oltre che delle prestazioni in nero, soprattutto quello più nordaiolo, dare del delinquente a chi ha avuto accesso a un pubblico contributo. Ma perché, loro cos’hanno fatto?

In casa M5S, poi, la musica è quella da Requiem. Si sono inventati (pensate che geniacci!) un’autocertifazione in cui rinunciano alla privacy, da firmare e da ritornare a strettissimo giro di posta. Ora, un’autocertificazione attesta delle circostanze personali, non delle scelte di voler rinunciare ai propri diritti. Se io ho un diritto ce l’ho e basta, anche se non ne usufruirò mai. E se non ne usufruisco non ho bisogno di autocertificare proprio una bella verza di nulla. Non voglio andare a votare a un referendum abrogativo? Eppure è un mio diritto votare. Non ho mica bisogno di autocertificarlo. Che si vuole conseguire con questo pastrocchio-pagliacciata? Far vedere che si è trasparenti ed onesti? Lo facciano tramite la loro dichiarazione dei redditi, piuttosto, ché le autocerticazioni lasciano il tempo che gtrovano. E poi “rinunciano” alla privacy? Allora pubblichino direttamente il loro nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono, preferenze sessuali, politiche, religiose, a chi destinano l’8 per mille e a chi il 5 per mille, mettano tutto on line sul loro odiosissimo Rousseau, fatto coi piedi anche lui, e poi stiano ad aspettare. Voglio dire, se la logica è “io non ho bisogno della privacy perché non ho nulla da nascondere”, allora la logica non regge. Perché questa gente chiude e sigilla le raccomandate che spedisce? Perché se no non afriverebbero? Ma no, perché se no qualcuno potrebbe prendere visione del loro contenuto, è chiaro. Perché non ci dice dove sono raggiungibili telefonicamente se qualche cittadino vuole porre loro una domanda? Non lo fanno, certo. La loro mail personale col cavolo che te la fanno vedere, c’è quella di stato della Camera dei Deputati. Dove neanche ti rispondono (questo blog ha provato in passato più volte a inviare delle comunicazioni circolari a un gruppo parlamentare o a più parlamentari di diversi gruppi, e gli effetti sono stati catastrofici, pochissime risposte su centinaia di mail inviate). Se gli chiedi “Scusi, lei è gay o lesbica?” ti dicono subito “Ma come si permette, lei non sa con chi sta parlando, sono affari miei!”. La privacy la si invoca solo quando ci fa comodo.

E così, quello che se la sta passando peggio di tutti, adesso, è un imprenditore tessile di Castiglion delle Stiviere, nel mantovano, che produce calze da donna e che è costretto a vivere con il telefono blindatissimo se no i suoi gli dànno il benservito. Ma guardate a cosa deve essere ridotta una persona di potere da parte di quello stesso potere che quella persona rappresenta!

La caccia all’uomo continua. Stay tuned.

Per la foto: Di Presidenza della Repubblica, Attribution, Collegamento

Manlio Di Stefano (M5S) sull’esplosione di Beirut: solidarietà agli “amici libici”

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L’esponente del M5S Manlio Di Stefano ha fatto una imperdonabile gaffe. A seguito della tragica esplosione di Beirut dei giorni scosri, ha espresso solidarietà “agli amici libici”.

Ora, non ci sono dubbi che sia necessario esprimere solidarietà ai libici, ma si dà il caso che Beirut sia in Libano. Uno scivolone, insomma, a cui Di Stefano ha risposto su Facebook con un tono un po’ stizzito:

“Non ho mai ambito alla fama, quelli come me, ingegneri di formazione, preferiscono lavorare duramente nell’ombra e portare a casa i risultati. Eppure oggi mi trovo addirittura primo nelle tendenze di Twitter e in home page di svariati giornali.
Sarà per l’enorme successo del “Patto per l’Export” col quale stiamo aiutando centinaia di migliaia di aziende italiane ricevendo complimenti quotidianamente da tutte le associazioni di categoria da Confindustria in giù? Sarà perché in questi due anni da Sottosegretario in tutti i Paesi target della mia azione (e sono tanti) l’export italiano è aumentato mediamente di almeno il 15%?
Sarà perché mi occupo da anni anche di Libano dal punto di vista sia politico che commerciale e proprio il 6 luglio ho incontrato il Ministro degli Esteri Nassif Hitti ribadendogli, come già fatto al Ministro dell’Energia, la nostra disponibilità ad aiutarli a ristrutturare le centrali elettriche nazionali per aiutare il popolo libanese? No. No. No e No. Sarebbe troppo lineare, non sarebbe il web, tantomeno la stampa italiana”.

Su Twitter il caso Di Stefano è subito stato catalogato come “di tendenza”, la stampa italiana ne ha parlato con grande evidenza.

Da riportare anche il durissimo commento dell’ex M5S Luis Orellana:

Molti hanno fatto ironia sul tuo errore perché talvolta si sceglie di ridere per non piangere avendo te al Governo.
Anche in questa tua replica (la replica di Di stefano su Twitter, non il messaggio su Facebok, nda) sei vergognoso: attacchi chi ti critica, bastava solo chiedere scusa per l’errore fatto ma il tuo ego smisurato non te lo consente.

E’ vero. Sarebbe bastato che Di Stefano chiedesse scusa. Ma vedo che abbiamo alcune cose in comune: il cognome e l'”ego smisurato”.

Ma sullo svarione degli “amici libici” è cascata anche la rappresentante del M5S Elisa Pirro. Non si è mai soli al mondo:

Conte riferisce ai Magistrati di Bergamo come persona informata sui fatti

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Domani il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sarà sentito dalla Magistratura. Ufficialmente come “persona informata dei fatti” relativamente alla decisione di non voler chiudere la Val Seriana quando si propagò, nel bresciano e nella bergamasca, il picco dell’emergenza coronavirus agli inizi di marzo (la chiusura totale, ricorderete, fu stabilita solo il 23 di quel mese).

Ai Pubblici Ministeri di Bergamo, Conte, considerata la sua veste giuridica dovrà dire la verità. In caso contrario, o se la sua verità non dovrebbe essere convincente potrebbe passare (è un’ipotesi remota ma succede -a me è successo-) da “persona informata sui fatti” a “indagato”. L’inquilino di Palazzo Kitsch, insomma, domani rischia molto. E con lui saranno chiamati a deporre il Ministro dell’Interno Lamorgese e il Ministro della Sanità Speranza.

Conte, sfruttando la retorica tipica di chiunque venga interessato a vario titolo dalle indagini cdella Magistratura ha riferito:

“Non sono affatto preoccupato, non è arroganza, non è sicumera. Non commento le parole del procuratore: ci confronteremo venerdì, in piena serenità”

Va detto che l’intenzione dei magistrati bergamaschi di audire Conte segue cronologicamente quella della commissione d’inchiesta sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni.

“I cittadini hanno il diritto di conoscere e noi (…) abbiamo responsabilità di rispondere.”

Sì, signor Presidente del Consiglio, risponda. Noi aspettiamo.