L’indignazione per l’acqua di Chiara Ferragni

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Immagine tratta da www.lastampa.it
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Sì, invece io per Chiara Ferragni che griffa la bottiglietta (non ho ancora capito se da un litro o addirittura da mezzo) di acqua Evian e che poi viene rivenduta a 8 euro al pezzo mi indigno e come. Ma mi indigno anche per quelli che comprano la bottiglietta di plastica fatta a forma di madonnina a 15 euro quando vanno a fare il pellegrinaggio a Lourdes. E mi fanno schifo quelli che la vendono. L’acqua è un bene troppo prezioso per lucrarci sopra o per metterci un marchio che sia in una qualche maniera adatto a far riconoscere un’immagine, una persona, un concetto. L’acqua deve essere il massimo dell’open source e la traduzione “sorgente aperta” si adatta vieppiù a tutto il ragionamento.

A me non me ne frega nulla di chi sia Chiara Ferragni, neanche la conosco, non so che cosa faccia. Certo, ha un faccino incantevole, ma per il momento so solo quello, e sinceramente mi pare un po’ pochino. Battage pubblicitario enorme per il prodotto esageratamente caro, che suona come uno schiaffo in faccia a quelli che l’acqua non ce l’hanno e patiscono malattie dovute alla disidratazione, quando non infezioni batteriche di grave importanza per aver bevuto da fonti inquinate. 8 euro per una bottiglia d’acqua sono un’offesa all’intelligenza.
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L’arroganza della sinistra radical-chic sul caso Lucano (ancora qualche innocente osservazione)

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A seguito del mio post di ieri sull’arresto del sindaco di Riace, ho ricevuto qualche critica sui social network dai seguaci dei guru della sinistra radical-chic che invocavano alla “franchigia” per Lucano e al “golpe” della magistratura che avrebbe compiuto un atto arbitrario e “ad personam”. Qui di seguito alcune mie ulteriori considerazioni.

Avete quella faccia di bronzo e quella protervia che è tipica dei vostri padri, a loro volta figli di papà. Solo che loro scendevano in piazza a picchiare i poliziotti. Voi, vigliacchi, vi barricate dietro a una tastiera e iniziate a sparare a zero contro chiunque la pensi diversamente, sostenendo l’insostenibile, e andando in giro con una presunzione assolutamente inopportuna, ma proprio per questo sempre più ostentata. Avete avuto il coraggio di dichiarare implicitamente che non è vero che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Che per chi ha organizzato un matrimonio di comodo tra un vecchietto pressoché inconsapevole e una prostituta non c’è punibilità, che tutto deve essere insabbiato in nome dell’appartenenza politica e delle buone intenzioni di chi ha commesso un illecito. Vi siete permessi di tirare fuori gli esempi di Gandhi, di Marco Pannella e di Marco Cappato. Siete dei vigliacchi. Perché mai Gandhi, Pannella e Cappato si sono sottratti all’esecuzione della legge. Anzi, hanno sollecitato processi veloci perché venisse irrogata una pena per il solo scopo di dimostrare l’assurdità della normativa su temi di carattere universale. Siete vigliacchi perché rinnegate lo stato di diritto con la scusa di un hashtag patetico e volgare come #arrestatecitutti. Non volete capire che ci si difende nelle aule di giustizia, non per strada, nelle piazze, o su Internet. Non volete capire che non siete voi i giudici che hanno ordinato l’arresto di Lucano, che non siete voi i pubblici ministeri che l’hanno richiesto con tanto di indizi alla mano, che non siete voi a dover dichiarare l’innocenza ed il candore di un indagato prima ancora che si celebri il processo. Voi avete gridato allo stato liberticida, dimenticando che l’ideologia per cui per certa nomenklatura la legge penale non vale o non si deve applicare in virtù delle fulgide intenzioni etiche e morali di questo o di quel fantoccio di regime è un retaggio del fascismo più puro. E dimenticando, ancora, che per un ventennio abbiamo avuto un Presidente del Consiglio che ha fatto delle leggi pro domo sua un vessillo personale. Dove eravate, voi dell’allora opposizione? E dove siete ora che la magistratura vi sta mandando in galera uno a uno? A fare i finti scandalizzati su Twitter, ecco dove siete. Non sapendo che quello a Lucano non è un processo alla solidarietà, ma alla vostra coscienza sporca.

Mario Pianesi indagato per l’omicidio della ex moglie

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da: www.lastampa.it
da: www.lastampa.it

Ora ditemi voi se periodicamente io mi debba ritrovare ad occuparmi di questo omino qui, Mario Pianesi, che ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università della Mongolia e che è stato riempito di onoreficenze dal Presidente della Repubblica, già destinatario di premi e riconoscimenti in tutto il mondo, ben inserito ai vertici della società,  per aver inventato 5 diete “miracolose” chiamate Ma-Pi (dalle iniziali del suo nome e cognome, non si può certo dire che difetti di originalità!) per la cura di svariate malattie, senza nemmeno possedere una laurea in medicina.

L’ho già fatto in un paio di occasioni e adesso mi sento obbligato a tornare sul caso Mario Pianesi perché la notizia di questi giorni è che il guru della macrobiotica, oltre ad essere stato indagato a suo tempo per riduzione in schiavitù, associazione a delinquere, lesioni aggravate, maltrattamenti e evasione fiscale per aver imposto le sue diete ferree e il suo regime di vita spartano e macrobiotico (che in alcuni casi prevedeva anche l’allontanamento dal nucleo familiare di origine e dall’attività lavorativa per dedicarsi completamente alla causa della setta) ai suoi adepti (ripeto, senza avere nessun titolo e nessuna abilitazione per farlo), pretendendo di  risolvere qualsiasi malattia, anche la sordità.
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Ma il tumore non è un dono

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Nadia Toffa in una recente istantanea tratta da "Vanity Fair"
Nadia Toffa in una recente istantanea tratta da “Vanity Fair”

Nadia Toffa sta veramente esagerando. Anzi, ha rotto decisamente i coglioni. Sostenere che il cancro è un dono, anche se lo si sostiene esclusivamente per proprio conto e sulla base della propria personalissima esperienza, è un’offesa nei confronti di tutti quelli che soffrono per questa malattia, per i loro diretti congiunti, per le tante disperazioni che caratterizzano i contesti personali e familiari di chi è affetto da tumore. Il cancro è un dono una veneratissima sega. Un dono ti sorprende, ti lascia a bocca aperta dallo stupore, sei sempre grato a qualcuno per quello che hai ricevuto, che sia una persona cara ad avertelo fatto o Dio in persona (naturalmente solo per chi ci crede, chi non ci crede muore come un cane tra atroci sofferenze) mentre il tumore è tedio, lo accogli con sconforto, non sai più che fare, sei disorientato, cerchi di reagire al meglio, ma il meglio non è mai sufficiente, il cancro è l’anticamera della morte, è il calvario della chemioterapia, di speranze che svaniscono, di una vita che non è più degna di essere vissuta come tale.

Nadia Toffa sarà anche malata, ma anche i malati dicono banalità assolute e dozzinali. Ha detto “se ce l’ho fatta io a sconfiggerlo ce la può fare chiunque”. Ma non è tutto: “Tutti i tumori sono uguali”. Un cazzo. Ci sono tumori che, presi a uno stadio iniziale, possono perfino essere guariti con un intervento chirurgico e un po’ di radioterapia. E ci sono tumori in stadio talmente avanzato da essere curati con la sperimentazione perché ormai non c’è nulla da fare. Di tumore si muore. Il cancro uccide. E uccide lentamente, in anni e anni di sofferenze e di alternarsi di speranze e sconforto. Siamo felici che Nadia Toffa si sia illusa di averlo sconfitto, ma c’è gente che non ce la fa sul serio, non per finta, e non è vero che quel “chiunque” riesca sempre e comunque a cavarne le gambe.
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L’opera pedagogico-letteraria di Agif al Aviv

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Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione.

E geniale è stata la trovata di chiunque sia che ha voluto firmarsi e riconoscersi con lo pseudonimo di Tarim Bu Aziz e proporre sui social network, allo scopo di favorire l’integrazione di bambini di lingua e cultura araba nelle scuole italiane, l’introduzione dei numeri arabi nel nostro Paese.

Naturalmente àpriti cielo e spalàncati terra. Ma come si permette questo signore di venire, dal suo paese, a sindacare nel Nostro e a dire che dobbiamo usare i loro numeri, ma che si adeguino, ogni tanto, viaddìo, sono loro che devono rispettare le nostre tradizioni, i loro numeri se li usino a casa loro, noi abbiamo già i nostri, ma che insolenza, ma che ignoranza, fa bene il coso, lì, il Salvini, a rimandare indietro le navi coi négher, e viandare senza minimamente sapere che i numeri arabi noi li abbiamo già adottati da secoli e secoli, per sostituire la numerazione romana, troppo farraginosa e scomoda. Se non fosse stato per gli arabi che hanno inventato i numeri (e in particolare lo zero) noi staremmo ancora a fare le divisioni a due cifre con il pallottoliere.

Sulla falsariga di quanto scritto da Tarim Bu Aziz, qualcuno si è inventato il più dozzinale, ma altrettanto efficace personaggio di Agif Al Aviv. Che detto così suona molto arabeggiante, ma non è altro che “Viva la figa” scritto alla rovescia, se ne accorgerebbe anche un bambino (anzi, se ne accorgerebbe soprattutto un bambino!). Cosa dirà questo misterioso Agif Al Aviv?? Nulla, ha solo proposto che nelle scuole italiane (sempre lì) i bambini si abituino a leggere da destra a sinistra e dall’ultima pagina di un libro (la prima per gli arabi) all’indietro. Naturalmente non è vero niente, ma c’è chi c’è cascato ugualmente: “Ognuno comanda in casa propria” (esagerato!), “Perché non se ne va a zappare questo incivile??” (come se la civiltà si misurasse da che punto della pagina si inizia a leggere e verso quale direzione), “Questo lo fai al tuo paese, non al nostro” e tutto questo solo per un “Viva la figa” letto da destra verso sinistra.
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Paola Regeni in sciopero della fame tra l’indifferenza generale

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E’ assolutamente scandaloso che l’iniziativa di Paola Regeni, la madre di Giulio, il ricercatore friulano barbaramente trucidato in Egitto, di entrare in sciopero della fame per protestare contro l’arresto di Amal Fathy, sia caduta nella più bieca indifferenza generale.

Dopo che era stata annunciata, e dopo che aveva raccolto un generale plauso, le agenzie di stampa e i siti web dei quotidiani nazionali hanno smesso di occuparsene, preferendo, evidentemente, i curricula vitae un po’ gonfiatini del Presidente del Consiglio incaricato Conte, che sembravano costituire la notizia del giorno in quel preciso momento in cui tutta l’informazione sembrava virata sugli stessi argomenti.

Uno sciopero della fame è una cosa seria e grave. E’ una delle pochissime forme di protesta veramente efficaci che io conosca. Pacifica, nonviolenta, ma nello stesso tempo ferma e determinata. Il soggetto che lo mette in atto è senziente, vivente e nello stesso tempo morente un po’ per giorno davanti all’ingiustizia.

E’ c’è bisogno di donne così in Italia. E proprio perché c’è bisogno di donne così che non ne parla nessuno. Ha avuto più risalto sui giornali la notizia dell’esclusione di Eleonora Brigliadori da Pechino Express per le esternazioni sul cancro della Toffa che questo sciopero della fame per la solidarietà e la verità che, da quello che ho sentito, si può fare a staffetta e potrebbe coinvolgere, quindi, più di una coscienza civile.
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Le conquiste del primo maggio per poter cantare al concertone “Mi sono rotto il cazzo di Luca Cordero e della Casellati”

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(screeenshot da "il Fatto Quotidiano")
(screeenshot da “il Fatto Quotidiano”)

Poi ci sono quelli che al concertone del primo maggio (kermesse che ogni anno mi dà il voltastomaco) scrivono e cantano “mi sono rotto il cazzo di Luca Cordero, della Casellati…” trasformando le storiche conquiste dei lavoratori nel diritto a cantare quattro turpiloqui in croce, e per fortuna che si chiamano anche “Stato Sociale” questi che cantano, perché se no non si sapeva più dove andare a parare. Si saranno beccati fior di applausi da un pubblico che magari non sapeva nemmeno chi fossero la Casellati e Luca Cordero, e, soprattutto, cos’abbiano fatto per essere così invisi ai giovinotti che stavano sul palco. Si fa così, ormai, il valore della critica sociale e politica è stato frantumato da qualche canzonetta e qualche rapper di passaggio, tutto per un applauso in più, tutto per approvare una ghigliottina musicale che non ha senso (e non certo perché Montezemolo e la Casellati non siano personaggi degni di critica, sia ben chiaro).

Glielo darei io un po’ di blog anche a loro! E a festeggiare il primo maggio in campagna con prosciutto e baccelli, altro che birre scolate in una piazza stipatissima a pigliare i pidocchi!

Le conquiste della cultura gay: non festeggiare la festa del papà e della mamma all’asilo nido

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Anni, lustri, decenni di lotte per i diritti degli omosessuali.

Dalla derubricazione dell’omosessualità dal rango di malattia a quello di semplice condizione, al matrimonio tra persone dello stesso sesso in svariati stati europei (in Italia no perché è peccato e poi noi siamo in leggera controtendenza), dalla paura di farsi vedere in pubblico per non offendere il comune senso del pudore all’orgoglio ritrovato di mostrarsi gay davanti a tutti, sia in maniera sobria ed elegante, con il proprio compagno o la propria compagna, sia in maniera più briosa e istrionica nelle riunioni “a fiume” del gay pride, con vestiti sgargianti e lustrini, dall’impossibilità di dare amore a una creatura adottandola al diritto di essere genitori (sempre negli altri stati perché noi, si sa, siamo in leggera controtendenza).

Tutta questa fatica, tuatta questa rivoluzione culturale, questo sacrificio, questa consapevolezza per cosa? Per essere liberi, all’asilo nido “Il chicco di grano” al quartiere Ardeatino di Roma, di bloccare i festeggiamenti della festa del papà e della mamma e di convertirle in un più sobrio “laboratorio aperto alle famiglie”. Laboratorio su che cosa non è ancora dato di saperlo. Ma perché, poi, dev’essere degradante festeggiare il papà o la mamma, fermo restando che si tratta di feste commerciali (soprattutto quella della mamma, quella del papà si salva in corner perché è San Giuseppe che qualcosa con la religione cattolica ci deve comunque avere a che fare) per dei bambini dell’asilo nido? Hanno due papà, bene, vorrà dire che il 19 marzo festeggeranno il doppio. Hanno due mamme?? Vorrà dire che a maggio faranno due volte dei pensierini per le loro genitrici e va da sé che non è un male. Come non è un male avere un padre e una madre, e allora, perbacco, si sta tutti insieme a giocare, a ridere, a scherzare, a festeggiare i compleanni, a fare le festicciole di Natale, i filmati da dare ai genitori (io queste cose le so perché mia figlia va all’asilo nido), ma il “laboratorio” proprio non si affronta. Non è evitando la realtà che si arriva ad educare un bambino. Mamma e papà esistono, magari non li hanno i figli degli omosessuali, ma i figli degli etero sì, e allora che cultura del piffero creo se evito ai miei figli (di chiunque siano) una realtà evidente??
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“Bella ciao” è il canto unificante e di libertà di ogni italiano. Non confondiamo le carte in tavola.

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Viviamo certamente in un’epoca di depravazione e crollo dei valori e dei punti di riferimento se nell’opinione pubblica si insinua il dubbio che il canto partigiano “Bella Ciao” non rappresenti più valore unificante, ma costituisca, al contrario, una rappresentazione “di parte” dei valori della Liberazione. Certo che “Bella ciao” è un canto di parte. E la parte di cui è espressione è quella vincente e vincitrice, quella buona, quella che ha sterminato il fascismo, la parte di chi ha lottato e ha vinto, il partigiano morto per la libertà, il fiore che è sbocciato la mattina in cui ci siamo svegliati tutti e abbiamo trovato l’invasor e ci siamo sentiti di morir. Sono parole che riguardano tutti, sia chi l’invasione l’ha vissuta sul serio e ha visto la Liberazione quella vera, sia chi è nato dopo e la Libertà se l’è ritrovata in mano bell’e fatta. Anche la libertà di andare a Cremona -come è successo recentemente- e fare una commemorazione del duce a braccio destro teso è frutto di quella libertà per cui sono morti i partigiani. Anche la libertà di un lettore di scrivere a un giornale e delegittimare il canto partigiano per eccellenza. E se “Bella ciao” non ha valore unificante mi chiedo allora che cosa lo abbia, “Faccetta nera”? Quando si cominciano a negare i punti fermi tutto il pensiero conseguente crolla miseramente, e se abbiamo ancora la possibilità di dire qualcosa lo dobbiamo al partigiano che ci ha portato via, non al fascista vile e traditor. La storia non si inverte. E “Bella ciao” resta.

Alfie è morto

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Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.
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Silvia Bencivelli vince il processo contro il capo dei complottisti delle scie chimiche

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Silvia Bencivelli è una (bravissima) giornalista scientifica. E’ anche scrittrice (non so se altrettanto brava perché non ho letto il suo romanzo pubblicato per Einaudi), conduce svariate trasmissioni radiofoniche e televisive e ha, come tutti, anche qualche difetto: se la tira un po’ ed è pisana (che per un livornese come me non è esattamente un buon viatico), ma non è ancora proibito tirarsela né, purtroppo, essere pisani.

Giorni fa ha raccontato la sua storia su “Repubblica”. Dopo aver scritto e pubblicato un suo articolo in cui in quattro e quattr’otto smonta la teoria delle scie chimiche (ripeto, la ragazza è veramente brava e c’è poco da mordere, fidatevi!). Da quel momento, la sua vita è stata dominata dalla paura perché ha cominciato a ricevere messaggi di insulti e di minacce sui social (spesso a sfondo sessuale). Di parla di decine, forse centinaia di comunicazioni di questo tipo. “Troietta in calore”. “Puttanella da quattro soldi”. Facili e scontati appellativi che fanno male. Molto male. Non si può essere trattati così per qualcosa che si è scritto. Non è normale, è fuori da ogni logica etica e morale. Soprattutto se si tiene in debita considerazione il fatto che ci sia stata una sorta di capobranco a dirigere l’orchestrazione delle minacce e degli insulti alla Bencivelli. Ma si sa, “i muri vanno giù al soffio di un’idea”, come dice una vecchia canzone, e a qualcuno dovranno pur girare le palle. Da qui la decisione di Silvia Bencivelli di portare in giudizio i suoi persecutori, il cui “capo” è stato condannato l’altro giorno per diffamazione, mentre il tribunale ha anche ravvisato il reato di minaccia da discutere in separato giudizio.
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La sentenza della trattativa stato-mafia è come un film in bianco e nero (ri)visto alla TV

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E allora è stato definito finalmente da una sentenza di primo grado che sì, la trattativa stato-mafia ci fu, e che Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno debbono essere condannati a 12 anni di reclusione. L’ex senatore Mancino, invece, deve essere assolto. Il teorema regge e le ipotesi cominciano a trovare un fondamento giuridico, una radice profonda nelle sentenze di quei giudici che hanno sostanzialmente accolto l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri. E’ stato proprio Di Matteo a dire: “Sanciti i rapporti col Berlusconi politico”. L’ex Cavaliere ha replicato: “Parole di una gravità senza precedenti”. E via schermeggiando.

Comunuque vada, non è una novità. Delle trattative stato-mafia si sapeva già da quando la sentenza contro Giulio Andreotti mise la pietra tombale della prescrizione su eventi antecedenti la primavera del 1980. Eventi che sono stati dimostrati, confermati e vagliati da tre gradi di giudizio. Non era vero nulla quello che urlava esultante l’allora più giovane avvocato Giulia Bongiorno nel comunicare al suo assistito l’esito favorevole della sentenza di Cassazione: “E’ finita, è finita per sempre!” Qui quello che resta per sempre sono fatti comprovati e inaccessibili per il decorrere del tempo dalla giustizia di stato.

In ogni modo, quello di oggi è un film già visto. Un film dell’orrore, s’intende.

Il “fracaso” della Gazzetta dello Sport

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A proposito di giornalismo sciatto e approssimativo, l’altro giorno, dopo la “remontada” della Roma (o “romantada”, secondo quanto hanno pubblicato svariati giornali) è apparso questo tweet sull’acount della “Gazzetta dello Sport”. Si vede un “ritaglio” tratto da un giornale sportivo in spagnolo che parla del “fracaso” del Barça. Alla Gazzetta lo traducono, naturalmente, “fracasso”. Ora, si dà il caso che lo spagnolo “fracaso” stia a significare “disfatta”, “sconfitta sonora”, e non “fracasso” nel senso di “grande rumore”, che, oltretutto, nella traduzione non avrebbe neanche senso. Ma, tanto, si sa, lo spagnolo somiglia all’italiano, non è difficile, è musicale, è sensuale e poi basta metterci la -s in fondo.

Nota: A corredo di queste brevi considerazioni metto lo screenshot del tweet e non l’embedding diretto da Twitter perché mi interessa “fotografare” la situazione (il tutto potrebbe venir corretto strada facendo).

Mario Pianesi indagato

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Un bel po’ di tempo fa, assieme ad una amica, ho assistito al primo incontro di cucina macrobiotica organizzato dall’associazione UPM (“Un punto macrobiotico”).

Fu un vero disastro. Ritengo si sia trattata di una delle esperienze in assoluto più deludenti e deprimenti della mia vita. C’era uno che insegnava come si faceva il miglio con le carote e che spiegava che bisognava mettere nell’acqua un solo granellino di sale per togliere non mi ricordo bene che cosa, per il resto sale zero ché il sale fa malissimo. Io che il sale lo mangerei come fanno le capre ho chiuso quell’esperienza in quel preciso momento, mentre il resto degli astanti guardava rapito l’alchimia di quella mirabolante preparazione.

Fu in quella sede che sentii nominare per la prima volta Mario Pianesi. Un signore che sosteneva che le sue diete (tutte con il nome di “Ma.Pi.”, che chissà che cosa vorrà dire, e tutte numerate da 1 a 5 a seconda della durezza del regime alimentare) avessero potere risolutivo su alcune gravi patologie, come, per esempio, alcune forme di diabete. Mi chiesi allora quello che si chiederebbe chiunque davanti a simili asserzioni, e cioè se Mario Pianesi avesse o no qualche titolo universitario in medicina o in scienze della nutrizione per poter sostenere quanto andava affermando. Scrissi i miei dubbi in un articolo che potete anche andare a cercarvi e che si intitolava “Ci vediamo da Mario Pianesi prima o poi”.
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Il “femminicidio” (ohibò) di Antonietta Gargiulo

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Poi c’è quella triste storia di Antonietta Gargiulo, la moglie del carabiniere che ha ucciso le figlie e si è suicidato, dopo aver sparato tre colpi anche a lei, che adesso è ricoverata in fin di vita.

I giornalisti hanno di nuovo estratto dal cilindro la parolina magica, quella che mette d’accordo tutti e su cui tutti sono d’accordo, quel bruttissimo vocabolo che dovrebbe essere cancellato perfino dal dizionario, ammesso e non concesso che ci sia mai entrato: femminicidio.

Ora, si dà il caso che la signora sia in condizioni disperate ma ancora viva. Parlare di “femminicidio” in questo caso mi sembra come minimo prematuro, ma, comunque, inopportuno. Michela Murgia, che è una persona intelligente, dice in un suo recente tweet che la parola “femminicidio” non fa leva tanto sul fatto che sia stata uccisa una donna (no, macché!) quanto sul PERCHE’ sia stata uccisa. Dimenticandosi del fatto che non c’è proprio nessuna differenza tra l’uccisione di una donna per un raptus di follia da gelosia o volontà di non separarsi, e un povero gioielliere che si vede sparare dal rapinatore a cui non voleva consegnare la refurtiva. E’ come se, chiamandolo “femminicidio”, l’omicidio assumesse una valenza di gravità superiore proprio per una appartenenza di genere e non per il fatto in sé.
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Quell’intervista che non c’era a Samantha Cristoforetti

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da en.wikipedia.org. Immagine di pubblico dominio
da en.wikipedia.org. Immagine di pubblico dominio

La notizia è un po’ vecchiotta. Le riflessioni invece no. Abbiate pazienza.

Un periodico on line ha pubblicato recentemente una intervista a Samantha Cristoforetti. La quale ha a sua volta pubblicato una lunga, dettagliata e fin troppo garbata rettifica, sostenendo di non aver mai rilasciato quell’intervista e di non riconoscersi nello stile e nei contenuti di alcune delle risposte alle domande a cui, evidentemente, non aveva mai risposto. Nella richiesta di rettifica la Cristoforetti aveva chiesto che l’intervista “restasse online con un paragrafo introduttivo di spiegazione e di scuse a lettori e lettrici.” L’articolo con l’intervista in questione è stato tuttavia rimosso e ora la direttrice del periodico minaccia querela verso “chiunque dica che il mio giornale ha inventato un’intervista”.

Come dicevo, la risposta della Cristoforetti è molto lunga ed articolata. Nella sua disamina delle domande e risposte dell’intervista pubblicata, non fa il nome della testata, non accenna minimamente alla figura e/o all’identità di un qualsivoglia direttore responsabile e chiama con un nome convenzionale e di fantasia (Lucia Rossi) la giornalista che ha redatto il pezzo. Ometterò anch’io questi dati, perché è la volontà della Cristoforetti che in questa vicenda è la parte lesa (chiamarla “vittima” mi sembrerebbe troppo, se non altro perché non mi pare ci sia nessun “carnefice”), ma se andate a consultare questo articolo di Paolo Attivissimo ci trovate nomi, cognomi fatti e circostanze (si vede che lui può permettersele le querele per diffamazione).

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Ma il cancro non è uno spettacolo

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E’ tempo di outing. Nadia Toffa, Sabrina Scampini, Daria Bignardi, personaggi più o meno pubblici che hanno avuto un tumore (per il 100% donne) hanno deciso di raccontare la loro esperienza attraverso la TV o attraverso una intervista (le più discrete) alla stampa nazionale. Cosa spinga una persona che ha avuto un’esperienza così orribile come la scoperta di un cancro e le relative cure devastanti a metterci la faccia e andare in televisione a parlarne non si sa. Probabilmente è qualcosa che fa bene, che mette a nudo, che vuol dire “guardate, sono qui, con la mia parrucca e il mio fisico provato”, o, forse, più semplicemente, significa “ce l’ho fatta”. A prescindere dal fatto che quella persona ce l’abbia fatta veramente o meno.

Nadia Toffa è stata la prima in ordine di tempo ad apparire sullo schermo delle Iene per dire al suo pubblico (e non solo al suo, evidentemente) che è stata male, ma che in due mesi ha scoperto di avere un tumore, ha fatto la diagnosi, si è operata, si è sottoposta alle chemioterapie e radioterapie di rito ed è clinicamente guarita. Tempi da record, prima ancora di affermare che radio e chemioterapie sono le uniche armi per curare un tumore, proprio lei che fa parte dell’équipe di una trasmissione che ha rivendicato la presunta validità delle cosiddette cure “alternative”, dalle cellule staminali ai frullatoni di aloe, passando per l’Escozul (dalla contrazione dell’espressione castigliana “Escorpión azul”), il veleno degli scorpioni cubani azzurri (poi mi spiegheranno perché proprio quelli cubani, nelle altre nazioni non sono diffusi?), di cui io stesso avevo cominciato ad occuparmi quando la dottoressa Ester Pasqualoni, barbaramente assassinata nel giugno scorso, mi faceva pervenire preoccupanti lettere da La Habana da tradurre in italiano e mi chiedeva aiuto per dissuadere i pazienti che volevano farne uso. Perché c’è gente che ha bisogno di molto più di due mesi, e che arriva alla fine delle terapie stremata e senza forze, altro che parrucchina trendy e buonumore dal tubo catodico (ammesso che esistano ancora televisori col tubo catodico). Perché se prendi l’Escozul e non fai la chemio o la radio poi peggiori e probabilmente muori.
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Così fan tutti

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“La Madia ha copiato, su questo non c’è il minimo dubbio”. Non sono parole mie, è un virgolettato da una dichiarazione di Roberto Perotti, economista della Bocconi.

Quando il Fatto Quotidiano rivelò la coincidenza di larghi passaggi della tesi di dottorato del ministro Madia con studi e pubblicazioni antecedenti, scrissi solo poche righe. C’era un clima irrespirabile. Minacce di querele e azioni legali per ogni dove. Ricordo che ebbi la malsana idea di scrivere alla Madia che dubitavo fortemente che una eventuale azione legale potesse andare a buon fine. Mi venne addosso mezzo PD. E ora Perozzi è giunto alla conclusione che sì, quel materiale è stato copiato. O citato senza le opportune virgolette. E pensare che io volevo solo dire che copiare non è una bella cosa. Ma ci sono di nuovo minacce di azioni legali, questa volta per risarcimento danni e, quindi, cerco di usare le affermazioni altrui per certificare quello che vorrei affermare io. Sì, lo so, sono un vigliacco. Ma io la mia tesi di laurea l’ho scritta tutta di mio pugno. Ed è logico che non diventerò mai ministro della Pubblica Amministrazione. Anche se la perizia succitata è giunta alla stravagante conclusione che sì, ci sono queste coincidenze, ma che il comportamento non è censurabile visto che l’abitudine di copiare è largamente diffusa quando si tratta di materia economica. Gli economisti (quelli veri) si sono incazzati come iene.
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Fascismi d’Italia

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Stiamo assistendo a una serie piuttosto variegata e assortita di fascismi di ogni fattura e natura.

Il fascismo è così. E’ maledettamente camaleontico e si trasforma in una serie praticamente infinita di manifestazioni (spesso della stupidità umana).

Il fascismo è, per esempio, vedere la testa della Boldrini protagonista di un pietoso e malfatto photoshop, penzolare sanguinolenta sotto una scritta che dà i brividi solo a leggersela (“Sgozzata da un nigeriano inferocito. Questa è la fine che deve fare.”), figuriamoci a metterla in pratica. Ora, indubbiamente la Boldrini è criticabile per moltissimi suoi atteggiamenti, ma non può essere oggetto di bersaglio e scaricatoio di malumori e dolori di stomaco da intolleranza dei migranti in Italia. Poi l’autore del gesto in questione è stato individuato. Si chiama Gianfranco Corsi, ha 58 anni ed è della provincia di Cosenza. Uniche armi a disposizione un computer e la schiavitù di Facebook.

Il fascismo è, sempre per esempio, tirare un sospiro di sollievo al leggere che è stato individuato l’autore del fotomontaggio contro la Boldrini e scoprire che ne è stato messo in linea un altro (perché i fascismi sono così, si riproducono per partenogenesi), in cui si vede la testa dell’ex presidente della Camera stretta da una pinza in mano a una persona col viso insanguinato. Scusatemi ma non mi va di ripubblicare questo materiale iconografico, ne avreste solo nausea. La scritta, comunque, riporta  “Giustizia per Pamela Mastropietro barbaramente uccisa e fatta a pezzi da una risorsa nigeriana amica della Boldrini”. Anche qui un computer per sparare a zero e spargere intolleranza e male di vivere. Segnalato anche qui l’autore della bravata, solo che non se ne conosce ancora l’identità. Ed è un peccato perché i fascismi dovrebbero sempre avere un nome e un cognome.
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“Più migliori”: Adriano Sofri difende il Ministro Fedeli

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Il 21 dicembre scorso, Adriano Sofri ha pubblicato sulla versione digitale de “Il Foglio” un articolo riferito allo svarione della Ministra (oddio quanto è pesante scrivere “la Ministra”, no, via lo cancello) del Ministro Valeria Fedeli che in un’occasione pubblica aveva utilizzato il termine “più migliori“, destando il comprensibile disappunto della classe insegnante che da lei dipende.

Per Adriano Sofri, invece, no, Valeria Fedeli non avrebbe commesso alcun errore di grammatica. Ora, io non voglio contestare il diritto di Adriano Sofri ad autonominarsi avvocato difensore del Ministro Fedeli, perché sono convinto che chiunque abbia diritto a una buona difesa (purché la difesa sia buona), ma le intenzioni bellicose del Sofri sono evidenti fin dall’incipt del suo scritto:

“Si arrangi lei, la signora Valeria Fedeli, io vorrei mandare a quel paese i suoi correttori.”

“In molti hanno commentato: ecco che cosa succede a mettere a capo dell’istruzione pubblica una donna non laureata. Questi commentatori evidentemente sottintendono che chi abbia un diploma da maestra di scuola materna e uno da assistente sociale non debba sapere che non si dice più migliore.”

In breve, Sofri, per difendere la Fedeli si scaglia contro i suoi detrattori. Ma il problema è che si tratta di una causa indifendibile. L’errore c’è stato, è stato marchiano, chiaro, preciso ed evidente. Punto. Un esercito di professori, suoi sottoposti, o anche di semplici cittadini, si sono indignati per il semplice fatto che si spera vivamente che il Ministro dell’Istruzione in Italia parli un italiano corretto. Ma molto di più che sperarlo, ci se lo aspetta, come una sorta di condicio sine qua non. Non sono questioni di lana caprina, da sempre quello che mi auguro, in chi ci governa, è che siano persone molto, ma molto migliori di me. Anche nella grammatica.
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