“Questo lo dice lei”

“Questo lo dice lei” è diventata la parola d’ordine degli arrivisti incompetenti o degli incompetenti tout-court, il grimaldello per le neo prepotenze di un neofascismo che si sta insinuando nella coscienza degli italiani.

Lo ha detto il vice ministro del MEF Laura Castelli a Padoan durante una puntata di “Porta a porta” ed è diventato subito virale. Adesso tutti sapranno che se vai dal medico che ti fa una diagnosi che non accetti ti basterà dirgli “Lo dice lei che ho questa malattia!” per scardinarne l’autorità o l’autorevolezza.

In fondo è semplice. Lui, Carlo Padoan, economista di fama mondiale, docente in varie università in Italia e all’Estero, ex direttore per l’Italia del Fondo monetario internazionale, capo economista dell’OCSE, due volte ministro dell’Economia ha detto:  «Ora le spiego una cosa, che forse non le è chiara. Se aumenta lo spread, diminuisce il valore capitale degli attivi delle banche e, quindi, le banche si devono rifare alzando il costo del finanziamento»

La Castelli (M5S, mi ero dimenticato), sottosegretaria del ministero dell’Economia, diploma di ragioneria, laurea triennale in Economia aziendale, titolare di un Caf, ex addetta alla sicurezza dello stadio di Torino, ha risposto “Questo lo dice lei”.

E lì il tuo interlocutore può essere un luminare dell’economia, o di qualunque altra materia dello scibile umano, ma lo smonti, lo mandi in tilt, lo delegittimi e, con lui, tutto quello che dice. E’ ovvio che, contestualmente, ti sputtani (perché per contraddire Padoan ci vuole ben più di un vice ministra dell’Economia e Finanze con la laurea triennale in economia aziendale) e anche di brutto, però intanto hai fatto un gesto di dissacrazione. Chi è questa persona che solo per aver studiato e per insegnare economia nelle università più prestigiose d’Italia e del mondo pretende anche di aver ragione?? Ma come si permette??? E così si dà il via alla delegittimazione.

Essere sprezzanti ed irridenti nei confronti di chi ne sa più di noi non è forse il sogno di tutti noi fin dai banchi delle scuole elementari? La Castelli non ha fatto altro che dare corpo a questo sogno collettivo e fornire l’opinione pubblica di quel piede di porco necessario per scardinare l’autorità. Rimettendoci, in primo luogo, la sua credibilità personale.

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Chi ha paura di Cappuccetto Rosso?

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Non siamo in un paese normale, in cui, pure, il tema della solidarietà nei confronti degli altri dovrebbe essere preponderante, tanto che non dovrebbe esistere un “Prima gli italiani”, ma un “Prima chi ha bisogno”, se, come sta accadendo, la notizia del rapimento della volontaria Silvia Romano in Kenya viene corredata da una sorta di torrente fluviale di hate speeching in cui la trattano da “oca giuliva”, e le dicono che se avesse continuato a fare la volontaria nel contesto più umile e discreto della parrocchietta tutto questo non le sarebbe accaduto, condendo le violente considerazioni con un prosaico “Se l’è andata a cercare”.

Sono gli stessi imbecilli che pontificano che si deve andare ad aiutare i neri in casa loro e non accoglierli in casa nostra, ma poi quando qualcuno ci va è un’oca giuliva che se l’è andata a cercare, quindi cosa ci possiamo fare noi se Cappuccetto Rosso è andata dritta dritta in bocca al lupo cattivo? Oltretutto ci costerà un sacco di soldi in operazioni umanitarie, missioni all’estero, riscatto.

E di Cappuccetto Rosso ha parlato ieri nella sua rubrica “il Caffè” del Corriere della Sera Massimo Gramellini che, da par suo, ha scritto testualmente: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto.”

Gramellini parla di “smanie di altruismo” e dà ragione agli imbecilli di cui sopra che sottolineano il “cosa vuoi mai farci adesso?” di gucciniana menoria. Ma non è che le smanie di altruismo non sono altro che quella che i cattolici da sempre chiamano “vocazione”, quella che ti fa andare anche in un “villaggio sperduto” del Kenya a rischiare la pelle per dare una mano alla popolazione di lì e fare qualcosa in cui credi fermamente? Ma a chi ha dato fastidio Silvia Romano, alias gramelliniano Cappuccetto Rosso, nel fare la propria scelta di vita? Ai commentatori folli di Facebook e Twitter che dal calduccio delle loro case si collegano con i loro computerini o i loro smartphone della malora per riversare strali di veleno sotto forma di byte apparentemente innocui e protetti da una forma di pseudonimato quando non di anonimato vero e proprio per cui chi vuoi che vada a cercarli, e poi, anche se fosse, “abbiamo sempre espresso un’opinione”. Ai giornalisti di regime che non trovano altro da fare che dare ragione ai suddetti imbecilli comodosi, che vorrebbero la volontaria cameriera nelle mense della Caritas piuttosto che in Kenya ad aiutare i bambini come voleva lei (e, ripeto, si tratta solo di sacrosante scelte).

E così lo sbaglio di Silvia Romano è stato solo suo, e il caso del suo rapimento è diventato un’occasione da parlarne durante un caffè: “Ah, signora, mi lasci dire, questi giovani d’oggi sono proprio degli spericolati senza sale in zucca, abbiamo tante situazioni di povertà in Italia, che cosa ci combinava andare fin laggiù??”

E la tazzina vuota ricade sul piattino facendo rumore. Il caffè è finito, i giudizi sommari sono stati dati, Silvia Romano è nelle mani dei rapitori ma del resto se l’è voluta. Appuntamento con un’altra tazzina a domani, quando di Silvia si parlerà sempre meno.

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Medici Senza Frontiere si faccia processare

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Non è la prima volta che “Medici Senza Frontiere” è sotto il mirino della magistratura. Un anno fa si parlò di abusi sessuali, dopo lo scandalo Oxfam, ma la gente pare essersene dimenticata. La ONG se la cavò con una sorta di mea culpa e con un’autodenuncia in cui si parlava di tolleranza zero e di licenziamenti di 19 persone accusate a vario titolo. Federica Nogarotto, già capomissione di Medici Senza Frontiere, ebbe a dichiarare in quell’occasione: «Stiamo parlando di comportamenti non corretti di singoli individui, ve lo ricordo. Stiamo parlando cioè di mele marce, 40 casi su oltre 40 mila nostri operatori in tutto il mondo. È chiaro, però, che lasci l’amaro in bocca…»

Mele marce, dunque, eventi del tutto casuali e che non potevano nè dovevano intaccare l’immacolata immagine di MSF di fronte alla opinione pubblica italiana. Oggi arriva l’accusa di illecito trattamento dei rifiuti su cui Medici Senza Frontiere dichiara in un tweet: “Si accusa #MSF che da cinquant’anni salva vite in 72 paesi del mondo, che ha ricevuto un Nobel per la pace, di aver messo in piedi un’organizzazione criminale finalizzata al traffico illecito dei rifiuti.” E allora? Non si può?? O, forse, proprio perché MSF ha vinto un Premio Nobel deve essere per forza immune dalle inchieste della magistratura? C’è, nell’indignazione davanti a un atto istituzionale, una presunzione immensa, un senso di superiorità e di impunità mai visto, la voglia di fare tutto un fagotto di quelle che, allo stato delle cose, sono solo accuse.

E dalle accuse ci si difende. Per cui quello che mi aspetto e che tutti dovremmo aspettarci è che MSF affronti il procedimento penale che la riguarda senza inutili piagnistei, come lo affronterebbe qualsiasi cittadino italiano. Che uno poi dice: “ma con queste notizie la gente non donerà più il proprio denaro per gli scopi della ONG”. Ma vorrei anche vedere il contrario. Nessuno manderebbe un figlio a scuola se un professore fosse indagato per abuso di mezzi di correzione (indagato, ho detto, non condannato), ed è perfettamente normale che la gente non affidi i suoi soldi a una associazione che viene accusata di aver scaricato nei porti italiani rifiuti pericolosi a rischio infettivo. Saranno anche innocenti, non lo metto in dubbio, ma i miei soldi sono i miei soldi e non sono disposto a darli a chi tratta l’abuso sessuale come un incidente di percorso o cerca di minimizzare una accusa così pesante come il traffico illecito dei rifiuti con la scusa della solidarietà e del salvataggio di vite umane. Potrebbero non essere più in grado di svolgere la loro missione? E chi se ne frega! Non sono mica i soli che operano su quel tipo di interventi, ci sarà pur qualcuno che si occupa di assistere medicalmente chi ha bisogno, magari negli ospedali, e che non è stato accusato di un bel niente.

La mia avversità a ONG, ONLUS e categorie assortite è abbastanza nota. Ma ora basta scuse e ridicolaggini: Medici Senza Frontiere ci dimostri, al di là di ogni ragionevole dubbio, di essere degno del Premio Nobel che le è stato conferito, perché la gente non pettina le bambole e i suoi soldi non crescono sugli alberi. Oh.

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Gli uomini sono tutti pezzi di merda

Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.
Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.

Forse non è stata una delle battute più felici della Finocchiaro. Proprio perché si basa su uno stereotipo, un luogo comune che ripetuto all’eccesso (quante volte ce lo sentiamo dire??) finisce col perdere la sua valenza critica per diventare quello che è, una frase fatta. Brutta (se vogliamo), che non fa ridere (certo), ma è pur sempre diritto di satira e ci mancherebbe anche altro offendersi per così poco. Poteva fare di meglio, questo sì, ma poteva anche fare di molto peggio. Non trovo nulla di offensivo nello sketch della Finocchiaro, ma mi chiedo che cosa sarebbe successo se a girare quel minispot sulla merdàggine del genere umano fosse stato un comico maschio, contorniato da bambini, che avesse detto “le donne sono tutte stronze” (o qualsiasi cosa aggettivale o sostantivale vi suggerisca la frase fatta e denigratoria), col bambino maschio che alza la manina e chiede “Anche la mia mamma??” e la risposta fulminante “Soprattutto la tua mamma!!” Ci sarebbe stato un plebiscito di indignazione, soprattutto femminile (oltre che femminista) con valanghe di tweet di condanna da parte della solita sinistra benpensante e quattrinaia (così ben rappresentata dalla “TV delle ragazze”) con tanto di radiazione del comico dalle fila della RAI. Forse la differenza fra uomini e donne è proprio questa: noi uomini, se ci dànno del pezzi di merda ci ridiamo. Le donne, se qualcuno dà loro delle “stronze” si incazzano a morte.

MA è, sempre e comunque, satira. Dio mio…

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“Pennivendoli” & “puttane”

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Ci sono dei dati di fatto incostestabili:

-la Raggi è stata assolta dalle accuse che le erano state formulate perché il fatto (ancorché sussistente) non costiutuisce reato;

– la Raggi è stata oggetto, nel periodo in cui è stata indagata, di una sorta di accanimento mediatico senza precedenti che ha riguardato anche la sua sfera personale e privata.

Questi sono i fatti. E non sono minimamente in discussione.

Quello che è in discussione è come certi giornalisti, anche di un certo spessore, abbiano reagito (male!) a quella criutica partita da una parte della politica, che definiva la stampa come gestita da dei “pennivendoli” e da delle “puttane”. Intendendo per “puttane”, naturalmente, non già le donne dedite al meretricio, quanto un’eterogeneità di comportamenti e persone (dunque anche maschi) al servizio dei potenti e degli interessi principali della politica e non di quelli dell’informazione. Il che è vero.

Questi “penivendoli” e queste “puttane” esistono davvero. Titoli come “La vita agrodolce della Raggi, Patata bollente”, o “L’oca del Campidoglio starnazza ancora”, “La bambolina, il vertice farsa e il cazzeggio stampa”, “La Raggi e Roma imbruttite insieme” testimoniano indelebilmente come nel caso Raggi non ci si sia voluti limitare a dare un’informazione sull’andamento del processo, ma si sia voluto sollevare il carico da undici per distruggere l’onorabilità e la funzione istituzionale dell’imputata. Che quello era e quello restava, imputata, nient’altro.

E’ così che il cittadino, con una campagna di stampa a dir poco disgustosa portata avanti a tambur battente, si ritrova diffamato senza avere la possibilità di reagire. O, se reagisce, ha scarsissime possibilità di riuscita dal punto di vista giudiziario.

Cosa c’entra la “patata bollente” della Raggi con le vicende che l’hanno portata davanti al giudice? Saranno cose che si gestirà lei, per suo conto. Questa non è informazione. E’ saltare a pie’ pari le notizie per passare subito e direttamente alle opinioni che, invece, dovrebbero esserne chiaramente separate. E’ ovvio che, come spesso succede in questi casi, nell’impossibilità di esprimere un’opinione sui fatti, si esprimono giudizi sulle persone, e questo è inaccettabile.

Eppure c’è stato subito chi si è indignato. Una giornalista come Lucia Annunziata non ha esitato a togliersi il sassolino dalla scarpa chiedendo al ministro Bonafede se secondo lui era più “pennivendola” o “puttana”. Ma ci teneva proprio tanto? Non avrebbe potuto fare un’intervista al Ministro della Giustizia E BASTA?? Che necessità c’era di rintuzzare il fuoco della polemica e chiedere all’ospite a che categoria appartiene, considerato che le due denominazioni sono state partorite in piena area grillina, ma non sono opera diretta di Bonafede, ma di Di Battista? Nulla da fare, la Annunziata ha fatto di tutta l’erba un fascio, magari pensando che, essendo Bonafede dello stesso partito di Di Battista, ne condividesse anche modi e toni, quando è evidente a chiunque che chiunque (appunto) risponde delle proprie affermazioni.

Tiziana Ferrario, invece ha scritto: Di Battista, “giornalisti puttane” te lo rispedisco al mittente e fanne buon uso tra le persone a te più care” e continua: “ti sei fatto pagare da il Fatto Quotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios del Guatemala e per fare le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi un giovane studente in gap year (anno di viaggio alla scoperta del mondo che si fa di solito a 18 anni) Cresci! e impara un vero lavoro.” L’unica risposta che si potrebbe dare a una affermazione di questo genere è che Tiziana Ferrario è una giornalista del TG1, e questo taglia definitivamente la testa al toro. E, al di là di questo, trovo che Di Battista sia molto più valido come reporter tra gli indios del Guatemala che come politico, ma questa è una opinione personale.

Sono, questi due, esempi di cattiva condotta giornalistica, che assieme alle miriadi di titoli gridati sulla Raggi, pongono in cattiva luce tutto un sistema.

E non se ne capisce il perché.

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I carabinieri alla proiezione del film su Cucchi chiedono la lista dei partecipanti

Screenshot da www.ansa.it
Screenshot da www.ansa.it

“Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri”, diceva una canzonetta di De André, ma questa volta i carabinieri hanno usato modi gentili per entrare nella libreria del centro commerciale “Le Gru” di Siderno dove si proiettava il film “Sulla mia pelle”, ispirato agli ultimi giorni di Stefano Cucchi. Con altrettanta gentilezza hanno chiesto la lista di chi partecipava all’evento. Ripeto, un gesto gentile e carino, privo di alcun interesse specifico. Però l’hanno chiesta. E la proprietaria della libreria (o chi la gestisce) ha spiegato loro che non esiste nessuna lista, che in occasioni come questa non si provvede a censire gli intervenuti, e allora i carabinierei, sempre gentilmente e cortesemente hanno ringraziato ma sono restati nei locali per tutto il tempo della proiezione, pur non chiedendo le generalità a nessuno.

L’Agenzia ANSA riporta quanto rilasciato dal colonnello Gabriele De Pascalis: “I carabinieri erano lì per attività di routine [non mi risulta che una proiezione cinematografica sia una attività che preventa di routine l’intervento delle forze dell’ordine] e hanno interloquito con gli organizzatori per sapere se c’era qualcuno delle istituzioni o autorità, in un’ottica di ordine e sicurezza pubblica [Mi risulta che anche un’autorità o una persona delle istituzioni possa, anche a titolo privato, assistere alla proiezione di un film]. A noi non interessa alcun elenco [e allora perché gli agenti lo avrebbero chiesto?], soprattutto in una manifestazione che non aveva alcun rischio di ordine pubblico. Noi siamo sempre tra la gente e non vogliamo che l’accaduto venga strumentalizzato, specie in una vicenda triste e delicata come quella di Stefano Cucchi”.

Forse dovevano pensarci prima.

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Marco Cappato: la giustizia in sospeso

Il Palazzo della Consulta - foto tratta da Wikipedia -
Il Palazzo della Consulta – foto tratta da Wikipedia

Tutti sono soddisfatti della decisione salomonica della Corte Costituzionale di rimandare al 24 settembre 2019 la decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del Codice Penale in materia di aiuto al suicidio, decisione che sbloccherebbe, in un modo o nell’altro, il processo a carico di Marco Cappato per la morte di DJ Fabo e di rinviare al Parlamento il compito di riempire il vuoto legislativo esistente. Tutti soddisfatti, dicevo, perfino lo stesso Cappato. Tutti contenti, tutti felici. Tranne me.

Per l’amor di Dio, non è che la mia opinione sia determinante e fondante nella questione, ma trovo che si stia prolungando oltre ogni ragionevole attesa questo stillicidio e questa cottura sulla graticola di Cappato e dei diritti fondamentali alla vita e alla vita del diritto. Dai giudici di merito di primo grado del processo la palla è stata passata alla Consulta che ora la rilancia (“verticalizzando l’area di rigore”, direbbe un altro Poeta) al Parlamento che dovrebbe produrre un assist formidabile e insaccarla in porta di testa, producendo un testo di legge che colmi tutti i vuoti legislativi esistenti, cosa che questa maggioranza disgraziata giallo-verde non farà mai.

Rimaniamo ancora un anno col vuoto. La Consulta è stata cronometrica nel fissare la data della sentenza di merito che poteva dare già ieri e colmare quel vulnus che tanti additano e liberare Marco Cappato dalla spada di Damocle del dubbio. Tra una sentenza favorevole della Consulta e il suo processo, infatti, ci sono 15 anni di galera. E sono dati su cui non si scherza, o si scherza pochissimo.

La montagna ha partorito il topolino dell’attesa. E chissà il Parlamento quale non-pasticcio combinerà.

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Mimmo Lucano a “Che tempo che fa”

foto tratta da www.rainews.it
foto tratta da www.rainews.it

E così Fabio Fazio ha invitato Mimmo Lucano alla trasmissione “Che tempo che fa”. E lui ci va. Non ci son santi. Anzi, i santi ci sono e l’unica santificazione da sottolineare è proprio quella dello stesso Lucano che dall’esilio da Riace passa agli onori della televisione.

Chissà quanti accusati, a vario titolo, di reati di qualsivoglia genere, andrebbero volentieri a difendersi presso il servizio pubblico, pagato da tutti i cittadini, e da cui i suddetti cittadini si aspettano prestazioni di libera informazione e non difese che troverebbero migliore collocazione nelle aule di giustizia.

Non sono io quello adatto per dire se Lucano sia colpevole o innocente rispetto alle accuse che gli sono state mosse, ma certamente non è a “Che tempo che fa” che risolverà i suoi processi.

Il senso della vergogna ha fatto spazio al senso dello scoop, dell’audience, dello share a tutti i costi. La sinistra di maniera e quella pseudo democristiana hanno trovato il loro santo protettore, dimenticando che nessuno è fuori dalla legge. Pensano che incensando quest’uomo lo libereranno dalle accuse e dalle diffamazioni che sono cadute su di lui. E’ il nuovo medioevo, signori, non c’era nulla di peggio da aspettarsi.

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Prudenza col Parlamento Europeo, ci sono molti poteri diabolici!

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Sono grato alla provvidenziale lettrice Santina Romei per avermi inviato questa perla tratta da Twitter, in cui un utente mette in guardia i lettori, e, segnatamente, quelli di SkyTG24, dal Parlamento Europeo, luogo di perdizione, bolgia dantesca, girone di dannati, dove circolerebbero malvagità, ignoranza (beh, quella c’è un po’ dappertutto, soprattutto nel parlamento italiano, non vedo che tipo di problema dovrebbe porsi) ma soprattutto poteri diabolici. Satanasso e Belzebul sono due mezze calzette rispetto al potere diabolico disponibile nel consesso di Bruxelles e di Strasburgo, in cui, come è noto, non si può entrare senza che sia presente con noi un esorcista di provata bravura. Perché, diciamocelo francamente, come si farebbe a vivere senza un po’ di medioevo spicciolo? Senza quella paura che ci domina, senza il senso di una cappa di controllo superiore, di un potere malvagio che distrugge tutto, soprattutto le nostre certezze di esseri umani fragili e poco inclini ai compromessi. Ho omesso pietosamente (ma poi perché?? La gente non si potrebbe assumere la responsabilità di quello che scrive??) il nome e l’indirizzo Twitter del malcapitato autore di questo testo fulgido e spruzzante tolleranza da tutti i pori, ma la pericolosità dei poteri diabolici, evidentemente, sovrastano tutto. Anche i luoghi di democrazia.

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Revocati gli arresti domiciliari per Mimmo Lucano

Immagina tratta da "CalabriaNews24"
Immagine tratta da “CalabriaNews24”

E così il Tribunale del Riesame ha concesso la revoca degli arresti domiliari (presso cui era detenuto da 14 giorni) per Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, assieme a un’altra ipotesi di reato. Non è una vittoria, sia chiaro. Vuol dire solo che Lucano può attendere lo svolgimento del processo da libero piuttosto che da carcerato (sia pure ai domiciliari). Tutto lì. Ma non significa che le accuse contro di lui siano cadute. Aspetteremo le motivazioni della sentenza, naturalmente, in cui qualcuno ci dirà, finalmente, se effettivamente queste indagini sono state fatte con i piedi o se non esistono elementi oggettivi per poter continuare a detenere Lucano. Di certo c’è la beffa: Lucano è un uomo libero, ma non può stare a Riace, la città dove ha messo in piedi quel modello di accoglienza e di inserimento degli immigrati che è oggetto di polemica e di ostruzionismo da parte del governo. E, lo ripeto, Mimmo Lucano dovrà difendersi non già davanti alle telecamere e ai mezzi di comunicazione di massa, non su Internet e sui social network, ma nelle aule di giustizia, come qualsiasi cittadino. Sarà solo quello l’indice tangibile di una coscienza limpida e di una onestà di intenti.

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Quando Salvini diceva “La sorella di Stefano Cucchi si deve vergognare”

Immagine tratta da tpi.it
Immagine tratta da tpi.it

Un giorno del 2016, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, pestato a morte da un gruppo di carabinieri a cui era stato dato in custodia, secondo le rivelazioni fatte dal collega Francesco Tedesco, riprese una foto pubblicata sul profilo del militare (in cui il Tedesco appare in costume da bagno) commentando così:

“Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene.”

Gli seguì un commento di Salvini a “La Zanzara” di Radio24:

Ilaria Cucchi? Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo. È un post che mi fa schifo. Mi ricorda tanto il documento contro il commissario Calabresi”.

E ancora:

“La sorella di Cucchi  si deve vergognare. La storia dovrebbe insegnare. Qualcuno nel passato fece un documento pubblico, erano intellettuali sdegnati contro un commissario di polizia che poi fu assassinato. I carabinieri possono tranquillamente mettere una foto in costume da bagno sulla pagina di Facebook. O un carabiniere non può andare al mare? E’ assolutamente vergognoso. I legali fanno bene a querelare la signora e lei dovrebbe chiedere scusa”.

“Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri. Se l’un per cento sbaglia deve pagare, anche il doppio. Però mi sembra difficile pensare che ci siano poliziotti o carabinieri che hanno pestato per il gusto di farlo”.

E invece, stavolta, c’è chi ha cantato e ha fatto nomi e cognomi di chi ha preso parte all’aggressione contro Stefano Cucchi. Allora Salvini, ieri, ha corretto il tiro:

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Gli “errori di pochissimi” e i reati (che sono sempre “eventuali”, si noti bene), sono gli errori di chi rappresenta lo Stato, che in quel momento ha in custodia un cittadino contro cui non è stata ancora formalizzata alcuna accusa, e che non devono torcergli un capello, altro che cercargli l’anima a forza di botte, come scrisse il Poeta. L’errore di Stato è sempre un crimine che getta una macchia indelebile su tutta una categoria. Poi è chiarissimo (lo è perfino per Salvini) che la responsabilità penale è personale e paga chi ha commesso il crimine. Ma mai una parola sul fatto che lo Stato non può essere rappresentato da queste persone. Mai. E a questo punto fa bene Ilaria Cucchi a subordinare l’accettazione dell’invito al Viminale da parte di Salvini alle scuse che il ministro dell’interno deve alla famiglia di Stefano. Perché ci sia un modo più chiaro e pulito di vivere e di cercare giustizia.

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L’indignazione per l’acqua di Chiara Ferragni

Immagine tratta da www.lastampa.it
Immagine tratta da www.lastampa.it

Sì, invece io per Chiara Ferragni che griffa la bottiglietta (non ho ancora capito se da un litro o addirittura da mezzo) di acqua Evian e che poi viene rivenduta a 8 euro al pezzo mi indigno e come. Ma mi indigno anche per quelli che comprano la bottiglietta di plastica fatta a forma di madonnina a 15 euro quando vanno a fare il pellegrinaggio a Lourdes. E mi fanno schifo quelli che la vendono. L’acqua è un bene troppo prezioso per lucrarci sopra o per metterci un marchio che sia in una qualche maniera adatto a far riconoscere un’immagine, una persona, un concetto. L’acqua deve essere il massimo dell’open source e la traduzione “sorgente aperta” si adatta vieppiù a tutto il ragionamento.

A me non me ne frega nulla di chi sia Chiara Ferragni, neanche la conosco, non so che cosa faccia. Certo, ha un faccino incantevole, ma per il momento so solo quello, e sinceramente mi pare un po’ pochino. Battage pubblicitario enorme per il prodotto esageratamente caro, che suona come uno schiaffo in faccia a quelli che l’acqua non ce l’hanno e patiscono malattie dovute alla disidratazione, quando non infezioni batteriche di grave importanza per aver bevuto da fonti inquinate. 8 euro per una bottiglia d’acqua sono un’offesa all’intelligenza.

E non me ne frega nulla neanche se ho la possibilità e la libertà di non comprarla. Voglio poterla criticare perché è una incongruenza evidente, visto che un litro e mezzo di minerale gassata di marca “Neve”, non griffata, costa 25 centesimi al Penny, dove a volte la compro, è buonissima e se la possono permettere tutti e vaffanculo la griffe.

Ognuno faccia quel che gli pare, però non venite a raccontarmi balle.

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L’arroganza della sinistra radical-chic sul caso Lucano (ancora qualche innocente osservazione)

A seguito del mio post di ieri sull’arresto del sindaco di Riace, ho ricevuto qualche critica sui social network dai seguaci dei guru della sinistra radical-chic che invocavano alla “franchigia” per Lucano e al “golpe” della magistratura che avrebbe compiuto un atto arbitrario e “ad personam”. Qui di seguito alcune mie ulteriori considerazioni.

Avete quella faccia di bronzo e quella protervia che è tipica dei vostri padri, a loro volta figli di papà. Solo che loro scendevano in piazza a picchiare i poliziotti. Voi, vigliacchi, vi barricate dietro a una tastiera e iniziate a sparare a zero contro chiunque la pensi diversamente, sostenendo l’insostenibile, e andando in giro con una presunzione assolutamente inopportuna, ma proprio per questo sempre più ostentata. Avete avuto il coraggio di dichiarare implicitamente che non è vero che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Che per chi ha organizzato un matrimonio di comodo tra un vecchietto pressoché inconsapevole e una prostituta non c’è punibilità, che tutto deve essere insabbiato in nome dell’appartenenza politica e delle buone intenzioni di chi ha commesso un illecito. Vi siete permessi di tirare fuori gli esempi di Gandhi, di Marco Pannella e di Marco Cappato. Siete dei vigliacchi. Perché mai Gandhi, Pannella e Cappato si sono sottratti all’esecuzione della legge. Anzi, hanno sollecitato processi veloci perché venisse irrogata una pena per il solo scopo di dimostrare l’assurdità della normativa su temi di carattere universale. Siete vigliacchi perché rinnegate lo stato di diritto con la scusa di un hashtag patetico e volgare come #arrestatecitutti. Non volete capire che ci si difende nelle aule di giustizia, non per strada, nelle piazze, o su Internet. Non volete capire che non siete voi i giudici che hanno ordinato l’arresto di Lucano, che non siete voi i pubblici ministeri che l’hanno richiesto con tanto di indizi alla mano, che non siete voi a dover dichiarare l’innocenza ed il candore di un indagato prima ancora che si celebri il processo. Voi avete gridato allo stato liberticida, dimenticando che l’ideologia per cui per certa nomenklatura la legge penale non vale o non si deve applicare in virtù delle fulgide intenzioni etiche e morali di questo o di quel fantoccio di regime è un retaggio del fascismo più puro. E dimenticando, ancora, che per un ventennio abbiamo avuto un Presidente del Consiglio che ha fatto delle leggi pro domo sua un vessillo personale. Dove eravate, voi dell’allora opposizione? E dove siete ora che la magistratura vi sta mandando in galera uno a uno? A fare i finti scandalizzati su Twitter, ecco dove siete. Non sapendo che quello a Lucano non è un processo alla solidarietà, ma alla vostra coscienza sporca.

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Mario Pianesi indagato per l’omicidio della ex moglie

da: www.lastampa.it
da: www.lastampa.it

Ora ditemi voi se periodicamente io mi debba ritrovare ad occuparmi di questo omino qui, Mario Pianesi, che ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università della Mongolia e che è stato riempito di onoreficenze dal Presidente della Repubblica, già destinatario di premi e riconoscimenti in tutto il mondo, ben inserito ai vertici della società,  per aver inventato 5 diete “miracolose” chiamate Ma-Pi (dalle iniziali del suo nome e cognome, non si può certo dire che difetti di originalità!) per la cura di svariate malattie, senza nemmeno possedere una laurea in medicina.

L’ho già fatto in un paio di occasioni e adesso mi sento obbligato a tornare sul caso Mario Pianesi perché la notizia di questi giorni è che il guru della macrobiotica, oltre ad essere stato indagato a suo tempo per riduzione in schiavitù, associazione a delinquere, lesioni aggravate, maltrattamenti e evasione fiscale per aver imposto le sue diete ferree e il suo regime di vita spartano e macrobiotico (che in alcuni casi prevedeva anche l’allontanamento dal nucleo familiare di origine e dall’attività lavorativa per dedicarsi completamente alla causa della setta) ai suoi adepti (ripeto, senza avere nessun titolo e nessuna abilitazione per farlo), pretendendo di  risolvere qualsiasi malattia, anche la sordità.

Adesso la nuova accusa: a seguito di un ictus insorto nel 1997, la prima moglie di Pianesi, Gabriella (la seconda, Silvana Volpi, è coindagata assieme a lui), sarebbe stata curata solo con un’alimentazione a base di cereali, mentre avrebbe avuto bisogno di cure ospedaliere mirate. E’ morta nel 2001 in uno stato di grave deperimento fisico senza, ovviamente, alcun beneficio per la malattia che l’aveva colpita.

C’è da chiedersi come nel XXI secolo ci sia ancora da affidarsi ai guru, ai santoni, ai guaritori, a chi promette facili risultati. E anche come non sia solo la gente di strada, quella più sprovveduta (o semplicemente disperata) ad affidarsi a queste persone, ma le istituzioni (Pianesi è cittadino onorario di svariati comuni), le università (della Mongolia, poi, capirai…). Come è stato possibile che quest’omino magro magro, dall’aria apparentemente innocua, sia riuscito a fondare un impero sulla sua catena di ristoranti “Un punto macrobiotico” (UPM, anche qui il massimo dell’originalità) e a farsi patrocinare da Fao, Onu, Unesco.

La macrobiotica siamo noi.

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Ma il tumore non è un dono

Nadia Toffa in una recente istantanea tratta da "Vanity Fair"
Nadia Toffa in una recente istantanea tratta da “Vanity Fair”

Nadia Toffa sta veramente esagerando. Anzi, ha rotto decisamente i coglioni. Sostenere che il cancro è un dono, anche se lo si sostiene esclusivamente per proprio conto e sulla base della propria personalissima esperienza, è un’offesa nei confronti di tutti quelli che soffrono per questa malattia, per i loro diretti congiunti, per le tante disperazioni che caratterizzano i contesti personali e familiari di chi è affetto da tumore. Il cancro è un dono una veneratissima sega. Un dono ti sorprende, ti lascia a bocca aperta dallo stupore, sei sempre grato a qualcuno per quello che hai ricevuto, che sia una persona cara ad avertelo fatto o Dio in persona (naturalmente solo per chi ci crede, chi non ci crede muore come un cane tra atroci sofferenze) mentre il tumore è tedio, lo accogli con sconforto, non sai più che fare, sei disorientato, cerchi di reagire al meglio, ma il meglio non è mai sufficiente, il cancro è l’anticamera della morte, è il calvario della chemioterapia, di speranze che svaniscono, di una vita che non è più degna di essere vissuta come tale.

Nadia Toffa sarà anche malata, ma anche i malati dicono banalità assolute e dozzinali. Ha detto “se ce l’ho fatta io a sconfiggerlo ce la può fare chiunque”. Ma non è tutto: “Tutti i tumori sono uguali”. Un cazzo. Ci sono tumori che, presi a uno stadio iniziale, possono perfino essere guariti con un intervento chirurgico e un po’ di radioterapia. E ci sono tumori in stadio talmente avanzato da essere curati con la sperimentazione perché ormai non c’è nulla da fare. Di tumore si muore. Il cancro uccide. E uccide lentamente, in anni e anni di sofferenze e di alternarsi di speranze e sconforto. Siamo felici che Nadia Toffa si sia illusa di averlo sconfitto, ma c’è gente che non ce la fa sul serio, non per finta, e non è vero che quel “chiunque” riesca sempre e comunque a cavarne le gambe.

Ma poi, perché Nadia Toffa ha tirato fuori questo florilegio di affermazioni sconcertanti e discutibili? Perché aveva da promuovere un libro. E non potrebbe farlo attraverso i canali tradizionali delle librerie, dei giri per l’Italia per raccontare la propria esperienza, della propaganda della sua casa editrice? No, perché se un libro dice delle cose interessanti lo posso anche comprare, se no sono libero di lasciarlo lì ad aspettare di arrivare al più presto nei remainders con 70% di sconto o di andare direttamente al macero, che nel caso della Toffa è anche la soluzione più auspicabile, se le premesse sono queste. Nadia Toffa ha fatto della sua malattia un pretesto per spettacolarizzare, non per condividere. E questo francamente è inaccettabile, se non altro perché c’è gente che soffre in silenzio, lontana dalle telecamere, dai social network, dalle reti sociali, dalle Iene e dal mondo luccicante dello spettacolo. C’è gente che per la chemio perde i capelli e che si rinchiude in casa per la vergogna, perché il cancro non si accontenta di essere una malattia autonoma e distruttiva, no, ti porta la depressione, ti porta il vomito, non ti riconosci più, dimagrisci, sei uno zombi vivente. E tutto questo ha una dimensione che si chiama “privato”. Io ho sempre pensato che se avessi il cancro ne parlerei, ma dal mio blog, per le persone che mi vogliono bene e che mi apprezzano, per chi vuole leggermi, non per una generalità indifferenziata (come l’immondizia!) di sciacalli. Perché è questo che sono i curiosi delle malattie altrui, sciacalli, e Nadia Toffa non ha fatto altro che dar loro da mangiare carne fresca in uno spettacolo senza fine.

Sì, Nadia Toffa ha decisamente rotto i coglioni. Banalizzare, come sta facendo lei, è solo profondamente pericoloso. E nel tempo in cui ho scritto questo articolino sono già morte oltre 300 persone per cancro nel mondo, secondo le ultime statistiche.

 

 

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