Il feto di plastica delle famiglie “tradizionali”

E’ dai tempi di Giulietta e Romeo, ovvero dei Capuleti e dei Montecchi che a Verona succedono dei casini inenarrabili quando si parla di famiglie.

Ora, io sono per natura una persona che crede nello stato di diritto e nella libertà di opinione, di pensiero e di parola, per cui se c’è qualcuno che ha a cuore di manifestare un pensiero purtuttavia aberrante come quello che gli omosessuali, se non si pentono (ma di che?), sono destinati all’inferno è libero di manifestarlo, purché se ne stia rinchiuso nelle quattro mura del Congresso sulla Famiglia cosiddetta “tradizionale” (non esiste una famiglia “tradizionale”, casomai esiste una famiglia di tipo “naturale”, con tutte le implicazioni che questo termine comporta) e non rompa i coglioni. Anzi, a gente che la pensa così io non darei nemmeno tanta eco sui giornali, in internet, alla radio o alla televisione.

Ma quando si arriva, come si è arrivati, a distribuire riproduzioni in plastica di un feto di 11 settimane come gadget siamo a livelli di pura idiosincrasia e di perdita di ogni rispetto, primo fra tutti il rispetto del senso del macabro che, pure, l’opinione pubblica conserva immacolato (o almeno dovrebbe). Ma voglio dire, se ci tieni tanto alla famiglia intesa come padre e madre, regolarmente sposati e possibilmente in chiesa, se pensi davvero che il cancro venga più spesso alle persone non sposate (sempre in chiesa, naturalmente), se credi che la procreazione sia il fine primo e ultimo dell’unione matrimoniale e della famiglia in genere, non vai a dare un feto di plastica come gadget. Se è proprio un gadget puoi dare un rosario di plastica, un crocefissino di legno, un portachiavi, un’agendina, un calendarietto, un libriccino, ma un feto, Dio mio, cosa cazzo c’entra un feto riprodotto in pura plastica con la famiglia? Vuoi farmi credere che l’aborto è un crimine?? No, non lo è. Ma è un dramma, per chi lo sceglie o per chi lo subisce (e tante, troppe donne continuano a subirlo nel silenzio asettico delle sale ospedaliere). «Hai tra le mani la riproduzione di un bambino alla decima settimana di gravidanza – si legge sul biglietto -. Gli abbiamo dato un nome, Michele: per la legge italiana sull’aborto si può terminare la vita del bambino entro la 13esima settimana di gestazione ma anche oltre. Quindi Michele può essere ucciso. Michele rappresenta tutti i piccoli nel grembo materno che non possono ancora far sentire la loro voce, aiutaci a salvare Michele!» .

E no, la famiglia non è questo. La famiglia è il luogo dove si concentrano gli affetti, e la 194, perdìo, non si tocca. Finirà anche questo congresso e questi signori continueranno a parlare nell’oscurità dell’oscurantismo e in quella della generale indifferenza dell’opinione pubblica, svegliata solo da iniziative aberranti come questa. Nessuno vuole impedire a lorsignori di dire quello che vogliono. Vogliamo solo prenderci il diritto di abbassare a zero il volume quando pretenderanno di incantarci ancora con le loro sirene.

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I video e le immagini di Giulia Sarti

Bisogna dirlo chiaramente e fuori dai denti: la minaccia di diffondere, trasmettere, o far circolare con qualsiasi mezzo delle foto e dei video intimi dell’onorevole Giulia Sarti è una bastardata unica e una e un atto triviale e tremendo da condannare senza mezzi termini, di qualunque colore politico sia la persona interessata. Un hacker ha già diffuso sui cellulari di politici e giornalisti otto immagini e un video (poi rivelatosi falso) degli incontri privati della parlamentare che si è dimessa “da presidente della commissione Giustizia della Camera perché si è scoperto che aveva denunciato il fidanzato accusandolo falsamente di essersi appropriato dei fondi del Movimento pur sapendo che non era vero.” (Virgolettato dal corriere.it). Ci sarebbero, poi, anche delle registrazioni di incontri con esponenti politici e comunque di spicco del Movimento 5 Stelle. Non si sa che siano incontri “privati” (nel senso lato del termine) o meno. Ma non importa. Non è questo il punto. Il punto è che l’avversario politico lo batti sul piano delle idee e dei comportamenti pubblici, la sua vita sessuale e la sua vita privata sono e restano sacrosanti affari suoi, anche se si tratta di una persona pubblicamente esposta ai mezzi di comunicazione di massa. Le immagini e i video se li fa per conto suo e non sono destinati ad essere diffusi ad altri che lei non voglia, è intervenuto perfino il Garante per la Protezione dei Dati Personali per sottolineare e «richiamare l’attenzione dei mezzi di informazione invitando all’astensione dal diffondere dati riguardanti la sfera intima di una persona per il solo fatto che si tratti di un personaggio noto o che eserciti funzioni pubbliche, richiedendo invece il pieno rispetto della sua vita privata quando le notizie o i dati non hanno rilievo sul suo ruolo e sulla sua vita pubblica»

Io mi auguro che una protezione di questo genere valga e sia disponibile sempre e per qualsiasi cittadino italiano, anche e soprattutto per quel cittadini che non è parlamentare e, quindi, ha meno possibilità e mezzi per difendersi. C’è gente che per un filmatino hard diffuso sui social network si suicida dalla vergogna, genitori di vittime di cyberbullismo che non escono più di casa, persone che non hanno più una vita privata e psicologi che intascano fior di quattrini per seguire i disagi psichici di chi è caduto nella trappola tesa da altri. Facciamo attenzione, sì?

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Spaccio, infezioni e puttane

Abbiamo un governo pieno di idiosincrasie. Non vogliono l’utero in affitto ma in compenso incitano al noleggio della figa con le nuove e ventilate norme sulla prostituzione che vorrebbero riaprire le case chiuse. Se la prendono con gli immigrati perché dicono che “portano malattie”, che non sono vaccinati, sono infetti, dàgli all’untore; poi però reclamano il diritto di andare a scuola per i figli dei novax non vaccinati che mettono a repentaglio la vita di un loro compagno immunodepresso. Vogliono eliminare totalmente la non punibilità per la detenzione di una modica quantità di sostanza stupefacente e rendere qualsiasi detenzione, anche a fini di uso personale, illegale e punibile con la galera, mentre dall’altro lato invocano l’immunità e la grazia “ope legis” per chi è stato violato del proprio domicilio, da un individuo magari disarmato, che è raggiunto da una “sacrosanta” e “bene assestata” fucilata.

Siamo così. E’ difficile spiegare certe giornate amare, ma poi ci passa. Perché quelle idiosincrasie ce le abbiamo tutti. Il governo non fa altro che fotografare una situazione incancrenita e dura a morire che ritrae la nostra sete di vendetta e, soprattutto, la volontà di non capire la portata delle nostre azioni e dei nostri pensieri intolleranti. Abbiamo l’anima gialloverde. E non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello di lavarne via la sozzura.

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I commenti intolleranti a “Fahrenheit” di RadioTre

Questo post doveva essere più rapido e fulmineo nell’essere pubblicato. Poi ho visto che sabato mattina dell’argomento aveva parlato anche Massimo Gramellini sul suo Caffè del Corriere, e allora ho deciso di prendermela comoda. Allora. A “Fahrenheit”, rubrica culturale pressoché quotidiana su RadioTre, trasmissioncina un po’ da radical-chic di sinistra di quelli con la puzzetta sotto il naso, con giochini, rubriche, ma soprattutto recensioni di libri, si è parlato di Primo Levi. E Primo Levi è sicuramente un gigante della letteratura del ‘900 italiano. Siccome la trasmissione è aperta ai commenti degli ascoltatori, gli ascoltatori hanno commentato con frasi tipo “Basta con gli ebrei”, “Non fate politica” e altre delizioserie simili. Solo che la conduttrice Loredana Lipperini e la redazione di “Fahrenheit” che cosa hanno deciso di fare? Di leggere in diretta i commenti degli ascoltatori, anche quelli più ostici ed ostili, per mostrare, dicono loro, una realtà tangibile e non occultare quello che è l’umore del paese reale che ascolta RadioTre (solitamente personcine garbate e disposte al dialogo). In breve, in piccolo quello che successe nell’86 con Radio Parolaccia a Radio Radicale, dove si sospesero le trasmissioni e venne dato ad ogni ascoltatore un minuto di tempo per dire quello che voleva in estrema libertà, e le cassette delle segreterie telefoniche venivano poi messe in onda senza nessun filtro dall’emittente in odore di chiusura.

Loredana Lipperini, la conduttrice, ha spiegato su Facebook il perché di questa scelta redazionale, ma inspiegabilmente il post è stato rimosso, o sono state cambiate le impostazioni sulla privacy, anzi, addirittura non mi risulta più un account a nome della conduttrice,

quindi sull’articolo di Repubblica che per prima ha dato la notizia è possibile leggere solo alcuni estratti: “Perché questa è la realtà, scrive. Ed è indispensabile conoscerla… per combatterla”.

E’ vero, questa è la realtà. C’è gente intollerante che invade i canali del servizio pubblico per fare dell’antisemitismo spicciolo, e questo è di una tristezza esasperante. Come di una tristezza esasperante è sapere che Loredana Lipperini fu tra i primi firmatari della richiesta di scarcerazione di Cesare Battisti promossa da Carmilla On Line (guardate gli elenchi qui) e non mi risulta che abbia mai chiesto scusa, come invece hanno fatto altri intellettuali firmatari come Vauro e come Roberto Saviano, pensando (magari troppo tardi) che le vittime dei reati di Cesare Battisti eranoancora lì a chiedere di ottenere giustizia. E allora di che stiamo parlando?? Di un mondo che è incivile e odiosamente pervicace nel rivendicare la propria intolleranza solo al di là del microfono? Chi è il più pulito nel gioco dell’informazione del grande fratello in cui l’ascoltatore si fa protagonista e la conduttrice ha anche lei un gesto discutibile da farsi perdonare? E’ come il pregiudicato che dà del delinquente al ladro. “Quante persone ci saranno nel mondo che fuggono dagli altri perché non vedono loro stesse!” (Lazarillo de Tormes, cap. 1)

Aggiornamento delle ore 12,50: Registro che il profilo Facebook di Loredana Lipperini è di nuovo regolarmente raggiungibile (probabilmente si è trattato di un problema momentaneo) e ripubblico il suo intervento di giovedì scorso.

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E la De Gregorio rispose

Mentre stavo scrivendo il post sui miti consigli di Michela Murgia è arrivata una risposta via Twitter alle mie obiezioni da parte della stessa Concita De Gregorio. Siccome mi è sembrato un intervento pacato e dai toni austeri lo ripubblico per dovere di cronaca, critica e correttezza nei confronti della controparte.

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Michela Murgia mi dice di informarmi (onde evitare brutte figure, va da sé…)

Per carità, io ho una grande stima di Michela Murgia. E’ brava, intelligente e soprattutto dotata di quel tanto di ironia che dovrebbe caratterizzare tutte le donne del suo spessore umano e intellettuale.

E quindi il fatto che ieri mi abbia scritto su Twitter consigliandomi di informarmi prima di parlare (del caso di Concita De Gregorio di cui ho parlato alcuni giorni fa). Il breve botta e risposta lo trascrivo qui. In neretto gli interventi della Murgia, in corsivo i miei:

Se esiste una metafora della mancanza di responsabilità politica è certo la vicenda capitata a @concitadeg, l’unica a pagare per il diritto di cronaca mentre editore e speculatori politici si sono dileguati. La credibilità del PD è morta anche all’Unità.

Non sono d’accordo, signora Murgia. Il diritto di cronaca non è il diritto di diffamare e qui ci sono fior di sentenze (esecutive, anche se non definitive) che certificano che il danno c’è stato. Non è a suon di paroloni o di notizie sbagliate che si fa informazione. CDG paghi.

Forse documentarsi prima di parlare le sarebbe utile a evitare figuracce.

Le condanne per milioni di euro ricevute in sede civile da questa signora sono o non sono una sufficiente fonte di informazione? E’ riuscita a farsi spillare 30.000 euro + 7.000 di spese processuali da uno che ha denominato “fascista”. E ammettere di essersi sbagliata no, eh??

La logica è sempre la stessa: hai espresso un dissenso da quello che è l’andamento dell’opinione pubblica di certa sinistra di maniera e radical-chic? Il minimo che ti possa capitare è di sentirti additare come una persona disinformata e approssimativa che parla un po’ così per sentito dire e che fa una figuraccia per il solo fatto di aver detto che esistono delle sentenze che danno torto alla De Gregorio. Che, poi, voglio dire, è un dato di fatto. Michela Murgia avrebbe potuto tranquillamente entrare nel merito. Magari anche solo per dire che quelle sentenze sono ingiuste a suo personale modo di vedere. Che è già un modo, elementare e di base, per entrare nel merito. Invece nulla di tutto questo. Solo un giudizio preso e messo lì, che oggettivamente non fa onore alla Murgia, ma tanto io le voglio bene e la leggo lo stesso.

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Ancora su Cesare Battisti, sui lettori pignolini del blog e sul video del ministro della giustizia Bonafede

Ho sempre sostenuto di avere dei lettori pignolini, ma le lettrici, se Dio vuole, sono anche peggio.

Una signora, che evidentemente legge in maniera approfondita quello che scrivo, mi fa notare che negli anni 09-10, a proposito del caso Battisti e sulle problematiche della sua estradizione, non ero così duro e perentorio come oggi, ma più “possibilista” (utilizza proprio questa parola, “possibilista”) sulla eventualità di uno stato di libertà per il terrorista. Ma io non sono né per Battisti né per la Francia o il Brasile. Io sono, e sono sempre stato, per lo stato di diritto. Cesare Battisti è un terrorista omicida riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato. Come tale deve scontare la sua pena. Senza se e senza ma. Per fortuna o abilità è riuscito a eludere la sorveglianza italiana e a farsi dare l’asilo politico in Francia prima e in Brasile poi. Che sono paesi con una democrazia consolidata e che si fondano, a loro volta, sullo stato di diritto. E che hanno avuto le loro ragioni a negare l’estradizione di Battisti in Italia. Queste ragioni possono essere discutibili e discusse, ma sono altrettanto legittime delle richieste dello Stato italiano. Battisti è rimasto latitante per 38 anni. Non credo che in questo periodo chiunque volesse fare un bliz e arrestarlo in casa sua non abbia avuto la possibilità di farlo. Ma ci sono delle vittime, perbacco, di cui Battisti è responsabile. Ci sono delle parti lese, gente rimasta sulla sedia a rotelle o che ha perso un caro familiare. Stare dalla parte di Cesare Battisti sempre e comunque è una presa di posizione destinata a fallire. Per questo ho pubblicato l’elenco dei primi 1500 firmatari dell’appello di Carmilla on Line del 2004, perché bisogna sapere e ricordare da che parte si è schierata certa “intellighenzia” (italianizzato) e come si siano mossi certi guru di una sedicente sinistra che ormai, in quel caso, non aveva più nulla da dire a nessuno. Prendiamo Vauro, per esempio. Giorni fa ha dichiarato al Fatto Quotidiano:

“Mi assumo tutta la responsabilità politica e morale della mia firma sotto l’appello per Cesare Battisti del 2004”
“in realtà fu una persona, della quale non farò il nome, ad apporla per me, dando per scontata una mia adesione. Avrei dovuto ritirarla al tempo e non lo feci per colpevole superficialità e malinteso senso di amicizia. Non l’ho fatto nemmeno successivamente, quando scoppiarono le polemiche, perché un ritiro tardivo mi appariva e mi appare come un atto ipocrita volto a scaricare le responsabilità personali di cui sopra”.

Quando lo hanno messo di fronte a Torregiani a “Quarta Repubblica”, davanti a Nicola Porro ha dichiarato:


“Non ho detto che è stata una grande superficialità ma una colpevole superficialità. Mi ritengo responsabilmente colpevole di quella responsabilità che ha portato a far sì che la mia firma fosse sotto quell’appello”
E, rivolgendosi a Torregiani : “Visto che c’è Torregiani in studio, se la cosa non lo offende, vorrei anche scusarmi se quella mia firma può aver turbato una sensibilità già messa a dura prova”.

E allora, di che cosa stiamo parlando? Sempre di qualcuno che sul web firma al nostro posto (ricordate che anche Roberto Saviano confessò candidamente di non sapere per quali oscure strade del web fosse arrivato a mettere quella firma poi provvidenzialmente -per lui- ritirata?) e a nostra insaputa. Sempre di un “Avrei dovuto”, ma mai di un “devo”. E’ sempre un arrivarci per contrarietà, come direbbe il poeta, non si sceglie mai in tempo.

E visto che sono a favore di uno stato di diritto, bisogna che vomiti tutto il mio disgusto per il video di Bonafede circolato sul web negli ultimi giorni, in cui si mostra l’arresto di Battisti, ormai ridotto a una larva innocua, come se fosse uno spettacolino da baraccone. Come se oltre alla privazione della libertà un detenuto debba pagare anche con il prezzo della pubblica gogna le sue azioni, come se una realtà non esistesse se non viene immediatamente condivisa sui social network, da un ministro della giustizia e uno dell’interno con le divise di un corpo dello stato, quando avrebbero dovuto essere lì almeno in giacca e cravatta, anzi, non avrebbero nemmeno dovuto essere lì a mettere a repentaglio l’identificazione di un poliziotto addetto alla sicurezza di Battisti. E’ questo esercizio morboso della curiosità, questa continua sollecitazione del prurito dell’opinione pubblica a mettere il naso negli anfratti più nascosti e patologici di un vissuto che non rende giustizia a uno stato di diritto. Perché devo vedere un detenuto in manette mentre gli prendono le impronte digitali? Non potrebbe essere allontanato dal pubblico ludibrio, una volta messo nelle condizioni di non nuocere?? Queste azioni gratuite sono figlie di una ignoranza dilagante e diffusa, che nulla ha a che vedere con le certezze di uno stato di diritto. E’ una azione cinica e grottesca e bene farà la Camera Penale di Roma a presentare un esposto nei confronti del ministro Bonafede. Vogliamo la vita del diritto, non l’autopromozione gratuita a tutti i costi. Ecco come la penso.

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Ecco chi ha firmato l’appello per la liberazione di Cesare Battisti (prime 1500 firme)

Ho trovato sulla pagina https://www.carmillaonline.com/archives/1500_firmatari.html l’elenco degli intellettuali e dei cittadini che nel 2004 firmarono per la liberazione di Cesare Battisti dopo l’arresto in Francia, in attesa di estradizione. Si tratta di poco più di 1500 firme raccolte in sei giorni. Quidi seguito i primi firmatari. Chi lo desiderasse può anche scaricare il seguente file .RTF:

https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2019/01/cesarebattisti.rtf

Valerio Evangelisti scrittore

Serge Quadruppani scrittore

Wu Ming scrittori

Vauro disegnatore

Giuseppe Genna scrittore

Lello Voce poeta

Nanni Balestrini scrittore e critico

Antonio Moresco scrittore

Luigi Bernardi scrittore ed editore

Marco Philopat scrittore ed editore

Tiziano Scarpa scrittore

Giorgio Agamben docente universitario, filosofo, scrittore

Davide Ferrario regista

Ivano Ferrari poeta

Guido Chiesa regista

Florence Thinard scrittrice – Francia

Pascal Dessaint scrittore – Francia

Dominique Manotti scrittrice – Francia

Loredana Lipperini giornalista

Gilles Perrault scrittore – Francia

Carla Benedetti docente universitaria, critica letteraria

Stefano Tassinari scrittore

Massimo Carlotto scrittore

Laura Grimaldi scrittrice e traduttrice

Pino Cacucci scrittore

Michele Monina scrittore

Jean-Marie Laclavetine scrittore – Francia

Sergio Baratto traduttore

Nilo-Manuel Casares Rivas critico d’arte

Enzo Fileno Carabba scrittore

Sbancor banchiere – scrittore

Mauro Trotta giornalista e critico letterario

Jun Fujita Hirose critico cinematografico

Paolo Cento deputato Verdi

Mauro Bulgarelli deputato Verdi

Edizioni DeriveApprodi

Giovanni Russo Spena deputato PRC

Graziella Mascia deputata PRC

Topolin Edizioni

Jorge Vacca editore

Massimiliano Governi scrittore

Christian Raimo scrittore

Sandrone Dazieri scrittore

Hervé Delouche editore – Francia

Claude Mesplède saggista – Francia

Jean-Hugues Oppel scrittore – Francia

Sante Notarnicola poeta

Francis Mizio scrittore – Francia

Enrico Remmert scrittore

Danilo Arona saggista, scrittore

Maurice Rajfus scrittore, Observatoire des libertés publiques

Giorgio Tinelli ricercatore universitario

Francesco Mattioli disegnatore

Marco Melotti saggista

Doug Headline scrittore, editore, regista – Parigi

Sophie Bajard editrice – Parigi

Weiner Marchesini saggista

Gianfranco Manfredi scrittore, musicista, critico

Hobo Rosati webmaster

Roberto Vignoli editore

Andrea Erra

Simone P. Barillari scrittore

Gian Marco Mazzocchi

Sergio Rossi editor

Daniela Bandini giornalista

Cesare Castaldo

Matteo Bastetti

Claudio Tulli di Materiali resistenti

Laura Grazioli pubblicitaria

Tiziano Borrelli

Jari Lanzoni informatico

Gian Paolo Serino critico letterario

Tiziano Cardetti redattore

Fabrizio Demontis

Cosimo Polisena

Monica Mazzitelli scrittrice e membro Inciquid

Federico Alessandro Amico

Alessandro Bertante scrittore e giornalista

Rossano Astremo scrittore

Francesca Masera

Stefano Mano libreria SpazioPiù

Salvatore Ditaranto webmaster

Loredana Simonetti operaia

Roberto Caselli

Matteo Marchetti

Alex Cremonesi del gruppo La Crus

Girolamo de Michele scrittore

Massimiliano Di Giorgio giornalista

Ugo Tassinari giornalista e saggista

Luca Mazzocco marketing manager

Ilaria Carretta

Gabriella Fuschini scrittrice

Giovanni Secondulfo ingegnere

Carlo Mor

Armando As Chianese giornalista

Stefano Lanticina

R. Benassi

Paolo Casarini educatore professionale

Maria D’Amico giornalista

Michele De Pirro

Maximiliano “Strelnik” Bianchi blogger

Stefano Pasquini artista

Stefania Carrara

Giorgio Gianotto

Emiliano Mattioli

Annalisa Rosso

Andrea Pompei

Claudio Giacchino

Andrea Di Pietro

Pietro Izzo

Alberto Raviola psicologo

Giacomo Mason

Federico Tassi

Emiliano Viti consigliere comunale Genzano (Rm)

Maria Teresa Carbone

Cinzia Bonatti

Mauro Smocovich scrittore

Paola Tavella

Nico Maccentelli redattore

Maurizio Casetta

Mélanie Fazi scrittrice

Federica Cangini

Massimiliano Pittana IT manager

Silvia Elisa Costa di typesetter.splinder.it

Redazione di Altremappe www.altremappe.org

Claudio Paolantoni

Giuliano Santoro

Giorgio Locatelli imprenditore

Andrea Dell’Amico systems administrator

Alfredo Simone giornalista

Umberto Morbiducci ricercatore

Paolo Fanti

Robin Benatti traduttore

Luca Conti traduttore e critico musicale

Fabio Lanza giornalista a New York

Marina Collaci giornalista

Antonio Federico

Elisabetta Michielin

Silvia Samory

Marco Arrigoni

Barbara Cerboni consulente IT

Riccardo Capone

Maria Rosa Saporito

Mario Martelli

Giovanni Favero ricercatore Università di Venezia

Roberto Laghi redazione http://www.radioactivity.be

Giulio Airoldi

Eric Vial prof. Storia Contemporanea – Univ. Grenoble

Paola Roccuzzo

Beppe Sebaste

Claudio D’Aguanno

Filippo Casaccia

Redazione www.pensamentus.it

Michele Citoni giornalista e videomaker

Francesco Masala

Giuseppe Fonte Basso

Jessica Rossi

Francesca Pompili

Marianne Boutrit

Elisa Veronesi lettrice

Andrea Petrucci

Mario Giacometto

Nico Gallo giornalista

Paolo Cappelletto designer e musicista

Davide Vitullo

Alfonso Rago giornalista

Santi Spadaro

Alessandro Beretta giornalista

Elena Bianchi

Alessio Davide

Gianluca Favaron lettore

Luana Vacchi

Stefano Calori blogger

Bruno Pepino consulente

François Joly scrittore – France

Pierre Bondil traduttore – France

Nicola Folletti folle.org – mediattivista

Valentina Ferrara

Firouzeh Mohajer

Giuseppe Panella docente universitario

Daniela Lanticina

Tommaso Didimo

Carlo Canepa Sportello Precariato – RdB Genova

Aldo Cardino Coordinamento Nazionale RdB – CUB

Ottavio Mazzucco

Luca Galli

Gabriele Spadacci

Vittorio Catani scrittore

Roberto Carcano giornalista

Claudio Torroni informatico

Fabio Frosini Università Urbino

Stefano Cavazzoni

Alessandro Perone Pacifico

Claudio Bonavera

Pietro Lasalvia

Lorenzo Cassata salgalaluna.clarence.com

Massimiliano Clemente komix.it

Stefano De Ponti

Valerio Guizzardi Esecutivo Fed. Verdi Bologna

Antonio Amorosi Presidente Fed. Verdi Bologna

Redazione rivista Frame Bologna

Diego Santalucia

Dario Troso

Valeria Valentini lettrice

Paola Ripi lettrice

Ophélie Beshay libraia

Hany Beshay cuoco

Delphine Cingal docente universitario – Parigi

Laetitia Hamot studente

Frédéric WITTA attore

Jacqueline WITTA attrice

Michele Witta libraia

John Vignola giornalista e critico

Marco Fubini

Stefano Tamburrini bibliotecario

Manila Benedetto giornalista – www.pproserpina.net

Sergio Golinelli

Nicolò Arban

Alex Foti editor Università Bocconi Editore/Egea

Francesco Russo

La Scimmia Edizioni

Giulia Di Donato

Alessandro Vicenzi

Christian Dufour docente – Francia

Gaetano Vergara www.aitanblog.splinder.it

Giulio “Grandenud” Bufo

Emiliano Di Marco Operatore Progetto RE.S.P.I.R.A. (Rete Servizi per i Richiedenti Asilo) con l’Assopace Napoli

Alessandro Besselva Averame giornalista musicale

Emmanuelle Urien scrittrice

Alberto Sarcinelli

Giorgio Binello

Gabriele Battaglia

Francesca Valentini

Julien Vedrenne editore

Paolo Chiocchetti redattore

Alain Le Flohic organizzatore del festival Noir sur la ville de Lamballe

Olaf Grabienski Università di Amburgo

Thierry Loew e tutta l’Associazione Pas Sérial s’Abstenir

Roberto Guenter Melle giornalista – www.melle.at

Iside Baldini

Christian Brütsch Università di Zurigo

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Cherchez le wi-fi

Certo che deve volercene di stomaco per sentirsi un tutt’uno con i ministri della repubblica che sono andati all’aeroporto di Ciampino a ricevere l’arrivo di un terrorista e pluriergastolano, senza tuttavia avere nessun merito sia nelle operazioni di cattura sia in quelle che ne hanno permesso una estradizione lampo.

Ma c’era chi festeggiava il rientro di quella che ormai è solo la salma di un latitante ultratrentennale che entra in galera oggi per uscirne, probabilmente, quando sarà morto, che si è fatto beccare grazie a un wi-fi. Festeggiava perché “NOI” siamo riusciti a catturarlo, “noi” e non altri, non i governi di destra né quelli di sinistra, ma il governo gialloverde, con il ministro dell’interno in prima linea a brindare, “noi” che siamo i migliori, i più bravi, “noi” che abbiamo dimostrato che il celodurismo alla lunga (ma molto alla lunga) paga, “noi” che abbiamo realizzato un patto scellerato, “noi”, inutilmente convinti che gli ignoranti e i fascisti siano sempre e comunque gli altri.

Gli altri che Battisti lo hanno perfino difeso. Intellettuali del calibro di Gabriel Garcia Marquez (eh, sì, c’è cascato anche lui!), Bernard Henry-Lévy, e l’onnipresente Daniel Pennac, quello che dice che se gli studenti non leggono la colpa è degli insegnanti. E poi gli italiani che firmarono l’appello di Carmilla on Line per la revisione del processo a Battisti, come se non abbia avuto tutto il diritto a difendersi, pur se contumace. Tra di loro Vauro, Loredana Lipperini (quella che presenta, con vocina suadente e ammiccante “Fahrenheit” su Radio Tre), Tiziano Scarpa, MAssimo Carlotto (si sa, tra condannati…), Valerio Evangelisti, il collettivo Wu Ming, Pino Cacucci e Carla Benedetti. Tra i firmatari, ricordo anche un giovanissimo e semisconosciuto Roberto Saviano, che a seguito di quel gesto scrisse: «Mi segnalano la mia firma in un appello per Battisti, finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda. Chiedo quindi a Carmilla di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime»
Evidentemente, dunque, qualcuno deve aver firmato quell’appello a sua insaputa, ma Saviano è riuscito appena in tempo a sfangarla in parte (a Livorno si direbbe “col rumore l’hai rimediata, ma col puzzo no!”).

Restano comunque “loro”, a vegliare su di noi. E noi dovremmo anche essergliene grati, mentre tanti mafiosi latitano indisturbati senza che nessuno metta loro le mani addosso e mentre l’intelligenza del paese firma per la revisione del processo a un terrorista, pluriergastolano, criminale, riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato e che si è sottratto per 30 anni all’esecuzione della pena (complici i governi compiacenti di Francia e Brasile). Il paese è questo, muto ormai per la sofferenza della gente veramente intelligente e onesta che non si vuole far rappresentare da questi personaggi politici o della cultura.

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Roberto Burioni: “La sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali”

Giorni fa ho pubblicato un post sul caso di una donna di Pescara che si è bvista risarcire dalla ASL di appartenenza 150.000 euro e un vitalizio di 800 euro mensili per aver contratto la sindrome di Guillain Barré dopo una vaccinazione.

Mi chiedevo, scrivendo quelle poche righe (e ormai di righe ne scrivo davvero poche) che cosa ne avrebbe detto il Dottor Burioni. Se fosse rimasto zitto per rispetto della paziente, se avesse esternato che gli dispiace, se avesse ammesso che sì, in qualche caso i vaccini NON sono sicuri e che bisogna stare attenti nelle somministrazioni, se avesse detto che comunque sia e comunque vada ha sempre ragione lui, se si fosse stracciato le vesti, insomma, una qualche reazione, quale che fosse.

La reazione non ha tardato ad arrivare. L’ho letta su Twitter dove Burioni ha risposto al post di un lettore che riportava la notizia con tanto di riproduzione delle pagine de “il Centro” che io ho solo cercato maldestramente di fotografare. E la reazione è… (sospiro di attesa):

LA SICUREZZA DEI VACCINI NON LA STABILISCONO I TRIBUNALI

Qui siamo al mondo alla rovescia, al teatro dell’assurdo. Qui Ionesco e Beckett impallidirebbero, si tratta di una reazione che lascia sbigottiti, stupefatti. Ma certo, perbacco, che la sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali, ma i tribunali devono ricostruire i fatti, accertare le responsabilità e, nel caso, condannare i colpevoli al carcere, alle multe o al risarcimento dei danni. E in questo caso il fatto è che la signora ha contratto la sindrome di Guillain Barré dopo una vaccinazione (ho scritto “dopo”, non ho scritto “in seguito a”) e che la ASL ha delle responsabilità tali che non ha neanche interposto appello, accettando così che andasse in giudicato la sentenza di primo grado, Ma di che cosa stiamo parlando? Solo perché in un caso un tribunale ha sentenziato tutto questo quello che dice il tribunale è carta straccia solo perché non spetta ai tribunali stabilire se i vaccini sono sicuri o no? Ma a cosa deve ricorrere un cittadino per avere ragione delle sue doglianze, alla scienza medica che gli dice “Non dica cazzate, i vaccini sono sicuri!”??

Siamo ridotti così. Come se i tribunali non avessero consulenti medici specializzati per stabilire i nessi di causa ed effetto che sottendono alle cause che devono dirimere. Siamo arrivati all’apice di ogni umano paradosso.

Io qui l’ho detto e qui lo ripeto: bisognerebbe dirlo a quella povera donna che la dicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali, ammesso di avere il coraggio e la mancanza di rispetto di farlo, poi FORSE (ma FORSE) qualche idea preconcetta comincerà a sgretolarsi.

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Tasse: le Onlus paghino. E paghino caro.

Si stanno lamentando che il volontariato e le opere benefiche sarebbero penalizzate dalla legge di bilancio approvata in extremis dal Parlamento e firmata, sempre in extremis, dal Presidente della Repubblica, per essere poi pubblicata, ancofra in extremis sulla Gazzetta Ufficiale, perché le tasse per le onlus e le organizzazioni di volontariato aumenterebbero e non è giusto che chi fa del bene debba anche pagare di più, no, non è giusto.

Naturalmente Conte, Salvini e Di Maio, una volta resisi conto delle consistenti critiche contro di loro hanno fatto marcia indietro preannunciando una modifica della legge che intanto doveva essere approvata sempre e comunque in extremis, pena pesanti conseguenze per lo Stato. Ma quella dell’aumento delle tasse per le onlus era forse l’unica cosa buona della legge di bilancio. Lo so che dico cose molto impopolari, ma non me ne importa niente, sono a casa mia e dico quello che voglio.

Il volontariato è una cosa meravigliosa. Le associazioni di volontariato molto meno.
Se qualcuno ha un bisogno e qualcun altro provvede questo è volontariato. Se ci si mette di mezzo un’associazione, un gruppo, qualcosa di burocraticamente costituito, qualcosa che faccia da filtro tra il bisogno del singolo e l’offerta di solidarietà è finita per sempre.

Se il mio vicino ha bisogno di un vaccino e non ha i soldi per comprarselo glielo posso comprare io, glielo do, lui se lo fa iniettare e siamo tutti felici. Se invece per avere un vaccino deve passare attraverso un’organizzazione che glielo darà anche gratis, ma che prima, per comprarlo, deve avere raccolto il denaro necessario sotto forma di donazioni (quindi non è neanche garantito che lo abbia il denaro necessario), aver fatto acquisti, scaricato la fattura, aperto un ufficio, pagato il responsabile di quell’ufficio (a meno che non sia a sua volta un volontario e lo faccia gratis), consegnato il vaccino a chi ne ha bisogno uno fa prima a morire.

Poi, per carità, anch’io do qualche soldino all’Opera di San Francesco per i Poveri che prepara pasti caldi per chi ne ha bisogno, ma sono consapevole che dietro a quello che il poveraccio mangia c’è tutta una “filiera” complicatissima, mentre se il poveraccio lo invito a casa mia (ce ne sono di poveracci che hanno bisogno di mangiare anche vicino a casa mia, avete voglia se ce ne sono!) gli faccio un piatto di spaghetti, una fetta di carne alla griglia, un po’ di frutta, qualcosa di dolce e magari spendo la stessa cifra di una donazione, ma almeno il rapporto è diretto, immediato e non ci sono intermediari di mezzo. Perché il poveraccio ha fame qui e ora, non dopo che qualcuno avrà trasformato in cibo ciò che all’origine nasce come donazione.

Quindi è giusto he le onlus paghino le tasse per qualsiasi cifra passi dalle loro mani, e per qualsiasi cifra diversa da zero che abbiano in attivo alla fine del bilancio, che abbiano dei bilanci finali trasparenti e pubblici regolarmente depositati e pubblicati sui loro siti web (come fa la Chiesa Valdese col suo 8 per 1000), che facciano, cioè, quello che lo stato fa con i suoi dipendenti: se ricevono stipendi o sovvenzioni il minimo che possono fare è pagarci le tasse. Ora, le onlus non sono lo stato (ma vi si sostituiscono volentieri) e non possono ritenere le tasse alla fonte, ma in fondo all’anno le onlus le tasse le possono pagare, soprattutto perché molte di esse sono concessionarie di servizi da parte di comuni e regioni (si pensi solo alle cooperative che hanno in gestione asili, centri diurni, servizi per anziani, case famiglia etc…), ed è giusto che paghino salato, che paghino caro, perché la solidarietà non può essere disgiunta dal senso di comunità cui, pure, il Presidente della Repubblica faceva cenno nel suo discorso di fine anno. Per cui se le tasse le pago io, che sono una persona fisica, non vedo perché non possano pagarle loro che sono persone giuridiche. Solo perché il loroscopo è quello di fare del bene? Allora che rendano conto ai cittadini. Se no che paghino le tasse e la smettano di rompere i coglioni con le loro lagne.

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Ma la sanità…

Mia madre non sta bene. Soffre di alcune patologie che non le permettono una vita perfettamente autonoma al 100%.

Giorni fa è andata alla ASL per una visita specialistica. Le è stato prescritto un farmaco dispensato solo dalla farmacia dell’ospedale. Si è occupato un parente di provvedere a tutto questo. Ha portato la ricetta medica alla farmacia ma gli hanno detto che nei giorni successivi sarebbero stati chiusi per inventario, quindi primo giorno utile per ritirare il farmaco la mattina di oggi. Bene, primo viaggio.

Stamattina il parente si presenta alla farmacia dell’ospedale a ritirare il farmaco (secondo viaggio) ma gli dicono che serve assolutamente la tessera sanitaria. No, il codice fiscale non basta. Allora il parente viene a casa di mia madre (terzo viaggio) e ritira la tessera. Con la tessera gli dànno il farmaco, sì, ma gli dicono che serve anche il piano terapeutico rilasciato dalla ASL. Cioè da loro. Altro viaggio per il maledetto piano terapeutico. Una volta visto il piano terapeutico il farmacista trasale perché la dose del farmaco segnata sul piano terapeutico non era la stessa segnata sulla ricetta. Il medico prescrivente aveva sbagliato. Sicché ennesimo viaggio (ormai ho perso il conto) per prendere la confezione giusta e finalmente poter avere il farmaco a disposizione. Ah, dimenticavo: il piano terapeutico non andava bene. Ci voleva l’altro.

Bestemmie assortite, qualche santo tirato giù a viva forza dal calendario, e la pazienza di una persona encomiabile. La sanità è anche questo: un sistema che dovrebbe riuscire finalmente ad interfacciarsi con se stesso e a recuperare via computer tutti i documenti che le servono senza doverli chiedere in firmato cartaceo al paziente, che sarà paziente sì, ma prima o poi a suon di portare pazienza un paio di nocchini ve li tira. Grazie France.

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Morire di diabete in carcere

Non si può morire di diabete in carcere nel 21^ secolo. Eppure è quello che è successo nella Casa Circondariale di Lucca, dove un povero Cristo con gravi scompensi glicemici e con una situazione generalmente compromessa, dopo essersi visto respingere per due volte la richiesta degli arresti domiciliari, è morto in cella. Doveva scontare un anno e nove mesi residui per reati contro il patrimonio. Gli rimanevano nove mesi di detenzione, un residuo che, probabilmente, avrebbe potuto scontare ai domiciliari. Nel mese di gennaio, infatti, si sarebbe dovuta discutere la terza udienza per la concessione della misura alternativa di detenzione. Ma lui non c’è arrivato. Eppure era stato dato più di un allarme, regolarmente ignorato. Non si sa cosa debba fare un poveraccio che sta male per dimostrare l’incompatibilità tra le proprie condizioni di salute e il regime carcerario, morire? Infatti quel detenuto è morto. Ma non l’ha ammazzato il diabete, è vittima di malagiustizia, quella che pensa che la privazione della libertà non sia sufficiente a far scontare una pena, no, ci vogliono condizioni afflittive maggiori, bisogna toccare per forza il diritto alla salute e la dignità personale. Perché o questo poveraccio aveva il diritto di essere adeguatamente curato in carcere o doveva essere detenuto in un regime che gli permettesse di stare meglio. Perché un cittadino affidato allo Stato non può e non deve essere temere per la sua sicurezza personale. E che si viva in un regime di giustizia giusta e non di giustizialismo sommario è un desiderio che oggi un detenuto del carcere di Lucca non può più permettersi.

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Si muore Ebbasta

Ora, maledizione, mi dovete dire chi è questo Sfera Ebbasta e che cazzo mi rappresenta la sua produzione cosiddetta “artistica” di rapper maledetto, di esaltatore delle esperienze estreme, delle droghe, delle auto, del sesso, delle donne, dei soldi facili (che indubbiamente lui ha ma non glieli invidiamo davvero), dei “concerti”, e degli adolescenti che lo seguono come un Dio, tanto da andare a morire in una discoteca sovraffollata per mano di un cretino che ha spruzzato uno spray urticante al peperoncino e ha creato una calca in mezzo alla quale sono morte sei persone. E la morte di questi giovani e di una giovane donna è l’unica cosa che resta di un culto disgraziato e pervertito a cui hanno partecipato ragazzini di 11 anni. No, dico, 11 anni. A 11 anni uno dovrebbe andarsene a letto alle 9 di sera dopo Carosello, con la borsa dell’acqua calda e i calzettoni di lana spessa, altro che concerto di Sfera Ebbasta! E i genitori che cosa devono fare? I genitori guardano basiti tutto questo, non ascoltano nemmeno una canzone dell’idolo di turno o, se l’ascoltano, se ne dimenticano, i figli vogliono andare al concerto, su, su mamma, andiamo, pòrtamici, e allora via, si va, ad accalcarci, a spintonarci, a pigiarci in una discoteca come le sardine per aspettare questa vedette, del resto sono figli,l qualcosa per loro si dovrà pur fare, e poi, tutto d’un tratto, si muore. Si muore e si lasciano quattro figli. Oppure si muore e si lasciano vivi dei genitori, che è anche peggio. Tutto per il signor Ebbasta. Che poi uno dice, ce li avevamo anche noi i nostri idoli di morte e di droga: Eric Clapton, Jimi Hendrix, Lou Reed, i Velvet Underground, Jim Morrison, Kurt Cobain. In Italia c’è anche uno che è diventato famoso con la “Vita spericolata” come quelle dei film che fa rima con Steve McQueen. Li avevamo anche noi, dicevo, questi modelli. Ma il livello artistico era assolutamente diverso. O vogliamo dimenticarci “I fiori del male” di Baudelaire, del 1857, in cui si esaltava l’assenzio, l’alcool, una vita ai bordi della società? Non è che ha sempre ragione Guccini quando dice che “i vecchi imbriaghi sembravano la letteratura”, spesso i vecchi imbriaghi SONO la letteratura, e se permettete c’è una bella differenza tra un imbrattatele e Andy Wharol. Ma qui si muore per mano di un imbecille. E che sia per un idolo di riferimento o di un imbecille materiale poco importa. Si muore Ebbasta. Honni soit qui mal y pense.

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“Questo lo dice lei”

“Questo lo dice lei” è diventata la parola d’ordine degli arrivisti incompetenti o degli incompetenti tout-court, il grimaldello per le neo prepotenze di un neofascismo che si sta insinuando nella coscienza degli italiani.

Lo ha detto il vice ministro del MEF Laura Castelli a Padoan durante una puntata di “Porta a porta” ed è diventato subito virale. Adesso tutti sapranno che se vai dal medico che ti fa una diagnosi che non accetti ti basterà dirgli “Lo dice lei che ho questa malattia!” per scardinarne l’autorità o l’autorevolezza.

In fondo è semplice. Lui, Carlo Padoan, economista di fama mondiale, docente in varie università in Italia e all’Estero, ex direttore per l’Italia del Fondo monetario internazionale, capo economista dell’OCSE, due volte ministro dell’Economia ha detto:  «Ora le spiego una cosa, che forse non le è chiara. Se aumenta lo spread, diminuisce il valore capitale degli attivi delle banche e, quindi, le banche si devono rifare alzando il costo del finanziamento»

La Castelli (M5S, mi ero dimenticato), sottosegretaria del ministero dell’Economia, diploma di ragioneria, laurea triennale in Economia aziendale, titolare di un Caf, ex addetta alla sicurezza dello stadio di Torino, ha risposto “Questo lo dice lei”.

E lì il tuo interlocutore può essere un luminare dell’economia, o di qualunque altra materia dello scibile umano, ma lo smonti, lo mandi in tilt, lo delegittimi e, con lui, tutto quello che dice. E’ ovvio che, contestualmente, ti sputtani (perché per contraddire Padoan ci vuole ben più di un vice ministra dell’Economia e Finanze con la laurea triennale in economia aziendale) e anche di brutto, però intanto hai fatto un gesto di dissacrazione. Chi è questa persona che solo per aver studiato e per insegnare economia nelle università più prestigiose d’Italia e del mondo pretende anche di aver ragione?? Ma come si permette??? E così si dà il via alla delegittimazione.

Essere sprezzanti ed irridenti nei confronti di chi ne sa più di noi non è forse il sogno di tutti noi fin dai banchi delle scuole elementari? La Castelli non ha fatto altro che dare corpo a questo sogno collettivo e fornire l’opinione pubblica di quel piede di porco necessario per scardinare l’autorità. Rimettendoci, in primo luogo, la sua credibilità personale.

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