Il nuovo libro di Roberto Burioni sull’illusione dell’omeopatia

Uscirà a fine ottobre il nuovo libro di Roberto Burioni sull’omeopatia e tutti i suoi innumerevoli effetti illusori. Burioni esce finalmente dalla polemica sempiterna ed infinita del botta e risposta con i no-Vax e si dedica a confutare uno dei più grossi, colossali e pericolosi inganni del nostro secolo. Nonostante Burioni non rientri esattamente nei miei santi (proprio per la sua attitudine squisitamente polemica di cui sopra) comprerò e leggerò il libro con molto interesse, augurandomi vivamente che questo lavoro (perché deve essere costato una bella dose di lavoro, su questo non ci sono dubbi) serva a far crescere nel cittadino italiano la consapevolezza che chi vuole curarsi con le medicine alternative o altrimenti dette “integrate” lo fa prima di tutto a rischio e pericolo della propria salute (una situazione cronicizzata e curata con acqua estremamente diluita e zucchero non può che peggiorare perché i principi attivi, semplicemente, non ci sono), ma, soprattutto, lo deve fare a spese delle proprie tasche per quanto riguarda tutto il ciclo che si suppone essere “terapeutico”, e che non si veda mai più in Italia che il denaro pubblico venga utilizzato dalle strutture altrettanto pubbliche per mettere a disposizione della gente un ambulatorio omeopatico. E’ successo e succede tuttora. Perché se metti a disposizione delle persone un ambulatorio omeopatico poi il minimo che possa capitare è che la gente ci vada, e, se ci va, ci creda. Magari una parte di quelli che ci crederanno, proprio in virtù del loro credo, guariranno spontaneamente e “miracolosamente”. Gli altri no. Mi si dirà che l’omeopatia non pretende di sostituire la medicina tradizionale, che lo stesso aggettivo “integrata” serve a far capire che si tratta comunque di un approccio coadiuvante. In breve, l’omeopatia non cura il cancro (a puro titolo di esempio) ma può risultare molto utile nel trattare i sintomi sgradevoli della nausea e del vomito che derivano dalla chemioterapia. Ma una Nux Vomica alla 200 CH non contiene più nemmeno una molecola del suo principio attivo originario, sempre ammesso e non concesso che i simili si curino coi simili, cosa che non è mai stata dimostrata. Non esiste alcuna dimostrazione da parte della scienza ufficiale dell’efficacia dell’omeopatia. Quindi, la Nux Vomica alla 200 CH (cioè diluita e succussa -che vuol dire “agitata” – per 200 volte) non può farti niente. E se non fa niente vuol dire che fa male, non che fa bene. Una dose di Nux Vomica alla 200 CH non è assolutamente distinguibile, una volta analizzata chimicamente, da (per esempio) Pulsatilla, Vipera, Apis, Natrum Muriaticum, Arsenicum Album alla stessa percentuale Hahnemaniana. Eppure dovrebbero essere medicamenti diversi. Eppure non è difficile da capire. Eppure ci stanno credendo.

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Il senso della Francia per l’omeopatia

La Francia ha deciso saggiamente di sospendere i rimborsi per l’acquisto di prodotti omeopatici a partire dal 2021. L’Autorità per la salute (HAS) ha infatti stabilito che questi preparati abbiano una “efficacia insufficiente”, per cui la percentuale del rimborso dovuto passerà inizialmente dall’attuale 30% al 15% per arrivare a zero agli inizi del 2021.

In Italia, per fortuna, siamo in leggera controtendenza e nessun rimborso è dovuto a chi sceglie di curarsi con l’omeopatia. Un po’ perché $oldi non ce ne sono, un po’ perché non è possibile rimborsare alcunché a chi decide di curarsi con acqua e zucchero pagati a peso d’oro. L’omeopatia dovrebbe sparire dai circuiti farmaceutici in cui, pure, si vendono caramelline e zuccherini di svariata natura, ma almeno il cliente finale sa di che cosa si tratta. L’omeopatia si spaccia per “medicina”, ovvero come un preparato in grado di risolvere o, semplicemente, curare una determinata sintomatologia. Si basa sul famoso “effetto placebo” e non ha nessuna efficacia scientificamente provata conclamata. Si può, dunque, vendere il nulla (a Napoli vendono scatole vuote con la scritta “Aria di Napoli” e non ci trovo nulla di male). Ma non nelle farmacie, per favore. Nelle farmacie si va perché si sta male veramente e si ha bisogno di una buona dose di chimica che funzioni (e senza dubbio i farmaci tradizionali funzionano più e meglio di quelli omeopatici).

Dunque un applauso ai nostri cugini d’Oltralpe (che tuttavia finora hanno impiegato una consistente quantità dei denari che fanno parte della sanità pubblica per rimborsare un terzo delle spese sostenute dai cittadini in preparati omeopatici -per favore, chiamiamoli con il loro nome, non “farmaci”, non “rimedi”, ma “preparati”-), e se non state bene non esitatead andare dal medico e ingoiare le pillole che vi prescrive. Nell’acqua succussa fino a 200 e più volte non ci sono dinamizzzazioni. Semplicemente non c’è nulla.

(fonte della notizia: “Presa Diretta” via Facebook)

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Chi vuole l’omeopatia se la paghi

A Firenze è stato istituito il primo ambulatorio ospedaliero di omeopatia per donne in gravidanza.

Non ho mai avuto nulla contro le persone che decidono di curarsi con l’omeopatia. Molte volte sono persone che non riescono a risolvere le loro piccole o grandi patologie con la medicina tradizionale e provano qualunque cosa pur di star meglio. Bisogna avere rispetto della sofferenza altrui, quale che sia, e per qualunque motivo si manifesti.

Quello di cui, invece, non ho rispetto, è l’omeopatia in sé. Un metodo di cura che non è altro (nella stragrande maggioranza dei casi) che acqua e zucchero (e in quanto tale male non fa, possono assumerla anche i diabetici, viste le dosi infinitesimali di zucchero presente nelle “palline” intrise di acqua). Le quantità di principio attivo presenti in un preparato omeopatico (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome: “preparato” e non “farmaco”, né tanto meno “rimedio”) sono solitamente diluite a livello tale da non lasciare più traccia di sé nel prodotto finale. Prodotti preparati con diverse sostanze di partenza, dopo una certa diluzione non sono più distinguibili l’uno dall’altro, tanta e tale è l’infinitesimalità delle tracce di principio attivo che vi si possono rinvenire.

Ma non devo stare qui a spiegarvi come (non) funziona l’omeopatia. Voglio soltanto dire che chiunque decida, per motivi insindacabilmente suoi, di curarsi con un approccio medico “alternativo” (o “complementare”, come si usa definirlo oggi), dovrebbe farmi il favore di pagarselo di tasca propria. Sono ben felice di pagare il servizio sanitario nazionale con le mie tasse. Ma che si offra medicina vera. Non c’è nulla di male nel pagarsi acqua e zucchero a costi incredibilmente spropositati, ma che sia coi propri soldi, non con quelli della collettività. E le visite omeopatiche, quelle che durano un’ora e mezza, e ti chiedono di tutto, perfino come ti puzzano i piedi (è successo a me), se uno proprio se le vuol far fare, chiama il proprio omeopata di fiducia, se lo paga ed è a posto con tutti. Non ci deve arrivare tramite un CUP, anche se, come in questo caso, il servizio è dedicato a un insieme ristretto di pazienti (le donne in gravidanza), ma con patologie molto delicate da affrontare.

Bisogna rassegnarsi (e io lo faccio ben volentieri): per il momento non sussiste nessuna evidenza dell’efficacia dell’omeopatia, e io voglio che i miei soldi pubblici vadano a guarire qualcuno, non a illuderlo o a rappresentare un inutile effetto placebo che non serve a nessuno, men che meno al malato.

Un ambulatorio di medicina omeopatica disponibile in SSN rappresenta una sconfitta per tutta la collettività e un passo indietro per la scienza. Ovvìa…

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Nella vecchia omeopatia

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L’altro giorno, mentre stavo cercando in rete articoli e aggiornamenti sulla morte del bambino con l’otite, curato con l’omeopatia anziché con gli antibiotici, dopo aver immesso in Google la stringa “otite omeopatia”, tra i risultati di ricerca proposti (quasi tutti riconducibili a quotidiani e periodici on line) ho trovato un articolo dal sito riza.it (immagino sia la versione web di quella rivista cartacea che una volta si chiamava “Riza Psicosomatica” e che aveva un certo successo tra i lettori durante gli anni ’70 e ’80) sull’uso dell’omeopatia per curare l’otite. Ha un tono dolce e rassicurante: dice che “il 75% delle otiti è virale: in questi casi gli antibiotici non servono e i rimedi omeopatici aiutano ad alleviare il dolore e a scongiurare le ricadute.” L’articolo, poi, elenca qualsi sono i preparati omeopatici da utilizzare in questo 75% dei casi. In cui, evidentemente, non ricadeva quello del bambino morto. E trovare queste indicazioni dal tono rassicurante che contrastano con le notizie di cronaca che le fanno da contorno lascia un bocca un sapore amaro. Soprattutto a vedere che l’articolo è stato inserito in una rubrica (o in una directory web) intitolata “figli felici”. Felici di cosa non si sa.

Screenshot da riza.it
Screenshot da riza.it

Dobbiamo dirlo fuori dai denti, fino alla nausea: l’omeopatia non ha alcuna efficacia scientificamente provata su nessuna patologia, lieve, cronica o grave che sia. E non può averla perché i preparati omeopatici contengono sostante talmente diluite da non lasciare più nessuna traccia nell’acqua o nell’alcool che li diluisce e con cui vengono intrisi dei globuli di lattosio o di altro zucchero. Perché questo è l’omeopatia: acqua e zucchero, nient’altro. E non si può pretendere di curare nulla, neanche una patologia di lieve entità, con acqua e zucchero. E se dopo l’assunzione di un preparato omeopatico quei disturbi regrediscono è perché dovevano regredire per conto loro, non perché ci sia stato un qualche effetto da parte dei chicchini omeopatici. E se i fan dell’omeopatia ci dicono che funziona perché l’acqua in cui è diluita all’estremo la sostanza (che, secondo loro, più è diluita e maggiore efficacia assume) porta il RICORDO del contatto con le altre molecole del principio attivo (ormai dis-attivato), non ci credete. Se esistesse veramente il ricordo dell’acqua (o dell’alcool) saremmo intossicati ogni volta che ci ritrovassimo a bere, perché i contatti dell’acqua con altre sostanze sono tante e tali da non poter essere classificate e da non poter dare l’assoluta certezza che il prodotto finale sia pulito ed esente da agenti inquinanti. E oggi non esiste nessunissima differenza tra prodotti finali. Nel senso che l’acqua fresca è acqua fresca, qualunque sia il nome che vai ad etichettargli dopo. Natrum muriaticum, Pulsatilla, Nux vomica, Apis… tutto, quando arriva in farmacia, è tragicamente uguale a se stesso.

Eppure c’è chi ci crede. L’assunzione di un preparato omeopatico è un rituale quasi magico. Non devi toccare i globuli con le dita, non devi assumerli dopo esserti lavato i denti con un dentifricio alla menta o dopo aver bevuto il caffè, devi farli sciogliere sotto la lingua (se no acqua e zucchero non hanno alcuna efficacia), devi essere visitato da un medico omeopata che ti fa un’intervista di oltre un’ora per sapere chi sei, cosa fai, qual è la tua storia sanitaria, come ti senti. Ti ascoltano, ti considerano un tutt’uno con la tua patologia, un essere irripetibile e questa sensazione ti arriva: il sentirsi considerati per quello che si è è la prima strada verso una guarigione psicologica. Ma non tengono presente, probabilmente, che una chiacchierata con uno psicoterapeuta o più semplicemente una confessione dal parroco dietro l’angolo sortiscono lo stesso effetto e probabilmente costano anche di meno di un ciclo di “cure” con prodotti omeopatici (che tali sono: “prodotti” e non “farmaci” nè tanto meno “rimedi”). Una volta un omeopata a cui mi ero rivolto quando ero molto più giovane e scemo mi chiese perfino se mi puzzassero i piedi e, nel caso, che tipo di cattivo odore assumessero. Allora lo presi come un eccesso di scrupolo, il segnale che quel medico era veramente bravo e se si interessava a dettagli così apparentemente insignificanti era segno che ero io quello che non capiva un cazzo e non sapeva dare a quelle domande la giusta dimensione e il giusto inquadramento. Oggi sono CERTO che quello sbagliato era il medico. Perché non c’entra nulla la puzza dei miei piedi con la forma di acne di cui soffro (soffrivo, era quello il motivo per cui mi ero rivolto, senza sapere che cosa fosse, all’omeopatia).

E poi accade (perché accade) che qualcuno muore. Il che vuol dire che il caso del piccolo Francesco non è certamente né il primo né l’ultimo. Ci sarà stato, certamente, qualcuno che soffrendo di una di quelle malattie i cui nomi fanno vibrare i polsi al solo farli passare dalle corde vocali e pronunziarli, si sarà rivolto all’omeopatia contando in una cura più dolce e meno invasiva senza sapere di essersi imbattuto in un fantasmagorico niente, con medici che dicevano “Mi raccomando non mangi caramelle di menta se no non fa effetto”, “Non si operi, non prenda antibiotici!” e viandare di altre emerite nullàggini. E che, proprio per questo, si è fidato, ha riposto nel medico e nella disciplina omeopatici tutta la propria fiducia e le proprie speranze. Poi però è morto lo stesso. La prima cosa che si è detta all’indomani della morte di Francesco era che la colpa è del medico (e, secondo gli atti giudiziari, dei genitori), non dell’omeopatia. Certamente anche il medico ha le sue responsabilità. Qualcuno addirittura è andato a spulciare le sue convinzioni religiose e ha scoperto che fa parte di una setta fantomatica detta “del Roveto Ardente” (o come cazzo si chiama). O i suoi precedenti lavorativi chiarendo che, in un periodo di sospensione dall’attività medica, questo qui ha fatto anche il facchino. Sono tutti e due espedienti per spostare l’attenzione sul principale responsabile non-chimico e non-biologico della morte del bambino: il nulla. Perché davanti alla gravità della situazione questo medico non solo ha insistito a voler utilizzare l’omeopatia, non solo ha sconsigliato alla famiglia l’uso di un farmaco come la Tachipirina, non solo si è opposto all’uso degli antibiotici che gli avrebbero salvato la vita, ma ha prescritto una terapia omeopatica, cioè il nulla assoluto. E il nulla è un principio attivo molto pericoloso, perché là dove c’è una patologia grave in atto, quella patologia non migliora di certo, anzi, caso mai peggiora, ed è quello che si è visto. Ignorare dei segnali come il peggioramento soggettivo del paziente non ha nulla di omeopaticamente corretto, non si tratta del “peggioramento omeopatico” a cui molti medici fanno riferimento quando non possono o non vogliono giustificare un loro insuccesso (“Pronto dottore, mi sento peggio…” “Eh, sa, lo deve fare, è l’effetto di rimedi, significa che il suo corpo sta espellendo tutte le tossine e le robacce che aveva dentro” “Ah, sì, grazie, adesso sì che sono più sollevato!”), è proprio la malattia che sta prendendo corpo e che in casi estremi finirà col prendersi anche il paziente.

Perché, mettetela come volete, di omeopatia si può anche morire. Perché l’acqua fresca non cura.

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La parafarmacia che vende il rimedio omeopatico contro le tendenze omosessuali femminili

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Facciamo due assiomi:

a) L’omeopatia non funziona
b) L’omosessualità non è una malattia.

Detto questo, facciamo che una specialità omeopatica (non chiamiamola “medicinale” se no si offendono) che contiene un componente (non chiamiamolo “principio attivo” perché in omeopatia i principi attivi vengono diluiti in dosi tali da risultare irrintracciabili) che si chiama “Ovaria” venga venduto da una parafarmacia on line emiliana e che questa parafarmacia ne pubblichi una serie di indicazioni terapeutiche, ossia per quali patologie il rimedio sarebbe indicato.

Facciamo anche che tra queste indicazioni che appaiono sul sito della parafarmacia figuri la dicitura “tendenze lesbiche”.

Dato per accaduto (ed E’ EFFETTIVAMENTE ACCADUTO) tutto questo, chiediamoci come sia possibile che una non malattia debba e possa essere curata. Successivamente chiediamoci come l’omeopatia sia in grado di curare una malattia con un prodotto estremamente diluito, con il principio attivo non più rintracciabile neanche dal contatore Geiger. E come si sia ripiombati nel medioevo sociale e medico, dando retta a teorie bislacche come quella che l’acqua manterrebbe i ricordi (di cosa? di essere inquinata??), o quella che gli omosesssuali sono dei malati, poverini, e come tali vanno curati (solo che non c’è mai stata cura, l’omosessualità è stata cancellata dal manuale dei disturbi mentali nel 1990, meno male che abbiamo l’omeopatia!)

Non ho citato e non cito il nome commerciale del rimedio omeopatico in questione perché voglio dargli il beneficio dell’onestà intellettuale: non è detto che quello che pubblica la parafarmacia corrisponda esattamente al bugiardino che l’accompagna (anche perché mi risulta che le specialità omeopatiche vengono vendute SENZA bugiardino), quindi mi attengo ai fatti: e i fatti sono che io in questa parafarmacia non comprerò nemmeno una confezione di tappi per le orecchie.

Comunque sia il contenuto è stato corretto da così:

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a così:

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Ma la rete ha la memoria lunga.

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Gastroenterite curata con una tisana di finocchio: Luca muore

Luca non aveva che quattro anni.

Non poteva, quindi, decidere se curarsi con la medicina naturale, coi rimedi omeopatici o con qualunque altro tipo di medicamento o approccio clinico.

Luca è morto al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Tricase, a seguito di una gastroenterite. Gli è stato somministrato un bicchiere di tisana al finocchio.

Il padre di Luca non è uno sprovveduto, è uno psicoterapeuta, ex responsabile del Centro dell’Istituto di dinamica comportamentale di Ferrara, è un omeopata ed è presidente dell’AMOS, accademia nazionale di medicina omeosinergetica, che non so cosa voglia dire, ma insomma ne è presidente.

Del padre e della madre di Luca, ometto il nome, pure pubblicato dai giornali nella cronaca dei giorni scorsi, per pietà umana e pieno rispetto del sacrosanto e incrollabile diritto alla difesa.

Ma ora sono tutti e due indagati con l’accusa di omicidio colposo «per aver cagionato la morte del figlio Luca nato l’11 novembre 2007. Colpa consistita nell’omettere di prestargli le necessarie cure specialistiche pur in presenza di un perdurante grave e preoccupante quadro patologico».

E’ certamente sbagliato accostare la naturopatia all’omeopatia e fare di ogni erba un fascio. Indubbiamente in una tisana di fiocchio c’è più principio attivo di quanto ce ne sia in una diluzione dinamizzata, succussa e diluita all’ennesima potenza.

Sia come sia, Luca è morto. E probabilmente un farmaco allopatico poteva ancora salvargli la vita.
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L’omeopatia, il blogger, la Boiron e l’informazione di “Repubblica”

Nota del 24 agosto 2011: Il testo di questo articolo è stato soggetto a numerose revisioni in itinere, per via della peculiarità del caso trattato e degli eventi che si sono susseguiti. Ritengo che questa versione possa essere data per definitiva. Faccio presente che la Boiron ha inviato una nota ufficiale al blogger Samuele Riva che è possibile leggere qui per cui la vicenda di Samuele può dirsi positivamente risolta.


Torno volentieri sul caso di Samuele Riva, il blogger che è stato raggiunto da una comunicazione della Boiron che preannunciava azioni legali se lo stesso Riva non avesse eliminato alcuni contenuti riteniti lesivi dell’omeopatia e di un suo prodotto dalla sua risorsa telematica.

Lo faccio perché il caso, che nel frattempo ha raggiunto una eco piuttosto vasta, anche al di fuori dei confini nazionali (ne ha parlato il British Medical Journal), viene riportato dalla versione on line del quotidiano “Repubblica”, in un modo che ha dello sconcertante. E vi prego di leggermi fino in fondo, anche se questo post vi apparirà lungo e noioso.

Cominciamo dal titolo di “Repubblica”:

“Omeopatia, blogger contro multinazionale” risulta quanto meno un titolo che può destare numerosi e legittimi interrogativi.
E’ stata la multinazionale a preannunciare la possibilità di una querela contro il blogger, non il contrario.
Il blogger si è semplicemente limitato a esprimere i suoi giudizi, il suo parere e la sua esperienza sull’uso dell’omeopatia in generale e in particolare su un prodotto della Boiron che si chiama “Oscillococcinum”.
Se questi giudizi siano o no lesivi dell’altrui onorabilità non è questione da affrontare in questa sede.
Personalmente ritengo che non lo siano.
Ma si dà il caso che in Italia un’opinione, specie se contraria, venga percepita come un’offesa.
Ecco, dunque, che è stata fatta partire la comunicazione preventiva della stessa Boiron.
Con tanto di citazione dell’articolo 595 che corrisponde al reato di diffamazione.
E adesso torno a formulare alcune mie personali opinioni su questo tipo di tutela giuridica:
Ritengo che il reato di diffamazione, non per come è previsto nel nostro ordinamento, ma per come viene utilizzato, sia una delle macchine per far soldi più riuscite di tutto il sistema giudiziario italiano.
In Inghilterra è stato depenalizzato. Lì se sei citato in giudizio per diffamazione se ne occupa un Ente amministrativo.
Se hai ragione il diffamatore ti paga una cifra astronomica, ma se hai torto la paghi tu a lui per averlo ingiustamente trascinato in un procedimento.
L’idea di poter dover pagare cifre considerevoli di risarcimento funziona molto bene da deterrente. La gente è invogliata a non diffamare e le vittime ci pensano su prima di trascinare in causa una persona, perché sanno che potrebbero perdere.
In Italia una querela non costa nulla, basta andare dai carabinieri, non dichiarare il falso, mettere nero su bianco i fatti poi ci penserà il magistrato. A questo punto entri nell’ingranaggio, e se ne esci assolto hai comunque pagato fior di avvocati perché difendersi è obbligatorio. Se sei condannato in via definitiva se ne occupa poi il tribunale civile che deve stabilire equamente l’entità del risarcimento (previo tentativo di conciliazione).

Ma torniamo ai fatti: nella lettera inviata da Boiron a Samuele Riva e pubblicata qui (non la ripubblico perché l’interezza del documento non è pertinente con il mio intento di critica) e firmata dalla Dottoressa Silvia Nencioni si legge:
“La pubblicazione tramite Internet dei suddetti messaggi inveritieri e spregiativi sia dell’omeopatia, sia della nostra società e del nostro medicinale offende gravemente la reputazione della nostra Società, integrando gli estremi di reato di diffamazione di cui all’art. 595 del codice penale e producendo ingenti danni alla nostra immagine risarcibili in sede civile.”

Questo è l’elemento che ha accentrato l’attenzione della rete. Ma ritengo che ci sia qualcosa di cui non si è parlato abbastanza o, se lo si è fatto, è stato in misura minore: nel documento, la Dottoressa Silvia Nencioni rivolgendosi al provider che ha in hosting il blog di Samuele Riva, afferma:
“La intimiamo infine a impedire ogni accesso a <> del detto Signor Samuele, autore degli articoli diffamatori suddetti”
Cioè, ammesso e non concesso che quegli articoli fossero effettivamente diffamatori Samuele Riva non avrebbe più potuto accedere al suo blog, con una evidente limitazione della sua libertà di espressione e di critica.
E’ la logica del “siccome io suppongo che tu abbia un’arma in casa ti faccio sequestrare tutto l’appartamento, così non rientri in casa nemmeno per farti una doccia, pace a te se poi puzzi, non dovevi detenere quell’arma.”
Ma questo avrebbe valore se fosse il singolo magistrato a disporlo (e si tende a non disporlo più nemmeno in sede preventiva).
Non è possibile che un soggetto privato (una persona fisica o giuridica, non importa), si rivolga al provider di un sito internet e chieda l’inibizione dell’accesso a quel sito da parte dell’avente diritto solo perché ritiene che certi contenuti siano lesivi della propria dignità personale.
Le opinioni personali di chiunque sono indubbiamente degne, a seconda dei casi, di rispetto, di critica, di essere espresse e di essere contestate.
Il problema non è, dunque, il personale sentire della persona potenzialmente offesa (la Boiron), ma l’aver richiesto in via preventiva una azione che sarebbe stata pregiudizievole per il blogger che, se fosse stata accolta, non solo avrebbe impedito a Samuele Riva di informare i suoi lettori sull’evolversi della vicenda, ma non gli avrebbe permesso più di scriverci su qualsivoglia argomento.

Dunque “Repubblica” sbaglia completamente il messaggio informativo.
Perché se le richieste della Boiron di rimuovere alcuni contenuti potenzialmente diffamatori avevano un loro senso (bene o male la volontà di voler risolvere stragiudizialmente la questione), l’istanza al provider appare certamente abnorme rispetto agli effetti citati.

Sarà un caso? No di certo. Infatti “Repubblica” rilancia con un articolo del giornalista Guglielmo Pepe e pubblicato sul suo blog “Noi & Voi” (il titolo, giusto per sdrammatizzare e sorridere un po’ fra le righe, mi ricorda un po’ uno di quei varietà degli anni ’70 con Alighiero Noschese) intitolato:

“Facile accusare l’omeopatia”.

Vediamo cosa dice Guglielmo Pepe:

“Dunque: un giovane milanese blogger accusa una casa farmaceutica omeopatica la Boiron sostenendo che un suo prodotto è inefficace, e l’azienda minaccia interventi legali (poi ritrattati). E tutto questo finisce sul British Medical Journal.

C’è da stupirsi per tanta eco?

Penso che tutta questa vicenda sia stata creata ad arte, per mettere in difficoltà la medicina omeopatica. Cosa peraltro abbastanza facile vista la reazione sgangherata della Boiron, vittima poca accorta del sistema mediatico”

Cioè? Il blogger, un ingegnere informatico di 28 anni che dice di avere difficoltà (perfettamente legittime e comprensibili) a pagarsi le rate della macchina, avrebbe creato “ad arte” tutta questa storia per farsi minacciare di querela al solo scopo di “mettere in difficoltà la medicina omeopatica”?
E perché mai sarebbe la Boiron la “vittima poco accorta dei sistema mediatico”? Non è il blogger vittima (magari poco accorto anche lui, bisogna riconoscerlo) di una comunicazione sicuramente contaminata dal giuridichese e da toni sopra le righe, ma che risulta chiara, quanto meno nella sua redazione iniziale?
E’ un’informazione alla rovescia. Non perché il gioco sia riconoscere qual è la vittima e quale il carnefice (tutt’altro), ma perché esula dalla chiarezza dei messaggi e dei rispettivi mittenti
Ma è anche la testimonianza di quanto poco il giornalismo della carta stampata abbia recepito della rete. Un’azione del genere ha creato uno scompiglio e una reazione indignata tali per cui la Boiron ha ottenuto un ritorno d’immagine indubbiamente negativo da questa operazione. E’ quello che viene comunemente chiamato in rete l’“effetto Streisand.”

Prosegue Pepe:
“Ma come, un blogger mette sotto accusa un tuo prodotto, e tu azienda invece di produrre materiali scientifici che ne confermino la validità minacci azioni legali? Se non altro la Boiron dimostra di avere una scarsa capacità comunicativa. E poi perché solo ora invocare l’intervento degli avvocati? Da anni alcuni medici di chiara fama scrivono peste e corna dell’omeopatia e la Boiron non ha mai pensato alle vie legali, né tantomeno ha voluto sfidare in campo aperto gli oppositori producendo i risultati delle sue ricerche.”

E’ indubbio, e sono d’accordo con Pepe, che la Boiron possa aver dimostrato “una scarsa capacità comunicativa” (ripeto, troppo fuori le righe la richiesta al provider).
Ma  se le aziende famaceutiche omeopatiche non hanno mai prodotto i risultati delle ricerche scientifiche (e il fatto che l’acqua porti il ricordo non è un dato scientificamente dimostrato) e preannuncino di passare direttamente alle vie legali è per un solo motivo: “Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto, ha potuto dimostrare che l’omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia.” La citazione non è mia, è tratta dalla voce “Omeopatia” di Wikipedia (già…), e, per quanto ne so, non è mai stata smentita.
In Italia per alcune specialità omeopatiche è vietato fare pubblicità alla radio e alla televisione citando direttamente il nome del prodotto.
Cioè, non si può dire “Prendete l’Oscillococcinum che vi fa bene per l’influenza” ma si deve dire “Chiedete al vostro farmacista il rimedio Boiron per curare i sintomi e prevenire l’influenza di stagione”. E’ diverso.
In Italia non si possono scrivere sulla confezione le indicazioni terapeutiche di un rimedio omeopatico. Non si può dire “Sindrome influenzale o da raffreddamento”. Personalmente trovo molto giusto che sia così.
In una confezione di un “rimedio” omeopatico che costituisca specialità a sé  in Italia non troverete mai il foglietto illustrativo. E qualche ragione ci sarà.

Guglielmo Pepe, a mio giudizio, sbaglia il tiro in questo passaggio:
“Dico questo da difensore dell’omeopatia e dell’Oscillococcinum, il prodotto messo all’indice dal blogger, avendone verificato l’efficacia, non su di me che pratico la medicina integrata (scelgo, in base ai consigli medici, tra farmaci allopatici e MNC) bensì sui miei familiari. E da anni l’Oscillococcinum è nell’armadietto delle medicine di casa.”
Bene, nessuno impedisce al giornalista Pepe e ai suoi familiari di curarsi con cosa vogliono, se lo vogliono. Possono essere potentissime molecole chimiche dagli effetti secondari devastanti o medicine cosiddette “dolci”. Il punto è che la sua esperienza (come la mia, come quella di chiunque altro) non è un dato sufficiente né utilizzabile per garantire l’efficacia dell’omeopatia.
Se io mi curo la tosse con latte e cognac e trovo un miglioramento, vuol dire che la mia tosse stava già cominciando a sparire per cazzi suoi, perché l’efficacia terapeutica di latte e cognac sui sintomi della tosse non è mai stata dimostrata, quella della paracodina, ad esempio, invece, sì.

L’omeopatia, se funziona, non funziona perché la prende qualche mio familiare (peraltro mi risulta che mio padre faccia uso dell’Oscillococcinum, spero che questo dato faccia piacere alla Boiron). Se funziona funziona di per sé. Io posso non credere all’efficacia dei vaccini, ma se vengo vaccinato a mia insaputa io sono vaccinato lo stesso.

Concludo la disamina dell’articolo di Pepe con questo passaggio:
“Ma vorrei invitare il blogger che é riuscito a scatenare il caso e anche altri blogger ad esercitarsi sui farmaci allopatici: perché se il prodotto omeopatico non é efficace, almeno non é dannoso.”
Ma cosa vuol dire “almeno non è dannoso”? Vuol dire che se io do un rimedio omeopatico contro la nausea a una persona posso dirle tranquillamente “Non ti preoccupare, tutt’al più non ha nessun effetto”?
E possiamo davvero permetterci, ora che non siamo più ai tempi di Ippocrate, per cui primum non nocere di dire una cosa del genere a un malato? La medicina e la chimica hanno fatto passi da gigante, bisogna alleviare la sofferenza, perché la gente sta male sul serio.


Aggiornamento del 20/08/2011:

Questa mattina la trasmissione “Pagina 3”, in onda su RAI RADIO 3, ha dedicato ampio spazio alla querelle tra la Boiron e Samuele Riva, ve ne ripropongo l’estratto pertinente a questo post:

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