Parole da odiare: “Rinfresca!”

Tra le espressioni della lingua italiana che debbono essere indicate al ludibrïo de’ più e messe alla pubblica gogna linguistica, v’è senz’altro l’odiosissimo "Rinfresca!", con tutta la sua plètora di derivati, tra cui il participio presente "rinfrescante".

La mi’ nonna Angiolina, a volte mi faceva un orrendo torbone che ella era adusa nomàre "Acqua di Malva".
Trattavasi di un’orrenda bollitura con un po’ di zucchero, rarissimamente miele, che mi riempiva lo stomaco e lo gonfiava vieppiù, mentre la cara vecchietta mi diceva "Bévila, bévila, rinfresca!"

Non ho mai capito, e non lo capisco nemmen oggi che cazzo voglia dire "Rinfresca!"

Probabilmente con tale espressione si allude a blande anzioni di tipo anti-infiammatorio del prodotto, generalmente sempre sotto forma di brodaglia e possibilimente insapore e di pochissima consistenza nutrizionale.

Sono "rinfrescanti" infatti le creme di zucchine, le minestre d’ortica e malva (quelle però son bòne, le fa la mi’ mamma, non so che diàmine ci metta dentro, ma me ne diluvio una bigoncia…), le passate di qualsivoglia inutile verdura (però non si considera "rinfrescante" il cavolo nero, con cui si fa una zuppa eccellente, mentre ancor più eccellente appare la mitica Ribollita), e le tisane di qualsivoglia fatta. La tisana di finocchio? Rinfresca. Quella di melissa e passiflora? Rinfresca. Il the di cardamomo e peli di cammello? Rinfresca.

Una secchiata d’acqua gelata, quella sì che rinfresca!!
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“Le sentenze vanno rispettate”

Detto quanto c’era da dire sulla sentenza Fininvest-CIR, nei commenti a caldo dei TG e delle varie testate informative c’è sempre qualcuno che pronuncia la solita, odiosa, inutile frase di circostanza: "Le sentenze si rispettano".

E’ una frase vuota, priva di qualsivoglia significato.

Le sentenze esistono, sono quelle, non sono modificabili, se ne gioisce se ci dànno ragione e ci si dispera se ci dànno torto. Le sentenze non hanno nulla a che vedere con la realtà fattuale, che spesso non viene nemmeno ricostruita, ma con quella processuale, che è un’altra cosa.
La realtà processuale è quella che se ti accusano di aver ammazzato una persona, ma dalle carte non risulta sufficientemente provato, tu sei scagionato anche se quella persona l’hai ammazzata sul serio.

Ci sarebbe da andarlo a dire ai parenti delle vittime della strage di Ustica che le sentenze si "rispettano".

Cosa vuol dire "rispettare una sentenza"? Non vuol dire un accidente di niente. Si rispetta l’autorità che l’ha emessa, la si esegue e se è necessario se ne pagano le conseguenze. Ma questo atteggiamento da falso galateo di Monsignor Giovanni Della Casa mi lascia con una sensazione di estremo fastidio. Perché sottende un significato pericoloso non espresso: "Le sentenze non si criticano".

Cielo, e perché no? Non esiste il diritto di critica in Italia? E perché questo diritto non si può applicare alle sentenze dei giudici? Perché se no se la prendono? E va beh, loro applicano la legge e il loro ruolo finisce lì, all’opinione pubblica compete quello di dire quello che ritiene più opportuno, si chiama "dibattito democratico".

A meno che non vogliano dirci che le sentenze si rispettano col silenzio.
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Odio quelli che dànno del “tu”…

Ecco, sì, io odio quelli che mi dànno del "tu".

Ma non gli amici e le amiche, non i familiari o i vagamente-coetanei. Quelli è normale che ti diano del "tu".
Piuttosto i negozianti dove vai a fare la spesa con tanto di carta di credito ("Cosa ti do??" No, guarda bellina che sono IO che ti do qualcosa, e il qualcosa sono i soldi…), i ristoranti ("Cos’hai scelto?"  "E Lei cosa mi consiglia?"), le banche ("Ti volevo proporre un investimento…" -anch’io te lo volevo proporre, sotto le ruote della mia Punto fresca fresca di meccanico…-), e soprattutto (last but not least) i gestori telefonici ("Vuoi parlare con un nostro operatore? Premi il tasto 9…").

Viviamo in un mondo scostumato e presuntuoso. Si pensa che se ti rivolgi a qualcuno è perché hai confidenza con lui, perché più o meno gli sei amicalmente solidale, che sei come lui. La gente non pensa che sei lì per chiedere un servizio.

Vogliono tutti esserti amici, rassicurarti, oppure prenderti in giro, con questa modalità invasiva e falsamente bypartizan.
Come la giri la giri, il prodotto sei TU.

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Francesca e lo spot Telecom 2011

Ce l’avete presente il nuovo spot della Telecom?
Ecco, sì, quello di Francesca.
"Mi fa una rabbia lo infilerei!", diceva sempre la mi’ nonna Angiolina che tanto era arrabbiata fissa e quindi avrebbe "infilato" chiunque dalla mattina alla sera, domeniche comprese.

Dunque, Francesca nasce nel 1951 (credo, potrebbe essere anche il 1953, ma penso proprio che con il 1951 si riesca a fare cifra tonda e poi vi spiego perché) e c’è il papà che comunica ai parenti il lieto evento, non si sa se da un "Posto Telefonico Pubblico" come si chiamava allora e come si è continuato a chiamare almeno finché hanno avuto senso i posti telefonici pubblici. Pensate che bellezza, non avevi bisogno di avere il telefono in casa, se volevi chiamare qualcuno o farti chiamare da qualcun altro andavi al "posto telefonico pubblico" (solitamente il Bar dello Sport), facevi le tue conversazioni, tornavi a casa e nessuno più ti rompeva le balle.

Dalla nascita di Francesca è tutta una serie di eventi in video, dalla sua crescita fino alla nascita della nipotina (che si chiama Francesca anche lei, perché la storia si ripete) accompagnata dalla evoluzione del telefono. Dall’apparecchio nero e pesantissimo al muro alla videoconferenza.

Bello!

Solo che a Francesca non ne va mai storta una. Ma, dico io, un momento di sfiga, un attimo di sconforto, un po’ di sana e umanissima depressione li avrà avuti anche lei,  insomma, nella vita non va sempre tutto bene, fa parte degli umani, ma non dico una disgrazia, magari un paio di esami fuori corso e il divieto di uscire il sabato sera per due settimane.

E, invece, lei, Francesca, no. Lei è riuscita ad avere una vita perfetta sfuggendo a tutto. Sempre e regolarmente.

Negli anni ’70 è una contestataria. Oh, mai che si sia vista fracassare la regione occipitale da un poliziotto manganellatore! Questa non è mai stata trattata da puttana perché gridava "Tremate, tremate, le streghe son tornate!", non si è mai sentita arrivare un sasso sulla testa, di quelli delle gragnuole che forze dell’ordine e studenti si scambiavano senza nemmeno troppe cortesie.

Eppure anche lei avrà gridato "l’utero è mio e lo gestisco io!" perché fugge subito dalle contestazioni giovanili per farsi ingravidare dal fidanzo e la si vede mentre dipinge la casa agli inizi degli anni ottanta, e vaffanculo anche alle ideologie, perché va bene fare i pirla da giovani, ma poi c’è da mettere la testa a posto e fare figli. Costei sgrava -probabilmente in piena guerra fredda-, quando c’erano Breznev e Andropov da una parte, Reagan dagli altra a farsi i dispettucci alle rispettive olimpiadi, Sting cantava che lui sperava che anche i russi amassero i loro bambini (perché ce le dimentichiamo le cose, specie quelle più imbarazzanti e dozzinali) e lei, Francesca, partorisce un rampollo.

Nel frattempo lavora, sembra in un’azienda sanitaria e si realizza come donna e come madre.
La penultima sequenza la mostra mentre porta un bel thè caldo al figlio che studia, studia, lo sa il Padreterno quanto studia, è affaticato, poverino, ma studia, studia sempre, mica come i figli degli altri che si drogano a nastro, no, il figlio studioso e senza pantaloni a vita bassa in pieno anno 2000 a chi va a capitare? Ma a Francesca, naturalmente, e ci mancherebbe anche altro.

11 anni dopo, praticamente ai giorni nostri, Francesca ha 60 anni, precisi, ed è nonna della sua omonima. Mio nonno Raffaele, che Dio lo conservi in gloria, è morto a 58 anni quando Francesca ne aveva 20. Ma lei è ancora sufficientemente figa da far girare un intero reparto di geriatria, il marito è un po’ giù di corda, deve avere la prostata.

Francesca è la quintessenza della paracula che ce l’ha fatta.

E quello spot dovrebbe inquietarci davvero.
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Parole da odiare: “virtuale”

Il termine "virtuale", è pericoloso, andrebbe usato con parsimonia, anzi, non andrebbe usato affatto.

E invece la gente ne fa un uso generico e indiscriminato creando pasticci incredibili.

Normalmente si usa il termine "virtuale" per indicare qualcosa di "non reale", solitamente realizzato attraverso il computer o nella rete internet, così come difinito dal "Wikizionario", altra solenne aberrazione della cultura che fa capo ai progetti di Wikipedia:

   1. potenziale
   2. mat. relativo a grandezza o ente che può essere introdotto per determinati scopi di calcolo o di rappresentazione, pur non corrispondendo a oggetti o a quantità reali
   3. inform. che si basa sulla simulazione del reale attraverso mezzi elettronici
          * es: viaggio virtuale
   4. burocr. pagamento di tassa, tributo, bollo o simili direttamente in un ufficio pubblico senza che la corrispettiva marca da bollo sia materialmente applicata.

Ecco, siccome esistono delle simulazioni della realtà fatte attraverso mezzi elettronici (ad esempio un gioco di ruolo, una ricostruzione di un incidente stradale per verificare la tenuta degli air-bag…), allora la gente si sente in diritto di dire che se usa un mezzo "elettronico" (ad esempio Internet, che proprio elettronico non lo è, ma non stiamo troppo lì a sottilizzare) allora quella non è realtà, è simulazione. Non è vero, è solo "virtuale", appunto.

Che è un bel modo per usare le parole per lavarsi la coscienza o non prendere troppo sul serio le cose.

La posta elettronica? Era "virtuale", mica si poteva paragonare alla corrispondenza tradizionale…
Gli amici su Facebook? Ci sono, certo, ma sono tutti "virtuali".
Una sessione di chat? E’ "virtuale", soprattutto perché anonima.
Da qui alle relazioni "virtuali" il passo è breve.
La figura dell’"amante virtuale" andava molto di moda quando si cominciò a diffondere il telefonino e la gente si mandava dei non ben meglio identificati messaggini ("virtuali" anch’essi), successivamente definiti "èsse-èmme-èsse". La combinazione delle diverse tecnologie (SMS+Chat, Messenger, e-mail etc…) diede il via a una comunicazione senz’altro più ampia ma anche più "colpevole".

E per sminuire le varie colpe del linguaggio e delle passioni, quelle piccole e grandi, ma soprattutto quelle del nostro essere mostruosamente "umani", siamo sempre lì a dire che tutto quello che facciamo, scriviamo, inviamo, comunichiamo, mettiamo in comune su Internet è "virtuale" e che, in un certo modo, non ci rappresenta.

"Virtuale" un paio di palle!

Come se esistessero una realtà-reale e un universo parallelo in cui ciascuno, per il solo fatto di giocare, fosse libero di dire, fare, baciare, lettera e testamento. Dire che uno/una ha l’"amante virtuale", che riceve dei "messaggini virtuali" da qualcuno è la ricerca dell’impunità, della legge assolutoria o depenalizzante "ad personam", è un retaggio del berlusconismo più becero, e lo facciamo nostro perché ci fa comodo.

Il "virtuale" non esiste, naturalmente. Provate a fare un versamento di 1000 euro dal vostro conto corrente "virtuale" on line a quello, sempre "virtuale", dedicato al sostentamento del Clero, ad esempio. Cliccate virtualmente sull’autorizzazione, sempre virtuale, all’inoltro, e vi ritroverete con 1000 euro REALI in meno e il sorriso di personale ringraziamento di Sua Santità. Bravi pirla che siete!

La gente che si trova su Facebook, in chat, dietro a un sito web, non è diversa da quella che si trova per la strada, anzi, spesso è la stessa gente che per la strada non saluta e in Facebook vi manda bacini bacini, vi scrive "ahahahahahahahah!" se scrivete qualcosa di anche vagamente divertente, o che, nel migliore dei casi, non vi si fila su Facebook (in chat, via e-mail, su Messenger -sostituire secondo estrazione politica, sociale, filosofica e religiosa-) e non vi si fila nella vita.

E se qualcuno non vi si fila potrete sempre affermare con orgoglio che "tanto è virtuale"!

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Parole da odiare: mediterraneo

(variazioni su un tema di Paolo Conte)

Una delle aggettivazioni che odio di più è "mediterraneo/a".


Intendiamoci, non riferita al mare, di cui contribuisce a creare il nome, e, pertanto, andrebbe con maiuscola.

No, proprio in funzione aggettivale. Quando si dice "musica mediterranea", "donna mediterranea", "dieta mediterranea", c’è subito di che andare in bestia.

Le donne che dicono "io sono un tipo molto mediterraneo" ti fanno strappare via gli schiaffi dalle mani subito.
Ma perché, che cos’è un "tipo mediterraneo"? Occhi neri, capelli neri, lunghi, seno di granito alla Sophia Loren ne "La Ciociara", labbra carnose, insomma, uno stereòtipo visto alla TV, perché sono mediterranee anche le normanne siciliane che sono bionde e che possono avere anche le labbra sottili.

La "musica mediterranea" è composta, nello stupido immaginario collettivo, da tarantelle, pizziche, echi orientaleggianti, ‘o sole, ‘o mare, ma è mediterranea anche la musica che viene da Trieste o da Venezia che sono, si veda il caso, affacciate sul Mar Mediterraneo.

E che dire della "letteratura mediterranea"? Un guazzabuglio che comprende Izzo, Joyce, la scuola siciliana del ‘200, Eduardo de Filippo, Mikis Theodorakis e Federico García Lorca. Che non c’entrano un cazzo.

Provate a digitare "dieta mediterranea" su Google. La prima immagine che vi appare è quella degli spaghetti conditi con il basilico, l’olio extra vergine di oliva e… il pomodoro.

Il pomodoro nella dieta mediterranea? Ma il pomodoro è entrato in Europa dopo il 1492! Viene dall’America. Sarà per quello che i pomodori mi stanno vagamente sui coglioni?

Non ci posso fare nulla. Non posso proprio sentirmi "mediterraneo".
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Cose da odiare: il concerto del primo maggio

Il concerto del primo maggio, Dio che narcosi! Comincia alle quattro e alle quattro e mezza ti ha già sfracassato i coglioni sdraiandoti sul divano con addosso una depressione che neanche i triciclici e la fluoxetina riuscirebbero a debellare in breve tempo.

La gente pare divertirsi, il lavoro non c’è per nessuno eppure la gente pare non rendersene cono, a partire da quella là sul palco che si mette i baffetti e che si chiama Sabrina Impacciatore, ma chi cazzo era prima, e, soprattutto, chi cazzo sarà domani?

Il concerto del primo maggio è così, fa vedere volti sconosciuti agli sconosciuti, personaggi che resteranno sconosciuti e che torneranno in p-naftalina (la "p-" era d’obbligo) fino al primo maggio dell’anno prossimo. E la gente applaude, grida, qualcuno tiene la fidanzata a cavacecio, e via, salta salta, curre curre, rap, amplificatori e diffusori acustici a palla, mamma mia che squacchiamento di zebedèi, almeno una volta si andava a mangiare il prosciutto con i baccelli in campagna col mi’ nonno Armando, l’unico democristiano che festeggiava il primo maggio assieme ai comunisti…
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Cose da odiare: la pizza surgelata

Non avevo (quasi) nulla contro le pizze surgelate in linea di principio. Certo, le ho sempre viste come soluzioni di emergenza a un problema di emergenza che hanno qualità organolettiche e nutrizionali da emergenza.

Qualcuno mi diceva che si trattava di una soluzione adatta per i single incalliti (cioè quelli che lo sono per pura e semplice necessità), ma ho visto coppie collaudate sull’orlo della crisi di rottura andare in malora e prendersi a coltellate davanti a una "American Taste" della Cameo.

Le pizze surgelate, con qualche eccezione, si comprano ai supermercati e ce ne sono a fulmini nei discount. LIDL propone delle linee che hanno nomi anche rassicuranti, dipo "da Giuseppe" o "da Alfredo", eredità dei ristoranti e delle pizzerie italiani in Germania.
Insomma, ovunque la compri, uno si prende una confezione che gli appare gigantesca e quando arriva a tirare fuori il disco di ghiaccio le dimensioni del pizzame sono molto più modeste.
Ma soprattutto non c’è nulla sopra. Il bordo è sempre sguarnito, il pomodoro è poco, la mozzarella ancora meno, il morbo infuria, il pan ci manca. Allora ci metti un rinforzino sopra: quelle due fettine di formaggio, quel rimasuglio di prosciutto cotto di avantieri.

La pizza surgelata non cuoce, si caramella e si brucia direttamente, irrigidendosi, che la togli dal forno e la picchi sul tavolino.

Poi la porti in tavola con la consapevolezza che "Dài, insomma, è sempre cibo…" E ti rendi conto che avevano ragione i R.E.M.: "Imitation of life"! Ok, mangiata ma non la compro più. Finché Alfredo e Giuseppe non ti faranno di nuovo l’occhiolino dalle vetrine del surgelato (pagare alla cassa prego, dia, dia qui…)
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Cose da odiare: le strasmissioni televisive con gli SMS che scorrono in basso

Non so se anche voi guardiate con lo stesso fastidio con cui appaiono ai miei occhi quelle orrende trasmissioni (per lo più sportive, ma anche no) in cui scorrono, a mo’ di sottotitolo, gli SMS che la gente invia in redazione.

Si tratta di una vera e propria depravazione dell’animo umano che, attraverso il mezzo televisivo, si fa carne da arena romana con tanto di pollice verso per il povero gladiatore sconfitto.

Le trasmissioni sportive, soprattutto quelle calcistiche, dicevo. Le peggiori sono quelle trasmesse dalle reti locali, quelle in cui la gente si scrive "Noi del Milan siamo sempre i più forti!", oppure "Graaaaaaandre juveeeeeee" (perché usare le maiuscole è un optional!). Ma c’è anche "Quelli che il calcio", che una volta che Fazio non faceva ancora lo zerbino era guardabile, e adesso c’è la Simona Ventura che urla, strilla, sbraita, cazzo ciavrà da urlà’, anche lei, pare che se non urli la gente non ti sente, eppure ci dovrebbe pensare il satellite a trasmettere il sonoro, non è che uno debba raggiungere gli ascoltatori nelle Americhe con la forza dei soli polmoni, e che diamine.

Ci sono poi i messaggi d’amore: "Ciccino, la tua Ciccina ti ama tanto e oggi che è il tuo compleanno ti dà tanta Ciccia!" e anche lì chi se ne frega degli amplessi altrui o di quanta Ciccia Ciccina darà a Ciccino che magari è pure vegetariano, che ti coprono anche l’aggiornamento dal campo di Livorno così non hai nemmeno la soddisfazione di sapere di quanti gol siamo sotto stavolta.

Anche "Chi l’ha visto?" prosegue su questa falsariga ed è un peccato per una trasmissione di servizio. Durante lo speciale sulla scomparsa di Elisa Claps la gente sfogava i suoi istinti più bestiali scrivendo "a morte tutti quelli che sapevano e sono stati in silenzio" (già, ora si viene a scoprire che quelli che sapevano erano i preti, e come si fa a mandarli a morte?) o dando sfogo alla retorica più bieca e sconveniente con frasi del tipo "Eri tra noi, ma adesso non temere, Elisa, sei un angelo in paradiso", già, e allora perché lei è morta e chi scrive è ancora vivo?
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