Il gruppo Telegram “Basta dittatura”

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Io non sono un no-vax, lo dico e lo ripeto, sebbene buona parte della critica letteraria più recente mi definisca così.

Ma com’è che OGNI VOLTA che vorrei dare torto al -diciamolo- purtuttavia sgangherato movimento no-vax, finisco sempre, se non per dargli ragione, almeno per assicurargli un sorriso di simpatia?

Oggi “Repubblica” riporta un articolo a firma Matteo Pucciarelli sulla presenza sulla rete Telegram di un gruppo antivaccinista, denominato “Basta dittatura!”, circa 40.000 iscritti all’attivo.

Cosa hanno fatto e cosa hanno in programma di fare? Intanto in passato hanno pubblicato i numeri di telefono personali di medici e giornalisti. Che, forse, proprio coì “personali” non saranno stati, visto che apparivano su ricettari, timbri, biglietti da visita, pacche sulle spalle, “Oh, me lo giri il numero del collega Tizio?”.

E cosa hanno intenzione di fare ora? “Bombardare” Palazzo Chigi (in senso chiaramente metaforico, di mail e di telefonate). E perché lo farebbero? Per farli “cagare un po’ sotto” (sono parole loro che virgoletto quasi alla lettera). Voglio dire, fa ridere già così, non c’è bisogno di aprire delle indagini, è una Armata Brancaleone di buontemponi all’assalto dell’esercito de “li pirati saracini”, si vede lontano un miglio.

Ma come hanno intenzione di raggiungere il loro scopo, questi signori? Semplice: pubblicando quello che è già pubblico. Riferisce il giornalista: “numero di telefono dell’ufficio del presidente del Consiglio, la pec, il numero dell’ufficio per la Comunicazione, quello per il programma di governo, il nominativo e numero diretto fisso del capo di quest’ultimo ufficio.”

Ma vi rendete conto? E’ da schiantare dal ridere! Si lamentano addirittura che sia stata divulgata la PEC del Presidente del Consiglio. Che è un dato PUBBLICO, obbligatorio, regolarmente riportato sul sito del Governo. Che ci vuole a reperire l’indirizzo del Presidente del Consiglio? Io ci ho messo 20 secondi. Eccolo:

presidente@pec.governo.it

Una volta l’ho usato perfino io per scrivere a Giuseppe Conte. Vogliono indagare anche me, adesso? Tra l’altro, a proposito di questo indirizzo di posta elettronica, leggo sul sito del Governo:

“riceve anche da casella non certificata. Non utilizzabile per atti giudiziari né per atti indirizzati agli Uffici della Presidenza del Consiglio dei Ministri”

Cioè, questo indirizzo di posta elettronica può ricevere posta da CHIUNQUE. Io sarei, piuttosto, allibito del fatto che una risorsa pubblica, pagata coi soldi pubblici, quelli dei cittadini, sia aperta alla mercé di chiunque e che possa essere messa in difficoltà dagli hacker in qualsiasi momento e smettere di funzionare.

“Ma nel mirino della chat sono finiti anche alcuni politici, come il ministro degli Esteri Luigi di Maio, e Repubblica.”

Ah, ecco qual è il problema, quello vero: hanno “attenzionato” anche Repubblica. Ecco perché si lamentano! Il Copasir si è mosso per chiedere un’informativa al governo, la procura indaga per istigazione a delinquere finalizzata alla commissione di atti di terrorismo. E il tutto si risolverà, al massimo, con qualche decina di richieste di patteggiamento nei casi più gravi. Se scrivere a una casella di posta elettronica istituzionale o della pubblica amministrazione è un atto di terrorismo io devo essere arrestato SUBITO e posto in isolamento con dieci ergastoli sul capo, perché lo faccio tutti i giorni.

In breve, una risata li sta seppellendo, l’arguzia di Davide ha tirato una bella frombolata in testa al gigante burocratico di Golia.

Non so se tutte le persone coinvolte in questa indagine saranno assolte dalle accuse a loro carico. Ma so di per certo che questi sono dei gran ganzi, date retta!

Il giornalista debunker

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Cosa ci si può aspettare da un giornalista-debunker?

In primo luogo che sia iscritto all’albo dei giornalisti. Non certo perché l’iscrizione a una categoria professionale ne faccia, di per sé, una persona più onesta o credibile. Ma perché è un atto che preserva in primissima istanza il lettore, che in caso di eccesso verbale o mancata deontologia professionale, può avviare un provvedimento disciplinare che potrebbe arrivare fino alla conseguenza estrema della radiazione, se del caso. Il giornalista-debunker non è una persona “super partes” ed esente da controlli. Lui controlla, tutt’al più, le sue fonti, ed esprime le sue opinioni. Ma chi controlla lui? Se la risposta è “nessuno” la correttezza dell’informazione e la credibilità di chi la veicola sono definitivamente compromesse.

Non mi risulta che nessuno dei debunker di Stato più conosciuti e seguiti sia iscritto, nemmeno come giornalista pubblicista, all’albo nazionale. Né credo assuma grande pregio la circostanza che uno di loro sia iscritto a un sindacato di categoria svizzero. Anzi. I sindacati, si sa, sono assetati di iscritti e difficilmente ho visto un sindacato difendere le ragioni di un lavoratore o di una categoria di lavoratori. Molto più spesso ho visto il contrario. E non credo che questo sia un dato del tutto insignificante.

E poi vorrei tanto che fosse indipendente, sia dal punto di vista della libertà di espressione che da quello meramente ideologico. Intendiamoci, non è che sia da contestare il fatto che ognuno possa avere le sue idee politiche, etiche, filosofiche o religiose che siano. Il punto si può condensare in una legittima domanda: QUANTO questa formazione personale influisce sulla produzione informativa di chi non solo è chiamato a fare informazione, ma addirittura si autoimpone il compito di sbugiardare le fake news, i falsi, le cosiddette “bufale” (povere bestie!)

Io sono perfettamente d’accordo sul fatto che qualcuno possa avere delle idee che si rifanno al giustizialismo o, più in generale, a una rigorosa applicazione delle leggi, fino al capo estremo della gogna mediatica dell’indagato che, solo per il fatto di essere tale, è presumibilmente colpevole (lasciamolo decidere ai giudici, per cortesia). Uno può tranquillamente e legittimamente (oltre che incontestabilmente) aver collaborato con esponenti di questo o di quel partito politico, aver cambiato idea e orientamento e cavalcato il populismo più spicciolo che si vuole, sono solo affari suoi, ma che valore avrà la sua informazione, il prodotto finale, l’articolo che andrà al vaglio del lettore, che ha tutto l’interesse nell’essere guidato, di accedere agli stessi dati del debunker, di farsi un’opinione propria e autonoma? Non sono riflessioni peregrine, perché spesso questi blogger, giornalisti-sindacalisti, conduttori radiofonici, personaggi televisivi che in alcuni casi si permettono il lusso di mettere in dubbio l’autorevolezza dei Premi Nobel per la Medicina (con quale preparazione specifica?), vengono ascoltati, accolti, diffusi attraverso testate giornalistiche che fanno capo a un bacino di interesse di notevole portata, almeno per quello che riguarda l’opinione pubblica.

Come può scrivere per una pregiata e diffusa rivista scientifica una persona che ammette, con incontestato candore, di aver visto i defunti?

E come si può considerare autorevole chi ha aderito alla task force di “esperti” (“esperti” forse, ma non certo “professionisti”, non in senso strettamente giornalistico, almeno) in fake news istituita dalla Presidenza della Camera dei Deputati? Come fa il debunker a esprimere un’opinione contraria, se ce l’ha, rispetto alle direttive istituzionali e a mantenere la propria imparzialità di giudizio rispetto a quella, se non proprio del suo datore di lavoro o di stipendio, almeno rispetto al suo datore di “funzione”?

E se succede, come è successo, che un giornalista aderisca “sua sponte” (non glielo ha certo prescritto il medico) a una task force voluta dal governo (che non era più rappresentato dalle stesse forze politiche all’esecutivo nel periodo in cui è stato voluto dall’incarico precedente), come non dubitare della sua imparzialità di giudizio?

Chi ci dà la assoluta certezza di un approccio professionale, acritico, non pregiudizialmente censorio e comunque unilateralistico alla materia del contendere? Nessuno, semplicemente. O ci si fida o non ci si fida. Io, per me, ho deciso di non fidarmi.

Laura Cesaretti: licenziate i prof!

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Finora non avevo mai sentito parlare di una certa Signora Laura Cesaretti, giornalista.

Eppure seguo regolarmente “Prima Pagina”, la lettura dei giornali del giorno di Radio Tre, e a lei è toccata almeno una conduzione. Si vede che invecchio e che le sinapsi non funzionano più tanto bene.

Apprendo dal web che la Signora Cesaretti ha collaborato con “Radio Radicale”, è approdata al “Foglio” e infine sta lavorando per “il Giornale”, a Roma, Milano e Bruxelles. Insomma, una gavetta e una carriera brillanti e, immagino, non prive di soddisfazioni personali, se tanto mi dà tanto.

Ieri sera mi è capitato di rimbalzo su Twitter (io non la seguo) un suo cinguettìo che fa da contraltare a un messaggio dell’Huffington Post, in cui una certa Barbara Floridia ha scritto un articolo intitolato “No sanzioni, diamo altri ruoli ai prof. senza Green Pass” (“Green Pass” lo scrivo maiuscolo perché è imperativo categorico), in cui si ventilano proposte di impiego alternativo degli insegnanti privi del passaporto verde (e, quindi, di vaccinazione o di tampone negativo). In effetti “altri ruoli” detto così suona un po’ stonato. In quali ruoli vorrebbe collocarli la giornalista dell’Huffington Post? In qualche girone o bolgia dantesca? Non si sa. Egli è che gli insegnanti un loro ruolo ce l’hanno e farglielo cambiare è un po’ complicato, a meno che non siano loro a chiederlo. Ma, si sa, i giornalisti con il mondo della scuola pubblica non hanno molta dimestichezza, e l’articolo sarebbe stato destinato verso un più che onorevole diritto all’oblio, se non fosse per il fatto che la Cesaretti ha risposto con un lapidario “Licenziatela [si intende, immagino, la Floridia], assieme ai prof.”

Imbarazzante che una giornalista dotata del suo equilibrio invochi a gran voce il licenziamento per i docenti non vaccinati, quando nemmeno il più decreto dei decreti del Governo prevede questa extrema ratio.

Ma c’è una piccola cosa, un particolare che forse è sfuggito anche a voi. Il tweet lapidario della Cesaretti è stato cuoricinato (su Twitter un cuore corrisponde a un like) nientemeno che da Roberto Burioni. Proprio lui. Che è stato querelato presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria dal Codacons assieme ad altri due suoi illustri e stimatissimi colleghi. Cioè, Burioni ha espresso un plauso a una esternazione di una giornalista non esattamente del Manifesto che si adoperava per far conoscere ai suoi followers (tantini, complimenti!) la sua opinione favorevole al licenziare gli insegnanti.

Il bello della rete è che è impietosa, e che anche se li cancelli cerca di cancellarli in fretta certi commenti imbarazzanti, perché tutto si crea, tutto si conserva, niente o quasi niente si trasforma, tranne Wikipedia, probabilmente.

La Cesaretti ha al suo attivo qualcosa come quasi 94000 tweet. Complimenti di nuovo per la sua frenetica attività social. Che, però, non è stata sempre rose e fiori. Twitter le ha limitato l’uso del suo account per 12 ore per aver scritto a Di Maio “La prossima volta potreste per favore buttarvi da quel cazzo di balcone?”

Secondo il social si tratterebbe di incoraggiamento al suicidio. Ma dodici ore passano presto, e la Cesaretti è tornata al pubblico dei suoi followers più bella e pimpante che pria.

All’indomani della scomparsa di Stefano Rodotà scrisse dei commenti di pessimo gusto su Gustavo Zagrebelski e, più di recente, ha commentato in modo altrettanto discutibile la nascita di Andrea Di Battista, il figlio di Alessandro Di Battista e della sua compagna Sahra. “Ma hanno fatto l’amniocentesi?” scriveva. E ha liquidato il tutto (su Facebook, stavolta, non su Twitter) definendolo “solo una battutaccia, probabilmente di pessimo gusto“.

Gli avverbi di modo ci cambiano la vita.

Tuttavia, la Signora Cesaretti si è fermata a un filo dall’enciclopedismo. Qualcuno, un certo “Pamatt” ha provato a dedicarle nientemento che una pagina su Wikipedia, ma un amministratore piuttosto solerte l’ha subito cancellata. Peccato davvero.

That’s all, Folks!

Report e la sentenza del Tar del Lazio: perché (questa volta) sono dalla parte dei giudici

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Il conquibus è noto. Il TAR del Lazio ha obbligato la trasmissione televisiva Report, su istanza dell’avvocato Andrea Mascetti (un professionista iscritto alla Lega e vicino al presidente della Lombardia Attilio Fontana), a fornire «documentazione connessa all’attività preparatoria di acquisizione e di raccolta di informazioni riguardanti le prestazioni di carattere professionale svolte dal ricorrente in favore di soggetti pubblici».

Si è alzato un polverone enorme, la gente non fa altro che gridare alla libertà di stampa violata, all’attacco ai giornalisti, al loro diritto a mantenere segrete le fonti su cui si basano i loro servizi informativi (e va da sé che Report l’informazione la fa e la fa anche bene).

Sigfrido Ranucci, conduttore del programma, ha dichiato, tra l’altro: «Report non svelerà le proprie fonti, non darà gli atti a Mascetti, non lo faremo neppure da morti. Devono venire a prenderli con l’esercito».

Sacrosanto. Se non fosse altro per il semplice fatto che la Rai NON E’ una semplice testata giornalistica, frutto dell’iniziativa di privati, che se vuoi la compri, se non vuoi la lasci lì e quella fallisce. La Rai, porco cane, è SERVIZIO PUBBLICO, e come tutto quello che è pubblico (in primis la Pubblica Amministrazione, per esempio) ha il DOVERE di trasparenza nei confronti di chiunque. Se io posseggo un televisore o anche semplicemente il monitor di un computer, o qualsiasi altro dispositivo atto a ricevere le trasmissioni del servizio pubblico (in teoria potrebbe essere anche solo lo schermo dello smartphone), semplicemente DEVO pagare il canone Rai, ANCHE SE LA RAI NON LA GUARDO e scelgo di vedere altri canali (i berlusconiani d’assalto non perdono mai). Allora, se io DEVO pagare il canone (che mi arriva con la bolletta della luce), allora PRETENDO, non da un privato qualsiasi, ma dal servizio PUBBLICO radiotelevisivo, che sia anche trasparente nei confronti di tutti, soprattutto quando una sentenza a lei sfavorevole è stata emessa da un Tribunale della Repubblica.

La trasmissione ha già preannunciato appello avverso alla sentenza presso il Consiglio di Stato e, se necessario, presso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. E’ un loro preciso e perfetto diritto. Ma beati loro che se lo possono permettere! Se succedesse a un giornalista qualsiasi di una testata on line (per esempio) o a un semplice blogger (sempre per esempio), poi arrivare alla Corte di Strasburgo è dura! Voglio dire, ci sono parecchi soldini da sborsare, e qualcuno potrebbe non averli. C’è chi ha alle spalle la Rai, che ha una riserva inesauribile di denaro per coprire i suoi collaboratori dalle cause per diffamazione temerarie e milionarie, e c’è chi ha le tasche vuote. Non è esattamente la stessa cosa.

Non c’è bisogno dell’esercito, c’è bisogno di cristallina chiarezza. Il codice deontologico dei giornalisti non potrà mai superare la sentenza di un Tribunale e la decisione dei giudici. Forse.

Cronaca di un tentato suicidio

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C’era una volta una alta funzionaria del Ministero dell’Istruzione. Da un decreto di perquisizione domiciliare ha appreso di essere soggetta ad indagine con l’ipotesi di reato di corruzione. Le hanno contestato circa 600.000 euro per svariati appalti. Solo che. prima di consultare il suo legale, non ce l’ha fatta più e si è gettata dalla finestra. Fine della storia.

Naturalmente la storia di cui sopra è andata a finire su tutti i giornali, con tanto di nome e cognome della poveretta, che non ha trovato altra soluzione che tentare di togliersi la vita. Per la vergogna? Perché era colpevole? Perché era innocente? Perché è stata data in pasto ai denti aguzzi da lupo dell’opinione pubblica? Non lo sapremo mai, forse.

Eh, ma, dicono, c’è il diritto e perfino il dovere di dare la notizia di una indagine in corso, e un avviso di garanzia, ancorché emesso contestualmente a un decreto di perquisizione, è una notizia. Cioè, diventa notizia una mera ipotesi di reato (fino a quel momento) che dice poco o nulla di per sé (spesso nemmeno l’avvocato difensore dell’indagato ci capisce qualcosa e l’indagato, terrorizzato com’è dall’ombra del dubbio ci capisce ancora di meno) e contestualmente si rovescia quello che dovrebbe essere un cardine del nostro ordinamento costituzionale: l’indagato passa dallo status di presunto innocente a quello di presunto colpevole. Si rovescia la frittata e il gioco è fatto. E la notizia stessa viene a ricalcare pedissequamente quella che fino a quel momento è una mera ipotesi (quella accusatoria, per l’appunto) e non tiene presenti le posizioni della controparte, la difesa, appunto, per il solo fatto che, tecnicamente e praticamente, quando viene emesso un avviso di garanzia la difesa non c’è. E allora se un’accusa di corruzione, assieme ad altri elementi, come i 600.000 euro, le carte di credito a disposizione per gli acquisti personali, con la logica elementare (anzi, elementarissima) del 2+2, diventa materiale sufficiente per sbattere il mostro in prima pagina. In più c’è la perquisizione, che viene vissuta dall’indagato come una vera e propria invasione e sconvolgimento della propria sfera privata. Vengono a casa tua, frugano tra le tue cose, ti buttano tutto all’aria, creano disordine (soprattutto mentale) là dove prima c’era un ordine TUO. Tutto questo è cibo succulento per gli affamati giornalisti e per gli ancor più famelici lettori.

Mentre, al contrario, se dovessero dire che Tizio è indagato per il tal reato per la Procura, ma che proclama la sua innocenza attraverso i suoi legali di fiducia, si arriverebbe alla non-notizia: tutti si proclamano estranei ai fatti contestati, non c’è originalità nell’informazione, non c’è sugo, non c’è “ius” come dicevano i latini (stavolta sì, nella doppia accezione di “sugo” e “diritto”), mentre invece vuoi mettere un bel quarto di bue di carne presunta innocente appena scannata e ancora sanguinolente? Fa venire l’acquolina in bocca solo a guardarlo!

Una verità giudiziaria ci sarà di certo. Per lei, per la funzionaria, non c’è stato nemmeno il tempo e il modo di aprire bocca.

Ringrazio gli avvocati Pina Marcelli e Gian Domenico Caiazza per gli ottimi spunti di riflessione forniti sul caso.

Tutta la città ha parlato dei vaccini

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Oggi ho ascoltato, come faccio quasi ogni giorno, quando ne ho la possibilità, “Tutta la Città ne parla” su Rai RadioTre. La trasmissione, che partiva dalla telefonata di una ascoltatrice di “Prima pagina” che rivendicava il suo diritto a rifiutare il vaccino pur operando come medico, non mi è piaciuta.

Il linguaggio degli ospiti non mi è piaciuto, e, pur essendo stato citato in una parte del mio intervento sul forum di Facebook dedicato alla trasmissione, ritengo che la bilancia dell’informazione, questa volta, penda nettamente, e tanto per cambiare, dalla parte di chi preferisce adeguarsi alle direttive e alle disposizioni degli organi sanitari e di Stato, rispetto a chi esprime un proprio dubbio, un proprio pensiero critico, una propria posizione controcorrente, che dovrebbe essere il “sale” della democrazia, se non parte della sua stessa costituzione.

Non mi è piaciuta Daniela Minerva, giornalista scientifica, responsabile della piattaforma Salute di Repubblica e La Stampa. Non mi è piaciuta quando ha parlato di legittima “sospensione dal servizio” per i sanitari che dovessero rifiutare di vaccinarsi, perché la sospensione dal servizio è un atto grave ed estremo, che non può essere posto in essere senza prima aver adeguatamente vagliato l’ipotesi di un demansionamento, che, va detto (perché la trasmissione è stata molto nebulosa a tal proposito) non può essere accompagnato da una riduzione di stipendio. Ripeto, la sospensione è l’extrema ratio, l’ultima spiaggia. C’è, tra le altre cose, l’aspettativa senza corresponsione stipendiale, che dà però il diritto alla conservazione del posto di lavoro. Insomma, ci sono vari paracadute. Questo per dovere di chiarezza.
Ha poi parlato di un dovere a “riconoscere l’autorità scientica”. Ora noi vogliamo e dobbiamo riconoscere l’autorità e l’autorevolezza dell’EMA, dell’AIFA e di quant’altro. Ma, proprio per questo e in virtù di questo, ci farebbe piacere venire rispettati per primi, là dove si stabiliscono regole contraddittorie per un tipo di vaccino somministrato prima ad una fascia di età, poi allargata, poi ritirato dalla somministrazione, poi reimmesso, con bugiardini che cambiano ad ogni pie’ sospinto, mentre la sperimentazione va avanti, che registrano un numero sempre più elevato di effetti collaterali, anche di grave entità, un vaccino che cambia nome, adatto ora alle fasce più deboli, ora agli anziani, ora alla popolazione più giovane, sospeso in Germania, riammesso in Italia, buono un po’ per tutte le stagioni, e che ha anche il vantaggio di costare poco.
Facendo un quanto meno discutibile parallelismo con la libertà di stampa, la Minerva conclude che chi non crede nei valori scientifici e in ciò che ci indicano le autorità, se fa parte del Sistema Sanitario Nazionale, forse potrebbe “andare a fare un altro mestiere”.
E’ seguita una dissertazione sociologica sul bisogno della gente di avere certezze da parte della medicina, di cui, in Italia, rispetto ai Paesi anglosassoni, si avrebbe una concezione addirittura “magica”. Verrebbe timidamente da osservare che i tempi dello sciamanesimo, nel 2021, sono finiti. E che è legittimo e perfino giusto che la gente chieda alla medicina delle risposte e che queste risposte siano efficaci. In primo luogo viene il “non nuocere”, il resto si vedrà. Nessun medico è il mago Silvan che fa apparire il coniglio dal cilindro, ma nessun paziente è un credulone, che si beve qualsiasi cosa gli venga imposta come verità rivelata, solo perché pretende che la medicina affronti i suoi problemi. Il rapporto medico-paziente non può e non deve essere unidirezionale, ma deve essere basato su criteri di reciproca collaborazione e interazione. Così come non ci può essere, da parte del paziente, la pretesa che una pillola gli faccia scomparire tutti i mali di cui soffre, così non può esserci da parte di nessuno la presunzione di dire “Tu fai quello che ti dico io, la medicina funziona e devi startene anche zitto”. Ogni paziente ha una storia a sé, e le soluzioni non possono e non devono essere uguali per tutti. Questo vale, soprattutto, nei confronti dei vaccini.
Prosegue Daniela Minerva asserendo che “la medicina non è nemmeno una scienza”. Ah, no? E che cos’è, di grazia? Ce lo spiega lei, è una “tecnè”, nel senso primo formulato da Ippocrate. Ora, sempre sommessamente, vorrei far notare che anche qui dai tempi di Ippocrate ne sono stati fatti di passi in avanti, e che se la medicina non è una scienza (opinione rispettabile, ma del tutto personale e criticabile) non potremmo nemmeno considerare come scientifiche le affermazioni dell’AIFA, di EMA o del Ministero della Salute. Certo, il concetto di “tecnè” era valido quando la medicina era ancora “in nuce”, ma adesso, vivaddio, di competenze e di conoscenze ce ne sono a vagonate, e da Ippocrate in poi sono trascorsi alcuni millenni, gli stessi che oggi ci permettono di sperimentare dei vaccini in tempi estremamente rapidi.
La Minerva ha concluso i suoi interventi chiarendo che il privato cittadino (NON il dipendente del SSN) ha tutto il diritto di scegliere di non vaccinarsi (meno male!) ammesso che sia disposto ad accollarsi tre macigni che sono il rischio di ammalarsi, quello di gravare sull’azienda ospedaliera nazionale, e, dulcis in fundo “condannando a morte” (sic!) altre persone. Ora io non credo che la rinuncia a un vaccino, come lo è stata la mia, condanni a morte nessuno. Una scelta fatta su di sé, sul proprio corpo, sul proprio stato di salute, non ha nessun tipo di causa-effetto sulla morte di qualcuno. Anzi, se io rinuncio alla mia dose di vaccino, quella dose andrà sicuramente a chi più di me ne ha bisogno e meglio di me può tollerarlo. Io rischio di ammalarmi di Covid, sì, rischio di andare in ospedale, certo, dove i medici probabilmente saranno impegnati a curare pazienti che hanno effettivamente bisogno (come se un paziente covid fosse un paziente di serie B), ma no, non condanno “a morte nessuno”. E chiude dicendo che se la gente ha consapevolezza dei “macigni” suddetti e decide di non vaccinarsi “affar loro”.

E questo linguaggio forte si ritrova anche nell’intervento dello psichiatra Vittorio Lingiardi, che usa parole come “credenze”, “paure”, “perplessità”, “teorie dietrologiche” quando non addirittura “complottiste” e, venenum in cauda, “oscurantismi”.

Tutto questo avveniva mentre le autorità sanitarie USA sospendevano la somministrazione del vaccino Johnson & Johnsohn perché sul territorio statunitense si sono verificati SOLO 6 casi di trombosi a seguito temporale della somministrazione.

Ripeto, la mia esperienza è stata citata, ma io avevo scritto un’altra cosa, cioè questo:

“Personalmente, all’età di 20 anni, ho avuto una reazione avversa importante (inizio di shock anafilattico) alla somministrazione di un vaccino. Dopo essermi opportunamente documentato (sui siti dell’EMA, dell’AIFA e del Ministero della Salute, non sui forum dei no-vax o degli epidemiologi) ho deciso di non sottopormi alla somministrazione di AstraZeneca, anche con il conforto del parere dei miei medici. Ritengo la mia scelta legittima e insindacabile. Svolgo una professione che mi porta a contatto col pubblico. Lo spettro della “sospensione dal servizio” è uno spauracchio: esistono altre soluzioni intermedie, come il demansionamento. Non ci sono dubbi che sia necessario riconoscere le autorità sanitarie. Ma, proprio per questo, non mi fido di chi mi dice che Astrazeneca è sicuro, alla luce della sua evoluzione e della sua storia, che sono sotto gli occhi di tutti. Se io non penso alla MIA salute, chi ci pensa?”

Ecco comunque una sintesi degli interventi che ho citato, così, ascoltandoli potrete farvi la vostra brava opinione. Ma non è stata una bella esperienza, no davvero. La radio, ogni tanto, sa far male.

Francesco Merlo e lo “ius soli” come succo della terra

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Francesco Merlo è un bravissimo giornalista. Purtroppo ha più querele per diffamazione che capelli in capo e questo non è bello da sopportare. Ma costituisce pur sempre una colonna portante del fare notizia e del farla in modo accurato ed efficace.

Ciò non toglie che ogni tanto anche lui possa andare incontro ad imbarazzanti e singolari svarioni. Come questo che vi riporto, tratto da una recente risposta ad un suo lettore, per cui secondo lui l’espressione latina “ius soli” potrebbe tradursi come “succo della terra”.

Ora, è innegabile che il sostantivo “ius-iuris” significhi anche “succo”, o “sugo”. Anzi, questo è il primo significato che il fido Castiglioni-Mariotti riporta. Ma non è il significato adeguato in questo contesto, dove “ius” ha da essere tradotto con “diritto” (nello specifico “alla terra”, cioè alla cittadinanza per territorio). Da questo errore marchiano una serie di voli pindarici sul “fertilizzante della terra” che sarebbero anche suggestivi se solo non nascessero da una interpretazione palesemente errata.

Se avessi tradutto, ai tempi del liceo linguistico, “ius soli” con “succo della terra”, il mio professore di latino, il buon Giancarlo Bolognesi, buonanima, che Dio lo abbia in gloria, mi avrebbe stangato senza pietà. E avrebbe fatto bene.

Giornalisti e giornalismi

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Ci sono giornalisti e giornalismi. E le due voci devono essere tenute ben separate.

Il giornalismo è un’attività nobile, soprattutto quando si occupa di denuncia, di fare le pulci ai tanti poteri costituiti, quando descrive e porta a conoscenza di tutti documenti, fatti, testimonianze.

I giornalisti, quelli, purtroppo, sono fallibili e inadeguati. Non tutti, ovviamente, ma non è raro constatare come anche i migliori e i più onesti di loro, ogni tanto la péstino, o cercando di farla franca dopo aver palesemente copiato da Wikipedia, o padellando clamorosamente qualche traduzione latina, tanto per citare due delle tante piccolezze evidenziate da questo blog. Certi giornalisti sono assai permalosetti. Forse perché non hanno nemmeno conseguito una laurea e ce l’hanno a morte con chi, semplicemente, c’è riuscito. L’ordine dei giornalisti non dovrebbe accettare al suo interno membri non laureati, ma questa è solo un’opinione personale, che come tale esprimo. Come lettore e fruitore dell’attività giornalistica, io mi aspetto che chi mi dà delle informazioni abbia almeno un’istruzione se non superiore almeno pari alla mia. Esattamente come non mi fido di un diplomando di liceo linguistico che corazza una voce relativa alla letteratura su Wikipedia, ripristinando dati evidentemente errati, parimenti non mi fido di chi non abbia maturato gli strumenti necessari per scrivere, esprimere concetti, pensieri e, last but not least, separare i fatti dalle opinioni. E queste abilità sono identificabili con un titolo di studio adeguato al compito (non mi fiderei di un giornalista che mi riportasse una notizia di cronaca giudiziaria e che fosse laureato, pur nobilmente, in ingegneria -sarebbe diverso se fosse un giornalista scientifico).

Per questo non do molto peso a certe incazzature incazzuse. Primum studiare, deinde argomentare.

Molti di questi giornalisti sono impegnati (oh!) in attività culturali collaterali alla loro attività di castigatori dei costumi e delle usanze altrui, come, a puro titolo di esempio non esaustivo ma certamente esemplificativo, un concorso letterario per scritti erotici (immagino la qualità e la dignità letteraria di tali opere dell’ingegno, David H. Lawrence e Charles Bukowski si rivolteranno nella tomba), o la collaborazione di scrittrici del calibro di Susanna Tamaro.

E’ gente che dall’alto di queste esperienze (senza dubbio indispensabili per un contributo fattivo ed essenziale alla cultura locale e nazionale) si sente in diritto di sputare su chi non solo una laurea ce l’ha e non l’ha certo conseguita in internet (ma, si sa, oggi un pezzo di carta non si nega più a nessuno), ma soprattutto su chi non la pensa come loro. Sono i tanti “rei di pensiero critico”, quelli che non si deguano, quelli che si esprimono, mostrano la loro opposizione e, soprattutto, commentano, argomentano e hanno l’ardire di scrivere. Ma come si permettono, costoro, che non sanno di privacy, di diritto d’autore (vengano qui, questi signori, ché troveranno pane per i loro denti) e argomentano con sussiego e supponenza anche delle più futili questioni.

Da questo blog “vista mare” certe miserie sembrano acuirsi di giorno in giorno. Ma, grazie al cielo, abbiamo argomenti, strumenti, competenza, idee e grammatica per esprimerci qui, fuori di qui e all’estero. Ed è esattamente quello che faremo.

L’informativa sulla privacy di certastampa.it

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Per la mia estrema puntigliosità, nonché per il gusto di una sana curiosità “investigativa”, sono andato a leggermi l’informativa sulla privacy del sito certastampa.it, quello che raccoglie gli editoriali di un certo Adamo. Ce n’è di che riflettere assai.

Prima di tutto, ecco il link al testo integrale, “fotografato” questa mattina e assicurato in copia permanente su archive.is. Non mi pare il caso di regalare clic alla testata, quindi leggetelo e consultatelo da lì:

https://archive.is/Clchp

Vediamo un po’, e andiamo “random”, ché è tanto bello. Tra le altre cosette si legge:

“Tutti i dati personali sono raccolti e trattati nel rispetto delle leggi degli Emirati Arabi Uniti e dell’UE sulla tutela dei dati.”

Ora, passi certamente l’Unione Europea (ne facciamo parte), ma cosa c’entrano gli Emirati Arabi Uniti? Per quale motivo vengono citati in testa all’informativa sulla privacy? Che fine fanno i dati dei lettori? Più avanti, alla non indifferente voce relativa al “Trattamento internazionale dei dati”, si apprende che:

“Certa Stampa è attiva in più giurisdizioni, alcune delle quali non si trovano nello Spazio Economico Europeo (SEE) come UAE, Australia, Nuova Zelanda, Singapore.”

A Singapore? Cioè, io mi collego al sito, fornisco il mio indirizzo IP di provenienza e in teoria questo dato potrebbe andare a finire in Australia o in Nuova Zelanda. E perché??

E’ presto detto. Alla voce successiva scrivono:

“I dati personali dell’utente possono essere condivisi con terze parti per gli scopi descritti nella presente Informativa sulla privacy: (omissis) Fornitori di servizi di fiducia che utilizziamo per gestire la nostra attività, come gli operatori di servizi di marketing via e-mail che assistono il nostro team di marketing nella gestione di sondaggi e campagne di marketing mirate”

Insomma, la solita pubblicità che vi arriva via e-mail. Niente di nuovo sotto il sole.

E se io volessi accedere alle informazioni sulla disponibilità e sul trattamento dei miei dati personali? E’ semplice, ecco qui:

“Non si dovrà sostenere alcun costo per accedere alle proprie informazioni personali (o per esercitare uno degli altri diritti). Tuttavia, se la richiesta di accesso è chiaramente infondata o eccessiva potremmo addebitare al richiedente un costo ragionevole. In alternativa, potremmo rifiutarci di soddisfare la richiesta in tali circostanze.”

Cioè? Io dovrei PAGARE per poter accedere a dei dati che sono esclusivamente MIEI, nel caso in cui LORO, per un arbitrio assolutamente unilaterale, considerassero la mia richiesta manifestamente infondata o addirittura “eccessiva”? Possono veramente rifiutarsi di “soddisfare la richiesta” in determinati casi? Certo che possono. Ma se non rispondono entro 15 giorni alla prima interpellanza formulata ai sensi della Legge sul trattamento dei dati personali, possono andare, a loro volta, incontro a un ricorso, che il detentore dei dati e richiedente accesso può presentare all’Autorità Garante. In breve, possono anche non rispondere ma se ne assumono rischi e responsabilità.

Intanto (che poi con la privacy e il trattamento dei dati personali non c’entra niente, ma tanto per chiosare) il dominio certastampa.it sta per scadere. Da una ricognizione del Whois, si apprende che la data di scadenza è fissata al 7 aprile. Mi sa che gli conviene mettere mano al portafogli e pagarsi l’hosting!

Molta confusione, dunque, sotto il solicello malato di aprile. Vi terrò debitamente informati.

Il peccato di Adamo

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E’ inutile, non c’è più decoro, Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare.

L’adamitico ha di nuovo intinto il pennino nel curaro e un certo tipo di stampa locale gli ha dato udienza e replicato le sue esternazioni, di modo che ciascheduno di nojaltri possa averne debita contezza. Come se si trattasse di una cosa importante.

Stavolta, in un articolo intitolato “La Pasqua muta dei webeti cafoni”, il Nostro continua a prendersela con il popolino del web, reo, a suo dire, di avere infangato i social con opinioni garantiste e qualche trascurabile e isolato sbrodeghezzo, quando si è parlato della messa al pubblico ludibrio del ginecologo teramano indagato e arrestato, e non aver detto nulla, ma proprio nulla, quando la stessa stampa ha parlato, sempre facendo nomi e cognomi (perché i vizi non si perdono MAI), dell’arresto di un Colonnello dei Carabinieri con l’accusa di associazione per delinque di stampo mafioso e rivelazione del segreto di ufficio.

In nuce, il “conquibus” sta tutto lì. Segue, questo è vero, una analisi un po’ arrampicata sugli specchi che punta maldestramente sul sociologico, ma non vi voglio assillare facendole le pulci, quello che conta è che certa stampa ha riportato la notizia, nessuno se l’è filata, e allora Ish (non vi spaventate, è solo il nome ebraico del primo uomo), evidentemente sentendosi ferito nell’orgoglio e punto nell’intimo, ha ritenuto opportuno prendersela con gli utenti dei social che hanno, giustamente, ignorato l’informazione, e hanno evitato di dargli addosso, seppellendolo in una fossa di due metri di indifferenza.

L’articolo lo trovate qui (lo ripubblico, salvandolo in copia permanente, per non dare clic alla testata):

https://archive.is/LQ8Wj

Il giochino è vecchio come il Cucco. Si tira il sasso, si guarda cosa succede, e poi si ritira sveltamente la mano. Nel caso qualcuno avesse a lamentarsi, gli si punta il dito contro e gli si dice “sei stato tu”. Oppure quello stesso dito lo si fa frullare in aria, roteandolo di buona lena, come per dire “io non sono stato, vedi un po’ tu…” Son giochi che facevo quando avevo l’età di bimbo, che ebbi breve.

Poi ci sono loro, i “webeti”. Adamo ne fa anche una breve ma impietosa disamina definendoli

“marginali, persone che cercano nel cestone dei saldi della visibilità sui social, quello scampolo di dignità di esistenza, che li affranchi da una esistenza senza dignità.”

E, naturalmente, ce n’è per tutti:

“C’è anche chi invoca la “par condicio” pretendendo la pubblicazione del nome della ragazza. E il collettivo parafemminista che parla di “presunto colpevole”, sovvertendo millenni di cultura giuridica. C’è anche il blogger sfigato, che si perde in sgrammaticate analisi pseudosociologiche. Il popolo webete è multiforme e variegato.”

Ora, indovinate un po’ chi sarebbe il blogger “sfigato” e “sgrammaticato” in questione? Ora, sulle offese del giornalista a questa umile personcina che vi scrive c’è già chi se ne occupa. E non è il caso di parlarne qui. Quanto, invece, allo “sgrammaticato”, quando prenderà una laurea in lingue e letterature straniere (ma anche in lettere va benissimo), parleremo di errori grammaticali e di grammatica generativo-trasformazionale (sono certo che Adamo la inzuppi nel caffellatte al mattino!), prima no.

Quanto invece al sovvertimento di “millenni” di cultura giuridica sull’indicazione del “presunto colpevole”, c’è solo da dire che non è il collettivo (per quanto “parafemminista” possa essere) ad aver lanciato il fiero pasto nella bocca dei leoni da tastiera, ma lui stesso, anzi, per meglio dire, il suo giornale (non sia mai che io voglia insinuare che le figure del giornalista che ha riportato la notizia e di Adamo coincidono, no, non me lo perdonerei mai, e come si fa anche solo a pensarla una cosa del genere??). Si torna al giochino di prima: si fanno nomi e cognomi e, poi, quando l’opinione pubblica si indigna, ci se la prende con un collettivo reo solo di aver male interpretato la posizione giuridica dell’indagato. Che è, appunto, indagato, e non “presunto colpevole”. Ma certo, vàglielo a spiegare a quelle! Ma al giornalista, grazie al cielo, non bisogna spiegare nulla. Non perché egli non possa e non abbia molte cose da imparare (come tutti) ma perché ormai il disastro lo aveva già fatto. Il giocattolino gli si è rotto in mano e ormai non c’è più verso di ripararlo. Comm’è ‘o fatto, comm’è ‘gghiuto, Ciccio, ‘Ntuono, Peppe o ‘Ncire, il vaso è rotto e più non si ripara.

Nessuno a difendere “l’alto ufficiale dei Carabinieri”? Ma certo che no, la gente non è mica scema, ha visto a che gioco si giocava e alla fine ha preferito non giocare più. Si chiama “non dargli corda”. Ha esercitato il proprio sacrosanto diritto alla disconnessione, e ha fatto rotolare l’emorme pietra sepolcrale dopo aver avvolto la notizia nel pietoso sudario del silenzio. Ci penseranno i magistrati, è loro compito. Alla stampa solo il dovere di dare una notizia. Ecco, l’hanno data, adesso cosa si aspettano, anche gli insulti?

Il Nostro termina con una facile profezia di puro stampo veterotestamentario. Dove saranno i leoni da tastiera, i blogger sfigati e sgrammaticati, i collettivi parafemministi quando tutto questo giungerà al termine? Eccoli, saranno

“a vomitare altri insulti contro i giornalisti, quando in un tribunale (vero, non virtuale) un magistrato (vero, non laureato su internet) deciderà se il ginecologo primario e il colonnello siano colpevoli o innocenti.”

Ora, con la modestia che mi contraddistingue, faccio semplicemente notare che non sono i magistrati a dover decidere sulla colpevolezza o l’innocenza di un indagato, ma i giudici. Ci mancherebbe anche altro che un magistrato, che se non sbaglio (e non sbaglio!) costituisce SOLO UNA delle parti in causa in un procedimento penale, si mettesse a giudicare. Esiste la funzione inquirente e quella giudicante. Se no il puzzle non torna e non tornerebbe mai. Ma vàglielo a spiegare!

Costumi adamitici

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A Teramo un certo tipo di stampa continua ad essere poco chiara e ad occuparsi tenacemente del caso del noto ginecologo teramano arrestato per il reato di violenza sessuale, come se fosse un evento dirimente.

E’ lo è. E’ dirimente nel senso che da quella vicenda non dipendono soltanto i destini dell’indagato e della vittima che lo ha denunciato, ma quelli dell’informazione, non solo locale, che dovrebbe essere ed è un servizio al cittadino.

Dopo l’imbarazzante messa in pubblico delle identità e della foto dell’indagato (imbarazzante per chi ce l’ha messa, evidentemente), oggi è il giorno della vittima. Anche lei, sia pure da vittima, è andata a finire sulla stampa. Non personalmente, come è giusto e logico che sia, ma attraverso le dichiarazioni di una psicologa e del suo legale. Legale che, se non sbaglio (e non sbaglio), la rappresenta in tutto e per tutto non solo nell’erigendo procedimento penale.

Il quotidiano abruzzese “Il Centro” titola: Psicologa e legale della ragazza «Per lei un inferno sul web». Il titolo è ambiguo. Leggendolo non si evince esattamente se la psicologa sia una psicologa qualsiasi o quella di cui la donna è paziente.

Ma cominciamo a leggerlo questo articolo. L’esordio è a dir poco rivelatore:

“Nell’Italia di panchine e scarpette rosse a scandire giorni e numeri della cronaca, ci sono storie che raccontano come la strada sia ancora in salita.”

Ma “rivelatore” di cosa? Di una coincidenza quanto meno singolare. L’immagine delle scarpette e delle panchine rosse è stata usata dall’editorilista di certa stampa “Adamo”, nell’articolo precedente sull’argomento. E’ un ricalco di un modello già visto e che ho provveduto puntualmente ad emendare. E’ il pretesto con cui “Adamo”, giorni prima della pubblicazione di questo articolo (avvenuta il 27 marzo scorso) si metteva a criticare certe posizioni avverse alla sua, e di sicuro molto più garantiste, chiamando “webeti” quelli che le esprimevano liberamente.

Stesse immagini, dunque, stesse parole, nessuna intenzione vagamente critica nei confronti di nessuno, ma, ripeto, la coincidenza è troppo “co-incidente”. E’ come cominciare un articolo con “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, vuoi o non vuoi alla Divina Commedia ci pensi sempre, anche se l’articolo poi parla di tutt’altro. E come non fare riferimento ad “Adamo” che quelle espressioni le aveva scritte solo poche ore prima?

Ma vediamo più in dettaglio quello che dicono le due professioniste. Cominciamo dalla psicologa, che dichiara:

«Su questo caso non c’è ancora un processo penale ma è già partito quello mediatico. Abbiamo dimenticato panchine e scarpette rosse nei commenti di uomini e donne su questa vicenda. Ma soprattutto di donne che si sono espresse con commenti indegni. Soprattutto da una donna su una donna. Questo comportamento non è un sostegno né rende giustizia al valore di donna ma è l’ennesima squalifica. Dobbiamo iniziare a rispettarci, ma soprattutto a rispettare l’altra. Nel dubbio bisognerebbe tacere, frenare l’impulso di dare definizioni, ma soprattutto giudizi e pregiudizi, avventati e arbitrari su una donna che decide di denunciare con forza un sopruso. Il cyber bullismo colpisce tutti, non solo gli adolescenti. La donna vittima prima deve raccogliere tutte rimaste per denunciare e poi per rimettere insieme i pezzi in un percorso lungo e doloroso».

Anche qui, panchine e scarpette rosse a gogò. Un giornalista lancia, un altro giornale raccoglie, una psicologa riprende. Tutti contro le panchine e le scarpette rosse, o, meglio, contro la retorica secondo cui una persona, solo perché dubbiosa o semplicemente garantista, si sarebbe bellamente dimenticata di quando inneggiava alle scarpette rosse contro la violenza sulle donne. Ma non mi risulta che questa legittima richiesta di sigmatizzazione e condanna del gesto obbrobrioso e sacrilego in sé debba anche comportare la automatica affermazione del colpevole, della legittimità di fare nomi e cognomi, pubblicare foto in primissimo piano, fare processi mediatici prima ancora che processi nelle aule di tribunale. Perché è vero quello che dice la psicologa, i processi mediatici sono già partiti, e sono esattamente quelli di quel certo tipo di stampa on line che con un titolo acchiappaclic e uno scoop mascherato (gli atti giudiziari sono tecnicamente “pubblici”, il che non significa che, per questioni di opportunità, se ne debba fare un “caso” artefatto) hanno posto al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un individuo che, al momento, risulta SOLO (si fa per dire) in regime di restrizione domiciliare della libertà personale. Insomma, il gioco non è vedere chi è rimasto con il cerino in mano, ma chi ha acceso la miccia e fatto deflagrare il conquibus.

Una donna si è espressa in maniera riprovevole nei confronti della vittima, e anche questo è da condannare. Ma cosa si aspettava, questa psicologa, che anche fra le donne non ci fosse qualcuno che stona, che canta fuori dal coro? Che tutte fossero unite in una sorta di sempiterna solidarietà di specie? Che tutte fossero permeate di quel veterofemminismo d’antan per cui “io sono mia”, “sono perfettamente consapevole dei miei orgasmi”, “l’utero è mio e lo gestisco io”? Sì, corri corri ti do un sorbetto! E per una persona che vomita parole inopportune e inappropriate ecco che si punta il dito contro il web traditore, reo di stare dalla parte di “giudizi e pregiudizi avventati ed arbitrari”, come se il giudizio preventivo e colpevolista non fosse stato dato da quella stessa stampa che adesso le dà ampia e indiscussa libertà di parola.

Ma andiamo a vedere che dice, invece, il legale della parte lesa:

«Da avvocato donna dico che quando la donna denuncia sul web si scatena l’inferno e questo caso, purtroppo, ne è stata l’ennesima dimostrazione. Speravo che nel terzo millennio qualcosa fosse cambiato, che leggi e nuove connotazioni giuridiche, dopo il 1996 la violenza sessuale è diventato un reato contro la persona, avessero contribuito al cambiamento. Ma così non è. La ragazza ha avuto la forza di denunciare e i processi si fanno in tribunale. Esiste la presunzione d’innocenza certo, ma se il rispetto va dato all’accusato va ancora di più dato alla parte offesa. E io la chiamo parte offesa perchè conosco le carte»

Non si capisce, né la professionista lo spiega, cosa c’entri la definizione di “avvocato donna”. E’ un legale, ha il sacrosanto dovere di difendere gli interessi della sua assistita e non crearle nocumento, cosa c’entra il fatto che sia anche una donna? Anch’io ho un avvocato donna che mi assiste, ma non si permetterebbe mai di parlare così, se no le revocherei immediatamente il mandato. In Tribunale (perché è in Tribunale che si fanno i processi, non sulla carta stampata) esistono forse distinzioni tra uomini e donne? Si è mai sentito un pubblico ministero donna sottolineare un mero dato biologico come questo? Certo, esiste la presunzione di innocenza, purtroppo per lei, e la sua controparte si dà il caso che possa definirsi colpevole solo in presenza di una sentenza definitiva passata in giudicato. Così funziona. E non esiste, e non può esistere un minore rispetto per l’imputato e un maggior rispetto per la vittima. I Tribunale non esiste chi è di più e chi è di meno. In Tribunale esiste solo chi ha torto e chi ha ragione. E chi ha torto lo stabilisce il giudice non solo attraverso l’analisi delle carte (sarebbe troppo semplice) ma anche e soprattutto da quello che emerge dal dibattimento, che è la vera sede in cui si forma la prova provata a carico dell’indagato. Conosce le carte? Benissimo, giochi le sue. In Tribunale, dove si fanno i processi, come lei stessa riconosce. Ma allora perché dà la sua opinione alla stampa? Perché la stampa pubblica anche le opinioni? Ma no, veramente la stampa dovrebbe attenersi ai fatti e, casomai, tenere ben separate le opinioni da essi.

In breve, se prima c’era solo una certa confusione, con queste ennesime dichiarazioni il pasticcio è diventato universale, pandemico. Non poteva essere sacrificato sull’altare della famelica pubblica opinione solo l’indagato, no, bisognava, per amore o per forza, che lo fosse anche la vittima del presunto reato. Così si fa un’informazione completa e compiuta, vista dalle due facce della medaglia e da due delle tre parti coinvolte nel processo. Mentre una vittima che sta cercando a tutti i costi di superare un momento così difficoltoso, dovrebbe avere il diritto a un doveroso e rispetto silenzio. Perché soffre, sulla propria carne, tutto il dolore che una vicenda simile può dare a una donna. Non è tempo di manifestazioni, non è tempo di esternazioni. Ora è il tempo dell’attesa e della fiducia, null’altro.

Certa stampa teramana: e Adamo conobbe Eva

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Certa stampa, non c’è niente da fare, non si accontenta di vivere le proprie contraddizioni per conto proprio. Non è soddisfatta finché non le butta addosso a qualun altro. “Sempre accusando, sempre cercando/il responsabile, non certo io”, avrebbe detto il Poeta in un componimento dal titolo eloquente.

Dopo la pubblicazione dell’articolo sul ginecologo teramano, arrestato e collocato ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna, di cui vi ho parlato nel post precedente, è apparso, sullo stesso giornale on line, un articolo a firma pseudonima di un certo “Adamo” che ha dell’incredibile. Come al solito non vi do il link diretto, per scoraggiare i clic verso la risorsa, ma la copia permanente acquisita questo pomeriggio, nel caso l’articolo dovesse essere modificato o addirittura eliminato dalla fonte originale:

https://archive.is/Boi9g

Pare che l’autore dell’articolo in cui si mostravano la foto e le generalità del professionista, mettendo così l’opinione pubblica in grado di identificarlo prima ancora che si svolgesse il suo interrogatorio di garanzia, abbia ricevuto molte critiche per questa sua leggerezza, volontaria o involontaria che essa sia stata. Soprattutto sui social network. Soprattutto su Facebook. Molta gente si è dichiarata indignata per il suo modo di fare giornalismo, così orgasmico e frettoloso (in toscano “essere in orgasmo” significa “dare in smanie nell’attesa di fare qualcosa”), al punto che alcuni hanno parlato addirittura di una sorta di “condanna” preventiva, prima ancora che sia intervenuta una sentenza della magistratura, definitiva e passata in giudicato.

“Adamo” (che più che uno pseudonimo potremmo definire un eteronimo, come quelli di Pessoa), dunque, corre in suo aiuto. Quando si dice la coincidenza, nevvero? E lo fa in un articolo intitolato “Schifosi webeti con le scarpe rosse”. I “webeti” suddetti sarebbero soprattutto gli “ebeti” del web, definiti “schifosi” rincarando la dose. Ma questo è solo l’antipasto. Il banchetto nuziale viene dopo, perché questi supposti “leoni da tastiera”, che hanno il solo demerito di averlo criticato, vengono definiti dal giornalista-eteronimo “Idioti”, “analfabeti” e “schifosi”.

E inoltre:

“La platea vomitante dei marginali, ai quali la nascita dei social ha concesso una dignità di parola che la natura aveva, giustamente, negato.”

I social, dunque, sarebbero il vero coacervo in cui sono contenuti questi “marginali”. Sarebbe da spiegare al giornalista che al tempo in cui i social ancora non esistevano, la rete viveva benissimo lo stesso. C’erano i blog, le community, i forum di discussione, le mailing-list e tutto quanto fa spettacolo. Non è che la gente non si scambiava opinioni. Probabilmente “Adamo” a quei tempi non era ancora nato, dal punto di vista digitale, ma vi assicuro che ai miei tempi (ché sono molto più anziano di lui) si interagiva benissimo anche senza i social, che sono venuti dopo. “Libertà di parola”, dunque. Ma quella ce la dà la Costituzione, mica Facebook! Su Facebook fai quello che ti dicono loro, se no ti buttano fuori, non quello che ti pare. Quello che ti pare lo scrivi e lo fai, sempre assumendotene la piena responsabilità, fuori dai social.

“L’immancabile pletora di webeti, ha invaso le piattaforme social, per commentare il “caso (omissis)”, ovvero l’arresto del primario e assessore, a seguito della denuncia di abusi sessuali presentata da una donna.”

E via turpiloquiando, con espressioni del tipo:

“La crassa ignoranza dell’ignobile popolo webete (…)”

fino ad arrivare ad affermazioni come la seguente:

“Nulla sapendo di codice penale, di diritto di cronaca, di tutela dei dati personali, gli Accademici della rete hanno commentato.”

Hanno commentato. Ma ci rendiamo conto? Hanno commentato. E come si permettono costoro di commentare? In un luogo di discussione, poi! Cose mai viste né udite al mondo… Gente che non sa di codice penale ma che, evidentemente, conosce benissimo almeno la Costituzione della Repubblica, quando afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che nessun cittadino può essere definito colpevole fino a prova del contrario, e anche se vi fosse, comunque senza una sentenza definitiva passata in giudicato. Gli intrepidi commentatori con sanno nulla di diritto alla privacy? Veramente è stato il giornalista che ha fatto nome e cognome di chi è stato arrestato. E ha pubblicato anche la sua foto. Questi sono fatti. E i fatti, come dico sempre io, non sono minimamente in discussione. E che dire del diritto di cronaca? Che ovviamente sussiste per lui e per chiunque altro voglia onestamente intraprendere la sua professione. Ma il diritto di cronaca non coincide quasi mai con il dovere di rivelare le identità, specie se queste identità appartengono alla parte più debole, e quindi più vulnerabile di un procedimento penale, l’imputato.

“No, non starò qui a spiegare cosa sia un arresto e perché un magistrato (non un giornalista) lo richieda. Non dedicherò tempo e spazio, all’inutile tentativo di spiegare il codice di procedura penale, il diritto di cronaca, la legge sul diritto d’autore e il testo unico dei doveri del giornalista, a chi non ha mai letto neanche le istruzioni del telefonino, col quale affida al mondo il distillato della sua idiozia.”

Non si capisce bene cosa c’entri la legge sul diritto d’autore con tutto questo. E, in verità, non c’entra proprio nulla. Quanto a me, che dal giornalista (non “Adamo”, l’altro) sono ugualmente stato definito “webete” su un post di Facebook pubblicato sul suo profilo, e che quindi, conseguentemente, sono un ignorante in materia, posso solo dire che gli estratti di questo articolo vengono pubblicati in ossequio all’art. 70 che recita:

“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”

Ma ecco spiegata la citazione delle scarpe rosse del titolo. Variando sullo sfruttato tema dell'”ubi sunt” (François Villon non sarebbe stato capace di fare di meglio), l’autore pone le domande fatidiche:

“Dove le avete lasciate, le scarpe rosse? Dico a voi, idioti tastierizzati, coglioni profilati social, webeti in libera uscita… dico a voi: dove sono le vostre scarpe rosse? Quelle che avete postato il 25 novembre e magari l’8 marzo, quelle che avete pubblicato sdegnati, invocando parità e rispetto… dove sono?”

E, successivamente:

“Possibile che nessuno tra voi, nel delirio social nel quale vi siete perduti, in una fonduta di qualunquismo becero e pasciuto pressappochismo, abbia pensato alla ragazza?”

Ed è qui che Adamo “conobbe” Eva. Il succo è che bisogna pensare alla vittima piuttosto che al carnefice. A Abele piuttosto che a Caino, cui, pure, nel mito della Genesi, Dio pone una sorta di sigillo, di marchio, che non è d’infamia, ma che viene collocato sulla sua persona affinché nessuno lo tocchi. Da qui il nome di certe associazioni per i diritti dei detenuti o di canzoni di successo (vedete voi). Alla vittima spettano il diritto a costituirsi parte lesa nell’eventuale giudizio e l’onere della prova da fornire ai magistrati che la integreranno, se così riterranno opportuno, con i risultati delle indagini durate sei mesi. La vittima del reato deve essere altamente considerata, ma proprio per questo occorre separare il bambino dall’acqua sporca, e il fatto che quell’acqua sia sporca lo accerteranno i magistrati, non certo un giornalista.

I commentatori del web sarebbero rei, a dire di “Adamo”, di avere dimenticato, o, peggio ancora, non conosciuto per niente, i tempi delle scarpette rosse, quando tutti si indignavano per la violenza sessuale sulle donne. Ma così facendo sposta maldestramente l’attenzione su un altro problema, che indubbiamente esiste (gli italiani e il popolo del web sono di memoria corta, su questo non ci sono dubbi), ma che non risolve la domanda che il popolo del web gli ha fatto: PERCHE’ fare il nome dell’arrestato? Della risposta a questo quesito non sussiste alcuna traccia. Solo scarpette e panchine rosse.

E l’articolo termina con un

“Schifosi webeti.”

Tanto per non farsi mancare nulla.

Ora, l’errore fondamentale di questo giornalista dallo pseudonimo biblico, è stato quello di sottovalutare il pubblico dei social che lo ha criticato. Lui NON SA chi sono queste persone. Non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che tra di essi possa esistere, che so, qualche dirigente scolastico (tra i suoi lettori ne conosco almeno due!), dei laureati, delle persone di cultura, degli insegnanti, degli impiegati, degli esercenti, degli operai, degli addetti al pubblico impiego, che, semplicemente, su un determinato argomento possano saperne più di lui o che, si veda il caso, la legge sul diritto d’autore la inzuppa nel cappuccino tutte le mattine. No, lui va e giudica. E si meraviglia se, poi, a giudicarlo sono gli altri. Su Facebook puoi benissimo incontrare quello che sul diritto d’autore, sul codice di procedura penale, sul codice deontologico dei giornalisti ti fa un mazzo tanto. Perché, come nella vita, tu non sai MAI chi hai dall’altra parte. E forse sparare alla cieca con la mitragliatrice a pallettoni potrebbe essere semplicemente (semplicemente?) imprudente.

Ve l’ho detto, anch’io sono stato definito (non da “Adamo”, sempre dall’altro) un “Webete”. Ma di questo non vi parlo qui. Preferisco farlo altrove. E non meravigliatevi se per qualche giorno sospendo gli aggiornamenti ma ho altro di cui scrivere.

Luigi Mastrodonato su Wired.it

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Leggo, non senza una punta di apprensione e disappunto, un articolo di Luigi Mastrodonato del 12 marzo scorso du Wired.it.

Lo trovate qui:
https://www.wired.it/amp/301265/attualita/ambiente/2021/03/12/giornalismo-italia-astrazeneca-vaccino/

o, in copia permanente, qui:
http://archive.today/ytax6

Il titolo dell’articolo è: Sul caso AstraZeneca il giornalismo italiano ha scelto di non fare informazione. Un po’ categorico, ma così sia, c’è abbondante libertà di stampa e di pensiero, vivaddio. Sottotitolo: Allarme, paura, tensione in Europa. Le prime pagine dei quotidiani e i rispettivi siti scommettono tutto sull’allarmismo mettendo in secondo piano l’approfondimento e la chiarezza.

Parole come “allarme, paura, tensione, allarmismo” riferiti alla stampa italiana fanno un po’ drizzare le orecchie. Ma leggiamocelo l’articolo in questione:

“Fino a ora ci eravamo dovuti sorbire qualche raro lancio di agenzia sul cittadino X deceduto che, tra le altre cose, aveva anche ricevuto una dose del vaccino. Notizie prive di un rapporto causa-effetto, ma abbastanza appetibili nella logica del clickbait tanto cara al giornalismo italiano.”

Sorbire? Raro lancio di agenzia?? Veramente della morte del cittadino X e della cittadina Y, dopo la somministrazione del vaccino, ne ha parlato ben più di un giornale e di una testata on line. Allarmismo? Sono notizie. Prive di un rapporto causa-effetto? Ma quello non lo stabiliscono i giornalisti, a cui dovrebbe essere demandato il compito di riferire dei fatti, non delle opinioni congetturali, lasciando alla magistratura il compito di fare il resto. Perché la magistratura ha sequestrato alcuni lotti di vaccino, al di là della conferma o meno del nesso causale tra morte e somministrazione. Titoli acchiappaclic? Forse. Ma mi sembra molto poco sostenibile una posizione del genere dalle colonne di un periodico on line che di clic ci vive (almeno altri hanno anche l’edizione cartacea, e lì di clic non ce ne sono da acchiappare).

“Succede che in Danimarca e in Austria si siano verificati problemi circolatori tra alcune persone a cui era stata somministrata la prima dose, oltre che una “morte sospetta”. Una situazione che per ovvi motivi ha portato a indagini, con il chiarimento da parte delle stesse autorità statali che al momento non vi è prova di alcun nesso tra vaccino e patologie.”

Allora, “in Danimarca e in Austria”? Saranno almeno una decina i paesi che hanno sospeso precauzionalmente AstraZeneca. Al momento in cui Mastrodonato scriveva saranno stati al massimo la metà. Perché soffermarsi proprio su questi due e al caso della “morte sospetta” con tanto di virgolette (è una citazione? E’ un uso improprio e forzato dell’espressione? Non si sa.) In Italia di queste “morti sospette”, anche senza le virgolette, ne abbiamo avute ben più di una. I pubblici ministeri stanno indagando. Per un caso il nesso causale è stato escluso. Aspettiamo gli altri. Ma non confondiamo le notizie con le emozioni. Perché che la gente abbia paura non è un sensazionalismo, è una realtà. La paura è ingiustificata? Benissimo, ce lo diranno gli esiti degli indagini, non certo il giornalismo allarmistico o quello permeato da scetticismo.

“In ogni caso il problema – se un problema c’è stato – riguarderebbe un lotto specifico di dosi che potrebbe aver avuto problematiche nella conservazione, non il vaccino AstraZeneca in sé.”

L’inciso è, di per sé, indicativo: “Se un problema c’è stato”? La miseria! La gente muore, non si sa perché, e si mette in dubbio il fatto che vi sia stato almeno un “problema”? E il fatto che il “problema” (cit.) “riguarderebbe [si noti il condizionale NdA] un lotto specifico di dosi” (i lotti sono più di uno, quello sequestrato in Sicilia e quello sequestrato in Campania) “che potrebbe [anche qui il condizionale è evocativo, NdA] aver avuto problematiche nella conservazione”. E ha detto niente! Qui ci sarebbero delle responsabilità penali precise, e vogliamo anche che non ci sia indagine nel merito? E quando c’è un’indagine c’è anche una “notitia criminis” (si chiama proprio così). E questa informazione non va data? O, in alternativa, come andrebbe data, secondo questo Signore? Non lo sappiamo.

“Ancora una volta, se un problema c’è stato, ha riguardato errori umani nei processi di conservazione e somministrazione delle fiale, non la composizione delle fiale di AstraZeneca in sé. Insomma, roba ordinaria, se si pensa che di decessi sospetti legati alla somministrazione di medicinali o nel corso di operazioni in ospedale ne avvengono di continuo, con tanto di processi connessi per il personale sanitario. Ma tutto questo non ha mai fatto notizia, trattasi sempre di materiale da cronaca locale che poco suscita la curiosità del lettore.”

“Errori umani”. Una volta Pierangelo Bertoli cantava che “i crimini contro la vita/li chiamano errori”. Ma gli “errori”, da che mondo è mondo, si pagano. Mica ci si può passare un briscolino! “Roba ordinaria”, poi, “materiale da cronaca locale”. Sì il punto è che se uno muore sotto i ferri a Vattelappesca, sarà la procura di quella località ad occuparsene. Quindi, questo sì, il problema riguarda la “cronaca locale”. Ma quando si ragiona per categorie (non kantiane ma professionali) allora il problema non è più locale, perché, si veda il caso, la professione docente e quella militare a cui è stato assegnato Astrazeneca, la svolgono in tutta Italia. Se muore un militare o un insegnante in Sicilia è come se ne morisse uno in Piemonte (e infatti è morto proprio lì). O in Veneto, o in Basilicata, o in Campania. O a Bressanone, come, purtroppo, è successo.

“L’interesse non è fare informazione, ma giocare sulla vulnerabilità delle persone offrendo loro quello che non vorrebbero leggere, ma che se glielo si mette davanti non riescono a ignorare.”

Io non sono vulnerabile. E, come me, credo che non siano vulnerabili molte altre persone. Non mi lascio certo spaventare da un titolo allarmistico. Ma voglio essere informato. Perché anche se si rivelasse dimostrato che una sola persona è morta PER la somministrazione di un vaccino, per me sarebbe anche troppo. L’allarmismo, certamente, non serve a niente. L’allarme, forse, serve a salvare delle vite.

Oggi queste tesi vengono sconfessate dalla sospensione temporanea e precauzionale del vaccino Astrazeneca su tutto il territorio nazionale. Domani vedremo che cosa dirà l’EMA. Domani è un altro giorno, si vedrà.

Pubblico dominio: quel pasticciaccio brutto di “Ciak”

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A me da piccino “Ciak”, la rivista di cinema, piacicchiava.

Andavo in cerca delle schede cinematografiche che la pubblicazione regalava ogni mese, sotto forma di cartoncini spessi, ciascuno con la locandina di un film, e con la trama e varie informazioni aggiuntive sul cast e sul regista, scritte sul retro. Con un po’ di tempo e pazienza potevi farti un piccolo Mereghetti a tuo personale uso e consumo.

Mi fa piacere apprendere che “Ciak” esista ancora. Ma in un articolo pubblicato ieri (“Le opere libere da diritti dal 1° gennaio. E che si possono usare gratis” a firma di Alessandro De Simone) la consusione regna sovrana. Si riprende l’annoso tema della giornata del pubblico dominio, festeggiata in tutto il mondo il primo gennaio, quella che sigilla l’elenco degli autori e delle opere che ognuno può ripubblicare, gratuitamente o a pagamento, senza dover corrispondere (più) alcun diritto economico o rendere conto agli eredi, senza incorrere nei reati previsti e puniti dagli artt. 171 e seguenti della legge sul diritto d’autore.

Andiamo a vedere cosa scrive De Simone a proposito delle opere letterarie:

“La notizia è che Il grande Gatsby, il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, è adesso libero.”

Sono dieci anni esatti che l’opera di Francis Scott Fitzgerald è in pubblico dominio (naturalmente in lingua originale): essendo l’autore deceduto nel 1940, l’opera omnia (non solo il capolavoro “Il grande Gatsby”) dello scrittore statunitense è entrata in pubblico dominio dal 1 gennaio 2011. Quindi dov’è la notizia?? Sono 10 anni che lo redistribuisco su classicistranieri.com e nessuno (giustamente!) mi ha mai detto nulla.

Altra “notizia” riguarda “Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf. Non è in pubblico dominio da oggi (sto sempre parlando dell’edizione in lingua originale inglese, naturalmente), ma dal 1 gennaio 2012, essendo la Woolf morta (suicida) nel 1941.

L’autore dell’articolo cita anche “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham come opera di pubblico dominio. Niente di più falso. Somerset Maugham è deceduto nel 1965, e occorre attendere ancora il primo gennaio dell’anno solare successivo al compimento del 70° anniversario dalla sua morte.

Stesso discorso per “Manhattan Transfer” di John Dos Passos (morto nel 1970), “Il segreto di Chimneys” di Agatha Christie (morta nel 1976) e “Foglie secche” di Aldous Huxley (è morto nel 1963!)

Quindi col cavolo che in Italia queste opere possono essere riprodotte o utilizzate per trasposizioni (anche cinematografiche).

Diverso discorso per la citata opera “Il Processo” di Franz Kafka (l’autore fa riferimento, opportunamente, all’edizione originale in tedesco): è in pubblico dominio dal 1 gennaio 1995 (Kafka è morto nel 1924).

Da dove nasce l’equivoco? Dal fatto che queste opere sono di pubblico dominio, sì, ma negli Stati Uniti, dove vige una legislazione che riguarda soprattutto la data di prima pubblicazione. In Italia è ancora reato copiare, diffondere, trasporre, utilizzare in qualsiasi modo Huxley, Somerset Maugham e Agatha Christie. Per la verità il giornalista un accenno alla legislazione americana lo fa, ma il tono generale dell’articolo indurrebbe a una eccessiva disinvoltura nell’utilizzo dei diritti di questi autori.

Come sempre, niente di nuovo sotto il sole. Vedi giudizio human come spess’erra?

Rossana Rossanda: memoria di una ragazza perbene

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Oggi diciamo addio a Rossana Rossanda, fondatrice del quotidiano “il Manifesto”.

A prescidere dalla condivisione o meno delle sue idee, le dobbiamo affetto e gratidudine per la creazione di una voce alternativa ai quotidiani tradizionali, per il suo senso critico e la sua altissima dignità morale.

Mai come oggi avremmo bisogno del suo esempio e della sua penna, nell’affrontare tutte le mille pieghe e aspetti primari e secondari del quesito referendario, il cui esito finale è tanto importante per la nostra democrazia.

Lascia un vuoto incolmabile nel giornalismo italiano onesto e acuto. Ci restano solo gli imbecilli imbrattacarte, urlatori e denigratori di professione. E a tristezza si aggiunge tristezza.