Cosa cavolo succede a Jovanotti?

Ecco, io pagherei a sapere cosa cavolo sta succedendo a Jovanotti che ogni 3 x 2 me lo ritrovo sulla mia pagina di Facebook sotto forma di annuncio sponsorizzato, e adesso addirittura si parla di uno “scandalo” che avrebbe addirittura “SCOSSO” (notate le majùscole) per cui sono o sarebbero addirittura necessarie “le nostre preghiere”. Fino a poco tempo fa usavano la faccia del cantante per sponsorizzare un metodo piuttosto bieco e dozzinale per far soldi facilmente. E la gente condivide, commenta, uh, hai voglia te, in una parola sola “ci casca”. Ora, se uno fosse l’artista in questione, un bel querelone a questi signori non gleilo leverebbe nessuno, perché è chiaro come il sole che stanno sfruttando la sua immagine, il suo nome e la sua celebrità per compilare delle notizie da strilloni di giornali e senza nessuna logica. C’è anche l’immagine del conduttore del TG2 a fare da contorno a questa che appare una evidente operazione di photoshopping, per cui, se vi capita di andare su Facebook e di trovare delle robe simile, NON cliccate su “scopri di più” perché potrebbe esserci di tutto. Che poi, voglio dire, a me Jovanotti non piace neanche, guarda te se lo devo difendere in rete

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La democrazia in Facebook

Si fa tutto un gran chiacchierare a sproposito nel commentare la decisione di Facebook di oscurare ed eliminare gli account personali e le pagine pubbliche di persone e associazioni facenti capo a gruppi di estrema destra responsabili, secondo il colosso, di seminare odio e di andare contro ai regolamenti della piattaforma. C’è chi dice che Facebook ha fatto bene eche era ora che si verificasse un clima di pulizia da gulag contro l’avanzata dei fascismi di ogni tempo e stagione, e c’è, di per contro, chi dice che la democrazia è democrazia, che la libertà di opinione e di espressione sono garantite a tutti, che escludere delle formazioni di estrema destra dal dibattito sul web è una sconfitta e c’è anche chi (le formazioni di estrema destra escluse) propone querela e chiede un risarcimento danni. Tutte opinioni legittime, ma che non tengono conto di un piccolo particolare: Facebook è una iniziativa PRIVATA. Non ha nulla a che vedere con l’articolo 21 della Costituzione italiana (visto che le leggi del nostro paese non hanno nessun valore negli Stati Uniti, dove Facebook opera e ha la sua sede legale). E come iniziativa PRIVATA ha le sue regole. E la regola numero uno per un privato su Internet, al 99% dei casi, è quella secondo cui “tu sei in casa mia e fai quello che ti dico io”. Naturalmente è una regola non scritta, ma comunemente accettata e pacifica. La gente dice spesso “Questo è il MIO Facebook e qui comando io” (con un accenno di boria, sussiego e supponenza)imenticando che quello non è il SUO Facebook, ma uno spazio che Facebook, per grazia ricevuta, concede in uso a quella persona perché possa scrivere quello che vuole sì, ma basta che non vada contro a quello che il padrone di casa fissa come regola standard. E se il padrone di casa dice che a casa sua non si pubblicano foto di tette nude c’è poco da fare, sarà richiamato anche l’utente che ha postato una immagine in cui si vede una madre allattare il proprio piccolo. E a seconda della gravità dell’infrazione, vengono comminate delle sanzioni. Che vanno dall’esclusione da Facebook per pochi giorni all’eliminazione dell’account e al permanente divieto di postare ulteriori contenuti. Ma chi lo decide se quel contenuto viola le regole oppure no? E’ semplice, lo decide Facebook. In base ai propri criteri personalissimi e ai propri algoritmi di ricerca. Che saranno anche dei troiai immensi, ma intanto sono lì, funzionano e segnalano. Segnalano anche cose che non c’entrano assolutamente nulla, come l’uso di certi termini in senso figurato o ironico, di certe vignette di dubbio gusto, ma pur sempre espressione di quel diritto di critica e di satira che dovrebbero discendere dal diritto pieno all’espressione. E hai voglio te a dirglielo, a farglielo presente. Se LORO decidono che TU hai fatto qualcosa che va contro la loro policy, TU sei fuori dalla casa del padrone. Stare su Facebook non è un diritto, è una concessione, è un regalo, o, meglio, è un “prestito”. Io ti presto a tempo indeterminato (che non vuol dire “per sempre”, ma vuol dire “salvo situazioni contrarie”) uno spazio, un account, che potrai gestire come vuoi. Non mi devi niente per questo, è gratis (e Facebook diceva che lo sarà per sempre, poi la scritta è scomparsa dal web, che fine abbia fatto non si sa), però intanto mi dài i tuoi dati personali (altrimenti il padrone di cosa campa?) e ti comporti come dico io. E quello che dico io vale, altrimenti vai fuori. E’ ingiusto? E’ antidemocratico?? Non ti permette di esercitare il tuo libero diritto all’espressione??? Può darsi, però intanto è così. Se vuoi dire quello che vuoi vai da un’altra parte (che so, ti fai un sito web, un blog, un forum, ti fai la tua piattaforma social per conto tuo), in casa mia dici quello che voglio io. O provate a darle torto!

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Stupide cretinerie e deficienze imbecilli

Certo che bisogna veramente essere dei cretini patentati e aver studiato su Facebook per realizzare dei “meme” (parola orrenda che viene usata ad ogni pie’ sospinto sui social media, dove circola di tutto e di più, soprattutto per quanto riguarda l’uso di un linguaggio arbitrario che fa rabbrividire e scendere i gomiti all’altezza dei coglioni) di questo genere. Quindi, qui i casi sono due, o chi l’ha realizzato e diffuso (“condividendolo”, come si usa dire, usando una bella parola per una brutta cosa) è veramente un cretino che ha creduto per un momento che Cesare Battisti, il terrorista arrestato due giorni fa in Bolivia, fosse la stessa persona di quel Cesare Battisti, patriota, giornalista, geografo, politico socialista e irredentista italiano, come recita la Benemerita, oppure chiunque sia stato a diffondere queste bestialità antistoriche lo ha fatto sapendo che si trattava di una evidente forzatura della realtà, e allora non è un cretino ma un imbecille di primissima categoria. Fare della propaganda politica (oltretutto su un partito come il PD che è già morto per conto suo) su queste cose è fuori dal mondo, non è una cazzata falsa, è una cazzata vera, senza contare che non è affatto vero che è stato il governo Conte ad arrestare Cesare Battisti, ma la polizia boliviana (un paio di esponenti del Governo Conte hanno, tutt’al più, fatto le belle statuine all’aeroporto di Ciampino, per attendere l’arrivo del pluriomicida, indossando le divise delle forze dell’ordine alla prima occasione disponibile). Sono i social network, bellezze, non ci sarebbe da stupirsi di nulla, e allora mi spiegate perché io mi ci incazzo ancora? Su, via, ditemelo…

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Facebook mi scrive che io sono “importante” per loro. E a me vengono i brividi.

Ogni tanto Facebook mi scrive: “Valerio, sei importante per noi…”

Generalmente avviene quando mi propongono di ripubblicare dei contenuti (ditesto o fotografici) di quanlche anno fa.

E, cazzo, io ho paura. Perché prima di tutto essere “importanti” per qualcuno è una bella responsabilità. E poi perché non è vero un accidente. Io non sono importante per Facebook. Casomai lo saranno i miei dati, i miei contatti, il mio numero di telefono, il mio indirizzo e.mail, tutto quello che gli serve per propormi la pubblicità che leggo ogni volta che mi collego.

Dicono anche che per loro sono importanti i miei ricordi. Ma dopo un anno i miei ricordi non me li “ricordo” più nemmeno io. Magari li ho rimossi, magari non me ne frega più niente. Magari quello che pensavo un anno o due anni fa non corrisponde più a quello che penso oggi. Perché me lo ricordano? Ditemi chi sono e non mi dite chi ero.

E che Facebook si dimentichi di me, ogni tanto. Mi farà solo bene.

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Federico Maria Sardelli bannato per un mese da Facebook

(cliccare sull'immagine per ingrandirla)
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L’altro ieri mi è giunta una notizia che mi ha fatto rimanere un po’ stercofatto o “cacino” per dirla alla livornese. Non è nulla di che. Il Poeta direbbe che “non vale due colonne su un giornale”, ma forse è proprio per questo che la ospito.

Federico Maria Sardelli è stato bannato per un mese da Facebook per via di un contenuto non consono (non si sa bene perché) alla politica di Zuckerbndfg.

Ecco, si riassume il tutto in poche e desolate parole. Il “contenuto” di cui parlo è quello di cui all’immagine che accompagna queste brevi noticine, una sorta di “meme” (parola bruttissima che i Facebookari usano a chilate ogni giorno) e che ha come massimo dell’offensività, se proprio si va a vedere fino in fondo, il termine “babbei”. Sono solo opinioni critiche. Forti? E sia, la critica non guarda mai alla forza con cui sferra il colpo, la critica è tale proprio perché travalica il senso dei fatti. Sono opinioni (e chiunque cliccando sull’immagine per ingrandirla può leggerle a suo bell’agio) di una persona che può permettersi questo ed altro, essendo Federico Maria Sardelli, oltre che un caro ex compagno di scuola (e, conseguentemente, compagno di una vita), un direttore d’orchestra, compositore, disegnatore, vignettista, fine umorista, esperto dell’opera di Vivaldi, filologo musicale, pittore, romanziere. E uno che è tutte queste cose insieme, le sue opinioni politiche può permettersi di dirle su Facebook, fuori da Facebook, in Italia e all’estero.

Ma attenzione, non sono solo l’autorità e l’autorevolezza di qualcuno a renderlo degno di rappresentare il suo pensiero su un mostro informatico come Facebook, quello possono farlo tutti, magari con un séguito minore, ma certamente a buon diritto. Quello che rende l’opera di Sardelli degna di stare dappertutto (e, quindi, anche su Facebook) è il fatto che non contiene assolutamente nessun tipo di linguaggio sconveniente o che travalichi quella che i giuristi chiamerebbero la “continenza”. Insomma, non c’è nulla di male in quello che ha scritto Sardelli, e secondo me su Facebook, dove, peraltro, siamo abituati a ben altre manifestazioni del pensiero e a opere di diffamazione e distruzione sistematica di questo o di quel soggetto, quelle parole e quelle immagini ci potevano stare. Ma Facebook non ragiona come noi. Anzi, probabilmente affida a qualche algoritmo della malora l’analisi complessa di quello che linguisticamente non può essere etichettato né etichettabile e poi tanto qualcuno ne farà le spese. E’ un assurdo macinino che non ha ragioni comprensibili e che, come i “vaghi de caffè” di un famoso sonetto del Belli, ogni tanto trascina a fondo qualche chicco per ridurlo in polvere. Non una polvere fisica, beninteso, ma una polvere destinata a costituire un silenzio forzato e inspiegato (nonché inspiegabile) a chi deve subire una punizione per una supposta stronzata che sa di non aver commesso (e che, in quanto “supposta” possono cacciarsi dove credono meglio).

A Federico Maria Sardelli solo tanta solidarietà e un pizzico di presa per il culo: o cosa pensavi che fosse, Facebook, l’Utopia di Tommaso Moro? Ovvia, giù, un te la piglià’ che fra un mese ce l’arracconti.

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L’inno del corpo sciolto

water

E’ successo nella scuola in cui lavoro:

un alunno chiede il permesso di andare in bagno, lo ottiene e una volta lì fa quello che deve fare. O meglio, lo fa ma decide, già che c’è, di imbrattare -non si sa con quali acrobazie ginniche- il bordo del water e le pareti intorno. Risultato: un merdaio stratosferico che il Nostro, evidentemente orgoglioso di aver fatto la cazzata dell’anno, decide di fotografare, si sa mai che i posteri non abbiano a ricordarlo proprio per quello che già considera il suo capolavoro assoluto.
E infatti manda la fotografia ad alcuni dei suoi contatti su WhatsApp: facile, veloce, e certamente più pulito dello stercolàio di cui sopra. Solo che uno di questi destinatari ha, anche lui, una illuminazione geniale assoluta: questo prezioso materiale iconografico non può restarsene così, a essere guardato solo da sette o otto persone, silente e maleodorante per conto suo, no, deve essere per forza (o per amore, si veda il caso) guardato e annusato dal pubblico di Facebook e per permetterlo non si accontenta, no, di infilare la fotografia nel suo profilo personale, ma ci “tagga” anche la pagina FB della scuola. Ci mette, di contorno, due o tre frasette così, tanto per fare ed il gioco è fatto.

Perché ormai non ci si accontenta più di fare le cazzate fini a loro stesse, no, non si sta bene neanche a chiacchierarne tra pochi intimi, come si faceva una volta che si andava a scambiare quattro ciacolade sulle proprie bravate al bar, adesso le cazzate non sono autenticamente cazzate se non le fai coram populo, davanti a tutti, anzi, più persone ti vedono, che in quel momento stai facendo una cazzata, più sei contento. E non importa che si parli male di te o ti si dica che stavolta hai proprio esagerato, no, l’unità di misura della portata delle proprie azioni sono i “like”, che amplificano la portata dell’attenzione su un cesso intasato in un bagno scolastico di provincia. Bisogna essere come minimo “virali” (come si dice oggi utilizzando un termine orrendo) e contagiare, smerdandolo, anche l’ignaro visitatore che si trova a passare di lì per caso.

Senza contare che tutto ciò che è virale non è solo una malattia. Peccato che lo si usi per apparire agli occhi della gente come infinitamente sprovveduti.

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Quando muore qualcuno di Facebook

Quando muore qualcuno di Facebook si scatena il peggio della retorica che la gente possa dare. Un maremagnum di partecipazione vomitevole da parte di chi il morto non lo conosceva nemmeno. E il punto è proprio quello. Nemmeno lo/la conoscevi e già diventa un santo, una persona meravigliosa, che probabilmente ha fatto dei prodigi in vita e che “non condividevo le sue idee ma lo rispettavo”. E va beh, e allora? No, voglio dire, è importante?? No, ma evidentemente a qualcuno tutto questo piace. Piace rimestare nel torbido, piace far vedere il suo nome nella bacheca del caro estinto, è gente che se potesse si farebbe mettere nei manifesti funebri accato alla dicitura “Ne danno il triste annuncio”. E’ la perversione del “caro estinto”. E se mi chiedono “Ma tu non partecipi?” rispondo “No, io NON partecipo.” Perché se invece di una “amicizia” (ah, che parola volgare e putrida hanno trovato quelli del social!) fosse stato uno che si vede tutti i giorni sull’autobus o sul treno probabilmente tanta gente non se se sarebbe nemmeno accorta. E allora di che stiamo parlando? Guardate che non siete per niente divertenti, no, affatto…

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Facebook: irraggiungibile la pagina di Caterina Simonsen

La pagina Facebook di Caterina Simonsen è stata rimossa.

Non ne conosciamo il perché, ma è un duro colpo per tutti quello che stanno con Caterina e ci mettono anche l’hashtag. Come Matteo Renzi, per esempio.

Quali potrebbero essere i motivi di una rimozione della pagina?

– Mah, per esempio che la titolare non ha più voglia di apparire su Facebook considerata l’alta risonanza mediatica della sua vicenda. Ci sono, effettivamente, dei momenti in cui Facebook risulta pesante e greve, figuriamoci il vociare di qualche sciamannato. Ma se è vero che l’interessata ha consegnato le stampe dei deplorevoli messaggi offensivi che le sono stati rivolti alla Polizia Postale perché rimuovere la pagina, proprio adesso che stanno iniziando le indagini e che la presenza di quella pagina potrebbe aiutare l’identificazione di colpevoli ma anche di circostanze dei vari reati. Adesso che è stata tolta cosa possono vedere?

– Oppure la pagina potrebbe essere stata rimossa proprio per ordine dell’Autorità Giudiziaria, in modo da “congelare” le prove. Altra ipotesi possibile ma poco probabile: per congelare le prove contro alcuni presunti diffamatori si sarebbe, in ipotesi, sequestrata una pagina intera, impedendo alla titolare e ai suoi contatti di continuare a esprimere il proprio pensiero e ad interagire tra di loro. E’ come tagliarsi la testa per curare un brufolo.

– Ma la pagina potrebbe essere stata rimossa anche da Facebook. Qui, però, i motivi non li possiamo conoscere. Faccio presente che quella di Caterina era una pagina, non un profilo personale.
Quello che, invece, sì, colpisce, è la tempistica. Ed è quanto meno singolare che la pagina da cui tutto ha avuto inizio due o tre giorni fa sia, oggi, di fatto, irraggiungibile. Comunque la si metta, è un punto a favore degli animalisti. Che è come se vincesssero a tavolino la partita perché l’avversaria smette di giocare o le viene impedito di farlo.

#iostoconvaleriodistefano

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“Che palle! Che paio di palle!!”

A “Tutta la città ne parla” (RadioTre) qualcuno mi ama. E sia chiaro che io adoro essere amato.

Comunque vengo citato abbastanza spesso per i miei contributi a quella che è una piccola e divertente comunità radiofonica.

Anche oggi hanno (coraggiosamente) letto un mio intervento su Facebook che inizia con “Che palle! Che paio di palle!!” (non si dice “palle!” alla radio), con risatina soffocata del conduttore. Hanno detto che non sono MAI d’accordo. Poi vado a vedere ed in effetti coloro che hanno cliccato un “like” al mio commento sono pochini, solo una persona.

Ma quella persona chi è?? La redazione!!

Cioè, loro fanno un programma, io non sono d’accordo, dico “Che paio di palle!!” e loro sono dicono “Mi piace!”. Adoro essere amato.

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Per cui la quale, citare, citare, citare…

- Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported”]It’s still the same old story. Stavolta a essere pescato con le dita nella marmellata è  stato Massimo Gramellini. Oh, non da me, per carità, tutto quello che vi offro è roba  “precotta” (se volete “mangiare” meglio cucinatevi da soli!).

I fatti (molto semplici, in verità). Una ragazza (de)scrive una esperienza vissuta sul suo  account Facebook. Alcuni giorni dopo invia lo scritto a “Lo Specchio” de La Stampa.

Gramellini lo legge, gli piace, e riscrive la storia a modo suo, traendone un “Buongiorno”  (il nome della rubrica quotidiana che tiene sul giornale torinese).

Sembrerebbe non esserci niente di strano, e apparentemente è proprio così.

(Cliccare sull'immagine per ottenerne l'ingrandimento)

Siamo abituati a “prendere ispirazione”, a “integrare”, a “trarre spunto”, a “manipolare”, a  “riassumere”, a “citare” le cose altri che ci siamo dimenticati come si fa.

La maestra Laura Quaglierini, della Scuola Elementare “Angiolo Silvio Novaro” di Vada che ho  frequentato, ci diceva sempre che le citazioni vanno messe fra virgolette, e che bisognava  indicare tra parentesi l’autore e il titolo dell’opera da cui si citava.
Erano indicazioni da scuola elementare, appunto, d’accordo, ma funzionano anche oggi.
E poi la Quaglierini ci diceva, soprattutto, che “non si copia!”

Una volta scrissi un articolo su questo blog a proposito di Fabrizio De André che aveva  composto (composto??) la musica de “La canzone dell’amore perduto” su un Concerto per Tromba  e orchestra di Telemann.
Apriti cielo! Mi arrivarono commenti e insulti (alcuni biecamente censurati) perché non si  doveva dire che quella musica era palesemente copiata. Bisognava dire che De André era un  poeta (e allora perché ha scritto una canzone? Non poteva limitarsi a scrivere i versi?), che  comunque la canzone era bella (e chi lo ha messo in dubbio?), che si fa sempre così, che va  bene Telemann ma De André è De André. Come se l’elaborazione fosse migliore dell’originale.

Ora, che cosa sarebbe costato a Gramellini dire “Questa storia me l’ha raccontata una  lettrice e io ve la racconto a mia volta con parole mie”?
Oltretutto è incorso in un involontario ma malaugurato errore, cercando di condire la  narrazione con riferimenti temporali precisi (fa svolgere i fatti il 21/10 scorso, mentre la  ragazza ne parlava già su Facebook il 3/10).

E’ così difficile avere rispetto per le nostre fonti? Forse no, ma non ci si riesce ancora.

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“Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza” Gianluigi Piras si dimette dal PD

Il profilo Facebook di Gianluigi Piras

«Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari ci ripenso. Magari mi fraintendono».

Così Gianluigi Piras , presidente  del forum sardo del Partito Democratico sui diritti umani e consigliere comunale di Jerzu, in un intervento sul suo account Facebook riferito alle prese di posizione dell’atleta russa Isinbayeva che ha difeso le leggi russe contro l’ostentazione della propaganda gay, salvo poi prendere diversa posizione correggendo leggermente il tiro in una successiva conferenza stampa.

Non lo so che cavolo prende ai politici quando sono su Facebook e Twitter. Forse pensano di trovarsi in una sorta di zona franca, di non essere visti, di un ambiente telematico di libertà totale di auspicio allo stupro.

Fatto sta che dopo le frasi rivolte su Facebook dalla leghista Dolores Valandro al Ministro Cécile Kyenge che le sono costate, altre all’espulsione dal suo adorato partito, anche un anno di reclusione e tre anni di interdizione dai pubblici uffici, è il Partito Democratico a dover fare i conti con l’intemperanza verbale di un suo esponente che, a giudicare dalle premesse, non mi risulta possa avere una lunga vita politica.

Ha provato a chiarire («chiarirò quello che è evidentemente un grosso equivoco. E farò dovute comunicazioni. Per ora mi scuso per una frase che, a prescindere dalle mie motivazioni e dagli opportuni chiarimenti, prendo atto sia stata evidentemente recepita come violenta e inaudita», non si riesce a vedere che razza di equivoco possa essere contenuto nella frase “per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza”) e poche ore dopo si è dimesso («quando si sbaglia, in politica come nella vita, c’è sempre un prezzo da pagare.  A tal proposito e irrevocabilmente rassegno le dimissioni dai miei incarichi: la presidenza del forum regionale sui Diritti civili del Partito democratico della Sardegna, il Consiglio comunale di Jerzu, il coordinamento regionale di Anci giovane, il coordinamento provinciale di Prossima Italia, associazione che in questa fase sta sostenendo la candidatura di Giuseppe Civati alla segreteria del Pd»).

Alcune ore fa ha aggiunto “In questo momento e prima di tacere definitivamente e per parecchio tempo, oltre alla nota diramata, posso solo integrare che, dimissioni a parte, accetterò qualsiasi provvedimento di espulsione da parte del mio partito. Inoltre, qualora la nota non fosse sufficiente a recuperare il grave danno da me involontariamente inferto ai danni di tutte quelle donne che abbiano subito violenze e che, a leggere le mie parole, siano state toccate da ennesima violenza, intendo accettare qualsiasi iniziativa legale nei miei confronti al fine di pagare il giusto prezzo, se necessario, anche di fronte alla legge. E se proprio devo continuare a ricevere infiniti e giustificati insulti, chiedo solo che siano sinceri e sentiti e non provengano da altre motivazioni. Chiedo ancora scusa.”

Ora, se parla di “danno involontariamente inferto” la cosa è triplamente grave perché oltre a usare delle parole pesantissime non c’è neanche la consapevolezza della gravità e della degradazione dello stupro per una donna, che avrà anche espresso opinioni poco condivisibili, e io non le condivido per niente, ma che hanno visto Piras carnefice quando avrebbe potuto e dovuto sentirsi vittima assieme a tutto gli omosessuali che la nuova legge russa sull’omofobia mette al margine della società.
Intende “accettare qualsiasi iniziativa legale” nei suoi confronti. Benissimo, ma non è una cosa che gli fa onore, è il minimo, beninteso.
Vuole pagare il giusto prezzo “se necessario anche di fronte alla legge”. E certo, dove vuole pagarlo, se no? A me? Al suo Partito? Alla fruttivendola??

Non manca chi lo difende a spada tratta: “Piena solidarietà a Gianluigi Piras, la cui provocazione non è stata capita da molti e deliberatamente non voluta capire dai più. Capisco anche quella mentecatta della Isimbayeva, il cui sangue è tutto concentrato nella sua potente muscolatura e nulla nel suo piccolo cervellino…”

Insulti su insulti. Ironia della sorte, la foto dello sfondo dell’account Facebook di Piras è quella della Kyenge. 

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