Diffamazione: un reato subdolo

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Parlo spesso di diffamazione perché è uno dei reati più subdoli che il nostro ordinamento giudiziario preveda.

E perché è l’unica terra di confine tra quello che si può dire e quello che non si può dire. Sul web come ovunque.

Davvero, non ce ne sono altre. Esistono soltanto la verità, l’interesse pubblico e la continenza verbale. Se io rispetto tutti e tre questi parametri posso dire quello che mi pare.

Ma proprio perché la diffamazione è estremamente subdola come reato, non è possibile sapere con assoluta certezza dove finisca la critica e dove cominci l’attacco gratuito e personale alla dignità della persona.

La Cassazione si è espressa con sentenze contrastanti sull’uso del classico “vaffanculo”. Ci sono contesti in cui l’ha dichiarato non offensivo, e altri in cui l’ha stigmatizzato. Ma non sappiamo con esattezza quando “vaffanculo” si può o non si può dire. Ad aver voglia di saperlo e di dirlo, intendo.

La definizione di un reato dovrebbe essere legata a parametri oggettivi. Io rubo qualcosa se lo sottraggo a qualcuno senza il suo consenso. Ma se quella persona mi dà il suo consenso io non sto rubando proprio nulla.

La lesione dell’onorabilità personale, invece, viene lasciata, più che altro alla sensibilità dei singoli. A quella delle vittime in primo luogo e a quella dei magistrati inquirenti e dei giudici di merito in seconda battuta. Non ci sono confini nettamente delimitati entro i quali io offendo o non offendo. Quello che io avverto come offesa può darsi benissimo che altri lo avvertano come interlocuzione.

La diffamazione è la più redditizia forma di investimento che esista. Per citare in sede penale una persona per diffamazione non si spende assolutamente nulla. Tutt’al più si impiega un po’ di tempo a redigere una querela. Non c’è nemmeno bisogno di un avvocato. Basta esporre le cose con obiettività, allegare il materiale che si ritiene opportuno (nei casi di diffamazione via internet questo è estremamente facile), citare i testimoni, portare il tutto dai carabinieri (che di solito sono molto grati ai cittadini che risparmiano loro l’onere di redigere gli atti e glieli consegnano già redatti con la sola mancanza della firma da apporre in loco) e il gioco è fatto.

Davvero, non c’è altro. Se vi va male avrete perso un po’ di tempo. Se vi va bene potete ragionevolmente contare (prima o poi) su un risarcimento danni e sul pagamento dell’onorario del vostro avvocato.

Poi la vostra querela viene passata al Pubblico Ministero, il quale può decidere di mandarla avanti (ad esempio inoltrandola alla Procura competente per territorio) o di chiedere l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari (a questa richiesta vi potete opporre, ma non avrete grandi possibilità di riuscita).

Quindi si arriva al processo vero e proprio. Primo grado, secondo grado e Cassazione. Magari il maramaldo che vi ha diffamati patteggia in sede penale e voi non potete nemmeno costituirvi parte lesa. Nessun timore, potete agilmente costituirvi in sede civile (dopo aver esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione) e spillargli una (bella?) dose di quattrini (tanto è quello il conquibus, ed è anche giusto che lo sia, non vedo perché non possa e non debba esserci un risarcimento se viene accertato un reato).

Strumento di tutela subdolo e imperfetto, dunque. Ma è l’unico a nostra disposizione. Anche per far capire a chi ci perculeggia che Internet NON è quella zona franca da ogni diritto che ci piacerebbe fosse.

(Toh, m’è venuto proprio benino questo post, nevvero??)

Condannato Giuseppe Ayala: diffamazione nei confronti di Salvatore Borsellino

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Giuseppe Ayala (da: www.wikipedia.org) * Giuseppe_Ayala.jpg: Elena Torre from Viareggio, Italia * derivative work: RanZag - Questo file è sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.0 Generico

E a proposito di diffamazione, è stato condannato in primo grado Giuseppe Ayala, ex Pubblico Ministero ed ex politico.

E’ stato ritenuto colpevole di diffamazione per aver definito Salvatore Borsellino una persona con problemi “di sanità mentale”, e averlo associato alla figura di Caino.

Nonostante il parere contrario del pubblico ministero, è arrivata la condanna a 2000 euro di multa, oltre a un risarcimento di 15000 euro a favore della famiglia Borsellino e al pagamento delle spese processuali.

Ayala ricorrerà in appello (bene, è un suo diritto). Nel frattempo anche la legge può cambiare.

Camera: approvato il nuovo testo sulla diffamazione

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Ieri sera, in un’Italia sonnacchiosa e disattenta, è stata approvata
alla Camera la proposta di Legge Costa che modifica le disposizioni di
legge in tema di diffamazione (trovate il testo della proposta qui).

Lo scarno comunicato del sito istituzionale recitava:

Ora, cosa ci sarà scritto nella  proposta approvata? Come cambieranno le disposizioni del Codice Penale e delle leggi dello Stato in tema di diffamazione? Andiamo un po’ a vedere cosa dice e che cosa succederebbe se questo testo venisse confermato nella sua approvazione anche al Senato e entrasse in vigore.

Guardiamo i cambiamenti all’articolo 595, che attualmente disciplina la diffamazione semplice e quella aggravata:

“All’articolo 595 del codice penale, i commi primo, secondo e terzo sono sostituiti dai seguenti:
« Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo 594, comunicando con piu persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.
La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.

Se l’offesa è arrecata con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, si applica la pena della multa da euro 3.000 a euro 8.000.

Si applicano le disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, nel caso in cui l’autore dell’offesa pubblichi una completa rettifica del giudizio o del contenuto lesivo dell’altrui reputazione.

Alla condanna consegue la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da un mese a sei mesi, nelle ipotesi di cui all’articolo 99, secondo comma»”.

Il primo elemento che salta agli occhi è che sparisce la possibilità per il giudice di comminare la reclusione. Si parla solo di multa.
Tuttavia la diffamazione non è stata depenalizzata. Si finisce pur sempre davanti a un giudice (di pace, magari) e si subisce un processo al termine del quale si può essere assolti o condannati.
Non c’è una soluzione al problema della congestione dei processi per diffamazione nei tribunali  e nelle aule di giustizia italiani.  C’è solo un passaggio di carte dal giudice monocratico (che finora si occupa della diffamazione aggravata) al giudice di pace.
Il passacartismo è uno sport molto praticato nella giustizia italiana.

Ma c’è una cosa nuova che dice che “nel caso in cui l’autore dell’offesa pubblichi una completa rettifica del giudizio o del contenuto lesivo dell’altrui reputazione” si applicano le disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47.

Che cosa dice? (O andiamo un po’ a vedere, eh??):  “L’autore
dell’offesa non e punibile se provvede, ai sensi dell’articolo 8, alla pubblicazione di dichiarazioni o di rettifiche.”

Oh, bene, dice uno, se mi accorgo di aver scritto qualcosa di offensivo posso rettificarlo (e se possibile eliminarlo), pubblicare delle dichiarazioni della controparte, insomma, modificare e integrare la notizia dal contenuto suppostamente diffamatorio e non essere punito (se dimostro di averlo fatto prima dell’apertura del dibattimento).

E invece no. O, meglio, non è così semplice. Anzi, funziona proprio in modo terribile. Perché per capire bene dobbiamo andare a vedere come viene disciplinato, secondo il nuovo testo, l’istituto della rettifica.

Intanto la nuova proposta di legge prevede che la rettifica venga fatta «senza commento». In breve, si pubblica la rettifica secondo il testo stabilito dalla controparte richiedente, ma non ci si può aggiungere nulla di proprio. Niente.
Neanche un “mi dispiace”, un “pubblico la rettifica ma ribadisco il mio pensiero”, una integrazione, qualcosa che faccia pensare a un contraddittorio nel merito.

Ma quello che fa spavento è quanto segue:

«Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a propria cura e spese, su non piu di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.
La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata entro sette giorni
dalla richiesta con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve
inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata»

Quindi:

a) la rettifica deve essere pubblicata “a richiesta della persona offesa” (non vale, dunque, rettificare qualcosa di propria iniziativa);

b) la rettifica deve essere pubblicata a spese del presunto diffamatore su due quotidiani a tiratura nazionale. Per intenderci, se avete offeso qualcuno su un blog o su Facebook, non vale che pubblichiate la rettifica sul blog o su Facebook, cioè nello stesso luogo in cui la presunta offesa avrebbe avuto origine. No, dovete pubblicarla a vostre spese sui quotidiani che la controparte vi indicherà. Per cui se date dello scemo a qualcuno potreste ritrovarvi una richiesta di rettifica da pubblicare su
“Repubblica” e  “Corriere della Sera”. E potrebbe costarvi molto, ma molto di più che affrontare un processo;

c)  rientrano tra gli elementi costituenti il reato di diffamazione anche le immagini: quindi occhio con l’uso disinvolto di immagini “photoshoppate”;

d) per richiedere una rettifica non importa che i pensieri e le azioni attribuiti a un soggetto siano effettivamente diffamatòri nei loro confronti (cosa che viene stabilita da un giudice e non da un sentimento individuale), basta che
siano “ritenuti lesivi” di “reputazione” o “contrari a verità”.

Splendido, vero? Non ne parla nessuno.
Un giorno la rete si sveglierà e si ritroverà a parlare del solito blogger che farà da capro espiatorio  riempendo i social network di espressioni di solidarietà di cui il giorno dopo nessuno si ricorderà più.

La Repubblica delle Banane

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E’ troppo facile, e financo scontato essere solidali con il ministro Kyenge per l’atto di denigrazione sfociato nel lancio di banane sul palco su cui era invitata. Si sfondano delle porte aperte, è come scaldare l’acqua bollente.

Quello che non è scontato è pensare al perché il responsabile di questo gesto non sia stato individuato. Ma mica per essere arrestato o chissà cos’altro. Per essere identificato (nome e cognome) e perché l’opinione pubblica e le autorità sapessero chio è.

E come mai non è stato identificato? Perché in un incontro organizzato da un partito che si autodefinisce “democratico” non c’è stato nemmeno un poliziotto o un addetto alla sicurezza che sia stato in grado di individuare e fermare questo tipetto? Hai lanciato due banane su un palco, benissimo, hai offeso il ministro, adesso vediamo se il ministro intende sporgere querela, però INTANTO SAPPIAMO CHI SEI.

La solidarietà, quando si tratta di stato di diritto, a volte non basta.

Minacce via web alla Carfagna – Le reazioni di Boldrini e Gelmini

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Mara Carfagna è stata minacciata in rete. Le hanno scritto cose indubbiamente sgradevoli sulla sua pagina Facebook, tipo “Ti verremo a prendere a casa”. Lei ha dato mandato ai suoi legali di querelare gli autori del gesto. Tutto questo va bene. E’ un suo diritto sacrosanto farlo.

La Boldrini, da parte sua, ha commentato su Twitter: «Ho telefonato a Mara Carfagna per esprimerle la mia solidarietà. Chi usa il web per minacciare snatura la Rete e la sua libertà».
Chi usa il web per minacciare, naturalmente, non snatura né la Rete, né tanto meno la libertà che essa offre, snatura prima di tutto se stesso e può essere perseguito a norma di legge. Punto. La libertà in rete è semplicemente connaturata al rispetto delle stesse regole che valgono per la società civile. Né più né meno. Viceversa rischieremmo una sorta di zona franca dove tutto è ammissibile, o un posto controllato in modo speciale.

Infatti la Gelmini, a sua volta, evidenzia: «Quest’episodio ci richiama al dovere di regolamentare in modo efficace il comportamento da tenere in rete». Perché, che comportamento si deve tenere in rete? No, ce lo dica, così lo sappiamo anche noi e, se del caso, ci adegueremo alla bisogna. Non bisogna offendere? Diffamare?? Minacciare??? Ma questi sono già reati perfettamente contemplati dal nostro codice penale. O vogliamo dire che una diffamazione è più diffamazione di un’altra solo perché compiuta sul web? Anche questo è contemplato, non c’è bisogno di ulteriori regolamentazioni.

Ancora una volta un episodio deprecabile ha dato seguito a reazioni deprecapili. Speriamo solo che il 49% dei lettori del Corriere che si è dichiarato “divertito” dalla lettura di questa notizia si diverta ancora di più a sostenere davanti a un giudice che “tanto è su internet”!

Cesare Previti perde una causa contro Wikimedia Inc.

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Cesare Previti ha citato in giudizio la Wikimedia Foundation per un articolo suppostamente diffamatorio contenuto su Wikipedia. Nulla di strano, è interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, ma se sente leso un suo diritto individuale può agire in giudizio. Il tribunale gli ha dato torto. Anche questa è un incognita dei processi civili, si possono perdere.

C’è da dire, però, che Previti non ha perso perché il tribunale considerava, al contrario di quello che lui sosteneva, quelle espressioni legittime, ma solo perché ha riconosciuto la Wikimedia Foundation non come una detentrice e produttrice di contenuti, ma come un fornitore di hosting.

In breve, il concetto è che la Wikimedia Foundation è un po’ come Aruba. Si limita a fornire spazio web, se poi uno li usa per commettere reati sono affari di chi lo usa. La colpa è sempre dell’utente che ha immesso quei contenuti che si suppongono diffamatori.

Un’altra sentenza a favore dell’impunità di Wikipedia, che si presenta ancora una volta come quella che può fare e dire tutto, tanto la colpa è sempre degli altri. Logica notevole per un’enciclopedia che pretende di insegnare.

Gli insulti alla Carfagna

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Mara Carfagna (da www.wikipedia.org)

Marca Carfagna ha riferito ai carabinieri di essere stata duramente e pesantemente insultata mentre stava facendo la spesa in un supermercato.

Sentirsi insultare è sempre spiacevole. Anche se ad insultarti sono, come riferisce ancora la Carfagna, persone ben vestite e di modi apparentemente tranquilli e niente affatto rispondenti all’immagine di una logica di attacco verbale premeditato e precostituito.

Quello che non si sa è quali pesanti insulti siano stati profferiti all’indirizzo della di lei persona. Cioè, questi scortesi che l’hanno insultata, quali parole le hanno indirizzato?
Non è un gioco perfido che tende a cercare con curiosità morbosa i dettagli di una storia di per sé squallida e che non meriterebbe certo le colonne dei giornali sui quali è stata pubblicata, ma sapere che cosa sia stato detto ESATTAMENTE alla Carfagna potrebbe darci l’idea se quegli epiteti sono offensivi o no, in quale contesto sono stati pronunziati e qual è la loro portata (potrebbero essere parole che non ce la fanno ad assumere la possibilità di ledere la dignità altrui, che potrebbero essere state avvertite e ingigantite dalla sensibilità della persona a cui erano destinate etc…).
Manca, naturalmente, anche l’identità degli insultatori. E’ questo è comprensibile: se vado al supermercato e mi sento dire di tutto che ne so io chi è stato?
Ma resta il fatto che la Carfagna è stata insultata e non si sa da chi e che cosa le sia stato detto.

E allora tutta questa pantomima che vorrebbe scoraggiare la tecnica dell’insulto come approccio alla dialettica politica cade miseramente. C’è solo rabbia. Rabbia per non poter individuare chi è stato. Rabbia per non poter procedere a una querela ad personam (a proposito, la Carfagna ha pensato di inoltrare una querela contro ignoti?) e rabbia per non poter avere diritto a un risarcimento, magari da devolvere in beneficenza.

Ma la rabbia maggiore, quella non detta, è, probabilmente, l’eterna associazione dell’immaginario collettivo tra la Carfagna e i suoi calendari di svariati anni fa. Cioè quello che un risarcimento e una querela per diffamazione non possono cancellare.

Sallusti arrestato per evasione

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da: www.ilgiornale.it

Michela Murgia, che è scrittrice finissima e, in quanto tale, dotata di un senso dell’umorismo senza pari, ha scritto “Le vittime piacciono alla gente, bisognerebbe farsene una ragione. E’ per questo che ci fanno i programmi televisivi apposta.”

Ha ragione da vendere. La “vittima” è categoria estremamente appetibile dal punto massmediologico, e sì, bisognerebbe farsene una ragione. Ciò di cui, invece, NON riesco a farmi una ragione, è l’atteggiamento di chi tende, a torto o a ragione, a farsi vittima, perché poi, così, poi, piace alla gente che, di riflesso, ne parla.

Le ultime evoluzioni (assai INvolutive, invero) del caso Sallusti sono una chiara e trasparente dimostrazione di tutto questo.

Se Sallusti è stato condannato a SCONTARE i suoi 14 mesi qualche ragione c’è.

Le ragioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza di Cassazione, che parlano, tra l’altro di una “spiccata capacità a delinquere, dimostrata dai precedenti penali dell’imputato”.

Bon. Si può dire che il carcere per Sallusti sia una conseguenza estrema e remota delle estreme e remote pene per il reato di diffamazione. Credo che nella storia d’Italia esista un solo precedente in questo senso, quello di Giovanni Guareschi. Ma Guareschi era Guareschi e, soprattutto, si era negli anni ’50. Si può dire tutto questo, certo, così come si è detto che Sallusti ha commesso un reato di opinione, giustificazione che ormai non incanta più nessuno.

Perché evadere da un regime di arresti domiciliari non ha più nulla a che fare con l’esprimere le proprie idee. Sempre ammesso (e NON concesso) che esprimere le proprie idee sia assimilabile a pubblicare cose false. Non un giudizio ritenuto diffamatorio, si badi bene, chè quello può sempre darsi. Una cosa è un giudizio che va a ledere la dignità di una persona, ben altra è l’invenzione di un fatto di sana pianta.

E allora, con l’evasione di Sallusti, si crea una nuova vittima proprio là dove la giustificazione del giornalismo, della libera stampa in libero stato, dell’articolo 21 viene meno.

A gli italiani Sallusti piace tanto. E’ ufficialmente evaso per la libertà di parola. Niente di strano che qualcuno ci creda.

In morte del DDL sulla diffamazione (i giornalisti restino seduti)

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Dunque, la storia del ddl sulla diffamazione si conclude nel peggiore dei modi, il “nulla di fatto” che fa da epilogo a un iter tortuoso e contraddittorio, fatto di veleni, vendette, sgambetti, contromosse, acrimonia, pelo e contropelo, guarda lì mi ha versato l’acqua sul grembiulino, ora te la faccio pagare.

Che non si sarebbe trattato di nulla di serio lo dimostra il fatto che si sia deciso di mettere mano alle norme sulla diffamazione di fascista e granitica radice all’indomani della sentenza Sallusti che, una volta passata in giudicato, ha posto il problema che, alla fine, la gente il carcere lo rischia davvero.

Ma invece di prendere come segnale di allarme i casi di tanti poveracci che per aver scritto una parola di troppo su un blog, o averla detta a una manifestazione, o, magari, per la tromba delle scale, hanno rischiato la galera, si è atteso che fosse il direttore del Giornale di Berlusconi a finire agli arresti.

E allora indignazioni, grandi battaglie, perfino Marco Travaglio si è scagliato a favore del suo più caro nemico, facendo sula la retorica valtairiana per cui bisogna immortalarsi per la libertà di espressione dell’altro.

L’abbiamo detto più volte che la diffamazione con la libertà di espressione c’entra poco o nulla.
Certo, esistono le esimenti del diritto di cronaca, di critica e di satira, ma la diffamazione è e resta (sempre per quella norma concepita nel Ventennio, assieme a tutto il nostro sistema penale) un reato contro la persona e non un reato di opinione. E c’è cascato anche Travaglio.

Il carcere sostituito dalla pena pecuniaria, poi la sua reintroduzione per mano leghista, Maroni che va da Fazio a “Che tempo che fa” e assicura che l’errore sarà corretto, quelli che dicevano “si è trattato di una provocazione, facciamo mica sul serio”, poi l’ultima trovata per cui il direttore responsabile doveva essere punito con la sola multa, mentre il giornalista autore dello scritto incriminato avrebbe potuto tranquillamente farsi qualche anno in gattabuia, hanno fatto il resto.
Un voto segreto li ha seppelliti.

Ben difficile che la norma trovi una nuova formulazione. E’ destinata a marcire in qualche cassetto del Senato, quando qualcuno la riprenderà sarà completamente putrefatta o in avanzato stato di decomposizione.

I giornalisti, dal canto loro, ci hanno messo il carico da undici. Non volevano il carcere e li posso anche capire, ma tutto è finito a tarallucci e vino con il ritiro di questo progetto giudicato vergognoso (e lo era!) come se, mantenendo la normativa di sempre, il carcere non fosse ugualmente previsto. Lo sanno benissimo, ma era solo un modo per farsi della pubblicità gratuita, giusto per essere “contro” qualcosa, che va tanto di moda esserlo.

Nel frattempo Sallusti è ai domiciliari in casa Santanché, su disposizione del Procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati e con parere favorevole del tribunale di sorveglianza. Bisogna dire che Sallusti gli arresti domiciliari non li ha mai chiesti, gli sono stati imposti. Lui invoca che vengano a prenderlo i carabinieri per tradurlo in carcere. Non lo stanno accontentando.

Rimane il punto fondamentale sulla diffamazione:

Se qualcuno mi diffama non ho nessun interesse a che vada in carcere. L’onorabilità lesa da una notizia falsa o da una parola sopra le righe non me la ridà certo la prospettiva che il presunto diffamatore rischi la galera, magari a distanza di anni dal fatto e con un forte rischio che il procedimento cada in prescrizione.
C’è bisogno innanzitutto di una rettifica immediata che ristabilisca la verità e/o che metta a testo delle scuse.
E poi c’è bisogno di un risarcimento equo in denaro nei confronti della vittima.

Si può fare domattina. Nel frattempo, per difenderci, l’unico strumento è una normativa imbarazzante e anacronistica.

Benvenuti sul palcoscenico della democrazia! E’ uscito il DVD di “Al Qaeda! Al Qaeda! (Come fabbricare il mostro in TV)”

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Recensire l’opera di un amico è sempre un po’ imbarazzante. Si rischia sempre di andare a finire nella sbavatura benevola del “Oh, ma che bella cosa hai fatto!”, “Ma grazie…”, “Ma no, guarda, sono io che ringrazio te per quello che hai scritto”, “Sì, e io ti ringrazio per lo spazio concessomi e la benevolenza mostratami”. La solita retorica.

E se c’è una cosa di cui un qualunque discorso su “Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in TV”, il docufilm di Giuseppe Scutellà, tratto dal libro di Luca Bauccio (eccolo l’amico!) “Primo, non diffamare” non ha bisogno, è proprio la retorica.

Il film è molto più dello schiaffo rappresentato dal libro da cui è tratto, è una rappresentazione giustamente impietosa e priva di inutili cammei retorici sulla creazione della figura del “mostro” da parte del mass-medium di turno, una scarnificazione della retorica che troppo spesso fa da contorno, magari davanti a giudici attenti e compiacenti, alle difese degli imputati per diffamazione.
Un falso “palcoscenico della democrazia” che passa dalla prima pagina di un quotidiano alle pieghe dell’eloquio forense più mellifluo passando per il piccolo schermo o facendo capolino in libreria calpestando persone, sensibilità, dignità, onorabilità e senso del decoro.

E il contraltare del lavacro retorico delle colpe del diffamatore (che qui intendo in senso generico e apersonale, esattamente come si è abituati a dire “il Legislatore”) è quello mostrato con sobrietà (e non povertà!) di mezzi facendo scorrere sotto i nostri occhi le esperienze e le testimonianze di uomini come Beppino Englaro, impegnato da sempre non solo per il rispetto della libertà di scelta e di cura, nonché del rispetto della volontà della figlia Eluana, ma anche contro la pioggia di falsità parlamentari, intransigenti e giornalistiche che sul caso di sua figlia sono state costruite in maniera artificiosa e pretestuosa. Di Youssef Nada, accusato di avere finanziato il terrorismo islamico utilizzando fondi della propria banca e successivamente assolto da qualsivoglia accusa. Di Vito Carlo Moccia, presunto fondatore di una setta psicoreligiosa, messo alla gogna dalla logica delle “Velone” e del “dàgli all’untore” della presunta vendetta satirica del metodo-Striscia di berlusconiana fattura. Come Usama el Santawi, reo, probabilmete, solo di essere fondatore dei Giovani Europei per la Palestina. Di donne come Rassmea Salah, derisa e denigrata perché, pur con un accento milanese che farebbe invidia a Delio Tessa, è di religione islamica e porta il velo, e allora se fa la presidente di seggio elettorale viene denigrata e offesa solo per questo. O come Angela Lano, giornalista impegnata per i diritti umani.

Non è solo un incontro con le esperienze e i dolori delle persone, ma un contraltare con la retorica dei TG e delle interviste di regime, che appaiono sotto forma di contributo filmato ormai distorto dal ridicolo, e che mostrano una serie di “bravi cittadini” attaccati alle proprie tradizioni, al proprio territorio, alla propria identità, al punto tale da rigettare tradizioni, territorio e dignità degli altri.

E’ la diffamazione più grave, quella che consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. La stessa ipotesi di reato che sta mandando in carcere Sallusti. La stessa che il Tribunale di Jesi ha riconosciuto nei confronti di Magdi Cristiano Allam condannato per diffamazione nei confronti dell’Ucoii.

E Luca Bauccio cosa c’entra in tutto questo? Luca Bauccio è avvocato di indiscussa notorietà nel settore. Nel film, oltre che fare da tramite col canovaccio del suo libro, diventa attore, narratore, voce parlante. Mettendo da parte la toga e parlando a ruota talmente libera che gli extra del DVD immortàlano le sue gaffes e il suo impaccio con la macchina da presa. Segno inequivocabile di un linguaggio aperto, diretto e schietto.

Comprarsi i 60 minuti di questo docu-film (in cui Al Qaeda ha poco o nulla a che fare) è praticamente un obbligo per capire e crescere nella consapevolezza.
Costa solo 8 euro, più 2 di spese di spedizione, parte dei proventi sono devoluti a Islamic Relief e CMSPS. Lo trovate presso:

http://www.dirittozero.com

(potete pagare con Paypal o carta di credito)

E allora, già che ci siamo, facciàmoglielo un appunto a Luca Bauccio (che, poi, è l’appunto che gli faccio sempre, e lui lo sa).
La diffamazione viene vista nella innegabile e allarmante punta dell’iceberg della creazione dei “mostri”. Si tratta dell’aspetto più evidente.
Ma c’è anche l’aspetto più subdolo e insinuante. Quello della prepotenza di chi, querelando un terzo per diffamazione, si attacca a un’espressione che può essere letta sotto vari punti di vista, che può rappresentare una vera e propria critica, o un’opinione soggettiva, e che, ugualmente, sottoposta a qualche pubblico ministero con eccesso di scrupolo, diventa un capo d’imputazione nei confronti del cittadino (giornalista, blogger, commentatore di Facebook, autore di post su forum e quant’altro) “reo” di aver offeso la reputazione di taluno nella zona d’ombra dell’interpretazione e che costituisce una forbice troppo ampia e pericolosa per poter trattare qualcuno come delinquente.
Il diritto all’opinione, alla critica, alla satira (anche a quella più pungente) esistono e sono pienamente disponibili.
Che un cittadino possa rischiare tre anni di carcere solo perché un Pubblico Ministero o un giudice di merito, nell’agire in quella forbice di incertezza, arrivano a scegliere lo spazio più ristretto per inchiodarvici il “malamente” di turno, è francamente inaccettabile.
E lo sappiamo molto bene che chi ha trascinato nel fango queste persone perbene si aggrappa spesso all’esimente del diritto di critica e di satira. E’ financo una strategia difensiva perfettamente prevedibile. Ma vogliamo e dobbiamo restituire a questi diritti la stessa dignità che queste vittime del “palcoscenico della democrazia” hanno visto calpestata.

E’ l’altra faccia della medaglia, la base dell’iceberg che non si vede, quella che si gioca magari in aule di giustizia di provincia, con giudici, pubblici ministeri e avvocati della difesa sempre più lontani dalle dinamiche della rete e dell’informazione (quella vera e coraggiosa, che ce n’è!). Talmente lontani da riuscire ad essere monopolizzati da una parte civile che usa la diffamazione non come difesa di un diritto, ma come grimaldello per far zittire l’altro (soprattutto quando dice la verità).

E’ l’ora di trattare la diffamazione in sede civile. Il rischio di una pena ingiusta è troppo alto per permetterci una legislazione antiquata e/o, in alternativa, delle proposte di riforma ancor più sconcertanti, che ottengono il placet delle aule parlamentari.

Penso proprio che con Luca Bauccio parlerò molto a lungo di questo aspetto (tanto tempo ne abbiamo). Magari un giorno ne trarremo un libro scritto a quattro mani. O, magari un nuovo film. Lo intitoleremo “Cazzate! Cazzate!”. E ci divertiremo un mondo.

Diffamazione: carcere per i giornalisti, multa per i Direttori Responsabili

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Che poi uno può chiedersi com’è che in questo blog si parla così spesso di diffamazione e di tutto ciò che ne consegue.

Mah, per esempio perché al Senato è passato un emendamento che punisce il giornalista autore di un articolo considerato diffamatorio con la pena del carcere, mentre il direttore responsabile (che, lo ricordo, ha la responsabilità oggettiva di quello che viene pubblicato su un periodico) soggiace soltanto alla pena della multa.

Una norma chiaramente ad Sallustium che stravolge completamente il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (del resto chi se ne importa, il giornalista rampantello, specialmente se freelance può anche passare un po’ di tempo tra le sbarre ospite delle patrie galere, fatiscenti simulacri di uno Stato che si disgrega, mentre un Direttore Responsabile facoltoso potrà ben permettersi di pagare una multa).

Proprio mentre l’Unione Europea ci fa notare che la diffamazione, in altri Stati, è un illecito da sanzionare in sede civile e non penale.

Noi siamo in leggera controtendenza.

Diffamazione: approvato a scrutinio segreto un emendamento della Lega Nord che reintroduce il carcere

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Screenshot tratto da www.ilfattoquotidiano.it

Per diffamazione si continuerà ad andare in galera.

Ma non più per un massimo di tre anni, con l’attribuzione di un fatto determinato, no, “solo” fino a un anno.

A sorpresa, e con voto segreto, in Senato è stato approvato un emendamento della Lega Nord che reintroduce la detenzione nella riforma del reato di diffamazione, almeno per i casi piu’ gravi.

Il PD pensa subito di ritirare il testo. Cosi’ restera’ in vigore il testo attuale che di anni di reclusione ne prevede ben tre.

Sallusti dice che in carcere si sentirà senz’altro meno solo. Indubbiamente. E manca poco tempo alla sua detenzione, ormai.
Anche tenendo conto del fatto che l’emendamento è stato proposto dagli ex alleati del governo presieduto dal proprietario della testata di cui è direttore, e che e’ stato approvato segretamente da una maggioranza trasversale che vuole dare un segnale forte a giornalisti, blogger e informazione, possibilmente libera.

Obbligo di rettifica per i blog su DDL-diffamazione: il blog chiude

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Oggi potrei raccontarci diverse cose. Ad esempio potrei dirvi di uno sfondone giornalistico sul caso giudiziario di Salvatore Parolisi.
Oppure riferirvi del falso (e sottolineo falso) allarmismo creatosi all’indomani della sentenza relativa alla Commissione “Grandi Rischi”, che pretende di trasformare dei condannati in primo grado in dei novelli Galileo Galilei, e chissà come si permettono. Forse perché avrebbero dovuto dire “…eppur si muove!” alla popolazione de L’Aquila. Si sottintende la terra.

Ma vi dico che il blog chiuderà tra breve tempo.

Quanto, esattamente, non lo so. Ma è più che probabile che questo sia uno degli ultimi “post” a essere messo in linea nel blog per come lo conoscete adesso.

Il motivo è molto semplice. Il Senato della Repubblica, con una manovra che non esito a definire inaccettabile, sta modificando in aula le norme che riguardano la diffamazione.

Non mi preoccupa né mi interessa minimamente affrontare un giudizio, penale o civile che sia, per una eventuale diffamazione. Del resto non ho mai diffamato nessuno. Purché la controparte venga a spiegare e difendere le proprie ragioni nella sede prescelta in un pubblico dibattimento davanti a un giudice terzo e non usi la diffamazione come un pretesto.

Quello che sì, mi dà profondamente fastidio, è l’estensione dell’obbligo di rettifica entro 48 ore  (o, comunque, un tempo poco congruo) a tutti i siti web. Compresi i blog.
E’ una vecchia storia che si ripete. Stavolta, però,  sembra ci stiano riuscendo davvero.
Oppure può darsi anche che non ci riescano, non me ne frega un accidente. Non è quello il punto.

Il punto è che equiparare qualsiasi sito web a una testata giornalistica sotto il profilo della regolamentazione è un assurdo che si dimostra ictu oculi.

Il punto è che un Pinco Pallino qualsiasi, per il solo fatto di sentirsi oltraggiato, prima ancora di una sentenza della magistratura in merito (che potrebbe anche dargli torto), può obbligarti a pubblicare una rettifica che non puoi neanche commentare. Non importa se il contenuto delle tue presunte frasi diffamatrici sia vero o falso.
Puoi anche aver scritto per puro errore che il personaggio Tale conviva “more uxorio” con il personaggio Talaltro.
Se uno dei due personaggi si sente offeso, perché, si veda il caso, è un cattolico che crede  nei valori della famiglia, e invece si è sposato, può chiedere una rettifica.
A quel punto il blogger deve pubblicarla. E non può nemmeno commentarla. Ad esempio spiegare perché è incappato nell’errore, ed eventualmente scusarsi.

Se non lo fa, cioè se non pubblica la rettifica, si rischia una sanzione variabile dai 5000 ai 100.000 euro.

Non sono i soldi che fanno paura, anche se, lo riconosco, dover pagare 100.000 euro può essere seccante, ma il fatto che la gente possa tenerti per i coglioni chiedendoti di rettificare un’informazione inviandoti la richiesta, che so, durante la settimana di ferragosto, così tu non ci sei, magari non guardi la posta elettronica, non hai un PC a disposizione o, semplicemente, ti stai godendo le vacanze.

Questa norma, se entrerà in vigore, scatenerà una guerra senza confine che non si svolgerà nelle aule giudiziarie, ma sul filo di una ulteriore, odiosa, pervicace e tenace intimidazione.

Le conseguenze per la libertà di parola, opinione, critica, satira ed espressione sono sotto gli occhi di tutti: si affiderà la legittimità di una informazione al personale sentire del soggetto, che potrà agire semplicemente SENTENDOSI diffamato, poco importa che lo sia davvero oppure no.

Direte voi: ma la norma non è stata approvata in aula e non è in vigore. Aspetta, prima di chiudere baracca e burattini.

Avete ragione, certo, ma si dà il caso che:

a) questa è roba mia;
b) è preoccupante anche solo il vivere in un paese dove questa norma è stata concepita e arrivata sul tavolo del legislatore.

Quelli di Wikipedia stanno continuando a gridare lor lai. Ma lo sanno benissimo anche loro che continueranno a fare quello che hanno sempre fatto. Perché un server negli USA non si nega a nessuno, perché loro sono inquerelabili, perché hanno i soldi, bla bla bla…

Ma noi siamo persone  e abbiamo ancora il dono dell’indignazione.

Il blog non sparirà, semplicemente sarà azzerato con nuovi contenuti. Citazioni, incipit di romanzi, fotografie e immagini di pubblico dominio, insomma, tutto quello che si potrà continuare a dire, che è ben poco.

Dobbiamo questa bella idea all’intesa tra PDL e PD che sull’obbligo di rettifica per tutti hanno trovato un’intesa perfetta.

Un motivo in più per non starci.

Confermata per Bruno Vespa la condanna al risarcimento in sede civile per diffamazione

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Da it.wikipedia.org - Foto di Jacopo Werther - È permesso copiare, distribuire e/o modificare questo documento in base ai termini della GNU Free Documentation License, Versione 1.2 o successive pubblicata dalla Free Software Foundation; senza alcuna sezione non modificabile, senza testo di copertina e senza testo di quarta di copertina. Una copia della licenza è inclusa nella sezione intitolata Testo della GNU Free Documentation License.

Dunque anche per Bruno Vespa è arrivato il secondo grado di giudizio (ma solo in sede civile) che ha confermato la condanna al risarcimento inflitta per diffamazione nei confronti dei familiari della Contessa Alberica Filo della Torre.

I fatti risalgono al 14 febbraio 2002, durante una trasmissione di “Porta a Porta” in cui si erano congetturate circostanze (ritenute inesistenti dai giudici) di relazioni extraconiugali, usura, fondi neri, depistaggi e quant’altro.

Con Bruno Vespa è stata condannata anche la giornalista Valentina Finetti.

Sono passati oltre dieci anni da quell’episodio e la Cassazione non si è ancora pronunciata definitivamente.

“Porta a porta”, invece, va in onda ancora.  Ininterrottamente.

 

Sabina Guzzanti condannata per diffamazione al risarcimento di 40.000 euro nei confronti di Mara Carfagna

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Screenshot da "Corriere del Mezzogiorno"

Andare a fare una ricerca su Google, specie di una notizia scritta e pubblicata da poco su varie fonti, spesso si rivela una operazione frustrante.

Ho saputo che Sabina Guzzanti è stata “condannata” a risarcire 40.000 euro a Mara Carfagna, quattro anni dopo il “No-Cav-Day”.

Non si sa se sia stata condannata in sede civile o penale, perché le notizie non lo dicono. Ed è questa la fregatura delle ricerche fresche su Google: un comunicato stampa copiato e incollato su una miriade di siti, tutti in prima pagina, alla faccia della leggenda che vuole che Google penalizzi i siti-fotocopia e alla faccia della “Riproduzione riservata”.

La Guzzanti è stata condannata al risarcimento del danno morale per aver insinuato, in un intervento satirico, la sua presunta relazione con il Presidente del Consiglio.

Fatto che non sarebbe provato. Per cui il diritto di critica e di satira vanno a farsi benedire.

Non ho mai provato particolare simpatia per la comincità di Sabina Guzzanti. Ma c’è comunque qualcosa che non va in queste sentenze che riguardano il limite discrezionale del giudice tra satira (che non ha bisogno, di per sé della veridicità di un evento) e diffamazione.

Personalmente non ho trovato nulla di particolarmente dissacratorio nell’intervento della Guzzanti. La Carfagna e i giudici non la pensano come me e quindi bene così. Vorrei solo che la comicità della Guzzanti mi facesse anche ridere, magari solo qualche volta.

Diffamazione: la proposta del Senatore Li Gotti che non depenalizza

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Parleremo molto e spesso di diffamazione da qui ai prossimi post.

Del resto non è che se ne parli soltanto in questo blog, per cui siamo in buona compagnia.

L’opposizione, rappresentata questa volta dal proponente di un disegno di Legge, il Senatore Li Gotti dell’Italia dei Valori, ha illustrato all’Aula di Palazzo Madama un disegno di legge per la modifica della normativa sulla diffamazione.

Ecco il testo dell’esordio in aula della relazione del proponente:

Colpiscono due cose: la prima è l’incipit che ricorda l’emblematicità della vicenda Sallusti. La seconda è l’esigenza di una depenalizzazione dei reati di ingiuria, diffamazione, vilipendio allo Stato. Reati definiti da Li Gotti “di matrice intellettuale”.

Dunque:

a) ho detto più e più volte che la diffamazione non è un reato “di matrice intellettuale” perché non è un reato di opinione ma un reato contro la persona. Almeno così come è concepito nel Codice Penale vigente. E’ un fatto. Può piacere o non piacere (e a me non piace) ma così è (anche se a me non piace).

b) se leggo bene (e leggo bene!) Li Gotti intende “depenalizzare” il reato di diffamazione. “Depenalizzare”, dunque, significa “escludere dal penalmente rilevante”.
Vuol dire che quel comportamento, che fino a una certa data prevedeva un regolare processo davanti a un giudice terzo, con l’irrogazione di una pena se l’imputato veniva considerato colpevole, non è più reato. Questo non vuol dire che non sia più sanzionabile, solo che, in caso di colpevolezza, non si va più incontro a una condanna.

Questo vuol dire depenalizzare.

Ed ecco la proposta di riforma del Senatore Li Gotti:

Viene praticamente riscritto l’articolo 595 (che dovrebbe, in caso di depenalizzazione, scomparire del tutto).
Non prevede più la pena del carcere ma solo quella pecuniaria.
Ma, attenzione, si andrebbe sotto processo anche per una sola multa, e in caso di condanna il precedente penale resta a carico del condannato, altro che depenalizzazione.

Le parole hanno un peso, soprattutto quando si comincia a parlare di libertà personali, dignità della persona e diritto alla critica.

La proposta Li Gotti credo non verrà presa in considerazione, visto che la maggioranza sta per proporre un testo, se del caso, ancora più discutibile, che sarà deliberato senza passare dall’aula, a firma Schifani e Chiti.

Se tutto va bene ci sarà ancora di più da dire.

Giovanardi sul caso Sallusti: più che la formulazione della norma, va (…) criticata la concreta decisione del giudice

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GIOVANARDI (PdL). “In una popolare trasmissione televisiva, il Parlamento e la classe politica sono stati accusati di non aver modificato le norme penali in materia di diffamazione, sulla base delle quali e stata recentemente comminata una condanna  considerata sproporzionata – all’ex direttore del quotidiano «il Giornale». La differenza tra la pena edittale minima prevista dalla norma e la pena massima e pero molto ampia, perché la fattispecie penale puo comprendere anche comportamenti di rilevante gravità: più che la formulazione della norma, va dunque criticata la concreta decisione del giudice, che ha stabilito quale pena irrogare nel caso concreto.”

“La patologia non sta nel Senato o nella Camera, bensì in una Cassazione nella quale il procuratore generale dice ai magistrati che c’e qualcosa che non funziona. Non possono sostenere che c’e diffamazione. Attenzione, e lo richiamo in Senato: se esprimere un’opinione e diffamazione (oltretutto senza neanche fare il nome di nessuno, e quindi esprimendo soltanto un’idea), possiamo arrivare molto lontano, e non tanto in tema di responsabilita dei politici, ma in relazione alla liberta di pensiero che chiunque in Italia deve avere, compresi i politici. C’e il vezzo dei magistrati di denunciare i giornalisti, i parlamentari o i politici, tanto le cause vengono discusse da altri magistrati.
Se poi si vanno a vedere i tempi e il modo in cui finiscono le cause quando è un magistrato a denunciare o quando, viceversa, è un cittadino a denunciare un magistrato, ci si accorge dell’esistenza di uno squilibrio totale. E’ lì la patologia.”

Dal resoconto stenografico di due interventi di Carlo Giovanardi al Senato della Repubblica, 27 settembre 2012

“Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in TV” sarà presentato a Milano il 18 ottobre

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Sta per uscire il film “Al Qaeda! Al Quaeda! Come creare il mostro in TV”, film-documentario  per la DirittoZero Production e tratto dal libro “Primo, non diffamare” di Luca Bauccio.

La regia è Giuseppe Scutellà e la presentazione è prevista per il 18 ottobre al Cinema Apollo di Milano.

Cassazione: Sallusti definitivamente colpevole. Condannato a 14 mesi di reclusione. Salvo lo Stato di diritto.

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La sentenza salomonica della Cassazione ha sancito che quattordici mesi sono una pena congrua e che Sallusti è colpevole.
Non sono state le difese di Travaglio e Di Pietro a salvarlo.
Neanche il tentativo in “extremis” di un decreto d’urgenza che cambiasse le normative sulla diffamazione e eliminasse il carcere dalla comminazione della pena.

Ora Sallusti potrà chiedere le misure alternative alla detenzione in carcere: gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. E’ un suo diritto chiederlo, se lo vorrà e, mi permetto di dirlo, un dovere dello Stato concederle.

Una revisione seria della normativa sulla diffamazione non può che passare per il vaglio del Parlamento.

Ma lo Stato di diritto non ammette scorciatoie.

La deformazione del Caso Sallusti

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Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
Se lo stanno cercando gli avvocati difensori di Sallusti, assieme ai legali rappresentanti della parte offesa, possono farlo e va bene. Dovrebbe essere, quella della trattativa, una fase delicata che non abbisognerebbe di pubblicità fino al momento in cui non è andata a buon fine, ovvero fino a quando il risarcimento non sarà versato al querelante nelle forme e nei modi che sono stati pattuiti.

Questo va bene. Non è una cosa anomala, anzi, è perfettamente legale. Non ci si difende dalla galera solo nel processo, ma ci si difende anche fuori dal processo, quando è possibile. E in questo caso è possibile.

Quello che invece no, non va bene per niente, è il coro di quanti, senza essere difensori di Sallusti, esternano sull’argomento rilasciando dichiarazioni che, nel migliore dei casi lasciano indifferenti o addirittura pietrificati.

Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha scritto su Twitter: «Il presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione».
E’ una frase neutra. E, come tale, soggetta a varie interpretazioni.
Cosa vuol dire che il Presidente della Repubblica “segue il caso”? E cosa significa, soprattutto, che “si riserva di acquisire tutti gli atti di valutazione”?
Gli atti di valutazione ci sono già, li ha emessi la magistratura alla fine di due giudizi di merito, al termine dei quali  è stata emessa una condanna, secondo la quale Sallusti dovrà andare -ed è triste- in carcere e con motivazioni già depositate e pubblicate (quindi consultabili da chiunque).
Non mi risulta che per nessun cittadino italiano indagato e/o condannato per diffamazione sia mai stata diramata una nota da parte del portavoce del Quirinale.
Perché quand’anche il cittadino qualunque si rivolgesse al Capo dello Stato ne avrebbe una risposta diplomatica ma vera: “abbia fiducia nel lavoro della magistratura ed eserciti fino in fondo il suo imprescindibile diritto di difesa”. Altro che acquisire “tutti gli elementi utili di valutazione”!

Ora, però, si dà il caso che il cittadino Sallusti sia anche un giornalista (non un blogger, non una persona che abbia in maniera maldestra o sprovveduta offeso l’onore e la reputazione di qualcuno perché mossa da un istinto di rabbia su un forum, su Facebook, su un newsgroup o altrove), e che stia per andare in carcere.
Era stato lo stesso Sallusti a sollecitare un intervento autorevole, con una dichiarazione al TG de “la 7” di Enrico Mentana: “mi preoccupa il silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda.”
La palla fu presa al balzo dal deputato Mario Adinolfi che ha a sua volta chiesto un intervento del Presidente della Repubblica. A quale gruppo parlamentare è iscritto il deputato Adinolfi? Al Partito Democratico.

Io penso che su questa vicenda non si sia detto nulla a qualunque livello istituzionale e non si dovrebbe dire molto (ma invece si dice fin troppo) per il semplice fatto che chi aveva qualcosa da dire (cioè la magistratura inquirente, il GIP, il GUP prima, e la magistratura giudicante poi) lo ha già detto.
E’ pieno diritto del Presidente della Repubblica esprimere una sua opinione o un suo auspicio in merito.
Ma si fa quello che dice la Magistratura e solo quello che dice la Magistratura, altrimenti lo Stato di diritto va a pallino, si creano cittadini di serie A e di serie B, e il principio cardine che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge finirebbe, di fatto, con l’essere il piede di porco con cui viene scassinato lo stato di diritto.
E, ancora una volta, può il privato cittadino, incriminato per la stessa causa, andare su un TG a diffusione nazionale e meravigliarsi del silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo, quando il Governo è un potere dello Stato completamente indipendente dal potere esercitato dai magistrati?
Risposta: no, non può. Perché il privato cittadino non fa notizia. Sallusti sì.

Le sentenze e la loro pericolosità sulla libertà di opinione e di critica (libertà suprema) non sono tali se non fanno notizia. E fanno notizia solo quando riguardano i giornalisti, perché sono loro quelli che hanno il coltello dell’informazione dalla parte del manico.

Sallusti, dunque, potrebbe andare in carcere. Già, ma in Italia non è che si va in carcere così a casaccio, anche se si è stati condannati a 14 mesi di reclusione. Esiste la sospensione condizionale della pena che viene concessa o non concessa, secondo un articolo del Codice Penale, il 133.
Chissà che cosa dirà l’articolo 133 del Codice Penale? Andiamo un pochino a vedere cosa c’è scritto:
“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato, desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:
1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

Può darsi, dunque, che Sallusti abbia dei precedenti penali specifici. Non dovrebbe stupire, visto che un direttore di giornale viene chiamato spesso a rispondere delle affermazioni suppostamente diffamatorie da lui scritte e pubblicate direttamente, o come responsabile della testata. E che il cumulo di eventuali condanne con quella che pende in Cassazione  abbia fatto scattare il superamento dei 24 messi, per cui si applicano le misure detentive (carcere, arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali). E’ una ipotesi, non una certezza.
Sallusti in una sua dichiarazione ha affermato “Non ho prece­denti penali” (cfr. Sallusti, “La verità sul mio arresto”, il Giornale, 23/09/2012).
Wikipedia, alla voce “Alessandro Sallusti” scrive: “Il caso ha suscitato l’interesse dell’FNSI in quanto, essendo stato Sallusti precedentemente condannato per un caso simile, dovrà certamente scontare la pena comminata.”
Io non so chi dei due abbia ragione, ma so che delle due l’una.
E’ possibile, dunque, che Sallusti possa reiterare il reato? La sentenza di appello dice di sì, sulla base di quell’obbligo che ha il giudice di valutare la “capacità a delinquere del colpevole”. E’ una motivazione condivisibile? Non è condivisibile?? Certo, le sentenze si possono criticare, ma non dubito che gli avvocati di Sallusti lo abbiano fatto presente in sede di ricorso in Cassazione.

Nel frattempo tutti i difensori di Sallusti trasversali allo schieramento politico costituzionale, e difensori nell’arena dell’opinione pubblica e non nelle aule di giustizia, insistono su un concetto palesemente e consapevolmente falso: il fatto che Sallusti abbia commesso un reato di opinione.

Il primo a scrivere una cosa del genere è Antonio Di Pietro. Ora, Antonio Di Pietro è un ex pubblico ministero. Dovrebbe conoscere, e di fatto conosce a menadito, il Codice Penale. Quindi sa certamente che il reato di diffamazione a mezzo stampa non è un reato di opinione, ma è un reato contro la persona. Fa parte del capo II del titolo che riguarda proprio i reati contro la persona. Non è un’opinione, c’è proprio scritto sul Codice Penale. Basta leggerlo. E Di Pietro lo ha letto mille volte.
Sul suo blog Di Pietro scrive: “Incredibile ma vero, io difendo Sallusti. Nella mia vita mai mi sarei immaginato di dover difendere un giorno Alessandro Sallusti, uno dei capofila del giornalismo berlusconiano, che io reputo il peggior giornalismo che ci sia.” E va beh, accettiamo la captatio benevolentiae voltairiana che caratterizza l’incondizionata adesione alla difesa di Sallusti che non risparmia neanche Di Pietro.
Ma proseguiamo: “Certo, il caso è diverso quando si tratta di persone che non fanno del giornalismo ma solo attività di dossieraggio. Lì non si tratta più di reato d’opinione o di libertà di informazione ma di associazione a delinquere, e quelli sì che in galera ci devono andare. Ma finire in carcere per reati d’opinione quello mai.” Sul fatto che la diffamazione non è un reato di opinione ho già detto. Quanto all’associazione a delinquere, anche qui c’è da dire che si tratta di una condotta che prevede almeno la partecipazione e l’accordo di tre persone, per cui il sensazionalismo evocato da questa ipotesi di reato mi sembra quanto meno fuori luogo.
Qual è la proposta di Di Pietro? “noi dell’Italia dei Valori sul caso Sallusti, non solo abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare a risposta immediata per mercoledì prossimo, ma proponiamo anche una legge per abolire la pena detentiva sic et simpliciter. Se il governo non ritiene di doverlo fare, possiamo farlo noi in commissione Giustizia come sede deliberante e, in ogni caso, può intervenire il capo dello Stato con un provvedimento di grazia”

L’abolizione della pena detentiva non basta. Occorre depenalizzare la diffamazione. Punto.
Non è sufficiente che una persona non rischi più il carcere. Non deve nemmeno rischiare un processo.
Deve essere velocizzato il procedimento civile (anche mediante il tentativo di conciliazione previa già in vigore) e in quella sede deve essere liquidato il danno.
L’Italia dei Valori in questo senso è lontana anni luce dal trovare una risposta soddisfacente all’abnormità della normativa in tema di diffamazione (a mezzo stampa o no che sia), ma, soprattutto, si muove solo quando a rischiare il carcere sono i giornalisti di grandi testate, quando il caso diventa talmente eclatante da non permettere più di perdere tempo nemmeno al politico che ha intrapreso un gran numero di cause contro Sallusti.
La grazia del Capo dello Stato? E’ una soluzione. Intanto dobbiamo vedere se Sallusti andrà in galera o no. Se ci andrà bisognerà vedere anche se sarà disposto a chiederla la grazia. Ma sia chiaro che il provvedimento di grazia non escluderebbe l’eventuale colpevolezza di Sallusti se domani la sua sentenza fosse confermata dalla Cassazione.

Si riformi la diffamazione, dunque, e lo si faccia presto.
Ma non si sottragga al cittadino Sallusti e ai cittadini italiani lo Stato di diritto in corso d’opera.
Sono d’accordo per tutti i provvedimenti consentiti dalla legge per ridare la libertà al cittadino Sallusti (primo fra tutti l’affidamento in prova ai servizi sociali). Non sono d’accordo con l’adozione di provvedimenti che sembrerebbero, questi sì, “ad personam” proprio nel momento in cui da una parte si sta svolgendo una trattativa e dall’altra la Cassazione deve dare il suo sereno parere. 

Aggiornamento delle 19:47:

“Repubblica” riporta la notizia che la trattativa non stia andando a buon fine e che Sallusti rischi seriamente il carcere.

Nessuno tocchi Travaglio che difende Sallusti!

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La prima pagina de "il Giornale" di ieri

Faccio una premessa: ho sempre sostenuto e sostengo che la diffamazione in Italia viene regolamentata con un insieme di norme perverse e assurde che non tutelano né il cittadino diffamato né il cittadino che si vedesse indagare per un presunto atto diffamatorio nei confronti di terzi.

Trovo aberrante che nel nostro paese la diffamazione venga regolamentata con il sistema penale (oltre che con quello civile) e che il “chiunque”, soggetto di diritto dei nostri codici, possa andare in carcere per un massimo di tre anni per aver leso l’onorabilità di qualcuno.

Non ho detto che l’onorabilità di qualcuno non debba essere tutelata, quando è lesa. Ho detto solo che una sanzione penale, che può tradursi, nei casi più gravi, anche nella pena detentiva (per il reato di diffamazione aggravato dal mezzo di pubblicità, come quello della stampa, la pena minima va da sei mesi a tre anni, in alternativa alla multa non inferiore a 516 euro) non è adeguata in un contesto europeo in cui, sia pure con dibattiti molto accesi dall’una e dall’altra parte, i sostenitori della depenalizzazione del reato di diffamazione la stanno spuntando su norme obsolete  per cui chiunque scriva delle cazzate contro qualcun altro deve andare in galera.

Gli strumenti, dunque, sono imperfetti ed inadeguati. Ma sono quelli. Non li possiamo bypassare né ce ne possiamo inventare di nuovi. A meno che, ripeto, non si attui una riforma radicale della materia. Possibilmente con organismi stragiudiziali che dirimano il contenzioso in tempi brevi, perché né un cittadino diffamato può attendere anni un processo penale e pagare comunque gli avvocati per rappresentarlo, né il presunto diffamatore può essere condannato dopo cinque o sei anni per un fatto di particolare tenuità e vedersi troncare la vita a metà.

Ciò premesso, Alessandro Sallusti, direttore de “il Giornale” di Berlusconi, sta rischiando grosso.
In secondo grado è stato condannato, senza il beneficio della sospensione condizionale della pena, a 14 mesi di reclusione per una ancora presunta diffamazione ai danni di un magistrato. Anzi, per aver omesso il controllo, in qualità di direttore responsabile di un organo di stampa, su un articolo diffamatorio apparso sul “Giornale” in forma pseudo-anonima (o anonimamente pseudonima).

Perché non sia stata concessa la sospensione condizionale della pena (che eviterebbe l’applicazione della pena in carcere, agli arresti domiciliari o dell’affidamento in prova ai servizi sociali) non è chiaro. La sentenza parlerebbe della possibilità da parte di Sallusti di reiterare il reato (cioè potrebbe omettere, intenzionalmente o colpevolmente, di controllare altri articoli in ipotesi diffamatòri).

Fatto sta che il 26 settembre prossimo Sallusti potrebbe andare veramente in carcere, se la Cassazione dovesse confermare quanto stabilito in secondo grado. Come è noto, la Cassazione sentenzia solo su aspetti formali e procedurali, non entra più nel merito. Per cui, se confermata, la sentenza da applicare sarebbe solo quella della corte d’appello (che, a sua volta, ne riformava una molto più mite inflitta in primo grado, ma che, comunque, vedeva Sallusti condannato).

Sallusti, come è normale, contrattacca e porta avanti i suoi argomenti: “Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere”. Qui dice la prima inesattezza, perché la diffamazione non è un reato ideologico ma un reato contro la persona.

Sallusti si lamenta, poi, del fatto che “la querela è stata fatta da un magistrato ed è stata giudicata in modo così severo da un altro magistrato”. Già. Non si vede perché un magistrato, se si sente diffamato, non possa ricorrere alla magistratura che, mi pare, sia l’unica a dover decidere in merito.
Come se il fatto di essere giudicati da un altro magistrato costituisse di per sé un punto a favore del querelante.
Un esempio: nel luglio scorso il GUP di Ancona ha accettato la richiesta del Pubblico Ministero Irene Billotta sull’archiviazione delle accuse contenute nella querela sporta dal Pubblico Ministero Mariaemanuela Guerra, sempre per diffamazione, nei confronti di tre poliziotti.
Dunque, un pubblico ministero si sente (legittimamente) diffamato, si rivolge alla magistratura che, però, decide di archiviare. E non importa niente se la parte offesa era a sua volta un magistrato, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

Dunque, il 26 settembre si saprà se la pena verrà effettivamente applicata o no.

Nel frattempo chi difende Sallusti? Marco Travaglio, con un editoriale del “Fatto Quotidiano” di oggi intitolato “Salvate il soldato Sallusti”, in cui, mettendo da parte le armi con cui i due se ne sono dette di tutti i colori in passato, e trasformandosi in un novello Voltaire, che darebbe la vita affinché l’avversario avesse la possibilità di esprimere la propria idea, dice che la questione non è quella di Sallusti, e che bisogna salvare i principii.

Ma i principii quali sono, che un giornalista non possa andare in carcere come un comune cittadino?

Cos’è tutta questa smania assolutoria di Sallusti che giunge perfino dai suoi più strenui avversari (intendendo con questo termine “coloro che appartengono alla parte ideologicamente avversa”)?
Travaglio dice che scontare una condanna “dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali.”
Ora, che il reato di diffamazione per Sallusti sussista lo dicono due giudizi di merito. Non è ancora bastevole per dichiararlo colpevole, naturalmente, ma sono due giudizi di merito.
Travaglio (che pure è stato condannato in sede penale, salvo poi essere prescritto) dovrebbe sapere (e lo sa benissimo) che per la diffamazione basta il dolo generico. Ovvero basta essere consapevoli che quell’espressione o quei fatti attribuiti sono idonei a offendere. Non bisogna necessariamente essere determinati a ledere l’onore di qualcuno.
C’è un’insegnante che è stata condannata perché ha detto “scioccherellino” a un bambino che aveva in custodia e non voleva certo lederne l’immagine, ma solo esortarlo a reagire.

E Travaglio sa anche benissimo che l’articolo 596bis del Codice Penale stabilisce che “Se il delitto di diffamazione e’ commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57 bis e 58.”
Non si parla né di dolo né di colpa. Non si parla, cioè, del fatto che l’omessa vigilanza sui contenuti diffamatori sia avvenuta perché Sallusti quella sera aveva sonno e quell’articolo gli è sfuggito o se gli è sfuggito intenzionalmente perché condivideva quelle affermazioni.
No, semplicemente il 596bis individua CHI deve essere punito per un certo tipo di reato. Punto e basta.

Travaglio dice che “c’è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso”. Auspica che Sallusti chieda scusa, rifonda il danno e che la parte offesa ritiri la querela.
Ma il procedimento in Cassazione non solo è stato avviato, ma sta giungendo al suo epilogo, e, con esso, tutta la vicenda iniziata nel 2007. E poi, da quando in qua il buonsenso è sovrapponibile alle leggi?

L’attenzione sul tema, dunque, è stata posta perché adesso il rischio carcere esiste realmente e fattivamente (se fosse stata concessa la sospensione condizionale della pena nessuno si sarebbe filato neanche di pezza il caso Sallusti) per un giornalista della Casta.
Sallusti non è un blogger, che se viene condannato non gliene frega niente a nessuno. Il popolo della rete è pieno di persone che soffrono e hanno sofferto per aver scritto una parola di troppo o non aver verificato accuratamente una circostanza. Nessun Travaglio di turno ha mai difeso questi poveracci.

E che la si smetta, una volta tanto, con questa retorica che vuol vedere Sallusti come primo giornalista che, eventualmente, dovrà patire il carcere per diffamazione.
Giovannino Guareschi fu condannato per diffamazione a 12 mesi. La parte lesa, allora, si chiamava Alcide De Gasperi.
Considerata la precedente condanna a otto mesi per vilipendio al capo dello stato (Luigi Einaudi), Guareschi non volle neanche ricorrere in appello. Andò in carcere e ci stette 409 giorni. Altri sei mesi se li fece di libertà vigilata (non esisteva l’istituto dell’affidamento in prova ai servizi sociali).

Se oggi si deve l’onore delle armi a qualcuno, se oggi ci si deve battere per dei principii, questi principii sono quelli di Giovannino Guareschi, quello che disse: “No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente.”

Travaglio s’inchini alla lezione di un indiscusso e indiscutibile Maestro. 

Severgnini, Bersani, gli insulti e il web dei “maleducati”

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Screenshot da www.corriere.it

Sui “fascismi” più o meno linguistici di Bersani pensavo di essermela cavata con una citazione lasciata sul blog a monito dei posteri.

Sull’argomento della interrelazione tra insulto e navigazione del Web, però, è intervenuto di nuovo Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Insulto, dunque, navigo”.

Il titolo appare già fuorviante di per sé. Fermo restando che il web è terreno fertile per gli insulti (politici ma anche no), non è detto che chi insulta lo faccia solo in rete (vedo quotidianamente fior di persone che si scannano sul lavoro, sull’autobus, per la strada, nei negozi), ma, soprattutto, il titolo non dimostra la proprietà inversa dell’assunto: “siccome uso la rete sono abituato ad insultare”.

La prima frase dell’articolo di Severgnini parte da postulati e fa considerazioni discutibilissime e perfettamente criticabili. Ed è quello che farò.

“Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato.”
Il postulato “Pierluigi Bersani ha ragione” è chiaramente labile. Non si può basare un articolo che parla della moda dell’insulto politico per stigmatizzarlo con evidente intento didattico su una azione compiuta da un politico proprio mediante l’uso dell’insulto all’avversario. Non me ne importa nulla se “Bersani ha ragione”, perché ammesso che l’avesse (e non ce l’ha!) non si può trattare da insulto quello del “popolo del web” nei confronti del Partito Democratico e del suo segretario e non trattare da insulto (o meglio, trattare da NON-insulto) quello di Bersani nei confronti dei suoi avversari politici. O, forse, Severgnini vuole dirci che chi insulta gli avversari è un “maleducato” solo perché usa il web? E perché mai? Se insulta usando la piazza fisica anziché quella virtuale l’insulto è meno insulto, o, addirittura non lo è?

Già una volta in questo blog mi occupai di uno scritto di Severgnini che se la prendeva con l’anonimato in internet, facendo notare come non si trattasse affatto di anonimato ma di pseudonimato, che è tutta un’altra cosa.

Quindi, Bersani non ha affatto ragione quando definisce “fascisti” i linguaggi dei suoi avversari politici. E non ha ragione Severgnini quando dice che no, quelli che insultano via web non sono “fascisti”, bensì “maleducati”.

Va detto, a parziale riconoscimento degli argomenti di Bersani, che si stava riferendo a “linguaggi” e non alle persone che di quei linguaggi facevano uso (si può dire “Libro e moschetto fascista perfetto” senza essere fascisti).
Ma Bersani ha dalla sua l’aggravante di non aver fatto nomi e cognomi dei suoi avversari politici (anche se possiamo bene immaginare quali siano) ed è un po’ come dire che “Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia”. Riferirsi a un’eterogeità di comportamenti o di persone non è un biglietto da visita che mi sentirei di condividere.

Quanto a Severgnini, non è che se si passa dal “fascisti” al “maleducati” l’insulto sia meno insulto. Anzi, per niente.
La sentenza n. 9799 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale chiarisce che il dire a qualcuno di essere un “maleducato” è una espressione di “indubbio contenuto ingiurioso”. E’ bello, una volta tanto, fare il Travaglio della situazione, e dire a Severgnini che se non è zuppa è pan bagnato.

Certo, “fascisti!”, pronunciato con accento emiliano ricorda un po’ l’inizio di un film sui personaggi di Guareschi, in cui Peppone, ormai deputato, si sveglia dal torpore del sonno nell’aula di Montecitorio e se la prende coi primi che gli càpitano a tiro, tanto, allora come ora, definire “fascista” chiunque fosse fuori da un certo coro era un’abitudine di cui in certi ambienti della sinistra ci si poteva fare vanto.

“Detto ciò, Bersani ha ragione. L’urlo di chi non sa più parlare sta diventando insopportabile. L’avversario non si contesta più: lo si demolisce.”
E te dài con la ragione di Bersani. La politica, si sa, è da sempre “demolizione” dell’avversario. Certo, ci si può (anzi, ci si deve) aspettare (anche da Bersani) che questa demolizione venga fatta sul piano delle idee e non su quello degli insulti ad personam, né tanto meno di quelli ad personas, ma è pur sempre politica, cosa ci si aspetta che facciano i politicanti dell’Italia post-berlusconiana, che rendano l’onore delle armi all’avversario? Che si facciano l’inchino prima di massacrarsi a colpi di judo o di karate? Non è la gara di torte alla frutta per i bisogni della parrocchia! La politica italiana è spartizione e conservazione di potere e di poltrone, non è perseguire il bene comune, e quando c’è qualcosa da spartire l’avversario va annientato, c’è poco da fare.

E’ condivisibile Severgnini quando dice che “Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.”
A patto che valga per tutti. Anche per Bersani, che utilizzando l’aggettivo “fascista” usa una etichettatura di maniera e la logica del conformismo delle idee a tutti i costi, per cui chi non è con lui non solo è contro di lui, ma addirittura è il male dell’Italia. Ha detto la stessa cosa di Berlusconi e adesso si ritrova nella sua stessa maggioranza di governo.
La strategia dell’anatema è vecchia come il cucco. La conoscevo da bambino: “Se non tifi per la mia squadra del cuore allora non sei più mio amico”. Gli inciuci cominciavano a insegnarceli già sui banchi delle elementari.

Prosegue Severgnini: “E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.”
Ma dove li ha visti Severgnini questi editorialisti che si sorridono nelle serate estive?
A “Repubblica” il direttore Mauro si trova in grave imbarazzo per la pubblicazione degli interventi del fondatore Scalfari a proposito della difesa a oltranza del Quirinale nel caso delle intercettazioni telefoniche che riguardano la delegittimazione della Procura di Palermo. Altro che sorrisi nelle sere estive!

Dulcis in fundo: “Oggi chiunque può diffondere un’opinione. Questo, naturalmente, è bene. La libertà in questione ha però dei limiti: nelle buone maniere, nel buon senso e nel codice penale. E qualcuno non lo capisce. Questo, ovviamente, è male.”
Già. Chiunque può diffondere un’opinione. Ma non “oggi”, come dice Severgnini, ma da quando la Costituzione è entrata in vigore. Lo si può fare sulla rete, ma una volta (e ancora oggi) lo si poteva fare nelle piazze, nelle case, nelle scuole, negli ambienti pubblici, nelle sezioni di partito, per corrispondenza o come uno credeva opportuno. E la libertà di critica discende proprio da quella libertà di opinione di cui i Padri Costituenti ci hanno fatto dono e che oggi personalmente uso per dire la mia su quello che ha scritto Severgnini.
La libertà di opinione non esiste da quando esiste internet, esiste da quando l’Italia si è dotata di una carta fondamentale che lo afferma.
Non mi pare che la Costituzione faccia riferimento al “buon senso” o alle “buone maniere”. L’unico limite alla libertà di espressione è il codice penale. Per il resto si può dire quello che si vuole. E qualcuno non lo capisce. E questo è, davvero, il male di cui Severgnini non parla.
Non c’è nessun Galateo, tanto meno non esiste nessuna “Netiquette” in rete (termine odioso e inutile in cui qualcuno ha voluto imbrigliare l’inimbrigliabile) o fuori. Non si può impedire a qualcuno di esprimere un’opinione solo perché, si veda il caso, la esprime in dialetto anziché in buon italiano in un salotto della società-bene. O perché “buon senso” vuole, si veda sempre il caso, che il Capo dello Stato sia persona non criticabile per funzione e definizione.

La legge penale, dunque, a tutela dell’unico limite alla libertà di espressione. La stessa che, applicata nella giurisprudenza, e nei casi concreti di ogni giorno, dice che “maleducato” è offensivo come lo è l’aggettivo “fascista”.

Ma le “buone maniere”… uh, cosa faremmo senza di loro! Magari saremmo solo un po’ più liberi? 

Presunta diffamazione a danno di valeriodistefano.com

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Succede che hai un blog. E succede anche che sul tuo blog esprimi le tue opinioni.

Succede, perfino, come è successo il 18 febbraio 2011, che scrivi un articolo intitolato “Benigni a Sanremo 2011: per stupire mezz’ora basta un libro di storia” in cui vai contro la corrente dell’opinione pubblica italiana e, invece di osannare Benigni per il suo intervento a Sanremo con l’esegesi del testo dell’Inno Nazionale, esprimere riserve, dubbi e un’opinione radicalmente opposta.

Lo fai perché non sei d’accordo. Perché qualcosa non ti torna, perché non ti riconosci né in quello che dice la massa plaudente e festante né, tanto meno, in quello che dice un comico in TV. E’ un diritto non essere d’accordo e non allinearsi al pensiero comune. Ed è un diritto scriverlo.  Su un blog, su un giornale, su un diario di pensieri. Pubblicamente o in privato, non importa.

E succede anche che qualcuno scriva un commento, come spesso accade nei blog, nei forum, su Wikipedia, su Facebook, su Twitter e su tutto ciò che è Web 2.0, firmandosi col nome vero o con un nome di fantasia (non importa!), e che questo commento reciti testualmente “Sei solo un povero pirla ignorante! mi fai veramente tenerezza. RIDICOLO”

Il testo del commento

Insomma. Io sono un “povero pirla ignorante”, farei “veramente tenerezza”, e sarei personalmente (oppure lo sarebbe il mio pensiero), passibile dell’aggettivo “RIDICOLO”, lì, in maiuscolo.

Il tutto senza entrare minimamente nel merito di quello che ho scritto. Nessuna critica, nessun “contraddittorio”, niente di niente. Solo un giudizio gratuito e quattro parole messe lì a denigrare.

A questo punto succede che dici “Basta!”

Allora fai quello che non hai mai fatto e che pensavi di non dover mai fare nella tua vita, e che, successivamente, si ripeterà più volte nei confronti di altri: sporgi una querela contro ignoti.

La querela è stata trasmessa per competenza alla Procura della Repubblica di Nonvelodico, dove il pubblico ministero citava direttamente a giudizio una persona.

Non ne faccio il nome. Nonostante un decreto di citazione diretta a giudizio diventi un atto pubblico al momento in cui viene notificato all’indagato (che in quel preciso momento diventa imputato -senza che questo, naturalmente, comporti nessun tipo di condanna preventiva o di riconoscimento di responsabilità, sia chiaro) e al suo difensore non mi sembra rilevante, per un rispetto alla persona imputata, per rispetto al diritto di difesa e per rispetto alla irrilevanza pubblica della notizia (a chi importa chi mi ha offeso? Forse ai miei lettori importa più conoscere le modalità e i fatti, piuttosto che i nomi e i cognomi).

L’ipotesi di reato contestata (che è e rimane e rimarrà per sempre una pura ipotesi) è quella previsto dal comma 3 dell’articolo 595 del Codice Penale. Chi vuole può andarselo a vedere, non è compito mio spiegarvi cosa dice.

Ho rimesso la querela e la cosa, per quello che mi riguarda, finisce qui.

Resta l’amarezza, quella certo, di essere stati attaccati per un’opinione. Cioè per un diritto. Quel diritto alla critica che appartiene a chiunque.

Nonostante tutto, non ho mai cancellato quel commento. Ma, questo sì, ho presentato altre querele per diffamazione per casi analoghi.

Perché anche i blogger come me che scrivono “cazzate” sono gente perbene.

Gianrico Carofiglio contro Vincenzo Ostuni: finirà in Tribunale?

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scansione dal quotidiano "la Repubblica"

Gianrico Carofiglio è un bravo scrittore. Ho amato e divorato tutti e tre i romanzi con protagonista l’avvocato Guerrieri, ho perfino le corrispondenti versioni in audiolibro lette da lui. Mia moglie ha un suo autografo di cui è gelosissima. Insomma, è uno di casa. Anche se, in seguito, alcuni suoi scritti non è che mi siano piaciuti gran che.

Sembra che Carofiglio stia per intentare una causa civile (immagino per diffamazione) nei confronti di Vincenzo Ostuni, della casa editrice Ponte alle Grazie. L’editore in questione è arrivato secondo al Premio Strega con il libro “Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi. L’opera di Carofiglio “Il silenzio dell’onda” è arrivata terza. Un buon piazzamento, non ci sono dubbi.

Pare che Ostuni abbia usato nella sua pagina Facebook le espressioni “scribacchino” e “mestierante” nei confronti di Carofiglio.

Non spetta a me, naturalmente, stabilire se queste espressioni siano o meno diffamatorie, o se facciano parte di quel diritto di critica che appartiene a ciascuno di noi, e, quindi, anche a Vincenzo Ostuni.

Quello che osservo è che, oltre che scrittore, Gianrico Carofiglio è Pubblico Ministero e Parlamentare della Repubblica.

E che questa possibile azione giudiziaria potrebbe andare a sommarsi a quelle già note e segnalate nel blog, come quella milionaria di Roberto Saviano contro Marta Hering e il Corriere del Mezzogiorno per una questione su Benedetto Croce, o come quella intentata dal Presidente del Senato Renato Schifani nei confronti del povero Antonio Tabucchi, anch’essa con richiesta di alte cifre risarcitorie.

La caratteristica comune a queste azioni è che sono esclusivamente civili. Sono, cioè, direttamente finalizzate al riconoscimento del danno subito. Non c’è minimamente la componente penale. Non si va davanti a un giudice per testimoniare contro quella persona o per difendersi, per costituirsi parte civile e seguire un iter di tre gradi di giudizio che, successivamente, porta a una sentenza di colpevolezza, di assoluzione, di prescrizione o, comunque di non luogo a procedere che sia, e poi, in base a quella sentenza, ci si rivolge al Tribunale Civile.

Non si sa più se il punto sia il danno subìto o l’onorabilità ferita. E’ chiaro che se si offende l’onore e il decoro di una persona quella persona ne ha direttamente un danno, ma quello che risulta anomalo (anche se perfettamente legittimo, sia detto chiaramente) è il fatto che tra l’onore e il danno si preferisca il risarcimento materiale (monetario) del danno.

E si noti che i casi che ho citato riguardano tutti (a vario titolo) scrittori (diffamati o presunti diffamatori che siano), editori o, in genere, rappresentanti della cultura o delle istituzioni. O, come nel caso di Gianrico Carofiglio, di rappresentante della cultura e delle istituzioni allo stesso tempo.

Dobbiamo guardare con occhi scevri da pregiudizi queste iniziative che si stanno moltiplicando nel panorama culturale italano. Ma dobbiamo anche notare che cominciano ad essere un po’ troppe nel numero e nel clamore sociale che suscitano. Dovremmo anche chiedercene le ragioni.

La diffamazione in Russia e la solidarietà della Wikipedia italiana ai “colleghi”

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Particolare da it.wikipedia.org

L’edizione russa di Wikipedia ha oscurato per 24 ore le proprie pagine in segno di protesta contro una legge in approvazione alla Duma che crea una blacklist vòlta a impedire l’accesso a una serie di siti internet. Ufficialmente si tratterebbe di arginare il fenomeno della pedopornografia e della criminalità on line. Il sospetto, che, a questo punto, è diventato più di un sospeto, è quello che in Russia si voglia mettere il bavaglio alla rete, una tentazione di cui in Italia siamo maestri, tanto che il famigerato articolo “ammazzablog” è ancora intatto nell’iter parlamentare dell’approvazione della legge sulle intercettazioni.

In Italia, quindi, Wikipedia ha deciso di eliminare, speriamo temporaneamente, il pro-memoria contro la sciagurata ipotesi di legge italiana e di mettere un bannerino di solidarierà alla protesta dei “colleghi russi”.

La Duma, peraltro, quelli di Wikipedia non se li è filati manco di pezza ed è andata avanti.

Anche questo linguaggio di Wikipedia, per cui si è tutti “colleghi” la dice molto sull’aspirazione professorale e, quindi, moralizzatrice, di chi Wikipedia la redige.

In breve, i problemi italiani sono stati accantonati per far posto a quelli russi.

Intento che sarebbe anche lodevole, se non fosse che la Duma stessa ha approvato il reintegro nel codice penale del reato di diffamazione, per il quale è previsto un massimo di un anno di carcere. Quindi, se è stato reinserito vuol dire che prima era depenalizzato, che la Russia avrà anche dato, sì, un giro di vite alle libertà sul web, ma almeno ci hanno provato.

Noi in Italia il reato di diffamazione lo abbiamo sempre avuto nel Codice Rocco, e per una diffamazione si può pagare con tre anni di carcere.

Se la Russia sta male, dunque, noi stiamo peggio, ma non c’è nulla di meglio della solidarietà per ottenebrare la memoria di quello che ci sta per accadere.

Paola Ferrari si sente diffamata da Twitter e annuncia querela

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Screenshot da www.lastampa.it

Sinceramente non so chi sia Paola Ferrari, e, fino ad ora, non ho avuto nessuna opportunità o interesse ad approfondire questo aspetto.

So che è una conduttrice e giornalista televisiva che si occupa di sport. Personalmente mi occupo di sport come mia moglie si occupa di sistemi liberi e open source. Cioè pochissimo.

La notorietà di questa signora è ulteriormente balzata agli onori dlela cronaca per la sua dichiarazione di voler querelare Twitter per diffamazione («Querelerò Twitter per diffamazione, sono già in contatto con i miei avvocati»).

La diffamazione consisterebbe, secondo lei, in “pesanti allusioni fisiche, insulti riferiti all’età e a presunti rifacimenti estetici”. E aggiunge: “in Italia c’è un grande buco legislativo sui social network. La mia battaglia è contro la diffamazione vigliacca e, soprattutto anonima. Nessuno si riunisce pubblicamente per diffamare o insultare qualcun altro o, se lo fa, per lo meno è passibile di denuncia. Ecco, credo allora che la cosa valga anche per Twitter.”

Ora:

a) in Italia non esiste nessun buco legislativo in materia di diffamazione;
b) in Italia la responsabilità penale è personale, e in tema di diffamazione via web, come in questo caso, la responsabilità penale è personale;

ne consegue che:

c) per i reati di diffamazione risponde chi ha diffamato. Eventualmente (ma proprio eventualmente) Twitter pagherebbe in qualità di “editore”, ma fior di sentenze e giurisprudenza consolidata chiariscono che il provider NON E’ responsabile dei contenuti immessi dall’utente. C’è stata, è vero, la sentenza contro Google Video che crea un pericoloso precedente.

Il punto è che i diffamatori sono anonimi? Non è vero che lo sono. Sono pseudonimi, il che è diverso. La polizia postale, anche in presenza di una querela nei confronti di ignoti, può indagare sui “misteriosi” autori dei tweet molesti e individuarli.

Ma querelare Twitter solo perché attaverso di esso si sono ricevute delle offese è come querelare le Poste Italiane perché ci hanno recapitato una lettera anonima piena di insulti, o querelare Libero (Tiscali, Yahoo, Gmail o chi per loro) solo perché hanno veicolato una mail da cui emergono apprezzamenti pesanti.

Un giorno qualcuno finirà per querelare Internet per il solo fatto che esiste.

Diffamazione: da Patrizia Moretti Aldrovandi a Renzo Bossi (passando per Tabucchi, Travaglio, Sgarbi e Schifani)

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La diffamazione è uno dei reati più subdoli previsti dal nostro ordinamento giuridico.

Rivestire il ruolo di diffamatori o di diffamati è molto più probabile e, per certi versi, “semplice” di quello che si pensi. Più di quanto sia possibile rivestire il ruolo di ladro e di rapinato.

Patrizia Moretti Aldrovandi, madre di Federico, ha presentato una querela per diffamazione dopo che sul sito web “prima Difesa”, che tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e Forze Armate” alcune persone, che si firmano con i nomi dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per l’omicidio colposo del figlio, hanno scritto frasi come: Continua la lettura di “Diffamazione: da Patrizia Moretti Aldrovandi a Renzo Bossi (passando per Tabucchi, Travaglio, Sgarbi e Schifani)”

Il diritto di critica non può escludere il Quirinale

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Il diritto di critica è espressione diretta di quel diritto alla libertà di parola sancito dalla Costituzione.

Nessuno può essere esente dal diritto di esprimere una posizione critica, così come nessuno può essere esentato dall’essere oggetto (reale o potenziale) della critica stessa.

Diritto di critica non è diritto di diffamazione, anche se troppo spesso “critica” e “diffamazione” vengono confuse in un mix pericolosissimo.

E il diritto di critica non può, a maggior ragione, non riguardare atti, discorsi, pronunciamenti, dichiarazioni alla stampa e aspetti contenutistici di quello che fa il Quirinale, sia nella dimensione della Presidenza della Repubblica come istituzione, sia in quella del Presidente della Repubblica come persona.
Per il semplice fatto che non possono esistere nulla e nessuno, che non siano di un qualche pubblico interesse, su cui non si possa parlare. Esiste, questo è certo, il reato di vilipendio al Capo dello Stato. Ma stiamo parlando di diritti, non di reati (e di reati di opinione si tratterebbe).

Ora, quello della critica è l’esercizio di un’opinione. E le opinioni devono restare ben distinte dai fatti e dai dati che le hanno generate. Ma sono perfettamente legittime. Continua la lettura di “Il diritto di critica non può escludere il Quirinale”

Diffamazione: Saviano e il risarcimento milionario su Benedetto Croce

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«Nessun cittadino, sia esso conservatore, liberale, progressista,
può considerare ingiuste delle domande. (…)
Spero che tutti abbiano il desiderio e la voglia
di pretendere che nessuna domanda possa essere inevasa
o peggio tacitata con un’azione giudiziaria.
È proprio attraverso le domande che si può arrivare
a costruire una società in grado di dare risposte»

(Roberto Saviano, Repubblica, 29 agosto 2009)

Allora, vediamo di capirci qualcosa perché su questa cosa mi ci raccapezzo poco anch’io.

Roberto Saviano ha parlato, non so bene dove, ma penso in “Vieni via con me”, di Benedetto Croce. Ha fatto cenno alla circostanza secondo cui il filosofo e critico letterario più insigne del ‘900, in occasione del terremoto di Casamicciola del 1883, avrebbe offerto un risarcimento di centomila lire ai suoi soccorritori. La circostanza sarebbe stata tratta da una citazione di Ugo Pirro, risalente al 1950, e tratta dal settimanale “Oggi”.

Successivamente, Marta Herling, nipote di Croce, sul Corriere del Mezzogiorno, contesta il racconto riferito al suo antenato, riferendo che l’episodio non sarebbe mai stato confermato né dallo stesso Croce, né, tanto meno, da eventuali e non si sa se esistenti testimoni.

La Herling, dunque, scrive “Saviano ha inventato la storia di sana pianta”.

Saviano replica con una richiesta di risarcimento danni da niente, appena quattro milioni e settecentomila euro per un presunto danneggiamento alla propria reputazione.

Colpiscono alcuni aspetti:

a) Saviano si rivolge direttamente al Tribunale Civile e non (anche) a quello penale;

b) L’entità del risarcimento richiesto è enorme;

c) Si tratta solo di una disputa storiografica.

Ma, soprattutto, appare evidente come l’istituto della diffamazione, che dovrebbe servire a tutelare l’interesse del più debole, e non certo quello del più forte (il più forte ha sempre altri stumenti per far valere le proprie posizioni) sia stata applicata a una contrapposizione vero/falso. Croce ha veramente offerto quella somma ai suoi soccorritori? Il fatto è incerto e difficilmente dimostrabile. Lo stesso articolo a cui si riferisce Saviano si rifarebbe a sua volta a fonti anonime. Ora, il fatto che una fonte sia anonima non significa che quello che dice sia necessariamente falso, ma che, forse, questa circostanza rende la tesi difficilmente verificabile e dimostrabile.

La reputazione di una persona, paradossalmente, si misura non più sulle parole effettivamente offensive che le si possono rivolgere, sulle circostanze in cui queste parole vengono profferite, o, peggio, su un sistematico attacco della cosiddetta “macchina del fango”, vòlto a mettere in evidenza delle circostanze (ad esempio “Tizio è indagato dalla magistratura”) e passare in second’ordine fatti altrettanto innegabili (“Tizio, alla fine dell’iter giudiziario, è stato prosciolto da tutte le accuse”), ma addirittura sul fatto che una persona riferisca circostanze difficilmente verificabili a livello di verità storica, su cui esistono varie fonti e interpretazioni.

Oltre a chi mi diffama, allora, d’ora in poi mi metterò a querelare anche chi non la pensa come me o asserisce tesi diverse dalle mie. Con una fiducia incrollabile nelle istituzioni giudiziarie e nel sacrosanto rispetto del principio di libertà di parola e di critica sancito dalla Costituzione.

“Primo, non diffamare” – Difendere il proprio onore nell’era dell’informazione – Presentazione del Libro di Luca Bauccio – Roma – Libreria Feltrinelli – 16 aprile 2012

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Primo, non diffamare. Difendere il proprio onore nell’era della disinformazione

Presentazione del libro di Luca Bauccio

Roma, 16 aprile 2012 – 18:07

Radio Radicale
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