Solidarietà al giornalista Massimiliano Scagliarini indagato per diffamazione.

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Massimiliano Scagliarini è un bravo giornalista che ha avuto il coraggio di smascherare alcune bufale dei no-vax e che le ha denunciate in un suo articolo sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” intitolato “Puglia, tutte le bufale dei contrari ai vaccini”. Naturalmente non ho nulla in contrario alla decisione dei pubblici ministeri di citare direttamente a giudizio il malcapitato, né, sia detto chiaramente, al diritto delle presunte vittime di reato di vedersi costituire parte civile in un pubblico procedimento e porsi su un piano paritario ed egualitario davanti a un giudice terzo. Mi auguro solo che alla fine del processo, a cui Massimiliano certo non si sottrarrà, venga data ragione al giornalista e torto ai querelanti, perché si affermi con fermezza il principio secondo il quale si può dire che una bufala è una bufala quando è una bufala, che lo si possa dimostrare su un articolo di giornale senza avere addosso lo spauracchio del primo fruscio tedioso dell’avviso di garanzia o di conclusione delle indagini preliminari. È solo un augurio. Seguirò il procedimento è vi terrò informati.

Sostiene Tabucchi

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L’ex presidente del Senato Renato Schifani chiese ad Antonio Tabucchi 1.300.000 euro (un milione e trecentomila euro!) per un articolo pubblicato dallo scrittore sui suoi presunti rapporti con la mafia. La Cassazione ha dato torto a Schifani, e ora la vittoria in giudizio di Antonio Tabucchi è finalmente definitiva perché ““Si è ritenuto che la notizia, espressa da un intellettuale e scrittore, noto sulla scena culturale europea e internazionale, per quanto imprecisa nel riportare i fatti di cronaca penale che avevano coinvolto il soggetto politico, doveva valutarsi nell’ambito di un giudizio soggettivo di valore (…)”. Complimenti Professor Tabucchi, l’abbraccio di lontano.

Diffamazione: la Corte di Cassazione annulla la condanna inflitta a Oscar Giannino nei confronti di Luca Cordero di Montezemolo

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La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Milano nei confronti di Oscar Giannino e di altri giornalisti, al risarcimento di 15000 euro nei confronti di Luca Cordero di Montezemolo, dopo che Giannino aveva pronunciato la frase “Prima della nostra rottura, Luca Cordero di Montezemolo mi ha chiesto: tu quanto mi costi?” in un comizio tenutosi a Perugia il 12 gennaio 2013. Il processo andrà rifatto tenuto debitamente di conto che “il bilanciamento tra la libertà di espressione del pensiero e il diritto alla riservatezza della persona si attua con pesi e misure profondamente differenti quando la libertà di stampa ha ad oggetto questioni politiche e di pubblico interesse, ovvero tocca la persona di soggetti politici, cui si richiede un alto tasso di resistenza e di tolleranza alla critica, soprattutto allorché quest’ultima si inserisca in un contesto di agone politico – come quello qui in discussione – dove prevale l’interesse a tenere alto il livello di dibattito pubblico” e che “bisogna circoscrivere l’analisi di una «notizia diffamante», nel contesto politico, ove il linguaggio ha sempre carattere salato, suggestivo e allusivo, poiché tende alla captatio benevolentiae, e quindi ammette invasioni di campo nella sfera privata molto più ampie rispetto ad altri contesti di critica giornalistica. Affinché il dibattito politico, inteso come il «cuore della democrazia», possa svolgersi il più liberamente possibile, è così ammesso il ricorso ad affermazioni esagerate, provocatorie e persino smodate”. Secondo gli ermellini “la libertà di dibattito politico, in effetti, è la più ampia forma di manifestazione della libertà di espressione il cui esercizio – che avviene tradizionalmente attraverso il pubblico comizio, l’intervista, il mezzo della stampa, anche tramite l’uso di altri media e di Internet – misura il tasso di democrazia raggiunto in un Paese, in quanto è precipuamente finalizzato a fornire al pubblico un mezzo per scoprire e formarsi un’opinione sulle idee e le attitudini dei diversi soggetti che si confrontano nell’arena politica”, e, infine, che “il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che, comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali”.

Rosario Marcianò di nuovo indagato per diffamazione

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Rosario Marcianò, un blogger sanremese esperto in “scie chimiche” è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Torino, per diffamazione nei confronti della magistratura di Genova. In un video postato nel luglio scorso in rete, Marcianò aveva sostenuto che i video del crollo del Ponte Morandi a Genova pubblicati dai magistrati inquirenti, fossero artatamente manipolati “ad hoc” e che “tutto quello che vedete in queste riprese non è mai accaduto“.

Mettere un “like” su un commento offensivo non è reato

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Il GIP di Catanzaro Francesca Pizii ha disposto l’archiviazione del procedimento nei confronti di Giuseppe Palaia, Lorenzo Commisso, Orlando Cosco, Chiara Zangari, Gianfranco Gallo e Nicola Pugliese, per il reato di diffamazione.  Il tutto nasce dalla querela di Antonio Talarico che aveva come oggetto un commento dai toni piuttosto aspri pubblicato sul profilo Facebook di una minorenne e avente caratteristiche offensive nei riguardi dell’attività politica del denunciante. Talarico si era opposto alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pubblico Ministero, ma il GIP ha voluto richiamare quanto disposto dalla Cassazione per casi analoghi, ovvero che esiste una sostanziale differenza tra chi inserisce un commento suppostamente diffamatorio e chi invece si limita a condividere o a fare proprie le altrui ostilità che dovrebbe fare proprie utilizzando autonome espressioni offensive. L’accusa nei confronti degli indagati, quindi, non ha retto, e la posizione degli interessati è stata archiviata.

Matteo Salvini indagato per diffamazione nei confronti di Carola Rackete

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Apprendo in questo momento che anche l’ormai ex Ministro degli Interni Matteo Salvini è stato iscritto nel registro degli indagati (ormai a luglio) per diffamazione (è bello avere un punto in comune!). L’atto è stato posto in essere a seguito delle denunce presentate dai legali di Carola Rackete per quanto scritto da Salvini sui propri profili social a proposito della Comandante della nave SeaWatch 3 e dello sbarco avvenuto. Nella denuncia il legale della Rackete chiedeva tra l’altro il sequestro preventivo degli account di Salvini sui social, sostenendo che le espressioni nei confronti della sua assistita non sono il frutto di un legittimo diritto di critica ma di una diffamazione gratuita e di un violento attacco nei suoi confronti. La Procura di Roma, una volta ricevuti gli atti ha iscritto Salvini nel registro degli indagati e ha inviato a Milano il fascicolo per competenza territoriale.

La sorella di Giuseppe Uva citata direttamente a giudizio per diffamazione

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La sorella di Giuseppe Uva, l’operaio di Varese morto il 15 giugno del 2008 dopo una nottata trascorsa negli uffici delle Forze dell’Ordine, Lucia, è stata indagata per diffamazione su segnalazione della presunta parte lesa, Luigi Empirio, assolto in Cassazione assieme ad altri sette imputati, tra poliziotti e carabinieri. Nel suo decreto di citazione diretta a giudizio, il procuratore di Varese scrive che l’Empirio sarebbe stato “messo alla gogna” dalla ripubblicazione di una sua fotografia a torso nudo ripresa dal profilo Facebook del poliziotto. Lucia Uva è stata citata direttamente a giudizio perché “comunicando con più persone, utilizzando la bacheca pubblica del proprio profilo del social network denominato Facebook offendeva la reputazione della persona offesa Empirio Luigi carpendone l’immagine fotografica dal profilo del medesimo social network di quest’ultimo per poi postarlo e condividerlo pubblicamente nella rete“. Il commento alla ripubblicazione della fotografia era stato: “Questo si chiama Luigi Empirio, era il poliziotto che a notte del 14 giugno 2008 era presente nella caserma quando hanno preso Giuseppe. Ha un profilo Facebook, io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello (…) Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene… mettetevi bene in testa che noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno fuori“. Nel decreto della Procura è scritto ancora: “La foto e il commento pubblicato offendevano pubblicamente la reputazione della persona offesa Empirio Luigi attribuendogli indirettamente di aver assistito agli ultimi attimi di vita del fratello dell’indagata, lasciando intendere che vi fosse un nesso di casualità fra la presenza dello stesso Empirio Luigi e la morte del fratello, a causa della quale Empirio è stato coimputato, insieme ad altri appartenenti alla Polizia di Stato e all’Arma dei carabinieri, in un procedimento che l’ha visto assolto“. E infine E ancora: “La citata pubblicazione esponeva la persona offesa a una sorta di ‘gogna mediatica’, poiché dava modo a chiunque, nella rete web, di visualizzare l’immagine e inserire commenti a loro volta diffamatori e minacciosi“.

La difesa di Eliana Frontini

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“Quel post non l’ho scritto io, chi mi conosce sa che non penso quelle cose”.

“Per motivi che spiegherò solo a chi di dovere, mi sono assunta una responsabilità non mia. Non si è trattato di hackeraggio, semplicemente è stato usato il mio account e il mio computer. Non l’ho detto prima perché non credevo che la vicenda assumesse questo peso…”.

“So chi lo ha scritto, ma ne parlerò solo con le autorità competenti e anche questa persona spiegherà tutto quando sarà convocata. È pronta a prendersi le sue responsabilità”.

L’insegnante Eliana Frontini sospesa dal ruolo in attesa dell’esito del provvedimento disciplinare

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Il Corriere della Sera ha pubblicato oggi la notizia secondo la quale Eliana Frontini, l’insegnante autrice dei commenti denigratori sulla figura del Carabiniere ucciso a Roma, e di cui vi ho parlato due giorni or sono (a proposito, grazie per essere stati così numerosi a cliccare su quella segnalazione), è stata sospesa dal ruolo in attesa che si definisca il procedimento disciplinare nei suoi confronti. Contemporaneamente sarebbe già sta querelata dal Sap per diffamazione e si ipotizzerebbe per lei un’indagine con l’accusa di vilipendio.

Fin qui i fatti, per questo breve aggiornamento che vi dovevo. Non ho nulla da dire nel merito.

Delitto di link? Laura Boldrini querela Alessandro Meluzzi

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Ieri Alessandro Meluzzi, criminologo ed esponente della Chiesa Ortodossa Italiana, in un tweet un link contenente un titolo su delle frasi attribuite (ma chiaramente disconosciute e dimostratesi non pronunciate) a Laura Boldrini e provenienti, già dal 2014, da un sito web (che in passato si definiva “giornale on line”) chiamato “Imola oggi”.

Il titolo incriminato è: «Boldrini: Le decapitazioni dei cristiani secondarie rispetto alle sofferenze dei musulmani». Nel tweet compare anche il nome della testata da cui proviene la dichiarazione. Niente altro.

La Boldrini, simpatica o antipatica che stia, quelle parole non le ha mai dette. Ma ha detto (o, meglio, ha delegato il suo staff a dire) a Meluzzi: “Meluzzi, sono un collaboratore di Laura Boldrini, che è occupata in Aula. La informo che la stiamo per querelare per la bufala che ha diffuso con il suo tweet. Buona giornata”

Che cosa ha fatto, dunque, Alessandro Meluzzi? Né più né meno che twittare un link a una fake news. Che non significa necessariamente o implicitamente che lui sia d’accordo con il contenuto offensivo della pagina (come invece accade per i like messi sui social network ai commenti di hate speaking), è solo un link. Potrei metterlo io stesso sul blog (quando si dice “se volete leggere la pagina originale cliccate qui”), non ci sarebbe nessunissima differenza tra quello che farei io e quello che ha fatto Meluzzi. E non mi pare proprio che riportare un link sia di per sé un crimine assimilabile a quello della diffamazione. Un link ha il solo valore di “segnalare” qualcosa. Che, in quel caso era (è) una pagina disponibile in rete dal 2014, mai rimossa né fatta rimuovere, che riporta una notizia indubbiamente fasulla. Non credo che nel 2014 Laura Boldrini non sia stata in grado o messa nelle condizioni di sapere del contenuto della pagina incriminata. Ci si domanda, dunque, come mai la stessa Boldrini abbia preferito attendere 5 anni e il momento in cui Meluzzi avesse riesumato quei contenuti per querelare qualcuno. Non si sarebbero potuti querelare nel 2014 i responsabili del sito “Imola oggi” e fatto rimuovere l’articolo suppostamente diffamatorio? Ma, soprattutto, che delitto c’è nel riportare un semplice link, ammesso e non concesso che ci sia un delitto?

Non è in discussione, in questa sede, il diritto sacrosanto di Laura Boldrini di rivolgersi alla magistratura se ritiene che la sua onorabilità sia stata lesa.- E’ in dubbio, invece, il fatto che sussista il reato. Per carità, io non sono un giudice (e ai giudici lascio il compito di esprimersi in merito), esprimo solo un’opinione.
La tendenza (un po’ modaiola oggigiorno) di ricorrere alle querele ad ogni ruggire di leone da tastiera, forse rischia di fare un po’ di ogni erba un fascio, e di scambiare le opinioni dissenzienti e le segnalazioni con la diffamazione, di confondere la critica, anche la più feroce, con l’ingiuria, lo sfottò con la calunnia e viandare. Che non si arrivi all’estremo del pensare “La pensi diversamente da me? Mi stai diffamando!”, sarebbe la più grossa esagerazione esistenziale possibile. Ma io credo che ci siamo già arrivati. Non con il caso Boldrini vs. Meluzzi, ma ci siamo già arrivati.

Marina Morpurgo assolta dall’accusa di diffamazione

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Nel 2015 pubblicai un articolo sul caso di Marina Morpurgo che fu indagata per diffamazione per aver leso l’onorabilità della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria” (ecco le accuse così come riportate negli atti della Procura: “Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato… I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti… Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite… Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?” Oggi mi è arrivato un commento a quel post, a firma di Emanuela Sommaruga, che mi informa che la Morpurgo è stata assolta rispetto a quelle ipotesi di reato. Purtroppo non ho ulteriori riferimenti sul web che possano convalidare questa notizia, ma sono ugualmente contento di averla ricevuta e di darvela (anche se immagino che abbia perso di attualità). La notizia dell’indagine era apparsa su “l’Espresso” su un articolo-intervista alla giornalista a firma di Pietro Falco del novembre 2013. Ne riporto qui uno screenshot. Grazie, dunque, ad Emanuela Sommaruga e felicità per l’esito positivo del procedimento penale a carico di Marina Morpurgo.

Nuova querela per diffamazione per valeriodistefano.com: tarallucci e vino

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Dunque, andiamo a vedere che cosa è successo.

Il 3 maggio scorso sono stato convocato presso gli uffici della Polizia Postale di Teramo dove mi è stato chiesto, dopo essere stato puntualmente ed opportunamente identificato:

a) se il blog rispondente all’indirizzo www.valeriodistefano.com fosse di mia proprietà o pertinenza;
b) se fossi io l’autore unico dell’articolo “Quell’intervista che non c’era a Samantha Cristoforetti“, pubblicato su questo blog nel febbraio 2018.

Alla mia risposta affermativa a tutti e due i quesiti sono stato informato che da quel momento diventavo indagato per diffamazione.

Tuttavia non ci sono, al momento, e a quasi due mesi da quel breve incontro, né avvisi di garanzia, né avvisi di conclusione delle indagini preliminari a mio carico. Né sono stato informato dalla magistratura o dalla Polizia Postale stessa su quale sia il capo di cosiddetta “imputazione” (anche se “imputato” non lo sono ancora, evidentemente) contenente gli illeciti che avrei commesso, o le frasi, i periodi, le espressioni e quant’altro di diffamatorio si ravvisi nel titolo o nel testo dell’articolo, in modo che io possa difendermi da accuse più precise e circostanziate.

Mi è stato detto ben poco: solo che la querela è stata inizialmente sporta contro ignoti, ma non so per quale meccanismo logico-deduttivo ci sia finito anche il mio blog. Conosco invece l’identità del querelante, che non vi rivelo per delicatezza e per rispetto del segreto istruttorio. Non conosco, però, che cosa voglia da me: i miei soldi? La mia testa su un piatto d’argento come quella di Giovanni Battista? Una condanna alla giustizia divina? Vedremo. Di certo c’è che finora nessun magistrato ha disposto il sequestro dell’articolo in questione, che resta regolarmente in linea a beneficio di quanti vogliano leggerlo, prenderne visione, conoscenza, atto.

Manterrò questo post in prima pagina sul blog per un certo periodo di tempo. Il blog non ha mai cessato le pubblicazioni. Dovete solo fare la fatica di andare a controllare un po’ più sotto. Quando ci saranno delle novità ve lo parò sapere con degli adeguati aggiornamenti.

Ringrazio di cuore l’avvocato Laura Avolio che mi segue in questo cammino, e voi che sopportate pazientemente le mie paturnie.

Aggiornamento del 4/11/2019: A seguito di una istanza presentata dall’Ufficio dei miei legali di Roma e Teramo, ai sensi dell’articolo 335 del codice di procedura penale, nel Registro informatizzato delle notizie di reato della Procura della Repubblica di Roma, aggiornatoal 29/10/2019, “non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione”.

AGGIORNAMENTO DEL 18/07/2021: Le acque tornano sempre alle loro sorgenti, ed è il momento di tirare fuori dalla naftalina questo post e fargli prendere un po’ d’aria. Finora, in attesa degli eventi, era rimasto in “bozza”. Ora può tornare in stato di evidenziazione.

Posso dirvi che l’indagine non è MAI passata da “ignoti” a “noti” e che io non sono MAI stato indagato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, competente per territorio. Inoltre il fascicolo non è più reperibile sul tavolo delle pendenze presso il Pubblico Ministero ed è fortissimamente probabile che sia stato archiviato. Naturalmente ci attiveremo per conoscere anche gli estremi e le motivazioni dell’archiviazione (che non mi è stata notificata).

Termina così una vicenda durata in tutto più di tre anni (dalla data dei fatti), e per la quale non sono stato minimamente preoccupato. Io non ho mai diffamato nessuno. E questo è quanto.

Al querelante, che ha solo esercitato un suo proprio ed insindacabile diritto, inalienabile e indiscutibile, ho solo una frase da rivolgere: “Addio e grazie per tutto il pesce!”

Camiciottoli dichiarato colpevole in primo grado di diffamazione verso Laura Boldrini. Le motivazioni.

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«Deve affermarsi che il contenuto del post pubblicato, niente ha a che vedere con la posizione politica del Camiciottoli sull’immigrazione ed è una semplice aggressione personale alla Boldrini quale donna». (…) «Non si tratta, in effetti, dell’augurio di uno stupro, come sostenuto dalla parte civile, ma del ricorso ad un armamentario dialettico tipicamente maschilista, in disuso da anni, almeno nei paesi occidentali, secondo cui, da un lato, una donna si contrasta più efficacemente, con battute allusive a sfondo sessuale (destinate a far sorridere un pubblico maschile, mettendo la donna al proprio posto) e dall’altro lo stupro non sarebbe in fondo cosa sgradita alla donna».

«Un simile scadimento degli argomenti qualifica normalmente chi lo adotta, ma non per questo non lede l’onore e la reputazione della donna presa di mira che viene attaccata e dileggiata negli aspetti più intimi».

“ (…) il messaggio ha avuto subito un’ampia notorietà, sia diretta, per via del numero di follower dello stesso Camiciottoli (2000-2500 secondo quanto viene dichiarato da lui stesso) sia attraverso le risposte (che il messaggio espressamente richiedeva), le condivisioni ed i like, tanto che, in breve, ha assunto, portata nazionale come dimostra l’interessamento di quotidiani a tiratura nazionale e di importanti trasmissioni radiofoniche e televisive”

“La frase incriminata ironizza sulla possibilità di collocare uno degli imputati agli arresti domiciliari a casa della Boldrini ipotizzando che ciò l’avrebbe fatta sorridere. In sostanza Camiciottoli afferma con sarcasmo che la reiterazione del reato all’interno del domicilio di arresto, e quindi ai danni della stessa Boldrini, non sarebbe dispiaciuta affatto alla persona offesa, ma anzi che la stessa ne avrebbe tratto un’occasione di buonumore”

Le bollette dell’acqua e della luce di Concita De Gregorio

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Il 1° febbraio scorso su Twitter è apparso questo sfogo di Concita De Gregorio che recita “Voi, fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, impedirmi di pagare l’acqua e la luce, ma non è così che avrete la mia testa e mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà ”  Che cosa è successo? E, soprattutto, chi sono i “fascisti” che starebbero impedendo (probabilmente schierandosi stile plotone di esecuzione sui gradini dei prefabbricati delle Poste Italiane) alla De Gregorio di recarsi all’ufficio postale (come fanno molti) con le bollette in mano per pagare le utenze di acqua e luce? La soluzione dell’enigma è semplice. I “fascisti” non sono i giudici che l’hanno condannata a pagare un totale piuttosto astronomico di 5 milioni di euro per le cause di risarcimento per diffamazione che la De Gregorio, come direttore responsabile in solido, ha perso contro Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi e altri», rosaria la De Gregorio.

Tra questi “altri” c’è anche un certo Stefano Andrini:

«Gentili signori. Chi mi ha sequestrato il conto corrente si chiama Stefano Andrini. Cercate bio. Non è diffamazione, non è penale. Sono cause civili. Pago per l’editore che non c’è. il mio debito personale è saldato. Non lamento per me, denuncio per tutti ».

Non è penale? Indubbiamente no, si tratta di risarcimenti in sede civile. Non è diffamazione? Difficile da dimostrare. Visto che nel 2008 con sentenza immediatamente esecutiva la Corte d’Appello condannava l’Unità a risarcire a Stefano Andrini la somma di 37.000 euro. Sono bastate grossolane sviste (o consapevoli omissioni) quali l’aver riportato su L’Unità di “una condanna a 4 anni e otto mesi per tentato omicidio, una militanza ventennale tra i naziskin romani” per dare ragione a Stefano Andrini dell’evento diffamatorio. E poco importa che Stefano Andrini sia un esponente della destra con un passato specifico e precedenti di natura penale, è stato riabilitato, si tratta di eventi di 20 anni fa e ha diritto ad essere dimenticato per quello che era e ad essere considerato attualmente per quello che è. E se ha ragione ha ragione.

145 azioni legali, dunque. Tutte sulla testa di Concita De Gregorio che ha vinto in primo grado solo otto processi, per un totale di circa un milione e mezzo di euro. Meno di un terzo del valore intero delle cause, per cui le è stata pignorata la casa e, adesso, pare anche il conto corrente. Immagino che un pignoramento debba essere disposto da un giudice. Cosa vuol dire che “Chi mi ha sequestrato il conto corrente si chiama Stefano Andrini?” Se devi pagare devi pagare, le sentenze si rispettano e si rispettano ottemperandovi o impugnandole in appello. Se ci sono almeno tre milioni e mezzo di euro da corrispondere è segno che in quei casi c’è stato chi ha superato la continenza del linguaggio o ha scritto cose false sul conto di terzi. E l’opposizione non si fa così. Non su L’Unità, che è un giornale storico per il quale con ogni probabilità le ceneri di Gramsci si staranno rivoltando nella tomba ammesso e non concesso che sappiano di che morte è morto il quotidiano.

Se vinci 8 processi su 145 azioni legali vuol dire che in linea di massima, quello della diffamazione ha funzionato come un vero e proprio sistema di informazione e, voglio dire, guadagni 2000 euro al mese per fare il direttore di un quotidiano (che non sono molti, ma sono sempre di più di quello che guadagna tanta gente, me compreso), il minimo che tu possa fare è evitare che il tuo sacrosanto e legittimo diritto di critica vada a finire nell’opinabile diritto a diffamare e a trattare sommariamente i fatti e le opinioni. E qui la colpa è senza dubbio di Concita De Gregorio. Che, però, è stata lasciata sola quando è venuto meno l’editore del giornale e la responsabilità è passata ad un altro gruppo (più o meno con le stesse persone). Ma soprattutto è stata lasciata sola dal PD.

Molti le hanno espresso piena solidarietà. Io qualche dubbio me lo conservo ancora.


Aggiornamento del 7/2/2019

Su open.online è apparsa oggi una intervista a Concita De Gregorio sul caso di cui vi ho parlato. La giornalista dichiara, tra l’altro:

“In questi anni ho dovuto pagare per chiunque, ma che mi venga sequestrato il conto per Stefano Andrini è una cosa che non posso tollerare: non voglio dare i miei soldi a uno che ha quasi ammazzato una persona a sprangate. La ricreazione è finita, dobbiamo tutti tornare ai nostri posti di lavoro.” 

Come sarebbe a dire che non vuole dare i suoi soldi a una persona che ha diffamato? Solo perché ha dei precedenti penali?? Non lo decide lei, evidentemente, a chi dare i soldi o no, ma i giudici che le hanno dato torto in appello (la De Gregorio faccia valere la propria ragione in Cassazione, vedremo se qualcuno gliela darà). Non si può dire “io non pago un danno perché la controparte mi sta antipatica”. O, meglio, si può dire. Si può anche fare, ma poi non ci si lamenta che l’ufficiale giudiziario venga a pignorarci la casa, il conto corrente, che si debba andare in giro con i mezzi pubblici anziché con la macchina, che tutto quello che si guadagna venga trattenuto per pagare i debiti di diffamazione.

“Ci tengo a dire che – da direttrice – non ho mai perso una causa penale per diffamazione. Qui parliamo di  cause civili, in cui l’eventuale danno di immagine causato dall’articolo prescinde dall’accertamento della responsabilità penale.”

Nella causa civile si accerta un danno. E se si viene dichiarati colpevoli in sede civile è segno che quel danno è stato provocato da un atto ingiusto. In questo caso la diffamazione. Si accerta un fatto. Non lo si punisce perché quella non è la sede. La giustizia penale è stracolma di querele per diffamazione, il 90% delle quali o va in prescrizione o viene archiviata con le motivazioni più assurde e fantasiose. Probabilmente chi ha citato in giudizio la De Gregorio sapeva che il penale dà poca soddisfazione, mentre in sede civile si va dritti al punto: o un evento si è prodotto o non si è prodotto. Ed è compito di chi cita dimostrare di aver subito un danno (cosa non facile) e convincere il giudice di avere ragione. Quello che importa è che ci sia una “responsabilità”. Penale o non penale non importa. Non siamo qui ad additare la De Gregorio al pubblico ludibrio perché è stata condannata da qualche giudice, ma a dire che ci sono delle sentenze a seguito di procedimenti che dichiarano una chiara responsabilità. Aspettiamo che queste sentenze passino in giudicato e che diventino definitive? Benissimo. Però intanto la controparte si cautela.

Resta la questione della legge n. 47 del 1948 e successive modifiche:

“Stabilisce che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme. Significa che ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa, se non specificate diverse percentuali), ma il danneggiato si può rivalere per l’intera cifra su ognuno di loro (per esempio perché solo uno dei tre ha risorse sufficienti a ripagare il danno). Chi paga può a sua volta può rivalersi sugli altri tre per la parte che compete loro.”

“Per esempio, se un tribunale stabilisce che un danneggiato ha diritto a 90 mila euro di rimborsi per un articolo diffamatorio nei suoi confronti, giornalista, editore e direttore sono ciascuno tenuti a pagare 30 mila euro. Ma il danneggiato può chiedere tutti i 90 mila euro al solo direttore del giornale (per esempio perché l’editore nel frattempo è fallito mentre l’autore dell’articolo non è più rintracciabile oppure è nullatenente). Sta poi al direttore del giornale, se ne è in grado, rivalersi sugli altri due affinché paghino “la loro parte”. È questo quello che dal 2015 sta accadendo a De Gregorio. L’editore non esiste più (per colpa del concordato del 2014 e poi del fallimento della nuova società nel 2017), i giornalisti sono spesso irrintracciabili o nullatenenti, e quindi l’unica su cui i querelanti possono rivalersi è rimasta lei. ” (virgolettato tratto da https://www.ilpost.it/2019/02/07/concita-de-gregorio-unita/)

Ma, Dio mio, è legge dello stato dal 1948, non ce la siamo inventata ieri. Va abolita, modificata, censurata, rimodernata? Benissimo, la De Gregorio, a cui certo le conoscenze non mancano, chieda ai suoi colleghi di partito di fare qualcosa per superare questo vulnus. Però intanto paghi, perché siamo tutti sotto lo stesso tetto e le regole o ci sono o non ci sono.

Abbiate pietà…

Matteo Camiciottoli e Roberto Calderoli (Lega) condannati per diffamazione

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Nei giorni scorsi sono arrivati a sentenza di primo grado due processi per diffamazione di cui ho parlato altrove nel blog, quello a Matteo Camiciottoli, condannato a 20.000 euro di multa (pena sospesa a patto di risarcire 20.000 euro alla Boldrini, più cento euro per ciascuna delle associazioni costituitesi in giudizio entro un mese) per aver commentato sui social gli stupri avvenuti in spiaggia a Rimini nell’estate 2017 (aveva scritto che gli arrestati «dovevano essere mandati ai domiciliari a casa della Boldrini, magari le mettono il sorriso»). Oltre a questo è stato condannato a pagare le spese legali delle parti costituitesi civilmente (3.500 euro per la Boldrini, 1.980 euro per ognuna delle cinque associazioni) . Il Tribunale di Bergamo, inoltre, ha condannato a un anno e sei mesi Roberto Calderoli, per aver dato dell'”orango” al ministro Kyenge ( “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango” ). I fatti sono del luglio 2013, e Calderoli è stato indagato poco dopo. La sua condotta fu stigmatizzata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente del Consiglio Enrico Letta, dei Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso, dell’ONU, del Vaticano e perfino di Famiglia Cristiana, che ormai è diventato il primo giornale dell’opposizione.
 Il 6 novembre 2013 la Procura della Repubblica di Bergamo ha chiesto il giudizio immediato nei confronti di Calderoli, «giustificata l’evidenza della prova». Nel 2015, la giunta per le immunità del Senato ha bocciato la relazione del senatore Crimì, dichiarando che l’espressione rivolta all’allora ministro per l’integrazione era l’espressione di un libero pensiero tutelata dal primo comma dell’articolo 68 della Costituzione. Successivamente la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del tribunale di Bergamo e dichiarato nulla la delibera di insindacabilità del Senato. Il processo è andato avanti ed è arrivato, dunque, alla condanna di due giorni fa.

Ora, come sempre, per carità, si tratta di condanne in primo grado e, finché non c’è una sentenza definitiva passata in giudicato Calderoli e Camiciottoli sono innocenti. Però intanto 2-0 e palla al centro.

Saverio Tommasi condannato per diffamazione

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Ho appena saputo che Saverio Tommasi, persona straordinariamente eclettica e poliedrica, molto gentile e disponibile, è stato recentemente condannato per diffamazione.

Tommasi è stato accusato di aver diffamato Pisana Bachetti, la super testimone della vicenda dello scorso 5 luglio 2016 a Fermo, durante la quale perse la vita Emmanuel Chidi Namdi.

La frase che avrebbe fatto scattare il putiferio era: “una bufalara, una che quando vede un immigrato impazzisce”.

Il Tribunale di Firenze ha condannato Saverio Tommasi alla pena di 5 mila euro di multa, pubblicazione della sentenza di condanna sul giornale La Nazione a sue spese e risarcimento del danno rimesso al giudice civile con provvisionale di 20 mila euro, oltre alle spese legali.

Sembra francamente troppo. Ma non voglio entrare nel merito della vicenda, per quella ci sono i giudici e i giudici si sono espressi.

Voglio solo esprimere a Saverio, in un momento certamente duro per lui, tutta la mia solidarietà e umana comprensione. Coraggio, Saverio, so che riuscirai a venirne fuori comunque vadano il giudizio di appello e di Cassazione, In una Italietta in cui “non scampa tra chi veste da parata chi veste una risata” si rischia sempre di ritrovarsi invischiati in qualche ingranaggio giudiziario più grande di noi. Ma è la fiducia nel domani che ci lascia la speranza di poter andare avantia testa alta, come, sono certo, stai facendo tu.

Silvana De Mari: «L’atto sessuale tra due persone dello stesso sesso è una forma di violenza fisica usata anche come pratica di iniziazione al satanismo»

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Silvana De Mari


«L’atto sessuale tra due persone dello stesso sesso è una forma di violenza fisica usata anche come pratica di iniziazione al satanismo».

«il movimento Lgbt vuole annientare le libertà di opinione e sta diffondendo sempre di più la pedofilia»

Sono solo due delle esternazioni che sono costate a Silvana De Mari, dottoressa e scrittrice di libri fantasy, una condanna per diffamazione nei confronti del movimento gay. Il Giudice Melania Eugenia Cafiero, pur assolvendo l’imputata da alcuni capi, l’ha condannata a 1500 euro di multa (contro i 1000 richiesti dal Pubblico Ministero) nonché al risarcimento di 2500 euro di provvisionale al Coordinamento Torino Pride e a Rete Lenford.

Matteo Camiciottoli: frase offensiva verso Laura Boldrini? Oggi è cominciato il processo di merito

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boldrini

Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea (SV), nel 2007 pubblicò una frase piuttosto infelice nei confronti di Laura Boldrini: “Gli stupratori di Rimini? Scontino gli arresti domiciliari a casa della Boldrini”.

Si riferiva a un episodio in cui un gruppo di immigrati africani furono accusati di aver aggredito e stuprato una turista polacca e di avere successivamente aggredito un trans peruviano. I presunti autori dei crimini furono posti agli arresti domiciliari, circostanza questa che ha fatto indignare Camiciottoli che ha scritto: “Potremmo dargli gli arresti domiciliari a casa della Boldrini, magari le mette il sorriso”. Alla Boldrini la cosa non è piaciuta (e vorrei anche vedere!) e ha querelato il sindaco leghista per diffamazione.

Questa mattina, presso il Tribunale di Savona, si è svolta la prima udienza del processo a carico di Camiciottoli. Non sappiamo come sia andata, né se ci sia stata una sentenza. Nel caso ve ne darò conto.

La cosa più alienante è leggere su “il Giornale” che il sindaco “Scherzò sulla Boldrini”. Cioè, quello che ha convinto un Pubblico Ministero a citare direttamente a giudizio l’autore di un commento su Facebook sarebbe un gioco, uno scherzo, una zuzzurellata, una bagatella come si dice in giuridichese. Eppure la sua valenza apertamente offensiva, soprattutto nei confronti di una donna è evidente (provatevi a dire le stesse frasi nei confronti diu un uomo e vedrete cadere tutto il castello della pubblica accusa). Ma non solo. Si legge anche “Querelato. E ora processato. È il destino di Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea che lunedì, nel Tribunale di Savona, comincerà la sua battaglia per la libertà di espressione.” Dunque per i redattori de “il Giornale”, quella di lunedì non è l’udienza verso uno che ha oggettivamente diffamato, ma addirittura l’apertura di una vera e propria battaglia per la libertà di espressione.

Ed è un vero peccato, oltre che una cosa ridicola, scambiare la libertà di espressione per libertà di diffamare, di dire tutto, tanto è uno scherzo, di mettere sotto i piedi la dignità di una persona perché “tanto è così che funziona” e perché “Siamo su Facebook, si comportano tutti così”. Con chi sto io? Né con Camiciottoli né con la Boldrini, ma dalla parte della libertà di espressione quella vera. Camiciottoli, se si reputa innocente avrà tutte le possibilità e le libertà di far valere le sue tesi in un pubblico dibattimento che sta facendo crescere l’interesse della rete, anche perché si tratta del primo e del più altisonante dei procedimenti scaturiti dalle varie querele che Laura Boldrini ha presentato per difendere la sua onorabilità massacrata a colpi di commenti e di tweet sui social network, sui blog, sulle piattaforme di discussione “virtuali” (che brutto aggettivo!)

Est modus in rebus, ma quello che è certo è che tutto si può dire.

Silvia Bencivelli vince il processo contro il capo dei complottisti delle scie chimiche

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benci

Silvia Bencivelli è una (bravissima) giornalista scientifica. E’ anche scrittrice (non so se altrettanto brava perché non ho letto il suo romanzo pubblicato per Einaudi), conduce svariate trasmissioni radiofoniche e televisive e ha, come tutti, anche qualche difetto: se la tira un po’ ed è pisana (che per un livornese come me non è esattamente un buon viatico), ma non è ancora proibito tirarsela né, purtroppo, essere pisani.

Giorni fa ha raccontato la sua storia su “Repubblica”. Dopo aver scritto e pubblicato un suo articolo in cui in quattro e quattr’otto smonta la teoria delle scie chimiche (ripeto, la ragazza è veramente brava e c’è poco da mordere, fidatevi!). Da quel momento, la sua vita è stata dominata dalla paura perché ha cominciato a ricevere messaggi di insulti e di minacce sui social (spesso a sfondo sessuale). Di parla di decine, forse centinaia di comunicazioni di questo tipo. “Troietta in calore”. “Puttanella da quattro soldi”. Facili e scontati appellativi che fanno male. Molto male. Non si può essere trattati così per qualcosa che si è scritto. Non è normale, è fuori da ogni logica etica e morale. Soprattutto se si tiene in debita considerazione il fatto che ci sia stata una sorta di capobranco a dirigere l’orchestrazione delle minacce e degli insulti alla Bencivelli. Ma si sa, “i muri vanno giù al soffio di un’idea”, come dice una vecchia canzone, e a qualcuno dovranno pur girare le palle. Da qui la decisione di Silvia Bencivelli di portare in giudizio i suoi persecutori, il cui “capo” è stato condannato l’altro giorno per diffamazione, mentre il tribunale ha anche ravvisato il reato di minaccia da discutere in separato giudizio.

E’ stata coraggiosa Silvia Bencivelli a querelare i suoi persecutori (spero TUTTI, uno per uno)? Certamente sì. Ma il coraggio non è stato solo quello. Lì si trattava del coraggio che ti dà la paura di avere a che fare con gente che potrebbe presentarsi sotto il portone di casa tua e farti del male. Ma c’è un secondo coraggio, ben più grande, quello dell’affrontare la magistratura e pretendere l’accoglimento di una querela per diffamazione e il riconoscimento del danno (ovvero lo stabilirsi giuridicamente che quel fatto si è verificato e che sì, il signor Nomen Nescio ha offeso la reputazione della signorina Tal De’ Tali). Non può avere idea la Bencivelli di quante querele per diffamazione vengono archiviate dalle procure anche se nel frattempo ci si è costituiti con un atto di formale opposizione. Rischiava di vedersi ferita dai suoi persecutori fanatici delle scie chimiche e anche da un sistema giudiziario che avrebbe potuto risponderle picche. Perché il fatto è di tenue entità (col cavolo!), perché così fan tutti (col cavolo!), perché quelle espressioni sono ormai entrate nel linguaggio comune assumendo una connotazione certamente volgare e disdicevole, ma non tanto da ledere l’onore (col cavolo!). Insomma, non è che le procure siano poi quei luoghi così accoglienti e confortevoli dove ti dicono “Ma sì, venga, venga, Lei ritiene di essere stato diffamato? Adesso ci pensiamo noi, non si preoccupi.” Tutt’al più prendono la tua querela, la sbattono in un cassetto e quando si avvicinano i tempi della prescrizione chiedono l’archiviazione. E allora sarebbe stata ferita doppiamente, triplamente, sarebbe stato un dolore immenso, ancora più grande della paura, del senso di non poter respirare, del terrore che si può provare ogni volta che si aprono i social per farsi gli affari propri e ritrovarsi sommersi di insulti.

La Bencivelli, nel citato articolo di “Repubblica”, tra le altre cose, osserva “qualcuno penserà che il mio processo è un femminile privilegio.” Sì, lo è stato. So di espressioni come “pompinara” tranquillamente derubricate a entità poco più che bagatellari, ma sempre e comunque niente per cui valga la pena di imbastire un procedimento. E non si sa più che cosa debba fare un cristiano per vedersi riconosciuta la ragione e lo status di vittima di un reato, probabilmente essere ucciso.

Ha vinto, Silvia Bencivelli, ha vinto due volte. Gli altri rimangono al palo.

 

AGGIORNAMENTI DEL 27/04

Silvia Bencivelli, a poche ore dalla pubblicazione del post mi ha lasciato un “like” su Twitter. La ringrazio per avere trovato il tempo di farlo.
sbenci

Paolo Attivissimo, dal canto suo, da brava persona attenta ai complottisti, sempre impegnato a smascherare le scie chimiche, sensibile a gongolare quando arriva loro qualche condanna, non ha scritto una sola riga sul caso Bencivelli. C’è giornalismo e giornalismo, quello che senza urlare va a chiedere di avere giustizia nelle sedi competenti e quello che pretende di rivelare la verità a tutti i costi. Noi scegliamo il primo.

La scriminante del diritto di critica colpisce ancora

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sindaco

A Furci Siculo, un comune del Messinese, sono stati affissi dei manifesti da parte dell’opposizione in consiglio comunale, contro l’allora sindaco. Tra gli epiteti che vi figuravano, «Falso! Bugiardo! Ipocrita! Malvagio!».

Gli autori degli scritti sono stati condannati in primo grado, ma assolti in appello. Giorni fa la Cassazione, come si suol dire, ci ha messo una pietra sopra confermando l’assoluzione per tutti. Motivazione: si trattava di una critica circoscritta all’ambito strettamente politico 8l’uso di quelle espressioni «riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative»), non era una polemica gratuita ad personam, ma soprattutto non si trattava di espressioni che «siano generiche e non collegabili a specifici episodi, risolvendosi in frasi gratuitamente espressive di sentimenti ostili».

Insomma, se il sindaco non compie quello che ha promesso in campagna elettorale, può essere criticato anche perché la critica di per sé ha «carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica».

Quindi, quegli epiteti non erano diretti alla persona, ma al politico e al suo operato («gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al sindaco in merito alla erogazione dell’indennità di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale»). Dunque, a chiunque svolga una funzione specifica, si potranno rivolgere degli insulti sotto forma di critica. Si potrà tranquillamente dare del’incompetente a un insegnante purché l’epiteto venga pronunciato per criticare il suo operato (che so, magari l’insegnante in questione aveva dato un voto troppo basso in un compito o in una interrogazione), si potrà insultare liberamente il vigile urbano che ci fa la multa dandogli del “malvagio” solo perché non ha voluto ascoltare le nostre ragioni. Oppure potremo continuare serenamente a dare del “cornuto” all’arbitro perché non ne condividiamo le scelte decisionali.

Mi piace pensare che la diffamazione sia ben altro.

Selvaggia Lucarelli condannata per diffamazione (in primo grado)

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lucarelli

E così anche Selvaggia Lucarelli si è impigliata nelle maglie troppo fitte della diffamazione.
Non è la prima volta, a dire il vero. C’era già cascata un anno fa, dopo che nel 2010 aveva dichiarato che la vincitrice di Miss Lazio Alessia Mancini fosse transessuale.
Stavolta c’è di mezzo un tweet contro Barbara D’Urso in cui ha scritto “l’applauso del pubblico delle Invasioni alla d’Urso ricordava più o meno quello alla bara di Priebke”. Non c’è stata transazione. Nessun accordo, nessun bonario “patteggiamento” tra le parti. Si è andati direttamente a giudizio e la Lucarelli ha perso.

 

Su Twitter, a poche ore dalla condanna ha scritto:

appello

Immagino che la Lucarelli abbia fatto valere in sede di dibattimento la sua tesi per cui la sua era solo satira e non offesa diretta. Già. Lo avrà fatto sicuramente, ma si dà il caso che un giudice non le abbia creduto.

Ed è vero che è dovrà pagare la multa a cui è stata condannata (700 euro), nonché le spese legali e il risarcimento alla vittima SOLO quando la sentenza sarà definitiva e passata in giudicato (cioè operativa), perché è indubbiamente vero che qui siamo solo al primo grado della partita e nessuno può essere giudicato colpevole.

Sì, però 1-0 e palla al centro.

Non già di Boschi abitatrice sembra (Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata)

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Càpita, a forza di gironzolare sul web, di trovare vecchi (beh, non proprio vetusti, ma questo avrà si e no una settimanetta buona) tweet e di tirarli fuori dalle brume dell’oblio a cui sono inevitabilmente destinati dopo poche ore. Qui Maria Elena Boschi se la prende con Di Maio per la sua indisponibilità a confrontarsi con Matteo Renzi, cosa che, per inciso, rappresenta quanto di più giusto Di Maio abbia mai fatto nella sua sconquassata e sfortunata vita politica piena di gaffe e di congiuntivi massacrati. Guardatelo questo tweet: ha un che di deliziosamente bambinesco. Si parla di mancanza di coraggio e di fuga (“scappi, eh??”) quando, più semplicemente, si è trattato di un semplice e doveroso rifiuto (con Renzi, notoriamente, non ci si confronta, da Renzi bisogna soprattutto scappare a gambe levate!), e a proposito di coraggio mi viene in mente che mesi fa, Maria Elena Boschi, sentendosi diffamata da un passaggio dell’ultimo libro di Ferruccio De Bortoli, annunziò querele per ogni dove, soprattutto in ambito penale. Ma di queste querele, fino ad ora, non esiste alcuna traccia. A cosa dobbiamo l’onore di cotanta imbarazzante assenza? Al fatto che questa supposta diffamazione non sussiste? Al fatto che la Boschi preferisce procedere nel solo ambito civile (ragion per cui i termini di conclusione della presentazione degli atti sono radicalmente diversi e più lunghi)? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che su questo argomento la Boschi, fino ad ora, ha taciuto (è scappata??) e che dovremo aspettare degli anni per sapere come sarà andata a finire la querelle con De Bortoli. Giusto il tempo di dimenticarcene.

L’estate è la stagione delle diffamazioni

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marco

due

 

Anche un blog ha i suoi modi, tempi e ritmi che si ripetono puntualmente ogni anno con ciclica spregiudicatezza.

L’estate è la stagione delle diffamazioni. Non si sa perché ma d’estate i lettori, soprattutto quelli occasionali (ma anche quelli che passano di qui più volte durante l’anno e sentono il bisogno di togliersi qualche sassolino dalla scarpa), avvertono come irrefrenabile l’impulso di sentirsi offesi per qualcosa che io ho soltanto scritto e di vomitare nella colonna dei commenti (adesso arricchita da qualche tempo da quella espressamente dedicata ai lettori di Facebook, per cui le possibilità di schiaffeggiarmi vefrbalmente raddoppiano) una serie di insulti e frasi insolenti a libero andare senza che ci sia la benché minima correlazione con quello che scrivo. Voglio dire, parlo di De André, di diffamazione, di omeopatia, di Livorno, di qualunque altro cazzo che gli si freghi? Non importa, sono comunque e sempre uno sfigato, un imbecille, un povero idiota che scrive per pura frustrazione (perché prendere in considerazione l’ipotesi che uno quelle cose le pensa veramente, non esiste, nevvero??). De André (tanto per fare un esempio a caso) usa la musica di Telemann per una delle sue canzoni più famose? Sono un povero ignorante. Lo scrivo?? Sono un “emerito coglione”. E’ proprio vero, il “blog” arriva. Arriva fino nelle pieghe dell’animo, punge, non lascia indiffrerenti, come invece dovrebbe. Perché un’opinione è un’opinione, dovrebbe lasciare il tempo che trova, dovrebbe passare e andare. Siamo contorniati da opinioni, tutto è opinione e modo di vedere un fatto (o, si veda il caso, un’altra opinione ancora), non dovrebbe esserci nulla di strano. E invece no, e invece, come nelle migliori tradizioni, si prende di mira non già quell’opinione, ma chi l’ha espressa. Sparando a zero, senza dire nulla (ma proprio nulla) sull’argomento che in quel momento si trattava, no “sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora”, tanto si sa, è il regno di internet, quello dove tutto è possibile, quello dove nessuno ti dice niente, quello dove puoi sfogare tutte le tue frustrazioni, il mondo in cui puoi dire quello che, probabilmente, non diresti a nessuno nella vita reale. E poi Facebook, vogliamo mettere? E’ l’arena degli scontri fra gladiatori del web più cruenti e malati di protagonismo che possa esistere: no vax contro Burioni, M5S contro PD, che male c’è se, occasionalmente, si rifila anche uno schiaffo incidentale al primo che passa, solo perché ha un blog e, giustamente, lo usa per scrivere quello che pensa lui? Ma come si permette, dicono Lorsignori, ad essere così indipendente, sfacciato e sfrontato dinanzi alla massa che sfoga le proprie frustrazioni su Instagram, Facebook e Twitter e se le suona di santa ragione? Diciamone qualcuna anche noi a questo qui, tanto il massimo che ci può accadere è di avere un po’ di notorietà e visibilità vita natural durante, perché tanto che vuoi che ci succeda e, soprattutto, chi vuoi che ci cancelli?

E’ vero, cancellare non cancello nessuno. E in quanto a succedere non succederà certamente nulla, ma mi sembra di avere un obbligo morale nei confronti di me stesso, e cioè redigere una querela cumulativa che verrà cortesemente ma fermamente archiviata nei confronti di queste tre persone che per ora sono identificate più che altro da un indirizzo IP. Poi, come disse quel tale, si vedrà. Può darsi che succeda tutto come non succeda nulla. Però il mio blog non è lo sfogatoio dei vostri pruriti turpiloquiali e offensivi che, la prossima volta, mi farete il sacrosanto piacere di andare a svuotare altrove.

Ah, se non amassi così tanto i miei cari e fedelissimi lettori!

La diffamazione e la riforma del processo penale

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Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.
Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.

La Camera dei Deputati ha approvato, con voto di fiducia (di cui si fa sempre un uso smodato e smisurato), la riforma del processo penale con un provvedimento definitivamente “licenziato” di 14 giugno scorso.

Ci sono anche delle importanti novità per quanto riguarda la diffamazione. Quella più importante è l’introduzione dell’articolo 162 ter del codice penale, che riguarda l’estinzione del reato per condotte riparatorie.

testo

 

Cosa vuol dire? In buona sostanza che se io diffamo qualcuno (o commetto un altro reato perseguibile con la sola querela di parte remissibile), prima che venga dichiarato aperto il dibattimento posso risarcire il danno (in termini squisitamente monetari, s’intende) ed eliminare le conseguenze della mia condotta (quando questo sia possibile).

La cosa è interessante perché oltre a riguardare il reato di diffamazione (che è perseguibile solo su querela di parte, e la querela può essere rimessa dalla parte offesa in qualsiasi momento del procedimento), interessa molti dei casi che si trovano sul web o che, comunque, hanno l’aggravante dell’uso dei mezzi di propagazione del contenuto (come, ad esempio, la diffamazione a mezzo stampa).

Se vengo incriminato, dunque, posso anche solo proporre alla controparte un risarcimento (ma è meglio se glielo trasmetto materialmente), e non importa se la controparte non lo accetta non trovandolo congruo, l’essenziale è che lo trovi congruo il giudice. Se, poi c’è stata offesa tramite un forum, un commento, un tweet, un post di un blog, su Facebook o altrove, il cancellare questo contenuto contribuisce a rafforzare il convincimento del giudice, perché si sono eliminate le conseguenze negative del reato (ad esempio la possibilità che altri vedano quel contenuto nel corso del tempo).

Una volta verificate queste condizioni (e solo allora), “il giudice dichiara estinto il reato“. Questo vuol dire che il processo muore prima ancora di nascere, si va tutti a casa e tutto finisce lì. Non c’è nemmeno l’elemento soggettivo del giudice che potrebbe o non potrebbe decidere di accordare o meno l’estinzione del reato, perché la formula “il giudice dichiara estinto il reato” è chiara, quasi un imperativo.

L’unico neo della questione potrebbe risiedere nella non congrua entità del risarcimento (in quel caso non sarebbe soddisfatta una delle condizioni necessarie), cioè se io, tra la notifica dell’informazione di garanzia e la prima udienza, mando un risarcimento alla controparte ma il giudice non la trova adeguata alla gravità del fatto, il processo va avanti. In breve, non posso dare del ladro a qualcuno sul web e poi cavarmela con 100 euro.

Fin qui la normativa. Che apre, anzi, spalanca la porta ai diffamatori di professione e moltiplica, con la garanzia dell’impunità, tutti quei comportamenti odiosi che quotidianamente vediamo sul web in generale e sui social network in particolare. Non ci sarà più chi “inciampa” nel reato per aver espresso un’opinione o per un uso discutibile di una espressione particolare, ci saranno persone che diffamano con la precisa volontà di diffamare, tanto, per mal che vada, il commento poi si cancella e si risarcisce la persona offesa.

E il pensiero va a Giovannino Guareschi, col cui ritratto ho voluto iniziare queste riflessioni, che per la diffamazione si è fatto la galera, quella vera, senza sospensione condizionale della pena e senza sconti. Diffamazione d’altri tempi.

 

Pensierino amaro (21/06/2017): ripenso a quei poveri genitori della bambina morta “dimenticata” dalla madre nell’auto al sole per ore che si sono visti invadere gli account Facebook di insulti e offese con un assalto senza precedenti dei soliti diffamatori senza scrupoli, tanto da dover chiudere gli account dopo pochi giorni. Io spero tanto che le nuove norme in tema di diffamazione non siano retroattive e che chi ha infierito con tenacia, determinazione e inaudita violenza verbale venga giudicato secondo il vecchio rito, senza la possibilità di riparare il danno per farla franca. Sarebbe solo uno schiaffo ulteriore addosso a tanto indicibile dolore.

Diffamazione: onore e oneri di Marina Morpurgo

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Questo blog ha molto a cuore il tema della diffamazione.

Sarà anche perché anni addietro qualcuno ha avuto il ghiribizzo di chiederne il sequestro integrale a fronte di alcuni contenuti suppostamente diffamatori (nel senso che erano loro che lo supponevano), il cui contenuto offensivo non è mai stato dimostrato e mai lo sarà.

Al di là di questo anche la diffamazione è un tema scottante, perché rappresenta il limite entro il quale contenere quella libertà di espressione di cui vi sciacquate la bocca (sì, proprio voi) quasi fosse acqua benedetta.

Fatto sta che ieri, mentre stavo leggendo la stampa on line, ho trovato un rimando di “Repubblica” a un articolo de “L’Espresso” intitolato “A processo per un commento su Facebook. Ora il giudice deve decidere se è diffamazione.”
Poi il sottotitolo: “Il caso della giornalista Marina Morpurgo, che ha criticato sul suo profilo una campagna pubblicitaria con protagonista una bambina, arriva in tribunale. E a rischio è la libertà di espressione”.

Lì per lì ho pensato anch’io che mentre in Francia si muore di matita, qualcuno in Italia continua a friggere inutilmente nelle padelle dei pubblici ministeri ma poi ho cambiato rapidamente idea.

Andiamo per ordine:
Marina Morpurgo ha ricevuto un avviso di chiusura delle indagini preliminari (almeno così si evince dall’articolo) per violazione del comma 3 dell‘art. 595 del Codice Penale: diffamazione aggravata dal mezzo di diffusione.
– L’accusa è quella di aver “offeso l’onore” della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria”.

Bene. Anzi, male. Andiamo a vedere di quale campagna pubblicitaria si tratta: è quella che vi ho messo in evidenza. Fa vedere una bambina intenta a truccarsi come se fosse un’adulta, sormontata dalla scritta “Farò l’estetista, ho sempre avuto le idee chiare”. La soluzione grafica non mi piace, ma quali cosa avrà detto di così penalmente rilevante la Morpurgo da far scattare l’intervento del P.M.?
Ecco qui: “Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato… I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti… Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite… Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?”

E qui, se all’inizio, come vi dicevo, mi è venuta la voglia di difendere la Morpurgo, come stanno facendo in molti in rete, mi è passata.
A prescindere dalla citazione disneyana che indubbiamente alleggerisce il supposto intento diffamatorio (“impeciato e impiumato” ricorda Paperon de’ Paperoni, per chi abbia dimestichezza con Carl Barx), quello che salta agli occhi è che si riferisce non già al discutibile manifesto ma alle persone che quel manifesto hanno ideato. E’ sul “voi” che punta il dito, non sul “esso”. In breve, in Italia si può dire che il politico Tale ha detto o fatto una michiata, ma non si può dire che è una testa di minchia. Una stupidaggine può farla anche una persona intelligentissima, ma questo non significa che sia uno stupido.

L’articolo de L’Espresso riporta, poi, alcuni brani dalla memoria difensiva dei legali della giornalista: ora ve ne riporto alcuni stralci con un breve commento (che ganzo che sono!)

“Con riferimento a Facebook o a social network analoghi, per il reato di diffamazione a mezzo stampa, la Cassazione non si è ancora pronunciata.”
E che c’entra? Non c’è bisogno che esista un precedente in Cassazione per procedere (se no nessuno verrebbe più processato, o verrebbero processati solo coloro che hanno un precedente giurisprudenziale). Il comma 3 dell’art. 595 dice che “Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”. Parla di “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. E Facebook è un mezzo di pubblicità.

“Le espressioni incriminate sono state riportate sulla pagina personale della Morpurgo, frequentata esclusivamente da suoi amici. Le comunicazioni lì pubblicate non sono visibili a tutti, ma solo al gruppo di amici del titolare della bacheca. Difetterebbe, quindi, il requisito strutturale richiesto dal comma 3 dell’articolo 595 del codice penale”
L’obiezione appare debolissima, perché si ha diffamazione quando “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”
“Comunicando con più persone” immagino voglia dire almeno due oltre a chi sta diffamando. E quindi l’accusa cadrebbe se la giornalista avesse un solo amico su Facebook.

Insomma, io non la vedo poi tanto l’espressione di un libero diritto di critica, certamente non c’era la volontà espressa di diffamare, anche se le espressioni non sono esattamente gentili, ma che c’entrano le persone con lo scopo della giornalista che in un’intervista dichiara di essersi “limitata a rappresentare la mia indignazione per la maniera in cui veniva ancora considerata la donna, a dispetto di tutte le battaglie di emancipazione degli ultimi decenni”?

Per farla breve, io ritengo che l’accusa della Procura possa reggere in giudizio. Vorrei tanto che non reggesse, ma purtroppo sono convinto dell’esatto contrario. Il che è una bella gatta da pelare in questi giorni in cui la gente si ammazza o muore per il diritto a dire cosa le pare e a non essere neanche criticata.

Cosa sarà che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è

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Il fatto di avere un blog, di essere presente a vario titolo sui social network e di scrivere ora qui e ora là su internet mi espone, come è comprensibile che sia, alle opinioni degli altri.

Questo è normale.

A volte succede che le opinioni si trasformino in insulti (alla gente non devi dire che De André ha (ri)preso la musica di Telemann, è sensibile e s’incazza assai se le tocchi la canzone più copia-incolla del repertorio cantautorale italiano) e questo no che non va bene.

Allora un giorno telefonai al mio avvocato. Le dissi (sì, il mio avvocato è donna ed è anche vicesindaco e assessore, sicché occhio che se mi fate girare i gigi vi faccio fare un mazzo tanto) “Senti un po’, io continuo a ricevere insulti per quello che scrivo in internet, cosa posso fare per difendermi??” E lei, con salomonica saggezza sentenziò: “I casi sono due: o te ne freghi e lasci perdere o li porti tutti in procura. Spetta a te scegliere.” Io ci pensai anche quarantacinque secondi e decisi di portarli in procura. Tutti.

Da allora sono nate dodici querele. La prima risale al 2009. Ai risultati pensavo stamattina: un rinvio a giudizio per diffamazione (ma ho accettato la richiesta di transazione della controparte) e due archiviazioni (una delle quali mi insegna che dare del “buffone” a qualcuno in rete, una volta sola, si può). Poi più nulla. Zero. Della querela del 2009 contro uno che mi aveva dato per morto mi arriva solo il silenzio di un cassetto della Procura di Milano. Del resto neanche quello.

Giustizia. Intesa come “sistema giudiziario”, si intende.

Si può dire che le querele per diffamazione aggravata intasano la macchina dei tribunali e i poveri pubblici ministeri hanno cose molto più importanti a cui pensare. Sì, lo so, ma l’obbligatorietà dell’azione penale non l’ho mica inventata io! Se il reato non c’è si archivi pure (ci si rivolge alla magistratura proprio perché si esprima sulla sussistenza di fattualità eventualmente criminose), se c’è si procede. Ma il nulla è nulla, è lima che riduce in fina polvere la fiducia che il cittadino ripone nelle istituzioni e nella loro capacità di preservarlo. Ho ottimi motivi per pensare che la querela contro il tizio che aveva dato la notizia del mio stecchimento finisca in un nulla di fatto, e se proprio si andrà a processo sarà alle soglie della prescrizione.

E così la mia postina continuerà a recapitarmi buste verdi provenienti dalle sezioni penali di mezza Italia il cui contenuto è destinato, quando va bene, ad accendere il fuoco, pensando che io abbia combinato chissà che cosa.

Signor Giudice le stelle sono chiare.

Sequestrato il blog in inglese di Michelle Bonev

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E’ stato sequestrato il blog in inglese di Michelle Bonev (al secolo Iavea Boneva Dragomira).

La Bonev riferisce su Facebook che avrebbe dato il “la” al sequestro “pubblicando la trascrizione integrale dell’interrogatorio a cui sono stata sottoposta il 16 gennaio 2014 presso la Procura della Repubblica di Roma, davanti al Pubblico Ministero Eugenio Albamonte, relativo ad un eventuale procedimento penale per presunta diffamazione intentato nei miei confronti da Francesca Pascale.

Non è roba da poco. Intendo dire che se quella trascrizione di interrogatorio avrebbe dovuto rimanere segreta (perché, ad esempio, non ancora inserita negli atti a disposizione della parte offesa) allora, probabilmente, il sequestro (la Polizia di Stato lo definisce “sito sottoposto a sequestro preventivo” mentre la Bonev parla di “oscuramento”, ma si tratta di questioni di lana caprina) potrebbe trovare una qualche giustificazione.

Ma, ripeto, bisogna conoscere bene le carte e sapere se sono state portate a conoscenza di tutte le parti in causa.

Quello che, invece, si può dire da subito, è che la misura appare sproporzionata all’eventuale danno. Poniamo pure il caso che la Bonev abbia voluto pubblicare un contenuto che non poteva pubblicare e in cui ci fossero degli estremi di reato. Poniamo il caso una rivelazione del segreto istruttorio o una più semplice diffamazione. Perché sequestrare l’intero blog? Voglio dire, ci sarà pur stato in quel blog almeno un intervento (e dico uno solo) in cui la Bonev non parlava di Francesca Pascale e Silvio Berlusconi, ma parlava, che so io, di cinema, del proprio cane, di un libro che ha letto, di una bella giornata trascorsa al mare? Ebbene, solo per quel post (anche se magari può risultare poco interessante ai più) la Procura avrebbe dovuto operare un sequestro parziale, ovvero sequestrare SOLO i post ritenuti illeciti.

E poi perché mai privare la Bonev della sua libertà di espressione?

Non so per quali reati la Bonev sia indagata e se ve ne siano altri oltre alla diffamazione del cui interrogatorio aveva reso pubblico il testo (e continua a renderlo pubblico). Ma so che è proprio vero che quel che è successo alla Bonev può succedere davvero a chiunque ed è una tragedia senza mezzi termini.

Aosta: ragazza 19enne invia le sue foto nuda a un amico, ma finisce sulla prima pagina di un giornale (e questo giustifica la lunghezza del titolo)

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Vediamo se riesco a spiegarlo bene e a fare il blogger perbenino.

Allora dunque sì, vediamo un po’, si diceva, ad Aosta c’è una ragazza che il selfie lo preferisce un po’ piccante. Così si autoscatta due o tre immagini nuda (se lo può permettere, è giovane e, pare, anche carina) e le spedisce a un amico tramite WhatsApp.

Poi, com’è andata, cumm’è ‘o fatto, cumm’è ‘gghiùto, le foto sono venute in possesso di altre persone, oltre al primo destinatario che, da quello che emerge dalle informazioni in mio possesso, non era il fidanzato della giovane. Il quale fidanzato l’ha mollata su due piedi (la ragazza è giovane e se ne farà una ragione, del resto non poteva certo aspettarsi che l’accogliesse a braccia aperte al suo ritorno).

Sarebbe una storia di ordinaria diffamazione, e infatti ce ne sono i presupposti e forse anche le querele.

Per il resto è una storia sbagliata, di quelle che piacerebbero tanto al vice questore Rocco Schiavone, il personaggio nato dalla penna di Antonio Manzini, e che si ritrova ad Aosta a trapiantare le sue radici romane, i suoi dolori e anche la sua paraculaggine (leggetelo, ne vale la pena).

Tanto sbagliata che se n’è occupato un giornale. E’ qui che il conquibus si conquiba. E’ qui che la storia della ragazza smette di restare contenuta nelle mura domestiche e di andare a letto senza cena (dico la giovane, non la storia -accidenti a me e quando mi ingarbuglio con la tastiera!-) e diventa di dominio pubblico. La ragazza, si apprende, è la figlia di un politico. E la storia non viene raccontata in un trafiletto della cronaca locale, no, viene sbattuta in prima pagina.

Il perché un giornale locale (la Gazzetta Matin) si sia occupato con tanta enfasi di una ragazza nuda non lo so. O, meglio, lo so ma non lo posso dire (tanto lo capite benissimo da voi). Mi limito a sottolineare che non può essere una notizia di interesse. Il mondo è pieno di gente che vive una sessualità “mediata” (tramite Facebook, Twitter, WhatsApp…) e sbattiamo in caratteroni cubitali nero-verdi una ragazza per il solo essersi (imprudentemente, certo) mostrata e perché ha un “amico” un po’ birbantello che ha fatto un po’ il bravuccio con gli amichetti suoi una volta in possesso del materiale? O perché il padre si è infuriato (e certo che si è infuriato, cosa avrebbe dovuto fare, da padre, dirle “Brava, figlia mia, sono orgoglioso di te, domani ti compro la macchina nuova, intanto prenditi questo bel bacio in fronte“)?

E continuavano a chiamarla diffamazione.

Risposta ad Alessandra Moretti (PD) che ha scritto al Corriere

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Siamo alle solite.

L’argomento è “violenza, insulti, machismo e web”.

La protagonista e portavoce della nuova proposta riverberata tramite il Corriere on line è la deputata Alessandra Moretti. Del Partito Democratico. No, è bene precisarlo, beninteso.

Le proposte della Moretti fanno semplicemente indignare e mostrano -nel caso avessimo ancora qualche dubbio residuo in proposito- quanto divario esista tra il Parlamento e la Rete. Ben più arcaico, rozzo, incapace e nolente di approcciarsi al mezzo telematico il primo, ça va sans dire.

Per rendersi conto della gravità della proposta della Moretti, è necessario andare a commentare parte della sua lettera, che, per intero, è stata pubblicata su questa pagina.

(…) il parlamento più femminile che mai e il web più maschilista di sempre.

Un parlamento “femminile” non è un parlamento “femminista” (che sarebbe da contrapporre al “maschilista” di cui sopra). Non dimentichiamoci che è stata una donna, la Presidente Laura Boldrini, a tagliolare per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione che stava facendo ostruzionismo. Il web è “maschilista” perché la sua sta diventando la modalità dell’insulto e l’insulto è, nell’immaginario collettivo, “maschile” per eccellenza. Non so quanto “maschilista” perché a fronte di un numero sempre più elevato di invidui di sesso maschile che insultano nel web, troviamo anche qualche perfetto esempio femminile che vaffanculeggia il prossimo in Parlamento: vi ricordate il “Vaffanculo” dell’onorevole Picierno, guarda caso del Partito Democratico (eh, lo so, a volte si dice la coincidenza) profferito a fine settembre? No, eh?? Io invece sì. Premessa che non tiene quella della Moretti. Ma andiamo avanti.

Claudio Magris ha aperto sulle pagine del Corriere la riflessione sulla diffidenza, sulla distanza da prendere da Facebook e Twitter. Io dico un’altra cosa: riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.

Con tutto il rispetto per Claudio Magris ritengo che la diffidenza sia il peggiore degli atteggiamenti. Se io diffido di qualcuno o di qualcosa è perché penso che mi possa fare del male. O perché lo temo. Facebook e Twitter non fanno male. Sono lì per chi desidera iscriversi. Chi non lo vuol fare può starsene benissimo a navigare il restante 99,99% della rete. Blog, testate giornalistiche, newsgroup, mailing-list e sotto a chi tocca. Si può commentare (e insultare) anche da lì, tant’è che molta gente lo sta facendo da anni.
Ma cosa vuol dire “riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.”? Qualcuno l’aveva forse limitata? C’è qualcun altro che toglie i polpastrelli delle dita dalla tastiera di chi vuole esprimersi in rete? Hanno approvato una legge che vieta alla gente di scaricarsi una meraviglia assoluta come WordPress e farcisi un blog come vogliono loro? Non mi pare proprio.
Qual è, dunque, l’agente limitante della nostra libertà di parola e di comunicazione sancite e sacrosantate dalla Costituzione? L’insulto? Non si può parlare perché la gente in rete ci insulta? Ma questo accade sempre. Può accadere in un contesto non “virtuale” (Dio stramaledica chi ha coniato l’aggettivo “virtuale”) senza dimenticare che chi scrive in rete è il barista che ci serve il caffè, il meccanico che ci ripara l’auto, perfino il professore della scuola dei nostri figli, un poliziotto, un carabiniere o un giudice o un pubblico ministero (avranno delle opinioni anche loro da esprimere fuori dal loro ambito di servizio, no??)

Più avanti:

Mi sono presa l’onere di ripetere in tv l’insulto che mi era stato rivolto in commissione alla Camera e ciò sia per un dovere di cronaca, ma anche per dire che non abbiamo più paura degli stereotipi, nemmeno quelli che ci vogliono «signore» che non usano certi linguaggi.

Ma bene, siccome esistono dei luoghi comuni e degli stereotipi che vedono la donna (soprattutto la donna parlamentare) come una campionessa del bon-ton e per nulla incline al dirty-talking, occorre ribaltare questa credenza e far vedere che, no, le parolacce, gli insulti, la diffamazione sono anche coniugabili al femminile (cosa di cui, comunque, non nutrivo alcun dubbio anche da prima, ma meno male che è venuta la Moretti a togliermi questi dubbi perché confesso che non ci stavo dormendo la notte).
Dunque, premesso che adesso basta con il luogo comune che vuole le donne bene educate, ripetiamole in TV quelle frasi di cui siamo state vittime, così, magari, se qualche minore ascolta, le sente anche lui. Per “diritto di cronaca”.

“Esiste la necessità, l’urgenza di reagire. Tanto per cominciare smettendo di fare le vittime! Mostriamo le facce e i volti di chi pensa di intimidirci con offese sessiste.”

La prima che fa la “vittima” è proprio la Moretti quando non si accontenta degli strumenti che la legge mette a disposizione del cittadino (e, dunque, anche del parlamentare) e pretende di pubblicare i volti delle persone che offendono. A parte il fatto che su Facebook e su Twitter spesso la faccia di una persona viene associata al commento o all’intervento (a parte quando la gente ci mette la foto del figlio neonato, quella sì, vera criminalità informatica), ma se qualcuno insulta dai commenti su un quotidiano on line cosa si fa? Beata la Moretti che ha potuto querelare un egregio signor Nome e Cognome. Tutto quello che può fare un cittadino in altri casi è andare dal magistrato con una querela contro ignoti o contro tale “Peperita Patty” o “Cacciavite 64”.
E, comunque, se il web non può, giustamente, diventare il regno dell’insulto impunito, non può diventare nemmeno una pubblica gogna.
Personalmente ho sporto ben 12 querele per diffamazione. Una sola è arrivata a processo. Anzi, neanche lì. Le altre ronfano nei cassetti del Pubblico Ministero in attesa che squilli la tromba della prescrizione. Due sono state archiviate.
Non auguro alla Moretti che la sua querela segua questo oblio tanto diffuso e, comunque, io non mi sognerei mai di mettere sul mio blog il volto di chi mi ha diffamato senza un regolare processo e una sentenza di condanna passata in giudicato. Se no questa è caccia alle streghe. Siccome IO ritengo di essere stato infamato da Tizio, Tizio diventa a sua volta un infame da sbattere sui giornali o sui siti web? No, non ci sto e non ci starò mai.
E poi quale pena rischia normalmente un diffamatore? Una multa, a meno che non si chiami Sallusti. Il tentativo di riforma del reato di diffamazione va proprio verso l’esclusione del carcere, cosa gliene frega alla gente di vedere la faccia di chi ha diffamato? Casomai bastano il nome e il cognome, visto che la sentenza dovrebbe essere pubblica. Appunto, la sentenza, non la foto segnaletica.

“Denunciamo pubblicamente quelle persone che passano il tempo a inquinare uno spazio che dovrebbe essere di tutti, ma che purtroppo al momento è solo di chi ha la voce più grossa (e di timbro maschile). Denunciamo alla polizia postale e replichiamo agli insulti. Non restiamo immobili, non arretriamo perché l’offesa brucia tanto quanto uno schiaffo e a questo tipo di linguaggio dobbiamo rispondere per le rime, proprio oggi quando possiamo cambiare la cultura del Paese costruendo una vera leadership femminile non ricalcata su quella del maschio.

Sì, denunciamoli. Ma prima di tutto alla Procura della Repubblica. La giustizia-fai-da-te non è che non sia migliore di quella ufficiale, è che non funziona nello stesso modo, tutto lì. Lo so benissimo che arrivare a sette anni per avere una sentenza di primo grado e vedersela poi sfumare sei mesi dopo è frustrante. Ma ci può essere chi riconosce il danno civile e vuole arrivare a un risarcimento. La gente non è tutta così carogna, e allora si può anche evitare (a volte e in certi casi) tutto questo tintinnar di Facebook al primo accenno di chiusura delle indagini o di citazione diretta a giudizio (per una diffamazione non ti dànno nemmeno il beneficio di una udienza-filtro, normalmente tocca farla al giudice monocratico che se ne scoccia pure).
E sia chiaro che lo “spazio di tutti” non esiste. E’ un mito, una concezione che fa più comodo a noi che alla verità. Facebook e Twitter sono spazi di proprietari individuati con Nome e Cognome. I signori Nome e Cognome, appunto, ne sono proprietari. Loro sono i server, loro sono i software, loro sono le infrastrutture, loro è il regno, loro la potenza e la gloria nei secoli. Se decidono di spegnere l’interruttore, addio “Mi piace” retweet e via cincischiando.ù
Quando diciamo “Il MIO profilo Facebook” diciamo una cosa che non è neanche inesatta, ma che non esiste proprio. Non siamo proprietari di un bel nulla. Questo blog esiste solo perché Aruba mi dà la possibilità di tenerlo in linea pagando una cifra più che ragionevole, ma se volessero dire domani “Signori, abbiamo scherzato, adesso vi rimborsiamo tutti e tra un mese non diamo più questo servizio” o mi trovo un altro hosting o col cavolo che continuo a parlare de “il mio blog“!
E non si replica agli insulti con altri insulti. “Occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”, diceva il Mahatma!

È dunque maturo il tempo per dotarsi di strumenti che ridistribuiscano il diritto a esistere e a fare opinione sul web: sono la promotrice di una proposta di legge sull’hate speech (incitazione all’odio) in rete, firmata dal capogruppo del Pd e da un sostanzioso numero di giovani deputati under 35.

Il diritto a esistere e a fare opinione c’è già. Gli strumenti idem. Sono, forse, i parlamentari che non se ne sono accorti. Da quando Beppe Grillo ha un blog tutti corrono alla ricerca del consenso info-telematico. Va benissimo che si pongano sullo stesso livello dal punto di vista dei mezzi. Voglio dire, esiste beppegrillo.it, esiste valeriodistefano.com esisterà un onorevolepincopallino.org e via discorrendo. Poi se valeriodistefano.com ha un infinitesima diluzione omeopatica di accessi rispetto a beppegrillo.it questo fa parte del gioco.
Perché non basta esserci. Bisogna anche essere seguiti. E per essere seguiti occorrono molte cose, prima fra tutte (ma non definitivamente risolutrice) l’essere credibili.
E allora, in che cosa consiste questa proposta di legge che si basa sull’anglofonia a tutti i costi, tanto da preferire “hate speech” e mettere tra parentesi i corrispondente italiano?
Non mi interessa sapere da chi viene proposto questo strumento, voglio sapere che cosa prevede.
Il crimine d’odio in Italia non esiste di per sé in forma generica, e non sarebbe male, in astratto, inserirlo. Ma occhio a non confondere la diffamazione con l’odio. Se do del “cretino” a qualcuno non è detto che io inciti al razzismo e alla xenofobia. E se dico “brutta troia schifosa” a una donna? E’ molto difficile che davanti a un giudice terzo possa resistere l’accusa di incitazione all’odio. Anche perché con un’offesa alla persona non si incita proprio nessun altro a odiare.
E poi perché il crimine d’odio dovrebbe riguardare soltanto la rete? Forse che una incitazione all’odio ha più effetto se commessa su Facebook, mentre se uno la commette in piazza durante un comizio politico, magari esaltando il Duce, è meno grave?

“Occorre che i provider inizino un processo di responsabilizzazione dei contenuti, affinché la rete resti luogo di dibattito libero e democratico e non spazio per dare sfogo anche alle peggiori frustrazioni e agli istinti più bassi.”

I provider? Non mi risulta che ai provider spetti un dovere educativo. Generalmente si limitano a fare affari. Ci puoi aprire una casella di posta elettronica, ma se la usi per spammare o per offendere la gente sono affari tuoi, non del provider. Puoi prendere un dominio, in Italia o all’Estero, diffonderci l’opera di San Tommaso d’Aquino o le fotografie di Hitler, sei sempre tu che agisci, non il provider. La responsabilità penale è personale, non è che WhatsApp o Google devono per forza aderire al metodo Montessori. Per il semplice fatto che non spetta a loro metterlo in atto.

“Ma il principio è anche quello di diffondere una cultura personale della responsabilità dell’insulto: perché il problema non è la rete ma chi la usa.”

Molto bene. Se il “principio” è quello della cultura personale della reponsabilità della persona nell’insulto (o nell’ingiuria) c’è l’art. 27 della Costituzione che la stabilisce. E dal 1948. Dov’è la novità della decantata proposta legislativa? Non c’è a parte il presunto diritto di mettere on line i volti dei diffamatori.

(…) è una legge pensata per le ragazze: è importante che capiscano che reagire è facile, che come si è fatta una battaglia contro la violenza fisica, il cui primo grande risultato è la legge sul femminicidio, ora se ne sta iniziando una nuova.

Ah, è una legge pensata per le ragazze? Ma i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Un uomo non può essere insultato? Di quelle dodici querele che ho sporto in Procura una è rivolta a una donna. E vi posso assicurare che le sue offese non contenevano esattamente preghiere. E allora cosa avrei dovuto fare? Non querelarla SOLO perché è una donna?

Si può fare molto anche a livello di comunicazione: pubblicare i volti di chi pensa di insultare impunemente sul web è un modo per rafforzare e condividere la reazione. «In alto gli Ipad», dunque: facciamo vedere le facce di chi cerca di intimidirci, limitando la nostra libertà personale.

Siamo in uno stato di diritto. L’unica pena è quella comminata dalla magistratura, ed è profondamente ingiusto aggiungerne una a nostro piacimento. Non sono previste pene accessore (come, ad esempio, la pubblicazione per estratto della sentenza su uno o più quotidiani come, ahimé, è previsto per i vucumprà che vendono i CD tarocchi o le cinture con il marchio contraffatto -almeno in questo ci distinguiamo, i vucumprà li schiaffiamo sul giornale ma possiamo ingiuriare chi ci pare che sul giornale non ci finiamo-). E quanto della sensibilità personale va a influire sulla percezione dell’ingiuria? Non è solo perché io mi sento ingiuriato che l’altro mi ha ingiuriato davvero. Generalmente viene avvertita come ingiuria qualunque espressione di un’opinione contraria. Dai tempi di Milan, Juve, Inter, Napoli se non tifi la mia squadra non sei mio amico.
E, infine, “In alto gli I-Pad”. Non si è proprio capita. E’ l’orgoglio dello Steve Jobs-compatibile?? Che differenza fa se uno accede a Internet con un I-Pad piuttosto che col PC di casa o con il tablet. E’ come dire “In alto il Mac!!” (e chi ha Linux? Chi ha Windows??) o “In alto gli MP3!” (io uso anche i file .ogg, qualcosa in contrario?).
In alto (nel senso di “¡Arriba!” o “Haut levé(e)”) siano, piuttosto, la dignità e la conoscenza a cui tutti abbiamo diritto fin dalla notte dei tempi. Quelle che nessun Facebook, nessun Twitter e nessuna Wikipedia ci potranno mai negare.

L’inchino e la tagliola

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D’improvviso della “tagliola” posta in essere dal Presidente Boldrini non si parla più.

La discussione è stata spostata (e mantenuta) sulle tonnellate di insulti ricevuti dalla terza carica dello Stato in seguito a un sondaggio apparso sul blog di Beppe Grillo.

Intendiamoci: quegli insulti sono veri. La Boldrini è stata pesantemente diffamata.

Naturalmente è stato preso di mira il mezzo (il blog di Grillo) al posto del diffamatore (chi materialmente ha immesso quei contenuti).

Si dà il caso che in Italia la responsabilità penale sia personale e che la diffamazione sia un reato punibile a querela di parte.

Quindi la Boldrini può benissimo querelare gli autori di quelle ingiurie pubbliche e sottostare al giudizio di un giudice terzo. Esattamente come ogni cittadino.

Invece stasera va da Fazio. A far che? Forse che io, se vengo diffamato, ho la possibilità di andare ad esporre il mio pensiero in televisione? E che cos’è “Che tempo che fa?” un tribunale?? Sì, lo so, io non sono il Presidente della Camera. E non è solo per questo che non ho mai usato nessuna ghigliottina con nessuno.

Non ci sono parole per questa distrazione di massa che a colpi di falso giornalismo inizia a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un “Belìn” messo lì da Grillo, o sul fatto che, tanto per cambiare, Grillo è un pregiudicato perché ha ammazzato tre persone in un omicidio colposo.

Vediamo se anche questa volta la Boldrini dirà che quelle verso di lei sono ingiurie verso tutte le donne. O se qualche donna si sentirà ingiuriata solo perché lo è stata la Boldrini.