Liber Liber e Pagina Tre

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Liber Liber, si diceva.

Hanno una “rivista culturale” che si chiama “Pagina Tre” con relativo dominio e sito web. Bene. Anzi, benissimo.

Trattandosi di una pubblicazione non periodica e interamente gestita da “volontari”, chiede la collaborazione di tutti. Bene anche questo.

Chiunque può contattare la “redazione” (cioè fondamentalmente una sola persona) per proporre dei contenuti di tipo culturale (segnalazione di novità librarie, recensioni e molto altro), e anche per pubblicare la propria tesi di laurea, se lo vuole.

Vediamo.

Ho scritto e pubblicato un libro, di recente. Se volessi segnalarlo su “Pagina Tre” ho due possibilità:

a) pagare. 29 euro. Che non è poco, perché non sarebbero loro a fare un favore a me. Sarei io che darei loro dei contenuti. Se qualcuno scrivesse un contenuto culturale qualificato e qualificante per i miei siti glielo pubblicherei senza chiedergli un centesimo. Ma questi sono fatti loro. Ma soprattutto miei.

b) Gratis. Come? Diventando “redattore” del sito. Per diventarlo devo “registrarmi” al sito. Si tratta di un modulo WordPress che richiede una user-id e un indirizzo e-mail. Ma quest’ultimo dato, una volta conferito, dove va a finire? E la mia privacy? Nessuna paura:

Leggo in una nota che ” Pagina Tre tutela la tua privacy.” E allora andiamola a leggere questa informativa. Nelle prime righe è scritto che:

“I dati che fornisci a Pagina Tre di Liber Liber (…) sono al sicuro e gestiti in base alle più recenti normative sulla privacy.”

Ah, “sono al sicuro”? Allora siamo a posto. Non so chi li custodisca (il nome del responsabile del trattamento dati non c’è -la persona fisica, intendo, non quella giuridica), ma sappiamo di per certo che i dati sono “al sicuro“.

Finita qui? No di certo. Chiedono anche una fotografia, da associare all’account. Cioè una mia immagine. Non un avatar, un disegnino. La mia foto. Ora, finché sono IO a pubblicare le MIE foto (sui miei siti, su Facebook o dove mi pare) tutto bene. Ma se le cedo a terzi?

Manca ancora una cosa. L’iscrizione alla loro mailing-list. Che pare essere necessaria e obbligatoria. E perché dovrei iscrivermi alla mailing-list? Ma, soprattutto, perché questo adempimento è obbligatorio? Non posso scegliere io autonomamente se iscrivermi o no? E, soprattutto, cosa comporta l’iscrizione. Avrò maggiori benefici? No, semplicemente è richiesto. Tutt’al più riceverò qualche e-mail in più.

A questo punto, ottemperati tutti gli adempimenti richiesti, posso finalmente pubblicare i miei contenuti? In teoria sì. Nella pratica

“questa procedura non garantisce l’inserimento tra i redattori di Pagina Tre, l’ammissione resta a discrezione del comitato di redazione.”

Hanno un comitato? Ma io mica lo sapevo! Io volevo solo collaborare!

Proviamo con la tesi di laurea. A parte il fatto che la mia è già pubblica, vediamo se ottengo maggior fortuna.

Almeno questo servizio è gratuito. Meno male.

Ma c’è un “ma”. Devo firmare una liberatoria. E’ giusto che sia così, non è quello il punto.

Sul modello di liberatoria è scritto che:

“l’autorizzazione alla libera distribuzione riguarda esclusivamente la versione elettronica della tesi”

E se io volessi, che so, autorizzare Liber Liber a distribuire gratuitamente il formato PDF della mia tesi e volessi, contemporaneamente, commercializzare il formato EPUB o Kinde-compatibile su altri store? Anche quelle sono “edizioni elettroniche”. Posso farlo o no? Non lo dicono.

Inoltre:

“non è autorizzata alcuna modifica, con l’eccezione di quelle eventualmente concordate fra Liber Liber e l’Autore”

Come sarebbe? Io sono l’autore della mia tesi, che è mia, non posso ampliarla, modificarla, correggerla, aggiornarla (magari agli ultimi studi sull’argomento, se ve ne sono) e mandare loro il file aggiornato? Parrebbe di no.

E, infine, la ciliegina sulla torta:

“l’autorizzazione concessa a Liber Liber non è revocabile”

Come sarebbe a dire che non è revocabile? Cos’è, un matrimonio? Li sposo a vita? E se un giorno io volessi, che so, pubblicare un’edizione cartacea del MIO lavoro e sfruttare i MIEI sacrosanti diritti economici sull’opera (perché sono MIEI), togliendo dalla circolazione sulla rete quella gratuita? Nulla, non lo posso fare. O, quanto meno, non posso revocare loro la liberatoria per QUELLA versione del mio lavoro.

Loro non cambieranno mai. Ma gli conviene?

blasterzone.it afferma che classicistranieri.com viola i diritti d’autore di Wikipedia

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blasterzone.it è un sito web dedicato a mettere “le aziende in contatto con i canali di comunicazione che contano”, secondo quanto recita la loro stessa home page.

Funziona così, ci si iscrive, si mette a disposizione la propria risorsa web (blog o pagina che sia), e se qualche canale la ritiene interessante, si viene contattati per scrivere un post che contenga un link a una azienda di brand e alcune parole chiave per la ricerca del settore su Google.

Una volta fatto ciò si viene pagati per il proprio disturbo. Pochi spiccioli, una ventina di euro circa di media. Li faccio in poco più di mezza giornata mentre dormo o me ne sto comodo sul divano a leggere, ascoltare la radio o a non fare niente.

Ma tutto fa brodo e ho voluto provare. E poi ognuno si arrangia come può, il mercato è libero (e selvaggio).

Non ho ricevuto che due proposte. La prima l’ho ignorata. Scrivere un post ad hoc mi sarebbe costato un’ora e sinceramente il mio tempo vale molto di più di quanto mi veniva proposto.

Per la seconda non ho fatto in tempo ad accettare che subito dopo mi è giunta una lettera da parte di un amministratore dell’azienda (o, almeno, ritengo ragionevolmente che rivesta tale funzione) in cui mi si annuncia che il mio account, relativo al blog di classicistranieri.com sarebbe stato bannato e cacciato da tutte le scuole del Regno.

Nessun problema, nessuno ha sposato nessuno. Loro facoltà, ne prendo atto.

Il motivo? Semplice: un loro “brand” avrebbe segnalato il mio sito in questione per aver “violato il copyright” di Wikipedia.

Se non sbaglio (e non sbaglio) violare il copyright è un reato punito con pene variabili dalla multa (per le ipotesi meno gravi) alla reclusione fino a 4 anni.

Naturalmente classicistranieri.com non ha violato nessun copyright di nessuno, tanto meno di Wikipedia.

L’edizione messa in linea è quella del giugno 2008, senza immagini (proprio per non violare i diritti di nessuno), solo con i testi, e viene distribuita secondo la GNU Free Documentation License, allegata ad ogni archivio, che recita testualmente:

You may copy and distribute the Document in any medium, either commercially or noncommercially, provided that this License, the copyright notices, and the license notice saying this License applies to the Document are reproduced in all copies, and that you add no other conditions whatsoever to those of this License. You may not use technical measures to obstruct or control the reading or further copying of the copies you make or distribute.

Quindi, posso anche tranquillamente venderla a 10.000 euro, o a 100.000, se voglio, ammesso e mai concesso che qualcuno me la compri. Figuriamoci se non posso metterci delle inserzioni pubblicitarie che mi fanno guadagnare solo se e quando qualcuno ci clicca sopra. “Either commercially or noncommercially“, recita la licenza. E tanto fa.

Ovviamente non ci sto a sentirmi dire che avrei commesso un reato. La prima mossa è stata l’invio di un interpello preventivo ai sensi delle norme per la Privacy per vedere se detengono ancora i miei dati e quali. Il resto si vedrà strada facendo.

Amen.

Si discuteva dei problemi dello stato…

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Tra una mela e l’altra, siamo andati a finire a parlare di Calvino. Italo Calvino, per la precisione, lo scrittore. La prima domanda era se la sua opera fosse già in pubblico dominio, fuori copyright, insomma. La risposta è evidente: assolutamente no, essendo Calvino morto nel 1985, occorre che passino 70 anni da quella data. Il 1° gennaio successivo le sue opere potranno essere ripubblicate e redistribuite da chiunque. Prima no. Insomma, faccio in tempo a morire di vecchiaia nel frattempo.

Altra domanda: ma esistono gli audiolibri di Calvino? Per esistere esistono. Naturalmente la maggior parte delle edizioni disponibili è perfettamente legale (Audible, Storytel, il Narratore, tanto per citarne alcuni). Ma è saltata fuori una questione irrisolta relativa a “Il Visconte dimezzato”. Se andate a cercare sul sito di “Ad Alta Voce”, la trasmissione di Rai Radio Tre che si occupa della lettura pressoché integrale di opere letterarie, troverete che “Per motivi legati ai diritti d’autore questo audiolibro non è più disponibile”.

Vuoi vedere che sono stati costretti a rimuovere tutto Calvino? Macché, “Il sentiero dei nidi di ragno” è lì, ancora perfettamente disponibile per il download (legale!). Vai a sapere che cosa è successo!

Ma c’è di più. Sfrucuglia tu che sfrucuglio io mi sono imbattuto in una pagina web ospitata da Altervista in cui sono distribuite decine e decine di audiolibri. Veramente non è esatto dire che vengono distribuite, perché in realtà ogni link rimanda a una pagina di un server situato in Nuova Zelanda (o, almeno, vi rimandano le risorse che ho provato io).

E c’è di tutto. Itali Calvini a piovere, Leonardi Sciascia in quantitativi industriali, Graham Greene a carrettate, Marie Montessori, Natalie Ginzburg a betoniere, Elias Canetti come se fosse niente, Luciani Bianciardi quanto basta, Aldi Palazzeschi, Mari Soldati, Primi Levi, Gianni Rodari (pluralia tantum!) Curzi Malaparte a granella e perfino un Lupo Alberto (hanno fatto un audiolibro su Lupo Alberto? Pare proprio di sì.) Con traduzioni moderne di Jack London, Stevenson, Nabokov, Conrad, Thackeray, Twain, Vargas Llosa e chi più ne ha più ne metta.

Quasi tutto materiale coperto da copyright. Ora, io non voglio denunciare nessuno, ma è chiaro che anche chi afferma che un dato contenuto protetto da copyright è ospitato presso un server straniero (dubito che questo materiale sia legale anche in nuova Zelanda, ma ammettiamolo pure) e ne fornisca il link commette reato (e si potrebbe ipotizzare perfino il favoreggiamento). Però una sputtanatina a questo signore va data, suvvia. Perché non è possibile che io, per due schèi che ci guadagno su Audible, debba ammazzarmi per trovare del materiale libero da copyright, e poi c’è gente che fa cosa gli pare, tanto lo fa gratuitamente, e poi poverino, diffonde la cultura, e allora così siamo bravi tutti.

A qualcuno piace vincere facile. Voi però non scaricate niente dalla Nuova Zelanda, mi raccomando.

Caso solocase.cloud: come è andata a finire (o quasi)

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Vi ricordete che nel luglio scorso presentai formale querela alla Magistratura nei confronti degli ignoti responsabili del sito solocase.cloud, per violazione del diritto d’autore, per aver ripubblicato i post del mio blog su un sito di promozione finanziaria, senza chiedermene il permesso e, quindi, senza averlo ottenuto.

Adesso ci sono degli sviluppi di questa vicenda e ve ne do volentieri conto.

Il sostituto Procuratore della Repubblica di Teramo, Dott. Stefano Giovagnoni, mi ha oggi avvisato, per cortese tramite del mio legale di fiducia, Dott. Laura Avolio, della richiesta di archiviazione che ha intenzione di proporre al Giudice per le Indagini Preliminari, con la seguente motivazione: “Esaminati gli atti e ritenuto che non sono emersi elementi utili per l’identificazione dei responsabili del reato per cui si procede e comunque per l’ulteriore prosecuzione delle indagini preliminari”.

Questi i fatti e i documenti. Adesso vengono le considerazioni personali:

– a seguito della querela sono state svolte con diligenza e rigore delle apposite indagini (il reato di violazione del diritto d’autore è perseguibile d’ufficio);

– sussiste un REATO, da cui consegue che io ho subito un danno;

– a seguito delle indagini della Polizia Postale, è stato identificato l’intestatario del sito in questione, che viene gestito in hosting da Aruba. Non posso farvelo, ovviamente. Ma io so chi è e che si tratta di un cittadino francese. Almeno questo posso dirvelo.

E’ una magra soddisfazione, certo, avrei preferito che si arrivasse ad un regolare processo, ma non si può ottenere tutto dalla vita, figuriamoci dalla giustiza, che è cosa fallibile di questo mondo umano. Pare non si possa perseguire un cittadino residente all’estero, ma i server, quelli attraverso i quali sarebbe stato perpetrato il reato, si trovano nel territorio nazionale.

Insomma, qualche dubbio mi è rimasto, e proprio in virtù di questi dubbi sto meditando se proporre opposizione. Con la prospettiva che la mia opposizione venga facilmente rigettata, ma con la consolazione di non aver lasciato nulla di intentato.

Vi informerò. A tempo debito, ma vi informerò.

Il problema dei DRM su Liber Liber

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L’altra mattina mi sono collegato con il mio smartphone d’ordinanza sul sito di Liber Liber, per vedere se ci fosse o no qualcosa di nuovo. Ci vado spesso, ultimamente, un paio di volte al giorno e, ve lo assicuro, è per ragioni nobilissime. Credevo di sognare ancora, data l’ora prealbigera testimoniata impietosamente dallo screenshot dello schermo, quando ho visto una richiesta di autorizzazione a riprodurre i contenuti protetti da DRM (Digital Rights Management).

Cos’è un DRM? Come afferma la lancinante Wikipedia, il DRM è quell’accrocchio che “indica i sistemi tecnologici mediante i quali i titolari di diritto d’autore (e dei diritti connessi) possono tutelare, esercitare ed amministrare tali diritti nell’ambiente digitale.”

Dice ancora Wikipedia:

I principali scopi del DRM sono tre.

Certificazione di legittimità dell’uso e/o di piena titolarità dei diritti d’autore: permette di identificare l’esemplare legittimamente licenziato e quindi anche le eventuali copie illegali di file. Nel caso di un file audio, prima di essere compresso vengono inserite delle informazioni aggiuntive sul diritto d’autore utilizzando una tecnica chiamata PCM watermarking.
Controllo d’accesso: per controllare la regolarità dell’accesso al contenuto di un file audio viene aggiunto uno speciale marcatore all’interno del file originario tramite una tecnica detta bitstream watermarking, che ha lo scopo di garantirne l’originalità. Il file risultante da questo processo può essere riprodotto solo sui lettori che sono in grado di riconoscere le informazioni di codifica ed è possibile riprodurlo solo per il numero di volte stabilito in fase di acquisto.
Controllo delle copie illegali: permette di risalire all’iniziale possessore dei file musicali originali, in modo tale da consentire l’individuzione di eventuali violazioni del diritto d’autore, e permette di attuare misure preventive di protezione legale in relazione all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Dunque, un DRM, sostanzialmente, è un dispositivo digitale che permette di verificare il legittimo possesso di un’opera dell’ingegno. Sono quelli che usa Microsoft per vedere se per caso utilizzate una copia tarocca del loro prezioso Windows 10. O quelle cose che utilizzano i detentori dei diritti delle opere cinematografiche per evitare che vi facciate anche una copia (anche se solo di sicurezza) di un DVD.

Ora la cosa che c’è da chiedersi è una sola: cosa spinge una biblioteca multimediale on line a inserire i DRM nel suo sito web o nei suoi contenuti? Qual è l’interesse alla tracciabilità di un file contenente un’opera di pubblico dominio che può essere reduplicata all’infinito, seguendo le indicazioni della licenza Creative Commons con cui è stata rilasciata (ovvero, libera circolazione dell’opera dell’ingegno, purché non a scopi commerciali). Se io do una copia (o cento, o mille) di una loro pubblicazione a un amico, o li ridiffondo sul web per mia comodità, non commetto alcun genere di illecito. Anzi, i libri e le edizioni sonore (spesso messe in linea con troppa disinvoltura, bisogna dirlo) di Liber Liber, sono lì per quello. Per circolare. Allora perché i DRM? Chi potrebbe mai piratare il loro prezioso lavoro? E che cosa vogliono proteggere? I diritti d’autore del sito? La scelta del font dell’edizione? L’impaginazione? Il clic del volontario sul bottoncino di Libre Offiche che trasforma un file ODT in PDF?? A parte la prima, mi pare che le restanti ipotesi non rientrino nella dicitura ufficiale di “opera dell’ingegno”. E poi, quali sono le informazioni che Liber Liber ricava dall’implementazione di queste tecnologie? Ma, soprattutto, di cosa se ne fa??

Non avremo mai risposta a tutto questo. Non io, almeno. Intanto, però, ho risposto così:

Tunecore.com e il contratto coi manager di Ludwig van Beethoven

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Da un po’ di tempo, come sapete, mi occupo di editoria digitale. Sono passato dagli e-book di Amazon agli audiolibri di Audible (sempre Amazon!) e da un paio di giorni mi è venuto il pallino di pubblicare musica classica DI PUBBLICO DOMINIO (sia chiaro! Libera da copyright, tanto negli Stati Uniti come in Italia). Per rimpinguare un po’ le già misere tasche mie e dei miei siti (o sitarelli). Amazon Music non permette la pubblicazione diretta di brani musicali (come succede, per esempio, con gli e-book), ma bisogna rivolgersi a una sorta di editore esterno che faccia da intermediario. Esattamente come succede per gli audiolibri di Audible. Ne ho provati due o tre, tutti stranieri, e ho deciso di scegliere Tunecore.com. Mal me ne incolse.

Ho proposto loro di pubblicare una registrazione del 1945 (quindi, lo ripeto fino alla nausea, di pubblico dominio) della Settima Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Mi hanno risposto “dobbiamo essere sicuri che tu detenga il 100% dei diritti di distribuzione di questo contenuto.” Ma certo che li detengo, è di dominio pubblico! Chiunque li detiene e può pubblicare quel contenuto dove meglio crede, gratuitamente o a pagamento. E io lo faccio a pagamento, se a Lorsignori non dispiace. Di più, mi preannunciano che potrebbero addebitarmi 300 dollari per spese legali, traendoli dalla mia carta di credito (di cui, fortunatamente, non ho fornito loro gli estremi, e nel frattempo ho revocato tutti i pgamenti automatici a loro favore da PayPal, fossi scemo!) cioè per sottoporre ai loro avvocati una questione che appare chiara, limpida, cristallina

Ho risposto a mia volta facendo valere le mie ragioni. Ne ho ricavato una replica sibillina firmata da un certo Jim, che mi chiede: “potresti inviare un contratto firmato col manager dell’artista che mostri che avete accettato di includere l’artista”Ludwig van Beethoven”nella tua musica”

Ludwig van Beethoven è morto nel 1827!! Le sue opere sono (lo ripeto di nuovo) in pubblico dominio, non ha più nessun manager, visto che qualunque soggetto giuridico (una persona fisica, un editore, una casa discografica) può ripubblicarne l’opera. Un “manager” per Beethoven. Ma stiamo scherzando?? Temo che il braccio di ferro che sto tenendo con Tunecore.com si risolverà, comunque, a mio sfavore. Ma è una battaglia che vale la pena di essere combattuta fino in fondo. Vi terrò aggiornati, e comunque vada sarà un successone.

 

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 13.00: Ricevo questa risposta da Tunecore.com:

Ciao Valerio,

grazie per averci scritto. Purtroppo abbiamo deciso di non rilasciare i contenuti e di proteggere le nostre politiche di revisione e le nostre pratiche di revisione, non comunichiamo i motivi per cui le pubblicazioni vengono bloccate.

Ho contrassegnato la tua pubblicazione per la rimozione e sto accreditando i fondi sul tuo metodo di pagamento originale. I rimborsi possono richiedere 3-5 giorni lavorativi per essere visualizzati sul tuo account PayPal.

Come volevasi e dovevasi dimostrare.

Amazon Kindle blocca la mia edizione elettronica di “1984” di George Orwell

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Apprendo in questi minuti che Amazon Kindle ha BLOCCATO la mia edizione elettronica di “1984” di George Orwell in lingua originale.

E’ un atto gravissimo perché l’opera di George Orwell è entrata in pubblico dominio il 1 gennaio di quest’anno. Quindi, da allora, nell’Unione Europea è possibile pubblicarlo da parte di chiunque sia in forma gratuita che a pagamento (come stavo cercando, biecamente ma legittimamente) di fare io. Sì, ci faccio i soldi e alla fine del mese mi ci ripago l’abbonamento a Scài, va bene?

Invece niente, “BLOCCATO”. Per il momento non ho ricevuto neanche una riga di spiegazioni o, meglio, di richiesta di spiegazioni (perché immagino che le vorranno, e l’unica spiegazione che do e che posso dare è che ho cercato di pubblicare quell’opera perché ero legittimato a farlo). Ho inviato una vibrata e indignata protesta allo staff di KPD (la branca di Amazon che si occupa della pubblicazione degli e-book) e non mancherò di tenervi informati su questa circostanza, magari aggiornando questo post,

Intanto, su classicistranieri.com, “1984” continua ad essere libero e gratuito. Ah bene!

George Orwell – 1984 – Nineteen eighty-four – PDF – Download gratis

Pubblico dominio: quel pasticciaccio brutto di “Ciak”

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A me da piccino “Ciak”, la rivista di cinema, piacicchiava.

Andavo in cerca delle schede cinematografiche che la pubblicazione regalava ogni mese, sotto forma di cartoncini spessi, ciascuno con la locandina di un film, e con la trama e varie informazioni aggiuntive sul cast e sul regista, scritte sul retro. Con un po’ di tempo e pazienza potevi farti un piccolo Mereghetti a tuo personale uso e consumo.

Mi fa piacere apprendere che “Ciak” esista ancora. Ma in un articolo pubblicato ieri (“Le opere libere da diritti dal 1° gennaio. E che si possono usare gratis” a firma di Alessandro De Simone) la consusione regna sovrana. Si riprende l’annoso tema della giornata del pubblico dominio, festeggiata in tutto il mondo il primo gennaio, quella che sigilla l’elenco degli autori e delle opere che ognuno può ripubblicare, gratuitamente o a pagamento, senza dover corrispondere (più) alcun diritto economico o rendere conto agli eredi, senza incorrere nei reati previsti e puniti dagli artt. 171 e seguenti della legge sul diritto d’autore.

Andiamo a vedere cosa scrive De Simone a proposito delle opere letterarie:

“La notizia è che Il grande Gatsby, il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, è adesso libero.”

Sono dieci anni esatti che l’opera di Francis Scott Fitzgerald è in pubblico dominio (naturalmente in lingua originale): essendo l’autore deceduto nel 1940, l’opera omnia (non solo il capolavoro “Il grande Gatsby”) dello scrittore statunitense è entrata in pubblico dominio dal 1 gennaio 2011. Quindi dov’è la notizia?? Sono 10 anni che lo redistribuisco su classicistranieri.com e nessuno (giustamente!) mi ha mai detto nulla.

Altra “notizia” riguarda “Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf. Non è in pubblico dominio da oggi (sto sempre parlando dell’edizione in lingua originale inglese, naturalmente), ma dal 1 gennaio 2012, essendo la Woolf morta (suicida) nel 1941.

L’autore dell’articolo cita anche “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham come opera di pubblico dominio. Niente di più falso. Somerset Maugham è deceduto nel 1965, e occorre attendere ancora il primo gennaio dell’anno solare successivo al compimento del 70° anniversario dalla sua morte.

Stesso discorso per “Manhattan Transfer” di John Dos Passos (morto nel 1970), “Il segreto di Chimneys” di Agatha Christie (morta nel 1976) e “Foglie secche” di Aldous Huxley (è morto nel 1963!)

Quindi col cavolo che in Italia queste opere possono essere riprodotte o utilizzate per trasposizioni (anche cinematografiche).

Diverso discorso per la citata opera “Il Processo” di Franz Kafka (l’autore fa riferimento, opportunamente, all’edizione originale in tedesco): è in pubblico dominio dal 1 gennaio 1995 (Kafka è morto nel 1924).

Da dove nasce l’equivoco? Dal fatto che queste opere sono di pubblico dominio, sì, ma negli Stati Uniti, dove vige una legislazione che riguarda soprattutto la data di prima pubblicazione. In Italia è ancora reato copiare, diffondere, trasporre, utilizzare in qualsiasi modo Huxley, Somerset Maugham e Agatha Christie. Per la verità il giornalista un accenno alla legislazione americana lo fa, ma il tono generale dell’articolo indurrebbe a una eccessiva disinvoltura nell’utilizzo dei diritti di questi autori.

Come sempre, niente di nuovo sotto il sole. Vedi giudizio human come spess’erra?

Liber Liber: la durata “ragionevole” dei diritti d’autore potrebbe essere fissata in DUE anni

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Il primo gennaio di ogni anno è la giornata internazionale del pubblico dominio. Bella ricorrenza, ma io, che, pure, di pubblico dominio dovrei occuparmi con maggiore solerzia, lascio sempre trascorrere qualche giorno prima di rifletterci.

Ogni primo gennaio che Dio mette in terra, si compiono i settant’anni dalla fine dell’anno solare dalla morte di autori letterari e non, le cui opere cadono, appunto, in pubblico dominio, e possono essere pubblicate da chiunque, sia a pagamento che gratuitamente. Quest’anno è la volta di un gigante della letteratura italiana come Cesare Pavese. Solo per fare un esempio.

Per fortuna che Liber Liber mi richiama al mio dovere, e pubblica un articoletto (non firmato, chi sarà l’autore) per ricordare, a suo modo, la lieta ricorrenza. Per carità, tutto legittimo, ci mancherebbe anche altro. Solo che c’è un piccolo dettaglio da discutere.

In un passo della nota si legge:

“Ai grandi editori non piace il pubblico dominio perché a loro non piace la concorrenza, così inducono i politici a dilatare sempre di più la durata del copyright (siamo arrivati a 70 anni dopo la morte dell’autore in Europa e a 99 anni negli USA, quando una durata ragionevole non supererebbe i 2 anni).”

Ho letto bene? 2 anni soltanto affinché le opere di un autore entrino in pubblico dominio? E’ questo quello che auspica veramente Liber Liber per la durata massima dei diritti d’autore in Italia e in Europa? Ma stiamo scherzando?? Vorrebbe dire che gli eredi di un autore potrebbero usufruire per SOLI due anni del diritto di sfruttamento economico delle opere del loro congiunto, ormai andato nel mondo dei più. 2 anni di diritti d’autore non sono nemmeno una pensioncina di reversibilità, una pensione sociale, la pensione delle casalinghe. Ora ci scherzo, ma pensiamo alla situazione degli eredi di un genio come Emilio Salgari, morto suicida e sfruttato dagli editori fino alla fine. Ha lasciato la famiglia nella povertà. Come avrebbero fatto a tirarsi su queste povere creature della moglie e dei figli di Salgari se non ci fosse stata (nel 1941, in piena guerra, e quindi con grande distanza dalla data di morte dello scrittore) una legge che stabilisce il massimo della durata dei diritti d’autore (allora erano 50 anni)?

Il diritto d’autore è una cosa seria su cui non me la sentirei di improvvisare o azzardare qualsiasi ipotesi. Ci sono artisti che hanno raggiunto la notorietà solo dopo la morte, magari avvenuta in completa povertà ed indigenza (come quella di Riccardo Bacchelli), ci sono di mezzo casi umani che non possono essere contemplati se non da una legge che conservi i diritti per un tempo più ampio. 70 anni va bene, e se mi adeguo io può adeguarsi anche Liber Liber.

classicitaliani.it non c’è più. Peccato, vediamo di fare qualcosa!

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Quando una biblioteca chiude è sempre un grande dolore. Specialmente se si tratta di una biblioteca digitale, disponibile sulla rete, e da cui poter scaricare testi in publico dominio (ma a volte anche no).

Abbiamo già l’oscuramento per l’Italia di gutenberg.org, di cui vi ho abbondantemente parlato al punto di abusare della vostra pazienza.

Oggi (“a contratiempo acaso”, diceva Unamuno) ho scoperta che la biblioteca dei classici italiani di Giuseppe Bonghi non c’è più da tempo. Amicissimo di Liber Liber (e questo purtroppo succede), Giuseppe Bonghi aveva preteso, tuttavia di “seguir camino bien distinto”, come diceva Machado.

La sua biblioteca conteneva, sì, i testi originali da scaricare, ma anche introduzioni critiche ad opera dello stesso Bonghi, annotazioni originali e apparati bibliografici, utilissimi e facilmente consultabili. Il sito non era bellissimo, ma non importa, a Bonghi deve andare il ringraziamento sentito di tutti noi (nel 2002 si lamentava che il sito ricevesse “solo” un migliaio di contatti al giorno, fortunato lui!). Qualunque sia stata la filosofia che la ha spinto a lavorare da solo e a non sottostare alle regole e al giudizio degli altri (come ho fatto io per classicistranieri.com), il suo lavoro è stato encomiabile.

Sto cercando di acquisire il dominio classicitaliani.it, che dovrebbe scadere il prossimo 1 ottobre, senza che si abbia notizia di un suo rinnovo. Ma non è facile. Il dominio è intestato a una istituzione scolastica, e anche se non se ne stanno facendo di niente, perché il sito, come vedete, è vuoto e irraggiungibile, non credo che lo molleranno così facilmente. Comunque ho dato ad Aruba l’incarico di acquisirlo, incrociando le dita. Se riuscirò nell’intento, redirigerò il traffico di classicitaliani.it sulla sezione italiana di classicistranieri.com, che raccoglie un buon numero delle opere nella nostra lingua disponibili presso il Gutenberg Project. Non è molto, ma è già qualcosa. Come sempre vi terrò debitamente informati.

AGGIORNAMENTO DELL’08/09/2020

Aruba, purtroppo, ha rifiutato la mia acquisizione del dominio. Ci riproverò dopo il 1 ottobre prossimo, sperando che l’Istituzione scolastica intestataria lo lasci andare, visto che non se ne fa di nulla e lo lascia vuoto. Di più non posso fare.

Gli atti delle pubbliche amministrazioni NON sono sottoposti a copyright

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Sulla circolare ministeriale del Ministero della Salute in tema di lavoratori fragili della scuola (ma di ogni altro settore) avrei voluto fornirvi il testo intero, così che gli interessati ne prendessero visione.

Purtroppo il documento non è (ancora) disponibile sul web (il sito del Ministero della Salute, a questo proposito, tace) e mi sono dovuto accontentare degli stralci pubblicati da vari quotidiani on line. Meglio che niente.

Ma ho trovato un sito che ne pubblica ampi stralci. Si tratta di www.certifico.com. Purtroppo non ho potuto fare un copia e incolla delle parti più salienti del provvedimento in quanto mi appare una schermata che mi informa che tale materiale è soggetto a copyright e che per scaricare la mia copia del provevdimento devo abbonarmi (non so a quale prezzo, non ho approfondito).

Mi va benissimo che chiunque venda questo tipo di materiale sotto forma di abbonamento o quant’altro, se qualcuno glelo compra. Ma gli atti delle pubbliche amministrazioni, così come le normative e i testi di legge, NON sono soggetti a copyright.

Recita l’articolo 5 della L. 633/41:

Le disposizioni di questa legge non si applicano ai testi degli atti ufficiali dello stato e delle Amministrazioni pubbliche, sia italiane che straniere.

Ed è una legge approvata in tempo di guerra dalla Camera dei Fasci (nientemeno!!)

Il lettore si adegua. Ma non è minchione.

Aggiornamento: il Collège Sismondi di Ginevra non ritira le raccomandate

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Ricorderete certamente il caso del Collège Sismondi, a Ginevra, che aveva ripubblicato senza la mia autorizzazione la mia audiolettura de “La Giara” di Pirandello, senza dare credito all’autore, e senza specificare che quel file .mp3 era sotto copyright. Non mi sono opposto allo sfruttamento delle mie cazzatine on line per fin ididattici o educativi. Ho solo chiesto loro, con una mail, di fornire i dati mancanti.

Ve lo ricorderete certamente perché vi ho rotto i coglioni a sufficienza tenendo in evidenza il post relativo fino a che non avesse raggiunto le 1000 visualizzazioni. Il post era questo:

E non la finiscono più di copiare: il caso de “La Giara” di Luigi Pirandello e del Collège Sismondi.ch

Ora, è accaduto che in mancanza di risposta, io abbia fatto scrivere una raccomandata internazionale dal mio avvocato per cantargliene quattro. La raccomandata è partita e siamo rimasti in attesa della ricevuta di ritorno, ma soprattutto di una risposta convincente.

Non sono arrivate né l’una né l’altra. E’ tornata indietro proprio la raccomandata. Con la dicitura tedesca “Nicht abgeholt”, che vuol dire più o meno “Oggetto non ritirato”. Cioè, non è che non è arrivata, non se la sono filata proprio di pezza. E non c’è nemmeno da dire che l’indirizzo fosse sbagliato o chissà che. E’ arrivata, è stata in giacenza presso l’ufficio postale un certo periodo, trascorso il quale le poste svizzere l’hanno rimandata indietro.

Ora, mi chiedo, ma si può vedere una scuola, no, dico, una scuola, che non ritira una raccomandata, non la protocolla, non la mette all’attenzione del Dirigente o degli uffici preposti. Poteva esserci qualsiasi tipo di contenuto in quella busta, loro no, se ne sono infischiati bellamente, l’hanno lasciata in qualche ufficio a marcire, e stamani, eccola tornata indietro, con tanto di notazione in tedesco, italiano e francese (si vede che la minoranza linguistica ladina o romancia che sia, non viene presa troppo in considerazione dalla modulistica delle poste svizzere).

Proveremo a ricontattarli via mail o fax. Le speranze di una risposta sono certamente nulle, e io me la piglierò in saccoccia.

Così si fa, perdincibacco, il problema si ignora così il problema non esiste. Ma questo lo fanno i bambini, non una scuola.

Ay, qué depre…

Rust never sleeps! Neil Young fa causa a Donald Trump per violazione del copyright

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  • “Look out, Mama, there’s a white boat comin’ on the river…”

La nostra affezionata lettrice Bucalossi Armida (o Baneschi Iselda vedova Panciatici, adesso non rammento) mi segnala una notizia che mi piace riproporvi.

Premetto che io, come la Ronchetti, sono sempre stato, da giovane,  un patito di Neil Young. Nello il Giovane, come lo chiamavamo a Livorno. Soprattutto del suo periodo più country, fatto di ballate, brani acustici, l’incommensurabile collaborazione con Crosby, Stills and Nash, gli “old country waltz” di American Star’s and Bars, senza mai disdegnare certi brani estremamente duri e lancinanti, da “Like a Hurricane” in giù.

Conosco “Harvest”, ma soprattutto “Comes A Time” praticamente a memoria. Ho istituito per il 30 ottobre (data in cui comprai il disco) la giornata mondiale di “San Comes A Time”, che, ovviamente, festeggio solo io. Ero, come tutti, innamoratissimo dell’eleganza e della grazia innata di Nicolette Larson, che ci ha lasciato troppo presto, e rammento ancora il retro della copertina dell’LP (vinile, sì, cazzo, vinile), in cui la si vede di spalle, con i capelli lunghissimi che le accarezzano il sedere, beati loro. Ho sempre pensato che il controcanto di Nicolette in “Four Strong Winds” sia fondamentalmente un atto d’amore.

Poi c’è stato il periodo più rocchettaro, ma lì ho cominciato a perderlo.

Neil Young, lo si è saputo in queste ore, quindi non vi dico niente di nuovo, ha fatto causa a Donald Trump per un danno di 150.000 USD (non è stato nemmeno tanto esoso!) perché il Presidente americano trasmetterebbe la sua musica durante i suoi comizi e durante le sue apparizioni pubbliche, senza aver chiesto a Neil Young il permesso per l’utilizzazione. C’è di mezzo anche il fatto che Neil non sostiene affatto le idee di Trump, per cui a maggior ragione.

Ha fatto bene. Anzi, benissimo. Nel mio piccolo (o piccolissimo) ho sperimentato la rabbia di vedere usurpato il mio lavoro da gente senza scrupoli che vendevano DVD-ROM pieni di audioletture tra cui le mie (è per quello che le ho messe sotto (C)opyright!), o di persone che riprendevano gli articoli del mio blog (132, stando all’ultimo censimento) per metterci sotto la pubblicità alle loro iniziative finanziarie di prestito di denaro, per cui li ho anche querelati.

E’ uno sport internazionale, evidentemente. Trump diffonde “Heart of Gold” (che a me non me la tocca nessuno!) e ci mette su le sue farneticazioni. Tremo all’idea di sentire i suoi discorsi privi di senso con “Old Man” in sottofondo. Lui che parla e la gente che canta “Hello cowgirl in the saaaaand”. No, non mi ci fate pensare.

Neil Young è e resta una roccia. Un punto di riferimento. E chi non lo apprezza è segno che non capisce una sega di musica.

Bravo. Così si fa, per Dio! La ruggine non dorme mai.

“ebook gratis”: Liber Liber in testa ai motori di ricerca. Ma è solo pubblicità.

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Cercando la stringa “ebook gratis” su Google, potreste imbattervi, come è capitato a me, in un risultato come questo:

Come vedete, Liber Liber è in prima posizione. Ma non si tratta di un ottimo posizionamento della risorsa sul motore di ricerca (eppure Liber Liber è molto ben indicizzato su Google, meglio sicuramente di quanto lo sia classicistranieri.com e questo un po’ mi rode, ma anche Google ha le sue priorità), bensì, come correttamente segnalato, di un “annuncio”, una pubblicità sponsorizzata, insomma, attraverso un servzio che si chiama Google Adwords (caro asserpentato, peraltro, l’ho provato per pochi giorni ma non potevo andare avanti così, non ho le risorse economiche degli amici “concorrenti” -chè, poi, io la “concorrenza” non ce la vedo-).

Un bel risultato, indubbiamente, complimenti. Anche se mi sarei risparmiato quel “lette- ratura”, che tanto bello non è.

I libri di Liber Liber non sono tutti fuori copyright. Ci sono, ad esempio, le traduzioni di William Shakespeare ad opera di Goffredo Raponi, cui appartengono anche i diritti sulle note, e che sono stati ceduti a Liber Liber in esclusiva. Una risorsa come classicistranieri.com, per esempio, non può redistribuire “Romeo e Giulietta”. E non possono farlo nemmeno i privati che abbiano scaricato il libro dal sito o lo abbiano acquistato in versione epub su Amazon.

Quanto, poi, alle edizioni “integrali”, ci sarebbe da segnalare il caso delle “Novelle” (l’aggettivo “esemplari” è stato misteriosamente omesso) di Cervantes, che sono 12, mentre nell’edizione Liber Liber sono solo 6 (manca, ad esempio, la traduzione dell’imprescindibile “La Gitanilla”).

Anche sulla musica “senza copyright” qualche dubbio c’è. Il caso è quello della “Turandot” di Puccini, su cui sono ancora in esercizio i diritti degli eredi del completatore dell’opera Alfano e dei librettisti. Non ho dubbi sul fatto che Liber Liber li abbia ottenuti e che distruisca, quindi, legittimamente, i file MP3 della registrazione dell’opera, ma perché redistribuirla sotto licenza Creative Commons, anziché segnalare che è ancora sotto copyright, mettendo in imbarazzo l’utilizzatore finale, che NON può darne una copia a un amico, inserirla sul proprio sito web, o redistribuirla in ogni altro modo, nel rispetto delle condizioni indicate? E’ un mistero che sussiste ancora e su cui Liber Liber non ha mai risposto.

Come non ha mai risposto sul caso dell’audiolettura di “Anna Karenina” ad opera dell’ottima Silvia Cecchini. Quell’opera è tratta dall’ebook del testo messo in linea dalla stessa Liber Liber su cui si legge che sussistono ancora i diritti d’autore, come nel seguente screenshot:

Ora, la domanda è la seguente: come fa un’opera derivata da un’edizione sotto copyright a essere di pubblico dominio, o, meglio, sotto licenza Creative Commons? Perché posso redistribuire (sempre secondo quanto leggo su Liber Liber) l’audiolettura, ma NON l’e-book da cui questa lettura è stata tratta? Neanche qui abbiamo mai ottenuto una risposta. Oddìo, non è che abbiamo mai consultato Liber Liber in proposito, per carità, ma abbiamo segnalato più volte queste che ci sembrano delle apparenti incongruenze.

Non c’è nulla da fare, quelli di Liber Liber sono proprio dei gran simpatici pasticcioni.

Le novità sull’oscuramento del Project Gutenberg

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L’unica novità sull’oscuramento in Italia del Project Gutenberg, biblioteca on line con oltre 65000 titoli in versione e-book, .TXT e HTML, che ne causa l’irraggiungibilità dai principali provider italiani, è che NON ci sono novità.

Tutto è stabile, fermo, immobile, non si è mossa una virgola. Il fascicolo giace sulle scrivanie dell’ufficio del Pubblico Ministero in attesa che venga notificata a qualcuno del Guntenberg (il CEO?) una qualche informazione di garanzia o un avviso di chiusura delle indagini preliminari con accuse ben circostanziate e non gnenericamente motivate come accadde per il provvedimento di restrizione di visibilità nel nostro Paese (della serie: “Hai messo in linea questi, questi e questi altri titoli, sei accusato del reato di cui all’articolo tale e tal altro)”, e NON “il provvedimento cautelare vede la propria giustificazione nel fatto che il Project Gutenberg avrebbe diffuso, continuamente, opere dell’ingegno che sarebbero protette in Italia”.

In breve, bisogna passare dal condizionale all’indicativo, dalle ipotesi ai fatti oggetto di accusa. Conosciamoli questi titoli tanto vituperati che sono legali negli USA e illegali da noi. Ci sono solo Massimo Bontempelli e Sibilla Aleramo di mezzo? O c’è un ragionamento più macchinoso e imperscrutabile?

Di certo sappiamo e riassumiamo che:

* Se si usa una connessione internet fornita da Wind (adesso WindTre), il sito corrispondente al dominio gutenberg.org è regolarmente raggiungibile. Mi dispiace cambiare gestore solo per quello, ma ho trovato occasioni più risparmiose e io sono un po’ Paperon de’ Paperoni, 3 euro al mese stanno meglio in tasca a me che in tasca a loro;

* Se si usa una connessione internet formita da altri operatori si può accedere alla versione beta del sito del Progetto, che risponde (o dovrebbe rispondere) all’indirizzo http://dev.gutenberg.org/ (con Fastweb è tutto fermo);

* I siti restano ancora irraggiungibili dalla maggior parte dei device (computer, tablet, smartphone) in Italia. Ma l’oscuramento si è rivelato un colabrodo. Tanto che è ancora regolarmente raggiungibile http://gutenberg.pglaf.org/ ( questo si sono dimenticati di oscurarlo, eh, lo so, ci si rimane male, ma cosa volete farci??);

* Non esistono persone iscritte nel registro degli indagati per l’ipotizzato reato di cui alla lettera a-bis dell’articolo 171 della legge 633/41 e successive modifiche. Premesso che esistono dei reati, chi (nomi e cognomi) paga?

* Sappiamo che c’è stato un buontempone (perché di questo si tratta) che ha avuto l’ardire di andare a consultare la Guardia di Finanza incaricata di operare materialmente l’oscuramento del sito. E’ stata una mossa che se riportata in una notazione scacchistica sarebbe stata trattata con due punti interrogativi (??) ovvero come mossa su cui ci sarebbe molto da dire. Sempre per continuare con il paragone scacchistico, la visita di questo signore alle Fiamme Gialle sarebbe da paragonarsi al “matto dell’imbecille”. Un effetto Streisand, è stato come farsi harahiri. Il personale della Finanza si è messo a sfrucigliare sul DVD allegato come prova alle accuse ipotizzate e ha trovato almeno quattro o cinque titoli (prova adesso a dire che non ci sono!), e il buontempone se n’è andato con le pive nel sacco (non avevo intenzione di parlare di questo aspetto, lo faccio perché è stato pubblicato da Maurizio Codogno su un articolo del suo blog);

* Non conosciamo l’esito di eventuali mosse della difesa. Ci potrebbe essere stata un’istanza di “disoscuramento”, o, quanto meno, di “oscuramento” delle SOLE opere contestate? Perché la magistratura ha agito con la mannaja e non col bisturi, quando bastava inibire l’accesso a quattro o cinque pagine di download? E’ stato fatto qualcosa in proposito?

* Ho sempre più la FERMA impressione che il Project Gutenberg sia interessato a rispettare le leggi del SUO paese (dove non si è mai fatto pizzicare con le dita bagnate di saliva nel barattolo dello zucchero), ma che non abbia il benché minimo interesse a difendersi in Italia, e che chi in Italia è interessato al suo caso sono giusto quattro o cinque fissati con la cultura digitale, tra cui io e varii wikipediani. Continua, inspiegabilmente, l’assordante silenzio di Liber Liber sul caso. Ma due righine di solidarietà da mettere in evidenza no? Macché!

* Non credo che la magistratura italiana sia molto interessata al fatto che esistano utenti italiani impossibilitati ad accedere alle migliaia e migliaia di opere di pubblico dominio (negli USA) che il Project Gutenberg offre. Intanto si oscura, poi si vedrà.

E così, in quest’inerzia, si consuma il destino della biblioteca digitale più grande del mondo. Ogni giorno che passa senza il Gutenberg in Italia è un giorno in più di barriera architettonica alla cultura. Facciamo qualcosa.

Il diritto d’autore sui fonogrammi: facciamo il punto una volta per tutte

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Ecco, sì, facciamo il punto sul diritto d’autore per i brani musicali, visto che pare ci sia qualche duro di comprendonio che queste cose ancora non le sa o non le vuol sapere.

Allora: condizione essenziale è che l’autore o gli autori siano morti stecchiti cadaveri da 70 anni. Entrano in pubblico dominio il 1° gennaio dell’anno successivo al compimento dei 70 anni dalla morte. Ripeto, questa è una condizione imprescindibile. Ovviamente, in casi complessi, come le opere liriche o le canzoni, devono esssere in pubblico dominio anche gli autori dei testi, dei libretti e degli arrangiamenti o cadenze.

Sulle incisioni il discorso è diverso. Meglio di me lo ha spiegato l’avvocato Giovanni d’Ammassa su dirittodautore.it:

“La durata dei diritti del produttore fonografico è stabilita dall’art. 75 della legge, riscritto dal Decreto Legislativo 26 maggio 1997 n. 154, e successivamente modificato dal D.Lgs. 21 febbraio 2014, in vigore dal 26 marzo 2014, che ha recepito la Direttiva 2011/77/UE . La durata oggi è pari a “cinquanta anni dalla fissazione“. Tuttavia se durante tale periodo il fonogramma è lecitamente pubblicato, i diritti scadono settanta anni dopo la data della prima pubblicazione lecita.
Se nel periodo di tempo indicato non sono effettuate pubblicazioni lecite, e se il fonogramma è lecitamente comunicato al pubblico durante detto periodo, i diritti scadono settanta anni dopo la data di tale prima comunicazione al pubblico.

Tutte le fissazioni di pubblico dominio alla data del 1 novembre 2013 non godono dell’aumento della durata di tutela di cui al D.Lgs. 22/2014.”

Prendiamo il caso della Turandot di Puccini, tanto per fare un esempio a caso: Puccini è morto nel 1924, sì, ma sono ancora in vigore i diritti di un librettista e del completatore dell’opera (Alfano). Quindi la Turandot NON è in pubblico dominio. Così come non sono in pubblico dominio le incisioni pubblicate dopo il 1949, a meno che non siano state messe in linea entro e non oltre il 1° novembre 2013.

Chi ha orecchie per intendere intenda. Ma quelli non vogliono intendere.

Aggiornamenti sul caso docplayer.it e 101domain.com

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Dunque, vediamo un po’ di fare ordine e chiarezza perché le cose sono un po’ intricate.

Ricorderete che sul sito docplayer.it era stata pubblicata illecitamente una copia del mio libroDifendere la privacy“, in versione .PDF. Il caso lo avevo descritto qui:

docplayer.it ripubblica abusivamente il mio “Difendere la privacy”

Ora, si dà il caso che da una ricerca sul Whois, il sito risulti registrato a 101domain.com:

che però non è il proprietario né del sito né il responsabile dei contenuti, ma solo il “registrar”, quello che vende nomi a dominio, l’Aruba de noàntri, insomma.

Andando a fare una ricerca su docplayer.it, si scopre che c’è un costo per il dominio, che è di 149 US$ + VAT. Nemmeno tanto.

La garanzia è data dalle rassicuranti annotazioni:

“We will refund your money if we can’t engage the current domain owner in negotiation. We will always keep your identity private, allowing us to negotiate easily and for the best deal.”

Quindi, i 149 dollari NON sono per l’acquisto del dominio. 101domain.com agisce come intermediario, come una agenzia immobiliare. Solo che invece di vendere case vende domini. Fa una trattativa tra te e l’amministratore vero del dominio (che un lettore attento mi ha confermato essere un russo, tale Vladimir Nesterenko). Tu proponi una cifra massima e una cifra minima per l’acquisto, se all’intestatario la cosa va bene l’affare va in porto, se non si conclude ti ridanno i tuoi 149 dollari.

Decido di pagare. Faccio questo salto di qualità, nella speranza di concludere l’affare e di mettere a tacere per sempre il sito docplayer.it che, da quello che presento, di contenuti coperti da copyright dovrebbe averne ben più di uno, sicuramente molti oltre al mio.

Vengo subito contattato via mail dall’ufficio di 101domain.com, che mi dice, tra le altre cose:

“After an initial review, we see that this domain is currently being used for a live website.”

E va beh, chi se ne frega, siete voi che vi proponete come intermediari, cosa me ne frega a me se è un sito live, io sono interessato al nome a dominio, non certo ai contenuti.

Ma la frase più inquietante della mail è la seguente:

“Your original domain concierge fee ($149) will become non-refundable if we do receive a response from the domain owner, regardless of the domain’s availability. “

Insomma, se Vladimir dice di no, o che il dominio non è in vendita, NON mi ridanno i 149 dollari spesi (non vi dico la cifra che ho offerto per quel sito, per questioni di riservatezza e privacy) per la loro intermediazione. Bella roba. Potevano anche scriverlo nel loro messaggio rassicurante quando l’utente va a cliccare sulla loro proposta economica. Comunque panico. Anche perché è chiaro che Vladimir un dominio del genere non lo cederà mai. Ne ha molti altri, del tipo ‘docplayer’, con svariate estensioni. Il più famoso è docplayer.nl. Non ha pubblicità, almeno io, al contrario di altri blogger, non ne ho ravvisate. Ma se decidesse di mettere AdSense su OGNUNO dei siti ‘docplayer’ di sua pertinenza, farebbe in un giorno molto di più di quello che io potrei offrirgli per l’acquisto. Chi glielo fa fare di cedere qualcosa che gli dà visibilità immensa? Per un testo sotto diritti, poi?

C’è un modulo da compilare se qualcuno vuole il ritiro di un file PDF presente nell’immensa biblioteca di docplayer.it, pare che siano anche molto celeri nelle risposte e nelle rimozioni. Ma il punto non è che io voglio scrivere per eliminare dal sito quello che è mio, il punto è che quel contenuto su quel sito non ci poteva e non ci doveva stare. E’ chi ce l’ha messo che non lo poteva fare. E vallo a pescare, ora, il maramaldo che ha uploadato illecitamente il mio libro.

Comunque, come vi dicevo, panico totale! Non mi ridanno i miei 149 dollari più tasse pagate.

Ma c’è una via di salvezza:

“Please confirm that you would like us to proceed with attempting to contact the domain owner of DOCPLAYER.IT or prefer a refund now.”

Insomma, se chiedo un rimborso SUBITO i 149 dollaroni fruscianti più VAT me li ridanno. E certo che ci rinuncio subito, che sono scemo? Sono un blogger, sono un curioso, sono un indagatore di questi misteriosi intrighi del web, sono un denunciatore di piccoli e grandi misfatti informatici, sono un debunker dei debunker, ma non sono mica la Banca d’America e d’Italia! Rispondo alla mail che voglio il rimborso subito. Stamattina apro il mio conto PayPal e, finalmente, eccolo qui

Sospiro di sollievo.

Per docplayer.it ci saranno altre iniziative (stavolta giudiziarie) da portare avanti. Si va avanti. Con juicio.

Tanto per chiarire…

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Qualcuno mi ha chiesto perché io continui a mantenere in prima posizione sulla mia home page i post relativi alla violazione del copyright dei contenuti di mia pertinenza.

La risposta è semplice: perché il blog è mio e ne faccio quel che mi pare, come il vecchio che coltivava tamarindi e di cui vi ho parlato qui:

Il significato primordiale e profondo del Tamarindo

Credo che rimuoverò i post dalla messa in evidenza sull’home page quando ciascuno di loro avrà raggiunto almeno 1000 visualizzazioni. Nel frattempo, per vedere le novità del blog, fate un po’ di scrolling con il mouse, oppure (meglio) iscrivetevi al nostro feed RSS che trovate qui:

https://www.valeriodistefano.com/feed

valeriodistefano.com querela solocase.cloud per violazione del diritto d’autore

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Ed ecco quello che volevo scrivere da giorni.

Sul sito solocase.cloud, e, più precisamente, all’indirizzo https://www.solocase.cloud/?s=valeriodistefano.com, vengono riportati estratti e titoli del blog, come è dimostrato qui:

Me ne sono accorto perché, facendo una ricerca su Google, la copia di solocase.cloud di un mio articolo era indicizzata prima dell’originale del mio blog. Maledetti aggregatori di news del cavolo!

Non mi è stata mai chiesta, né ho mai concesso alcuna autorizzazione a riprodurre, in tutto o in parte, i miei articoli su quel sito.

Eppure sullo screenshot che vi rappresento si parla di ben 122 articoli riportati, al momento in cui redigo queste note.

Pare che solocase.cloud non sia un sito che si occupa di informazione, come ce ne sono tanti che si avvalgono di aggregatori di feed RSS, ma una risorsa che si occupa di finanziamenti , agevolazioni, situazioni di sovraindebitamento, di difficoltà e di servizi di difesa giudiziale e tutela patrimoniale per cittadini ed imprese.

L’unico modo per contattarli è WhatsApp, o la compilazione di un modulo apposito per la richiesta di informazioni e di assistenza.

Cosa c’entra dunque il mio blog? Mi occupo di diffamazione, di cattivo giornalismo, di radioascolto, di difesa del copyright e del copyleft, di cultura libera, di scuola, di politica, di giustizia, di privacy e di mille altri temi che lì per lì mi vengono in mente.

Ma, soprattutto, con quale diritto questi signori mi ripubblicano? Lo dicono loro:

“La rete Adessonews è un aggregatore di news e replica gli articoli senza fini di lucro ma con finalità di critica, discussione od insegnamento, come previsto dall’art. 70 legge sul diritto d’autore e art. 41 della costituzione Italiana”

Io sono notoriamente un ignorante, cosa dirà mai l’art. 70 della legge sul diritto d’autore? Eccolo:

1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.
1-bis. E’ consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma.
2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell’equo compenso.
3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.

Si può, dunque, riprodurre un’opera o una parte di un’opera (e i miei articoli sono “opere dell’ingegno”, anche se il mio ingegno è estremamente limitato), deve essere fatta a scopo didattico (e non mi sembra questo il caso. qui non si insegna niente a nessuno), scientifico (e non mi sembra neanche questo il caso), di discussione o di critica. E non mi sembra questa la nostra circostanza, visto che, collegandosi con il sito, non appare nemmeno un modulo per lasciare commenti, annotazioni, reazioni. Non esistono un indirizzo mail, un indirizzo fisico, un’interfaccia su cui esprimere le proprie opinioni sull’estratto riportato. Gli articoli non vengono riportati con una dicitura del tipo “Valerio Di Stefano, sul suo blog afferma quanto segue, ma noi pensiamo, invece, questo, questo e quest’altro” (questo è lo scopo di critica). Gli estratti vengono riprodotti sic et simpliciter, senza ulterori orpelli, mezzi o contenuti di discussione.

E l’articolo 41 della Costituzione cosa c’entra? Per puro scrupolo vediamo anche quello:

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Cosa c’entra il mio blog con la libera iniziativa privata? Nulla. Se vogliono svolgere la loro attività sono liberissimi di farlo, ma senza ripubblicare estratti e citazioni dai miei articoli. E questo è (quasi) tutto.

Ma chi sono questi signori? Da una ricerca sul whois, la loro identità è ignota. Per motivi di privacy o di opportunità hanno omesso i loro dati (nome e cognome del registrante, mail di riferimento, numero di telefono del responsabile), ma sappiamo che il dominio è stato registrato presso Aruba S.p.a, dove risiedono l’indirizzo IP e i server della risorsa.

Con l’assistenza dell’Avvocato Laura Avolio del Foro di Teramo, abbiamo proposto denuncia-querela contro solocase.cloud, per violazione dell’articolo 171, lettera a-bis della legge sul diritto d’autore (reato perseguibile d’ufficio), riservandoci il diritto di costituirci parte civile ed opponendoci fin d’ora all’emissione di decreto penale di condanna. Vi terrò informati.


AGGIORNAMENTO DEL 14/07/2020: solocase.cloud ha ripubblicato questo articolo (che resterà in prima posizione sul blog per una decina di giorni) in forma di estratto sulla pagina che vi ho segnalato. Al peggio non c’è mai fine!


AGGIORNAMENTO DEL 23/07/2020:

Il nostro lettore Francesco Pellegrino mi fa notare che solocase.cloud ha un indirizzo apposito in cui chiedere di rimuovere i FeedRSS dall’indicizzazione e dalla pubblicazione dei post sul loro sito (reperibile al link https://www.solocase.cloud/cancella-articoli-dallaggregatore/). Mi dice che la questione è semplice e che sarebbe bastato che io avessi agito in questo modo.

No, la questione non è affatto semplice. Non sono io che devo richiedere la rimozione dei contenuti DOPO che LORO li hanno inseriti indebitamente. Sono LORO che PRIMA mi chiedono l’autorizzazione a farlo, poi, se io dico di sì, vanno avanti tranquilli. Una strategia analoga è anche quella utilizzata da docplayer.it. Insomma, questi intanto pubblicano di tutto e tutto quello che vogliono, grazie a queste ripubblicazioni guadagnano clic, salgono di posizione sui motori di ricerca (ve l’ho detto che su Google alcuni articoli miei vengono prima nella copia di solocase.cloud che dalla fonte originale), guadagnano con le inserzioni grazie ai contenuti altrui. Poi, se qualcuno si lagna, riempe un modulino, grazie tante e chi si è visto si è visto.

No, cazzo, non è così che funziona!

E non la finiscono più di copiare: il caso de “La Giara” di Luigi Pirandello e del Collège Sismondi.ch

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E non finisce più. Questa mattina, facendo due ricerche veloci su Google, ho notato che sul sito italiano.sismondi.ch è stata riportata la mia audiolettura de “La Giara” di Luigi Pirandello.

TUTTE le mie inutili audioletture, così come TUTTI i miei inutilissimi libri (ciarpame, insomma), sono coperte da copyright, e NON sono distribuite sotto licenza Creative Commons. Quindi, tanto per cambiare, ci vuole la mia autorizzazione, autorizzazione che, nel caso in specie, non mi è stata richiesta né ho concesso.

Ho deciso, però, di lasciar perdere e di richiedere al collegio in questione, trattandosi di una istituzione scolastica ed essendo stata ripresa la risorsa a fini educativi e non commerciali, di autorizzare il prosieguo dell’utilizzazione, spiegando però che dovranno apporre una dicitura che indichi che l’opera è sotto copyright. Ecco il testo della mail che ho mandato tramite un modulo appositamente messo a disposizione (l’indirizzo e-mail del collegio non c’è sul sito, e ho dovuto rifarmi alla sezione “contatti”!). Ho notato che sul sito c’è scritto che tutti i contenuti sono distribuiti secondo una licenza Creative Commons. Beh, la mia lettura de “La Giara” no. E non voglio che le modalità di diffusione vengano alterate. Solo classicistranieri.com può distribuire le mie letture. Punto. Gli altri non devono fare altro che chiedermi un’autorizzazione (che, peraltro, quando è successo, non ho mai negato a nessuno).

Gentili Signori,

ho notato che alla pagina

https://italiano.sismondi.ch/spazio_lavoro/spazio-di-lavoro-per-il-gruppo/archivio-alberto-cairoli/4it-df02/pirandello/luigi-pirandello-la-giara-1/view

è riportata la mia audiolettura de “La giara” di Luigi Pirandello.

Vi informo a tal proposito che TUTTE le mie audioletture riportate sul sito classicistranieri.com da Voi correttamente segnalato, sono coperte da copyright, non sono rilasciate sotto licenza libera (e non possono essere quindi assimilate alle regole di una Creative Commons) e hanno bisogno del mio consenso preventivo per essere ripubblicate. Tuttavia, trattandosi di un uso a scopo meramente educativo e considerata la natura del Vostro sito web, sono lieto di permetterVi di continuare l’uso dell’opera così com’è, avendo però cura di correggere le informazioni della pagina inserendo la seguente dicitura: “(C) Valerio Di Stefano – Tutti i diritti riservati – Redistribuito su gentile concessione gratuita”.

Attendo una Vostra risposta in merito e vi saluto cordialmente.

Valerio Di Stefano
per classicistranieri.com
+393395823XXX

Vediamo che cosa e, soprattutto, SE risponderanno. Vi terrò informati.

Il sito è corredato da una Breve riflessione sul diritto d’autore, che culmina nella citazione di una frase di Erri De Luca:

Il diritto d’autore si fonda su una presunzione di primizia e originalità e sulla buffa pretesa che alle storie si possa applicare un brevetto.

Ebbene, sulle storie, come quella della Giara di Pirandello, non ci sono brevetti (Pirandello è morto da più di 70 anni, quindi la sua opera è in pubblico dominio). Sulle interpretazioni (per quanto cialtronesche e amatoriali come la mia) sì. Erri De Luca ha cannato. Ma cannato di brutto.


AGGIORNAMENTO DEL 13/07/2020: Considerato che il Collegio, o qualche suo responsabile, non hanno risposto alla mail che vi ho riportato, assistito dall’Avvocato Laura Avolio del Foro di Teramo, oggi abbiamo inviato la seguente comunicazione al Direttore (o “Dirigente Scolastico”, come si dice in Italia):

Download (PDF, 58KB)


Ho appreso che sul link https://italiano.sismondi.ch/letteratura/autori/Pirandello/sei-personaggi-in-cerca-dautore/lagiara.mp3/view viene diffusa una seconda copia della mia audiolettura de “La Giara” di Luigi Pirandello, in una sottocartella che si chiama “Sei personaggi in cerca d’autore” (cosa c’entra la novella “La Giara” con l’opera teatrale dei sei personaggi ancora non è chiaro). Ebbene, su questo link appare la lettura nuda e cruda, senza la dicitura dell’autoe (grazie!) della provenienza (grazie!!) o della tutela dei diritti  -anzi, c’è il logo della licenza Creative Commons, che indurrebbe in errore il lettore – (grazie ancora!!!). Vi lascio ogni speranza, o voi ch’entrate, e lo screenshot relativo:

PS: Di Pirandello ho letto anche “Ciàula scopre la luna”. Com’è che di quello non gliene frega niente a nessuno?

AGGIORNAMENTO DEL 13/08/2020:

Aggiornamento: il Collège Sismondi di Ginevra non ritira le raccomandate

docplayer.it ripubblica abusivamente il mio “Difendere la privacy”

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Ho appena appreso che il sito docplayer.it ha ripubblicato, senza che io l’abbia minimamente caricato sul suo server, e senza la mia autorizzazione il mio libro “Difendere la privacy (e colpire gli scocciatori al portafoglio)”.

Qui la pagina che lo dimostra. La dicitura “Tutti i diritti riservati” è regolarmente (e sbadatamente) riportata nel titolo della pagina

in cui è visibile l’edizione PDF del file

Faccio presente che le mie inutili opere letterarie e non, inclusa “Difendere la privacy”, sono sotto Copyright. Non sono, cioè, liberamente riproducibili senza la mia specifica autorizzazione. Non sono sotto licenza Creative Commons, né, tanto meno, sotto licenza GNU. Le edizioni cartacee sono diponibili presso vari editori di self-made-booking (nel caso di “Difendere la privacy” è possibile acquistare il libro presso lulu.com). Le edizioni elettroniche sono tutte disponibili sulla mia biblioteca digitale classicistranieri.com. Sono gratuite, non voglio una lira per questo, chi vuole può scaricarli liberamente e senza nessun costo, ma non può, ad esempio, cederli ad altri, redistribuirli, metterli su altri siti (come è capitato con docplayer.it), includerli in biblioteche virtuali o cd e dvd rom, rivenderli, usarli a fini di lucro o di profitto a meno che io non glielo permetta.

L’articolo 171 della legge sul diritto d’autore recita:

Salvo quanto previsto dall’art. 171-bis e dall’articolo 171-ter è punito con la multa da euro 51 (lire 100.000) a euro 2.065 (lire 4 milioni) chiunque senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma:
a) riproduce, trascrive, recita in pubblico, diffonde, vende o mette in vendita o pone altrimenti in commercio un’opera altrui o ne rivela il contenuto prima che sia reso pubblico, o introduce e mette in circolazione nello Stato esemplari prodotti all’estero contrariamente alla legge italiana;
a-bis) mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa;
b) rappresenta, esegue o recita in pubblico o diffonde, con o senza variazioni od aggiunte, un’opera altrui adatta a pubblico spettacolo od una composizione musicale. La rappresentazione o esecuzione comprende la proiezione pubblica dell’opera cinematografica, l’esecuzione in pubblico delle composizioni musicali inserite nelle opere cinematografiche e la radiodiffusione mediante altoparlante azionato in pubblico;
c) compie i fatti indicati nelle precedenti lettere mediante una delle forme di elaborazione previste da questa legge;
d) riproduce un numero di esemplari o esegue o rappresenta un numero di esecuzioni o di rappresentazioni maggiore di quello che aveva il diritto rispettivamente di riprodurre o di rappresentare;
e) riproduce con qualsiasi processo di duplicazione dischi o altri apparecchi analoghi o li smercia, ovvero introduce nel territorio dello Stato le riproduzioni così fatte all’estero;
f) in violazione dell’art. 79 ritrasmette su filo o per radio o registra in dischi fonografici o altri apparecchi analoghi le trasmissioni o ritrasmissioni radiofoniche o smercia i dischi fonografici o altri apparecchi indebitamente registrati.
Chiunque commette la violazione di cui al primo comma, lettera a-bis), è ammesso a pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima dell’emissione del decreto penale di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della pena stabilita dal primo comma per il reato commesso, oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato.
La pena è della reclusione fino ad un anno o della multa non inferiore a euro 516 (lire 1.000.000), se i reati di cui sopra sono commessi sopra un’opera altrui non destinata alla pubblicità ovvero con usurpazione della paternità dell’opera, ovvero con deformazione, mutilazione o altra modificazione dell’opera medesima, qualora ne risulti offesa all’onere od alla reputazione dell’autore.
La violazione delle disposizioni di cui al terzo ed al quarto comma dell’articolo 68 comporta la sospensione della attività di fotocopia, xerocopia o analogo sistema di riproduzione da sei mesi ad un anno nonché la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 1.032 a euro 5.164 (due a dieci milioni di lire).

Sarà difficile farlo valere nei confronti della società che ha resistrato il dominio docplayer.it, visto che si trova nel Regno Unito:

ma forse sarà possibile ottenere l’oscuramento della pagina, se non dell’intero sito, per il pubblico italiano, così come è successo per quei poveracci del gutenberg.org, che di reati non ne hanno proprio commessi. Staremo a vedere, certo è che non me ne starò con le mani in mano, anzi, vi preannuncio, a tempo debito, la pubblicazione di un articolo per un fatto analogo, di cui, però, per ora non vi posso dire nulla. Sì, mi girano i coglioni. Ma a volano.


AGGIORNAMENTO DEL 13/07/2020: Per il tramite del mio legale, l’Avv. Laura Avolio del Foro di Teramo, abbiamo inviato all’intestatario del sito, con sede nel Regno Unito, la seguente lettera di diffida:

Download (PDF, 55KB)


AGGIORNAMENTO DEL 15/07/2020:

Il libro è ancora ospitato e illecitamente riprodotto sulle pagine di docplayer.it (il link è questo: https://docplayer.it/1059945-Valerio-di-stefano-difendere-la-privacy-e-colpire-gli-scocciatori-al-portafoglio-2009-tutti-i-diritti-riservati.html), e reperibile anche tramite la ricerca su Google, come dimostrato dal seguente screenshot:

Ma chi sono quelli di docplayer.it? Di che cosa si occupano? Dicono di loro:

“Forniamo gli strumenti comodi e gratuiti per pubblicare e scambiare le informazioni.” (…) “Tramite il nostro sito troverete i libri per gli esami, temi scritti e diversi manuali autodidattici. La biblioteca del sito calcola migliaia di libri e articoli dedicati a diverse discipline.”

Hanno una biblioteca di contributi notevolissima, non mi interessa sapere se siano in linea o no con le leggi italiane sul copyright, so solo che io non ho dato nessuna autorizzazione per la pubblicazione del MIO libro e tanto mi basta.

Chiunque può pubblicare un documento, anzi, ci tengono a far sapere che:

“Caricate tutto quello che volete! La dimensione dei file non è limitata. Potete pubblicare qualunque quantità dei documenti in formato PDF, Microsoft Word e PowerPoint. (…) Tutti i file caricati sul sito vengono automaticamente adattati per la loro visualizzaizone su iPad, iPhone, Android ed altre piattoforme. (…) Possibilità di mostrare documenti senza scaricarli direttament nel browser’s window. E’ molto comodo”

A parte lo svarione dei “browser’s” (non è un genitivo sassone, nè un’apocope della terza persona singolare del presente indicativo del verbo “to be”, per dirla alla Paolo Attivissimo), è da presumere che CHIUNQUE possa caricare QUALSIASI cosa. E questo non va decisamente bene. Il Wikipedia-pensiero sta facendo danni, il fatto che chiunque possa fare quello che vuole e contribuire alla realizzazione di qualunque sito fa male alla conoscenza, alla cultura libera (ma libera veramente), ai diritti intellettuali, alle Creative Commons e al web.

Ma abbiamo visto e documentato che docplayer.it è un sito intestato a 101domain.com, una società che ha sede nel Regno Unito, a cui il mio legale ha inviato una lettera di segnalazione. Ma che cos’è 101domain? E’ semplice, è un seller e reseller (un venditore, in sostanza) di domini:

Andiamo a cercare la stringa “docplayer.it” ed ecco quello a cui si arriva:

Il sito è in vendita per 149 dollari USA. Nemmeno tanto. Il mio lavoro e quello di tanti altri valgono SOLO 149 dollari. Quasi quasi me lo comprerei per svuotarlo di tutto e per mettere una pagina di avviso di violazione del diritto d’autore, se ne avessi voglia, tempo e dedizione. I soldi non sono un problema, ho dato 10.000 euro a Liber Liber, posso dare 149 dollari anche a loro. Ma preferisco spendere il mio denaro in cose più interessanti e divertenti, sigari, libri, fare la spesa, gelati, cocacola, birra, aperitivi con gli amici, connessione internet. Non ne vale certo la pena.

149 dollari per ripubblicare il lavoro degli altri. E io che gestisco una biblioteca virtuale cercando di stare attento anche alle pagliuzze e alle travi negli occhi del fratello!


AGGIORNAMENTO DEL 21/07/2020:

Il nostro lettore Andrea Lanzarotto mi comunica che il sito docplayer.it sarebbe intestato a un russo, tale Vladimir Nesterenko. Si sa che i russi sono particolarmente specializzati nelle violazioni del copyright e ormai non c’è più da stupirsi di niente. Ma sto cercando di risolvere il problema ALLA RADICE e vi terrò informati di questo. Stay tuned.


AGGIORNAMENTO DEL 23/07/2020:

Ho pubblicato il risultato delle mie ulteriori indagini informatiche sull’articolo:

Aggiornamenti sul caso docplayer.it e 101domain.com

Giornata internazionale del Pubblico Dominio: “Gone with the Wind” è fuori copyright. “Il Post” pubblica uno svarione su Antonio Machado (libero da dieci anni)

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Ogni anno il 1 gennaio è la Giornata internazionale del Pubblico Dominio. Centinaia e centinaia di opere dei più svariati autori deceduti entro il 31 dicembre di 70 anni prima si liberano dai vincoli del copyright e tutti i diritti d’autore cadono. Vuol dire che chiunque può pubblicare, riprendere, fotocopiare, distribuire, rielaborare quell’opera senza pagare nemmeno un centesimo agli eredi dell’autore, che, giustamente e legittimamente, ne hanno sfruttato i diritti economici e morali fino a due giorni prima.

Quest’anno, l’opera senz’altro più famosa a cadere in pubblico dominio in Italia è “Gone with the Wind”, la versione originale in inglese di “Via col vento” di Margaret Mitchell (deceduta nel 1949). Ve l’ho già messa a disposizione qui.

Attenzione: le traduzioni italiane di questi autori sono libere solo e se anche i relativi traduttori sono deceduti da oltre 70 anni. Questa è la legge italiana in materia, riassunta in $oldoni.

Ogni anno, in occasione di questo lieto giorno, si susseguono notizie che poi si rivelano inapplicabili in Italia. L’anno scorso entrarono in pubblico dominio opere di Agatha Christie e di Thomas Mann. Questo vale soltanto per gli Stati Uniti, non per noi.

Ma gli svarioni non mancano. In un articolo de “il Post” si afferma letteralmente che tra gli autori che cadono in pubblco dominio con questo inizio d’anno, c’è anche “il noto poeta spagnolo Antonio Machado”. Dimenticando, o non sapendo proprio per niente, che Antonio Machado è morto nel 1939 e che è già un decennio che le sue opere vengono distribuite sul web come nell’editoria. Personalmente ho messo in linea una mia pessima audiolettura delle Soledades del 1903 e una un po’ migliore delle Soledades, Galerías y otros poemas. Varie case editrici si sono occupate di ristampare nuove traduzioni dell’opera machadiana e sono tuttora in circolazione pubblicazioni col testo originale a fronte. Dispiace vedere questi svarioni perché “Il Post” è un quotidiano serio e attendibile. Ma non è detto che anche loro non possano sbagliare. Dunque, siempre adelante, pero con juicio.


Aggiornamento del 6/1/2020:

Il riferimento al poeta spagnolo Antonio Machado è stato tolto dalla pagina dell’articolo de “Il Post”. Magari un grazie, non a me, certo, ma a Silvia Bogliolo che ha segnalato via commento lo svarione… no, eh??

Copyright: sì, ma tu che ne pensi??

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Devo proprio ammettere che quando vi ci mettete siete più noiosi e pedanti di un granchio nelle mutande (era “un riccio”, ma il granchio mi sembrava più efficace). Ho scritto giorni fa una piccola riflessione sul tema del copyright e sull’emanazione della direttiva relativa da parte del parlamento europeo. Tuttavia, recentemente, una cara lettrice, che noi chiameremo per brevità Melchiorri Marusca nei Baneschi, mi ha chiesto “Sì, ma di tutta questa roba, tu cosa ne pensi??” E allora eccomi, a mio mal grado, a rispondere e a tornare sul pruriginoso argomento.

Premetto che di quello che penso io non gliene può fregare niente a nessuno, ma ho come l’impressione che si stia parlando di un gigantesco baraccone, di un ambaradan di dimensioni ciclopiche, che alla fine non sortirà che pochi e relativi effetti pratici e che andrà a colpire le multinazionali del Web e i colossi di argilla a cui queste nuove normative sono rivolte. Wikipedia può dormire sonni tranquilli, i suoi interessi sono salvaguardati, potranno continuare a chiedere soldi, fare oscuramenti estemporanei, restare nel web così come sono, e dire che non faranno mai uso di pubblicità, come se gliene fregasse qualcosa a qualcuno.

Intanto chiariamo una cosa: il fatto che tra un paio di anni questa normativa sarà recepita da tutti i paesi dell’Unione con leggi anche sostanzialmente diverse l’una dall’altra non può essere considerato un ostacolo ma una ricchezza. Per quanto riguarda l’Italia sappiamo come la pensa il Governo, che è stato contrario a questo provvedimento ritenendolo (legittimamente, ma sono sacrosanti cavoli suoi) dannoso per gli equilibri del web. Quindi è possibile che in sede di ricezione nazionale la legge possa venire modificata e maggiormente articolata. Sempre se questo governicchio riuscirà a stare ancora al potere quando se ne riparlerà in modo compiuto.

L’ articolo 15 (ex articolo 11) introduce una sorta di tassa sulle citazioni da parte degli editori e dei raccoglitori di contenuti (come Google News, per intenderci, che è la prima entità destinata a scomparire) che ripubblicano pari pari articoli giornalistici o loro parti coperte da diritto d’autore senza corrispondere alcunché agli autori. Saranno fatti salvi gli estratti “brevi” (ma la direttiva non dice “brevi” quanto).

L’articolo 17 (già articolo 13) stabilisce che sono esentate dal pagamento del diritto d’autore le citazioni, le recensioni, le parodie, i pastiche satirici, i meme (parola orribile per determinare cose orribili) e quant’altro. Regola inutile e sovrabbondante perché nella legge sul diritto d’autore italiana è fatto già salvo l’uso della citazione a scopo di critica o di discussione. Quindi il problema non si pone. Ma quello che l’articolo 17 stabilisce è che un sito che permette l’immissione di contenuti da parte degli utenti (come YouTube, per esempio) debba controllare se contributi video, testuali o audio violino o meno la legge sul diritto d’autore. Se c’è una violazione deve bloccarli. E qui c’è da riflettere. Lo stesso YouTube che ha miriadi e miriadi di filmati relativi a canzoni, brani musicali, opere, film in versione integrale, dovrebbe oscurare una serie impressionante di contenuti che la gente ha messo lì a suo bell’agio, senza pagare né multe, né diritti, né conseguenze. E se volete proprio conoscere la mia opinione in merito, sarebbe anche l’ora di finirla.

Copyright: e ora che succede??

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Allora è successo, il Parlamento Europeo ha approvato la riforma del copyright. Cosa succederà adesso? Non lo sa nessuno. Nonostante il fatto che ci sia stata una grande mobilitazione dei media sull’argomento e che ne stiano parlando con abbondanza di interventi radio, TV e giornali, nessuno ci ha ancora capito nulla (e, conseguentemente, non lo ha fatto capire agli altri). Non ci ho capito nulla nemmeno io, ma forse non c’è proprio niente da capire. So solo che per essere effettiva la direttiva sul copyright dovrà essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, e che dopo due anni gli stati membri dovranno recepirla, ognuno nel proprio ordinamento giuridico. Quindi in Italia (Paese contrario alla normativa) potrebbero trascorrere circa tre anni prima di sapere qualcosa di più chiaro, ovvero su come in quali modalità lo stato italiano intenda recepire per il proprio territorio la direttiva europea. Cosa cambierà per questo blog? Nulla. Proprio nulla. Per classicistranieri.com? Poco, anzi, pochissimo, continuerà tranquillamente ad esistere, magari con qualche scossa di assestamento. C’è un atteggiamento di generale panico su quello che queste modifiche al copyright (che sembrano epocali solo perché parlano di “equo compenso”) possono portare nel mondo del Web, l’oscuramento recente di quelli di Wikipedia ne è una testimonianza tangibile. Aspettiamo che la legge entri in vigore in Italia. Poi prendiamo due o tre respiri, recitiamo un om per rilassarci, leggiamola e applichiamola ai nostri siti. Non è un tirare a campare, non è un rimandare a domani un pericolo che si è preannunciato oggi, non è l’italico “in tre anni nasce un gobbo e va diritto”. E’ buon senso, non si può essere contrari ad una legge se questa legge ancora non c’è (fermo restando che in Italia una legge sul Copyright esiste dal 1941 -cioè, mentre l’Italia era in guerra hanno trovato il tempo e il modo di proteggere il diritto d’autore- e che chi è interessato, nel frattempo è pienamente e legittimamente tutelato). C’è solo da aspettare. Ha da passà’ ‘a nuttata.

Agatha Christie e Thomas Mann NON saranno di pubblico dominio nel 2019

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Stanno circolando notizie preoccupanti. Non si sa perché o percome ma i principali quotidiani italiani (qui lo screenshot tratto da “il Messaggero” che sbaglia perfino a scrivere Christie) stanno diffondendo la notizia che Thomas Mann e Agatha Christie saranno di pubblico dominio a partire da domani. È noto anche ai bambini che le opere letterarie di un autore entrano in vigore a partire dal compimento del 70^ anno dalla morte. Agatha Christie è morta nel 1976 e Thomas Mann nel 1955 (il fratello Heinrich -ammesso che il titolo del Messaggero si riferisca a lui- è deceduto nel 1950). Inoltre ci sono da considerare i diritti d’autore di eventuali traduttori, che devono essere anche loro deceduti da almeno 70 anni. Non ci sono eccezioni. Thomas Mann e Agatha Christie continueranno ad essere blindati fino, rispettivamente, al primo gennaio del 2026 e a quello del 2047 se tutto va bene. Autori rilevanti che cadranno in pubblico dominio dalla mezzanotte saranno, ad esempio, Vicente Huidobro (poeta cileno) e Georges Bernanos (scrittore cattolico francese). A partire da tra pochissimo, dunque, sarà possibile diffondere e utilizzare (per nuove traduzioni o adattamenti) il Diario di un curato di campagna. Ma le avventure di Miss Marple e di Hercule Poirot, le storie di Morte a Venezia e Cane e Padrone, quelle SONO e RESTANO sotto copyright. Almeno in Italia. Ripeto: andateci cauti con queste informazioni. Ma molto cauti, mi raccomando. Se proprio volete togliervi una soddisfazione, consultate la pagina dedicata agli autori in pubblico dominio che mette a disposizione Wikipedia per il 2019. Non dovrei essere io a suggerirvi di usare Wikipedia, ma in questo caso fatelo per avere un elenco orientativo della materia del contendere. Mentre scrivevo queste riflessioni RaiNews24 ha diffuso un servizio sull’argomento. Ovunque poche notizie ma ben confuse.

Copyright: in pubblico dominio le opere di Adolf Hitler. Per Anna Frank bisogna continuare a pagare

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"Mein Kampf dust jacket" by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume - This image is available from the New York Public Library's Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg
“Mein Kampf dust jacket” by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume – This image is available from the New York Public Library’s Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

Ad ogni inizio d’anno, assieme allo scintillante Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna e alla sua pallida e tisica imitazione della Fenice di Venezia, va in onda il tradizionale dibattito sulla scadenza dei diritti d’autore e su quali autori siano caduti in pubblico dominio.

Per intenderci, dal primo gennaio dopo il compimento dei 70 anni dalla morte dell’autore, chiunque può duplicare, distribuire, tradurre, pubblicare e perfino vendere (se qualcuno glielo compra) un testo di quell’autore.

I conti sono semplici: dal 1 gennaio 2016 sono di pubblico dominio gli scritti di tutti coloro (non necessariamente scienziati o letterato o filosofi) che sono morti nel 1945. Tra cui quella bella faccia di Pasqua dello zio Hitler. Dura lex sed lex, ma se qualcuno intraprendesse (e non è detto che qualcuno non l’abbia già intrapreso) la trascrizione del “Mein Kampf” e la sua messa in linea sarebbe perfettamente legittimato a farlo. Ovviamente in tedesco. Ma, ugualmente, se qualcuno conoscesse così bene il tedesco da essere in grado di tradurre in modo decente tutto il libro, potrebbe metterne in linea una versione in italiano, in francese, in inglese, o quello che sia.

Hitler in pubblico dominio, dunque, che ci piaccia o no.
Quello che invece non ci piace è il fatto che i diritti del Diario di Anna Frank, la vittima che, pure, sarebbe caduta in pubblico dominio assieme al suo orrendo carnefice, siano stati procrastinati fino a tutto il 2049. Tutto ciò per una dichiarazione della Anne Frank Fonds, la società svizzera che gestisce i diritti d’autore dell’opera, secondo la quale il Diario sarebbe frutto della collaborazione dell’opera del padre di Anna, Otto, morto nel 1980.

Si noti bene che nelle copie cartacee, sia in lingua originale, sia nelle innumerevoli traduzioni fin qui apparse, viene indicata come unica autrice Anna Frank e mai il padre Otto, sia pure come coautore.

L’intolleranza è gratis. Per le testimonianze di vita e di morte bisogna ancora continuare a pagare.

#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

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Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove
Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

Copia privata

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Il Ministro Franceschini ha firmato il decreto che impone costi supplementari sui dispositivi di memorizzazione per la copia privata legittimamente acquistata.

Per avere un dato anche solo vagamente orientativo dell’entità dei costi, basti sapere che per uno smartphone con 32 Gb di capienza, per la sola copia privata si pagano circa 5 euro che andranno a ripagare i diritti di autori ed interpreti.

In pratica, se avete comprato un CD di Carmen Consoli (ma certo, come potreste farne a meno?) e avete il suddetto smartphone potete farne una copia ulteriore a vostro uso e consumo, che so, campionando in MP3 il contenuto del CD originale. Così sarà possibile passeggiarvi la vostra artista preferita per ogni dove voi vogliate.

Ci sono altri esempi di uso della copia privata. Ad esempio quello della copia del CD-ROM pagato una pacca di denari su un hard disk esterno, oppure su una chiavetta USB.

Però c’è anche chi sullo smartphone ci memorizza le foto e i selfie che ha scattato in vacanza. O la registrazione delle prime parole pronunciate dal figlio. Sono cose sue, perché mai dovrebbe pagarci i diritti d’autore? E, soprattutto, questi diritti d’autore, a chi vanno? A Carmen Consoli per il giusto riconoscimento di aver realizzato una copia della suo opera imprescindibie o all’azienda che ha realizzato il CD ROM? Niente di tutto questo. Vengono redistribuiti in proporzione a quegli artisti che “vendono” di più. Ed è assai probabile che a Carmen Consoli per quella copia non vada nemmeno un soldo, disdetta. Per archiviare le vostre foto basterà pagare il balzello per intero. Dàte, dàte…dàte qui (possibilmente in moneta contante).

AGCOM: in vigore il regolamento sul copyright

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Da oggi siamo tutti molto meno liberi.

Si sono levati scudi di incostituzionalità, proteste, obiezioni, ma il Regolamento AGCOM sul copyright è in pieno vigore.

E se lo scopo, pur nobile, quello di combattere la pirateria massiccia, può essere condivisibile, non è da condividere il metodo per cui il detentore dei diritti di un’opera qualsiasi possa chiederne la rimozione o possa fare istanza di sequestro del sito attraverso l’Authority. Per quello ci sono i giudici ordinari.

E non è che uno dice “io non ho mai fatto nulla, sicché…”. Alzi la mano chi non ha mai fatto l’upload di un video su YouTube, magari una scena del film preferito, o un brano musicale camuffato da video come ce ne sono tanti. O chi, semplicemente, ha messo in linea il filmato del proprio matrimonio con il sottofondo dell’Ave Maria di Schubert preso da qualche disco. O, ancora più terra-terra, chi non abbia preso una foto da una testata giornalistica e l’abbia messa a disposizione su Facebook ai suoi cosiddetti “amichi”.

Voi mi direte, “ma non è reato, lo fanno tutti! Quindi a me non può succesdere nulla.” Invece non è così. Cioè, è vero che lo fanno tutti, non è vero che non sia reato.

Quindi siamo tutti nel calderone, e chi pensa di non esserci è semplicemente uno che non ha capito un cazzo della rete e della politica.

E’ certo che se a occuparsi di diritto d’autore fosse solo la magistratura si intaserebbero i tribunali, molto di più che con la diffamazione o con i procedimenti che riguardano i politici. Ma chi dovrebbe occuparsene, allora? Perché l’AGCOM? Chi è? Cosa mi rappresenta??

Nell’attesa di dare risposta a queste domande aspettiamo il primo che cade nella rete. “Sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io.”

Il Fatto Quotidiano on line abbandona la licenza Creative Commons

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C’è sempre qualcosa di gratificante nel mettere una licenza Creative Commons a un sito.

Ci si sente ganzetti, si ha la consapevolezza di far parte di un movimento culturale, ci se la tira da profeti del copyright quando va bene o, quando va peggio, da guru dell’open-source.

Pensiamo sempre di averci guadagnato qualcosa a permettere agli altri di poter fare qualcosa con i nostri contenuti (siano essi testo, musiche, foto o video). Finché poi la gente lo fa. Perché, voglio dire, glielo abbiamo permesso noi.

Dal 2005 la versione on line de “Il Fatto Quotidiano” aveva sposato anche lei una licenza Creative Commons. Poi, d’improvviso, senza dir niente a nessuno (trovatemi una sola notizia che riporti quanto vi sto raccontando) è cambiato tutto.

Ora alla pagina “Termini e condizioni d’utilizzo” (http://www.ilfattoquotidiano.it/termini-e-condizioni-dutilizzo/) si leggono frasi come:

Tutti i materiali pubblicati nel sito (inclusi, a titolo esemplificativo, articoli di informazione, fotografie, immagini, illustrazioni, registrazioni audio e/o video, qui di seguito indicati anche come i “contenuti”) sono protetti dalle leggi sul diritto d’autore e sono di proprietà dell’editore o di chi legittimamente disponga dei diritti relativi.

Inquietante, e non esattamente compatibile con la licenza Creative Commons usata fino a pochi giorni fa. Ma andiamo avanti:

Il lettore, solo per uso personale, è autorizzato a scaricare o copiare i contenuti e ogni altro materiale scaricabile reperibile attraverso i servizi del sito a condizione che riporti fedelmente tutte le indicazioni di copyright e le altre indicazioni riportate nel sito. La riproduzione e la raccolta di qualsiasi contenuto per motivi diversi dall’uso personale è espressamente vietata in assenza di preventiva autorizzazione espressa rilasciata in forma scritta dall’editore o dal titolare del diritto d’autore come indicato nel sito.

Insomma, nessuno può (più) in nessun modo, riprodurre in un suo sito personale, contenuti pubblicati da “Il Fatto Quotidiano”, come era possibile fare prima, quando era sufficiente citare l’autore, la fonte e la licenza a cui era sottoposta l’opera.

Con ogni probabilità, leggendo quanto riportato, l’applicazione che ho scaricato gratis e mediante la quale leggo il giornale sull’Android sfruttando il feed RSS del sito web, è illegale. E illegali sono (o, meglio, “diventano”) i bannerini pubblicitari che i programmatori che lo hanno realizzato hanno posizionato in fondo alla schermata per tirar su due lire. Per tirarle su, si badi bene, sull’applicazione, non sui contenuti. Potrei essere diventato un delinquente solo per questo?

Wikipedia non ha ancora registrato la variazione. Lasciamogliela ancora per qualche tempo giusto per ricordarci di quando eravamo più liberi. E di quando lo erano anche Padellaro & C.

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