O debunker siamo con te, meno male che Paolo c’è

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Paolo Attivissimo lo ha annunciato: andrà in mongolfiera e varcherà il confine tra la Svizzera e l’Italia, dimostrando all’universo mondo che lui Jules Verne e il suo “Cinq semaines en ballon” li piglia di tacco.

Purtroppo però c’è stato un inconveniente: ha dovuto rinviare l’impresa a data da destinarsi perché, si veda il caso, in Svizzera, a volte (ma solo a volte) piove. O comunque ci sono delle condizioni meteorologiche avverse. Disdetta disdettaccia, non potrà gettare la zavorra a terra e levarsi nell’alto dei cieli col pallone aerostatico. Vincenzo Monti non gli dedicerà nemmeno un poema estemporaneo, come fece col suo diretto antenato, il signor De Mongolfier.

Naturalmente l’evento è stato sbandierato e pubblicizzato per tutto l’orbe terracqueo: blog e social in primo luogo, come si deve e si confà a uno che vede i morti, che si compra la Tesla, che chiama “Sammy” la Cristoforetti e che ha lavorato per la Boldrini.

E pensare che io negli ultimi 10 anni avrò preso sì e no una ventina di volte un coso che mi ha portato a varcare i confini di più stati e staterelli, menandomi ben oltre le nuvole, anche se pioveva: si chiama “aereo”. E non l’ho mai detto a nessuno.

Il senso di Paolo Attivissimo per il diritto penale

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Paolo Attivissimo è ‘nu bravo guaglione. Scrive di spazio, di informatica, dà la caccia alle bufale, vede i defunti, incontra gli studenti nelle scuole, scrive manualetti per diventare debunker ad uso degli studenti e dei docenti (che, altrimenti, senza il suo aiuto, non saprebbero che cosa fare), realizza trasmissioni radiofoniche, partecipa a conferenze, ma non ha il benché minimo senso del diritto. Anzi, a sentir lui, ci sarebbe di che andare in galera per il solo fatto di avere una connessione internet.

In un suo recente articolo sulla annosa questione della privacy dei messaggi inviati tramite WhatsApp (in cui, peraltro, non fa che ripetere cose trite e ritrite) scrive:

“(…) bastano i metadati per dimostrare che avete comunicato via WhatsApp con una persona sospettata di reato: spetterà poi a voi spiegare come mai avete comunicato e di cosa avete parlato.”

Non vi preoccupate, non è vero niente. Intanto non mi risulta costituisca un illecito penale il semplice comunicare con persone sospettate di reato o anche indagate dalla magistratura. La libertà di corrispondenza esiste anche per i detenuti, figuriamoci per chi non ha fatto nulla. Nessuno di noi è tenuto a sapere se il proprio corrispondente è indagato o, semplicemente, sospettato di reato. L’importante è che il contenuto della comunicazione non costituisca reato a sua volta. Perché se scrivete “Mi porti un grammo di Maria” siete dei coglioni, ma se scrivete “Ciao, come stai?” non avete nulla da temere. Ma, soprattutto, non siete VOI che dovete dimostrare di non avere nulla a che fare con eventuali accuse, formali o informali che siano, ma è l’accusa che deve dimostrare che voi avete commesso un reato. Non si può capovolgere lo Stato di diritto: tu mi accusi, tu devi cercare le prove, io mi difendo. E’ così che funziona.

Poi c’è gente che è stata truffata in un acquisto on line e gli scrive (perché scrivono a lui, non si rivolgono mica alla magistratura, alle Forze dell’Ordine, agli avvocati, no, scrivono a lui) per avere indicazioni su come comportarsi. Lui risponde così:

“La polizia interviene raramente in casi come questi perché il costo ai contribuenti di un’indagine di questo tipo (oltretutto probabilmente infruttuosa) sarebbe largamente superiore all’importo sottratto. E andare da un avvocato per promuovere un’azione legale sarebbe molto più costoso della somma che le è stata tolta.”

E’ una visione assolutamente distorta e atipica di come vanno le cose: la polizia e le Forze dell’Ordine DEVONO indagare, perché in Italia l’azione penale è obbligatoria. Basta che ci sia una denuncia da parte del cittadino vittima di reato. La polizia non può guardare il valore venale della truffa e calcolare poi se agire in base a quanto costerebbe quell’operazione al contribuente. Succederebbe solo che se una persona con un’arma giocattolo (rapina a mano armata) portasse via un cioccolatino da un bar, quel reato non sarebbe perseguito perché la cosa rapinata è di tenue valore rispetto al costo per la collettività, mentre se una persona disarmata ruba (furto) un diamante la polizia si darebbe da fare, pur perseguendo un reato di gravità nettamente inferiore rispetto al primo.

Poche idee ma ben confuse. Ma gli conviene?

Paolo Attivissimo e i gabinetti spaziali

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Questa sera, a Forlì, Paolo Attivissimo terrà un incontro.

Il debunker, cacciatore di bufale (sempre povere bestie!), blogger, divulgatore instancabile, traduttore diplomato, nonché, per l’occasione, one-man dello show serutino, ha già registrato il tutto esaurito.

L’argomento è di fondamentale importanza e di precipuo interesse: i gabinetti nello spazio.

Quale gioia! Già vorremmo iniziare a correr lieti e gàrruli pei prati e pei giardini e addobbare di fiori i nostri veroni. Chissà cosa ci sarà da apprendere, chissà come potremo formare la nostra cultura e la nostra mediocre intelligenza davanti a un argomento di siffatto valore di discussione!

Nel tripudiante annunzio, Attivissimo ammonisce:

“Ovviamente l’argomento è serio”

E chi lo mette in dubbio? Siamo tutti serissimi. Non vediamo l’ora.

“ma non troppo”

Detto così sembra l’indicazione per l’esecuzione orchestrale di un brano di musica sinfonica.

“per cui la conferenza è indicata anche per i bambini, che di solito si divertono quanto e più dei grandi.”

E certo. Ce li vedo i bambini a divertirsi come nessuno e a battere forte le manine e a sorridere nell’apprendere, loro che assorbono come spugne ogni branca del sapere, se le deiezioni umane di AstroPippo, AstroPluto o AstroSempronio vengono raccolte in appositi contenitori e opportunamente trattate, o se il cosmo è un insieme di stronzetti vaganti che ruotano, ciascuno per loro conto, attorno a un’orbita e destinati a schiantarsi nell’impatto inevitabile con la ionosfera.

Guardate, non sto scherzando. Ammiro molto Paolo Attivissimo. Perché ha questo sottile gusto per il faceto, per le cose piccole, un po’ come le mirycae di pascoliana memoria. Può legittimamente permetterselo: la cosa più bella che gli sia capitata è stata acquistare una Tesla, la cosa più brutta che abbia vissuto in vita sua è stato l’incontro coi terrapiattisti e coi negazionisti. Ha perfino visto i defunti, raccontando la sua esperienza per filo e per segno sulla rivista “Le Scienze”, e chi sta meglio di lui?

Quindi stasera tutti a Forlì a parlare di pipì cosmica, di cacca spaziale, di sacchetti, di padelle e pappagalli spaziali. Ci sarò anch’io. Forse.

La pulce nell’orecchio: per una disamina di uno scritto di Paolo Attivissimo (da leggere con attenzione ma anche con molta, molta pazienza)

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Gira che ti rigira, con la mia immarcescibile tendenza a non credere neanche all’evidenza e complici le mie notti insonni ho trovato una cosina proprio bellina.

Complice il link fornito nella home page del blog di Paolo Attivissimo, ho scoperto, buon ultimo (last but not least!), una pubblicazione curata dal blogger in questione e intitolata “Come diventare detective antibufala”. L’autore ci riferisce che si tratta di una guida “commissionata da MIUR e Camera dei Deputati”.

Orbene, io non so se Paolo Attivissimo abbia percepito o meno un compenso per questo suo lavoro. So solo che “Gratis” è morto e che “A poco prezzo” sta poco bene. Ma questo non mi importa. Indubbiamente la stampa e la distribuzione di questo fascicoletto saranno costate del denaro pubblico, e come contribuente ho il diritto di sapere come vengono impiegati i denari che pago regolarmente ogni anno fino all’ultimo centesimo e senza sconti. Poi, incidentalmente, ma solo incidentalmente, svolgo una attività lavorativa proprio per il MIUR, di cui non amo parlare troppo in pubblico, ma che mi dà il dovere, etico e professionale, di controllare che tipo di contenuti vengono proposti agli alunni delle scuole italiane e, per traslato, anche ai miei.

Si tratta di un file PDF liberamente scaricabile. Ma il server non è quello del blog di Attivissimo. Il file in questione è bensì residente sul sito generazioniconnesse.it. Non conoscendone le clausole sul diritto d’autore non posso fornirvelo qui. Posso, però, citarne alcuni passaggi e contenuti iconografici a scopo di discussione o di critica. Perché questo mi consente la legge italiana sul copyright. E questo farò.

L’esordio è addirittura fulminante:

Che culo che ho! Scoprire una bufala (povere bestie!) è facile. Bastano qualche minuto del mio tempo e un po’ di talento per riuscirvi. Il primo ce l’ho in abbondanza, il secondo, ritengo, in quantità almeno sufficiente. Sono a cavallo. Diventerò anch’io uno “smascheratore” e potrò cavalcare le onde dell’oceano del debunking.

Via, che ho tutto da imparare!

Qual è il primo contenuto che Attivissimo addita come falso agli studenti che seguono i suoi consigli? Questo:

Ciò che mi colpisce non è tanto la notizia in sé o chi siano in realtà le persone ritratte nell’immagine (un meme, Attivissimo nella pubblicazione usa anche una discutibile variante plurale di questo sostantivo, già orrendo di per sé, “memi”, ma non lasciamoci fuorviare) quanto un particolare aggettivale: quel “boldriniane” che appare nella prima riga.

Laura Boldrini è stata Presidente della Camera dei Deputati, la stessa che (non so se durante il suo periodo di reggenza o meno) ha commissionato a Attivissimo la realizzazione dell’opuscoletto. Ma c’è di più. Fu proprio Laura Boldrini a volere il blogger tra i collaboratori della task force contro le fake news istituita dal ramo del Parlamento da lei presieduto. E’ lo stesso Paolo Attivissimo il primo firmatario dell’appello sottoscritto dalla Boldrini e contenuto nel sito bastabufale.it. Non è certamente una colpa, questo va da sé, anzi, è un diritto. Ma, come si suol dire, controvento si può andare, contro chi ti dà lavoro o gloria, davvero no.

Dopo una serie di consigli di buon senso, che anche mia nonna sarebbe stata in grado di dare, arriva il primo grassetto:

“(…) la tua arma più potente contro le fake news è non fare nulla.”

Ma non dovevo diventare uno smascheratore di bufale? E com’è che a pagina 3 del trattatello, tutto d’un tratto, mi si consiglia di non fare nulla? Nulla è sempre meno di poco, diceva la mi’ nonna Angiolina, e per contrastare una fake news non basta certo non contribuire alla sua diffusione. Occorre smascherarla (appunto!) perché per una persona di buon senso che la riceve sul web, c’è un esercito di coglioni pronto a farla diventare virale. Non siamo in Piazza Tien An Men dove un solo uomo ha tenuto fieramente testa a una fila di carri armati. Questa è internet, bellezze, dove la reduplicazione dei contenuti è la conditio sine qua non per la loro conservazione in saecula saeculorum, amen!

A pagina 10 c’è una sezione intitolata “Come trovare un video”. Ma certo, i nostri alunni, senza i consigli del debunker, non saprebbero come altrimenti fare. Sono dei nativi digitali, perbacco, scaricano film piratati con la stessa facilità con cui sputano per terra, soprattutto se si tratta di video pornografici. Non è colpa loro, sono i loro argomenti! Sono generi di primaria necessità per la crescita del loro equilibrio psicofico, figuriamoci se non li individuano in tre secondi e due decimi netti!

Pagina 11 (puff puff…):

“Chiedere educatamente le fonti di una notizia non è peccato: non significa mettere in dubbio la reputazione di chi la sta diffondendo. Significa semplicemente cercare chiarezza e certezze, ed è un tuo diritto oltre che il dovere di un buon giornalista o investigatore.”

No, mi dispiace ma non è così. Non è un diritto. Anzi, una delle regole di un buon giornalista è proprio quella di non rivelare MAI le sue fonti a chi gliele chiede. Un noto collega di Attivissimo, David Puente, che fa parte di una task force govermativa sul controllo delle fake news, ha chiesto recentemente a un sito web di fornire le prove di quanto asseriva. Lo hanno mandato a spigare e chiesto provvedimenti nei suoi confronti al direttore del giornale per cui lavora. Non è vero che chiedere è lecito e rispondere è cortesia, nossignori. Se chiedi delle robe del genere ti mandano a quel paese senza passare nemmeno dal via. Oppure ci dica Attivissimo, per favore, cosa si aspetterebbe da una risposta a una richiesta del genere. “Venga pure”? “Ecco le nostre fonti così come ci ha richiesto”? “Sposi la figlia del direttore responsabile”? No, ce lo dica perché siamo curiosi assai.

Invece lui rassicura:

“Anche una mancanza di risposta è un indizio prezioso.”

No. Una mancanza di risposta è una non-risposta. E poi indizio di che cosa? Della malafede del giornalista o della testata? Del fatto che sono in imbarazzo? Ma via, c’è gente nel giornalismo che ha i contropeli sullo stomaco! Non rispondono neanche a lui, figuriamoci a uno studente di scuola secondaria di primo o di secondo grado. Ve lo immaginate? “Ho letto sul vostro giornale che esisterebbe o sarebbe esistita una trattativa stato-mafia. Sono uno studente liceale che deve preparare la tesina per l’esame di stato, mi direste per favore quali sono le vostre fonti? Qualche pentito eccellente? Qualcuno dei servizi segreti? Eh? Eh??” Ma via…

Il consiglio in caso di insuccesso? Questo:

Cioè, se non vi rispondono raccontatelo in giro. Un bel sistema per farsi ulteriormente prendere per le natiche, non c’è che dire.

Chi ci può aiutare nel nostro neolavoro antibufale?

“(…) puoi usare Wikipedia per avere una prima infarinatura di un argomento”

Ma certo, Wikipedia, come no, è arrivata la panacea di tutti i mali! Wikipedia, quella che si fa hackerare i template con le svastiche, quella che dice di sé di non poter garantire l’affidabilità dei contenuti. Non usate la Treccani, per carità, aveste per caso a imparar qualcosa! Andate, piuttosto, andate su Wikipedia che vi “infarina” lei. Magari imparerete anche voi che Léon-Robert de l’Astran è veramente esistito.

Non esiste solo internet, naturalmente. L’autore consiglia il suo pubblico di adolescenti di cercare un

“(…) esperto nella materia, o qualcuno che a sua volta conosce una persona competente: un medico, una pilota d’aereo, un militare, un ingegnere, un fisico.”

Ma certo, che ideona! Del resto chi è che non ha un pilota di aereo a portata di mano? La mia vicina di casa pilota velivoli cinque giorni la settimana, gli altri due li passa ad accudire marito, figli, lavare, spazzare, passare il cencio per terra, innaffiare le piante, fare da mangiare, pulire, lavare i piatti, stirare, fare tre lavatrici di mutande merdose e rientrare i panni stesi se piove. Ma lo fa così, per diversivo, per sport, per il resto la sparano quotidianamente a 10000 metri di altitudine, sì, sì. Che poi questi ragazzi andrebbero educati (educati, perbacco!) ad avere fonti di prima mano. Non a chiedere al vicino che conosce un panettiere, che è figlio di un avvocato che ha difeso un pilota che conosce un astronauta che al mercato mio padre comprò.

“Molti utenti pensano che Internet sia uno spazio ancora incontaminato e libero, dove tutti possono esporre le proprie opinioni alla pari, senza condizionamenti e influenze economiche, ma non è così, per ragioni tecniche e commerciali.”

Ma parli per sé, che ha un blog ospitato su Blogspot e deve sottostare alle regole (anche economiche) di quella piattaforma. Questo blog ospita delle pubblicità da cui trae piccoli, piccolissimi proventi ma non deve proprio rendere conto a nessuno in quanto a libertà di contenuti. Sono io che decido se ospitare la réclame o meno. Non sono loro che mi dettano le condizioni. Se voglio o non fanno quello che stabilisco per questo luogo virtuale le tolgo domani mattina.

“Ma oggi c’è anche una motivazione nuova: il guadagno diretto tramite la pubblicità online. Ci sono persone e aziende che creano siti Web o profili nei social network e li usano per pubblicare notizie false sensazionali su qualsiasi argomento, che attirano visitatori che le credono vere e le condividono con i propri amici sui social network: più visite e condivisioni generano, più guadagnano grazie alle pubblicità che ospitano.”

Non è vero! La maggior parte delle pubblicità presenti su un sito web viene pagata per ogni clic ricevuto (Google AdSense). Io in un giorno posso ricevere anche cento milioni di visite, ma se nessuno mi clicca sugli avvisi io non guadagno un accidente di niente. Altri tipi di pubblicità vanno a percentuale sugli ordini fatti. Se io mostro una pubblicità di Amazon l’utente deve PRIMA cliccarci sopra e poi ordinare da quel collegamento. Io guadagnerò una percentuale sulle vendite. Ma in quel momento e SOLO ALLORA, non prima. Per guadagnare VERAMENTE sulla pubblicità bisogna avere dei volumi di traffico come quelli di un quotidiano on line. Allora lì sì che si comincia a ragionare. Viceversa i gatti avranno poca trippa da mangiare.

“Se vuoi capire realmente il processo di creazione di una notizia (vera o falsa), crea un sito o un blog e prova a scrivere tu il resoconto (o lo sbufalamento) di una notizia. È un esercizio di buon italiano, di pensiero organizzato, di ricerca, di pianificazione e di progettazione informatica.”

Cioè? Lui che riprende i SUOI utenti perche fanno i “maestrini” di italiano (vedi qualche post indietro) sui suoi commenti, auspica addirittura un esercizio di “buon italiano”? Il mondo ha decisamente preso a girare alla rovescia, non c’è che dire.

In TUTTA la pubblicazione non c’è un solo cenno che sia uno alla necessità di non usare materiale protetto da diritto d’autore. Neanche mezza riga. Eppure i nostri studenti scambiano le foto reperibili in rete per materiale libero e finiscono per fare dei disastri senza sapere che stanno commettendo un crimine. Sarebbe stato almeno carino fare un cenno a questo aspetto.

In conclusione di questa inutile filippica osservo solo una cosa: i debunker di stato vengono spesso invitati come esperti del settore dell’informazione informatica e di rete a tenere incontri e conferenze nelle scuole. Parlano coi nostri figli, espongono questi ed altri contenuti nei loro incontri, magari sotto l’occhio benevolo di qualche dirigente scolastico che ritiene, in perfetta e assoluta buona fede, di aver reso un servizio utile per la loro crescita, informandoli delle conseguenze di un errato uso del web. E i nostri figli ci credono, per forza, cosa vuoi fare, non li puoi mica fermare. L’adulto, che è dall’altra parte della cattedra, o il conferenziere, sono le figure che sanno quello che loro non hanno ancora appreso. E quindi tendono a fidarsi. E’ normale che sia così. Se non ti fidi di chi le cose le sa o sostiene di saperle, di chi ti fidi? Ma sono i nostri figli, perbacco. Non è colpa loro se sono dei contenitori vuoti, e non è proprio obbligatorio riempirli con informazioni sbagliate, come l’uso di Wikipedia come elemento “infarinante”. Pensiamoci bene. E quando un debunker viene nella scuola dei nostri figli, dove i nostri figli studiano, si formano, crescono, si innamorano e si incontrano quotidianamente rivolgiamoci al Dirigente Scolastico o al coordinatore di classe e chiediamo spiegazioni. Avremo senz’altro tutto da guadagnarci e niente da rimetterci. Sono i nostri soldi destinati all’istruzione PUBBLICA che vengono impiegati per questi progetti didattici. Sono i nostri figli i primi e più diretti destinatari di questi contenuti. Cerchiamo di stare attenti!

Paolo Attivissimo si è comprato la PEC

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Paolo Attivissimo non si è comprato solo la Tesla usata, no. Ha deciso di investire alcuni denari del suo patrimonio personale, frutto del suo sacrosanto lavoro e delle donazioni dei lettori del suo blog in una casella di Posta Elettronica Certificata.

Lo si apprende da una timida correzione dei suoi recapiti, nella colonna a destra della sua creazione informatico-spazial-filoanglista (in senso meramente linguistico, quest’ultima, si badi bene).

Eppure era proprio lui a nutrire dei forti dubbi su questa modalità di trasmissione della comunicazione telematica.

Un giorno un avvocato gli scrisse una PEC, sulla sua casella di posta elettronica tradizionale. Rivendicava di presunti diritti di un suo cliente in forma piuttosto bizzarra. Comunque sì, si può fare. Le caselle di PEC possono inviare messaggi a indirizzi non certificati. E da un indirizzo non certificato le PEC si possono leggere. Facendo un paio di manovrine in più (non è difficile, suvvia) ma si possono leggere. Il mittente riceve una ricevuta di inoltro. Nessuna ricevuta di consegna, ma intanto con quella ricevuta ci si possono parare le terga (non so se l’hai ricevuta o no, io comunque te l’ho mandata). Ho una PEC e ho fatto il calcolo che quando ho inviato DUE messaggi certificati in un anno me la sono bell’e che ripagata. Senza contare lo stress di fare le file all’ufficio postale per l’invio di una raccomandata.

Ma non è tanto la materia del contendere che ci interessa, in questa sede, quanto quello che diceva il responsabile del blog in proposito:

“Io non ho una PEC, e a quanto pare la casella di mail dell‘avvocato non accetta una mail non PEC. Abitando in Svizzera, non ho alcuna intenzione o necessità di fare acrobazie burocratiche per procurarmi un indirizzo PEC per rispondere a un singolo messaggio.”

E conclude l’articolo con una frase che indubbiamente mette timore e ci induce a ritirarci piangenti nel grembo di nostra madre a chiedere genitoriale protezione:

“Sono un tipo tranquillo. Ma se non mi lasciate in pace, mordo. E non mollo.”

E va be’. Però adesso la PEC ce l’ha. Com’è questa storia? Affari suoi.

Quello che c’è da sottolineare nella politica editoriale di Paolo Attivissimo e che colpisce l’attenzione del lettore (almeno la mia) è che QUALSIASI evento che afferisca alla sua vita personale diventa “notizia”. L’acquisto di un’auto elettrica (Dio mio, sarà forse il solo ad averla, in Svizzera? No di certo. Ma è il solo a farne articoli per il suo blog), quello di un nuovo dispositivo digitale, il successo dell’installazione del sistema operativo Linux (notoriamente non ci è MAI riuscito nessuno), le fotografie della sua famiglia e dei suoi gatti (quasi tutti abbiamo una famiglia, anche se debbo riconoscere a malincuore che non tutte le famiglie hanno anche dei gatti, Monsieur de Lapalisse oblige!).

Il male non è che tutto diventi PUBBLICO (Facebook è piena di gente che posta foto dei propri mici, come se fosse una cosa importante), il male è che tutto diventa NOTIZIA, quando va bene. O, quando va di stralusso, fonte di guadagno. Alludevo poc’anzi all’installazione di Linux. Ricorderete perfettamente che Attivissimo scrisse molti anni fa un libro per i tipi di Apogeo. Si intitolava “Da Windows a Linux”. E già a quel tempo lì costava 42000 lire, che, allora, erano pur sempre una bella pacca di denari. Voglio dire, è un libro! Capisco che tu debba campare dei suoi proventi e che questo sia il tuo lavoro, ma, giusto cielo, viviamo in un regime di libera concorrenza e di libero mercato, il che significa che se mi girano le balle te lo lascio lì e ti arrangi.

Ecco, tutto quello che passa dalle mani di Paolo Attivissimo diventa, come per incanto, una “case history”, dall’errore di ortografia di un titolista negligente di un quotidiano nazionale, all’ennesima impresa spaziale (pallosissime queste ultime), dalla lettura di un libro di fantascienza (nulla a che vedere con la letteratura, dunque), alla definizione di una vicenda di carattere legale (ricordo molto bene che rispose a una mail del mio legale di fiducia IN PUBBLICO, e questa è stata una scorrettezza innegabile). E potrei andare avanti ancora per un paio di chilometri.

Dalla sciocchezza alla notizia il passo è breve, e riconosco a Paolo Attivissimo una notevole abilità in questa dedizione prestidigitatoria. Ma gli conviene?

Paolo Attivissimo e i “maestrini” d’italiano

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(clicca sull’immagine per ingrandirla)

Un utente, durante una discussione su un tema marginale nel blog di Paolo Attivissimo, corregge un altro utente sull’uso dell’italiano. Dice che “molto pochi” è un’espressione scorretta nella nostra lingua, trattandosi evidentemente di un ossimoro.

Fa capolino il padrone di casa che lo prega di evitare “di fare il correttore di bozze”, perché si tratta di una conversazione, non di un compito in classe.

L’utente gli fa eco chiamandolo “Sig. Attivissimo” (mostrando quindi, oltre che una fondata dimostrazione dei suoi argomenti, anche un doveroso e ossequioso rispetto formale nei confronti di chi lo ospita, il che non guasta) e chiarendo che si tratta di un errore molto diffuso, non certo di un errore di ortografia o di diteggiatura.

Mal gliene incolse, perché l’autore del blog incalza e, insistendo a dargli del tu, gli intima di non mettersi “a fare il maestrino di italiano”.

I fatti sono questi.

Cioè, LUI dice agli ALTRI di non fare i maestrini? LUI che corregge l’inglese in punta di bacchetta (diploma di liceo linguistico) all’agenzia ANSA e consiglia di non usare la propria lingua madre se non la si conosce?

LUI che due anni fa ha accompagnato alla porta, escludendola, una utente SOLO per le sue opinioni sulla lingua inglese, accusandola di “pisciare sul tappeto in salotto”?

Ma se a me un utente venisse a correggere uno svarione grammaticale o di ortografia come minimo io lo ringrazierei, per aver contribuito a rendere più corretto il mio contributo. Invece lui corregge l’ANSA e l’ANSA giustamente gli risponde picche. Anzi, non gli risponde proprio. Il fatto, poi, di trovarsi nel bel mezzo di una conversazione non ha nessun pregio: è piacevole, anche in una conversazione informale sentire utilizzare un italiano corretto. Soprattutto in una conversazione scritta, destinata alla lettura è perfino auspicabile che si scriva con un minimo di decenza. E invece taccia i suoi ospiti di “maestrini”. E infila Françoise Sagan tra gli scrittori di lingua inglese (è noto che la romanziera in questione scrivesse in francese).

Si sa, i “maestrini” sono persone scomode, specie quando dicono la verità. A meno che il “maestrino” non lo faccia lui.

I debunker di Stato e le “number stations”

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Quando ascoltavo la radio con regolarità e maggior dedizione, spazzolando le onde corte, ricettacolo di sorprese e di soddisfazioni, capitava spesso, soprattutto in certe bande di frequenza, di imbattersi in stazioni che trasmettevano numeri.

Numeri, solo numeri. Ore, ore e ore di cifre. Dall’uno allo zero. Una palla micidiale.

Non erano propriamente nocive, diciamo che rompevano parecchio i coglioni e tanto fa.

Uno degli stati europei che maggiormente faceva uso di questa tecnica (vòlta a comunicare che cosa non si saprà mai), era la DDR. O la Germania Democratica. O la Germania dell’Est, chiamatela un po’ come vi pare.

Era incredibile. Si sentiva solo eins! zwei! drei! null! fünf!… e viandare.

Voglio sperare che quelle trasmissioni siano state irradiate con l’ausilio di una voce sintetizzata (solitamente femminile), perché vorrei vedere chi fosse stato, allora, così malato di mente da leggere in diretta e di persona tutto quell’accrocchio matematico.

Ma, voglio dire, già quando ascoltavo la radio io, quel fenomeno era roba vecchia.

Oggi invece torna improvvisamente di moda, come il vintage, il vinile o i pantaloni a zampa di elefanti. Il tutto grazie a Paolo Attivissimo, debunker di stato della prima ora.

Ci voleva lui, attraverso un programmillo che gestisce e co-conduce per la Radio Svizzera, a spiegarci che cos’erano le “numbers stations”. Perché se no da soli non lo sapevamo. E pensare che generazioni e generazioni di patentati radioamatori ci si sono sbattezzati il cervello senza venirne a capo. Ma non c’è bisogno di scomodare un radioamatore con tanto di licenza. E’ sufficiente avere un po’ di curiosità, e affacciarsi con umiltà oltre la noia dell’FM e l’attuale anarchia totale delle onde medie. Voglio dire, c’era, c’è stato e c’è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno, come cantavano i Matia Bazar.

E’ così. L’attualità di un argomento non viene più affidata alla sua verificabilità storica, ma al fatto che un giornalista iscritto a un sindacato svizzero, con qualche adepto al seguito, ne parli. Qualcuno di questi debunker verrà a dirci, un giorno, che il sole sorge tutte le mattine. E allora dovremo anche ringraziarlo per averci svelato un siffatto mistero, perché per conto nostro non ci saremmo mai arrivati.

D’altronde, cosa aspettarci da persone che, come diceva (stavolta giustamente) Burioni, in vita loro non hanno mai visto nulla di peggio di un negazionista dello sbarco sulla Luna, o un complottista, o un terrapiattista o un no-vax dell’ultima generazione?

C’è poco da fare, sono fatti così. Ma gli conviene?

“Addio e grazie per tutto il pesce” (So long and thanks for all the fish): lo spieghetto

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Or non è molto che ho pubblicato un post riepilogativo sulla squallida vicenda giudiziaria che ha visto coinvolto, sia pure marginalmente e di striscio, il mio blog, salutando il querelante con la frase “Addio e grazie per tutto il pesce” (So long, and thanks for all the fish) che subito i miei amici e lettori più pignolini, tra cui la Essebì (stavolta non QUELLA Essebì, ma un’altra) mi hanno chiesto che cosa significhi.

Si tratta, come alcuni di voi sapranno, del titolo del quarto volume della “trilogia” (eh, sì, i nerd e gli aficionados del genere si divertono con poco) “Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams, o robaccia paraletteraria del genere.

E’ un’opera (va be’, parlare di “opera” in questo caso mi sembra esagerato, ma è tanto per capirci) che piace tanto a Paolo Attivissimo, e questa mi sembra un’ottima ragione per non leggerla. Solo che in questo volume ci sono i delfini che abbandonano la Terra, dopo averla conquistata, e salutano l’infelice genere umano (cui essi sono intellettivamente e politicamente superiori) con questa frase. Come a dire, sì, va bene, ci avete nutriti fino ad ora, grazie, ma noi ce ne andiamo da un’altra parte e qui finisce il nostro rapporto.

La frase tornò prepotentemente di moda quando l’astronauta Samantha Cristoforetti la usò per mandare un tweet conclusivo della sua missione spaziale del 2015 (l’11 giugno, precisamente).

E chest’è! Anzi, no. Sempre la seconda Essebì di cui sopra, incuriosita, mi ha chiesto di rivelarle l’identità dell’ignoto querelante. Non ci penso minimamente a farlo. Perché nei tribunali non esiste chi è conosciuto e chi è sconosciuto, chi ha tanti soldi e chi non ha i mezzi nemmeno per difendersi. Esiste solo chi ha torto e chi ha ragione. E io ho avuto ragione. Punto. Ora andiamo avanti.

I friarielli di Paolo Attivissimo

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Paolo Attivissimo si è imbattuto in un problema di linguistica computazionale mica da ridere, è roba che farebbe tremare i polsi a chiunque non abbia la sua competenza linguistica e non sia un giornalista informatico come lui è, grazie all’iscrizione a un sindacato svizzero.

C’è un suo fan che gli ha segnalato, nientemeno, che se chiede a Google Translator di tradurre l’espressione “salsiccia e friarielli”, il marrano risponde con un “boh” lungo tre chilometri e mezzo. Bisogna capirlo, questo per una persona che la cosa più pericolosa che ha visto in vita sua è stato un complottista, che spende il suo tempo a cercare di convincere il prossimo che gli UFO non esistono (ma perché, gliene frega qualcosa a qualcuno se gli UFO non esistono??) e che è abituato a informarsi su Wikipedia, è un problema insormontabile, o, comunque, di una certa entità.

Ma Google Translator ha fatto semplicemente il suo modestissimo e sporco lavoro. Non sa cosa sono i friarielli, nessuno glielo ha insegnato, oltretutto non si tratta nemmeno di una parola italiana, ma importata direttamente e pedissequamente dalla lingua napoletana, è normale ricevere una risposta del genere da un accrocchio automatico e c’è solo di che ringraziare il cielo che qualche programmatore premuroso abbia fatto sì che il “Boh?” appaia ogni qual volta una parola o un’espressione non rientra nell’immenso database su cui si poggia l’accrocchio medesimo.

Ma c’è di più. Attivissimo riferisce che l’assistente vocale di Google, al contrario del suo confratello, fornisce la traduzione “Sausage and broccoli” e la definisce anche una traduzione abbastanza corretta. Ora, evidentemente Paolo Attivissimo non ha mai mangiato salsiccia e friarielli, perché si dà il caso che i broccoli stanno ai friarielli come io sto alla fisica quantistica. I broccoli sono cavoli, i friarielli sono rape. Lo scrive anche lui stesso su un suo post (perché, non vuoi dedicare un post a Google Translator che non sa tradurre “friarielli”? E’ proibito, forse?) riprendendo una definizione da Wikipedia (e da dove, se no?? Sulla Treccani? Ammesso che ci sia farebbe proprio brutto!). Quindi quella traduzione non è affatto accurata. Fine delle trasmissioni.

Invito Paolo Attivissimo a riconciliarsi al più presto con la cucina partenopea, davanti a una salsiccia e a una porzione di friarielli ripassati in padella come si deve. Assaggerà l’intraducibile. Con buona pace dei broccoli.

Paolo Attivissimo e l’accento sul nome italiano del Monopoli

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Sempre per la serie “Chi debunka i debunker?”, eccovi un preziosissimo intervento di Paolo Attivissimo sul suo account Twitter.

Si chiede, il Nostro, perché si dica /Monòpoli/ in italiano e /Monopòly/ in inglese. Ovvero perché l’italiano si sia permesso il lusso e l’ardire di spostare l’accento tonico della parola, facendola diventare sdrucciola, anziché mantenerla piana, rispettando doverosamente quanto atttestato nella lingua di Albione che Egli perfettamente conosce per essere bilingue (ha, inoltre, un diploma di Liceo Linguistico, unico titolo di studio ufficiale di cui si abbia una qualsivoglia notizia).

Ma sì, ma come si permettono le lingue nazionali, di venir meno a quanto dettato dal calco originale? Se l’accento era sulla o perché spostarlo? Per il semplice fatto che le lingue fanno quello che vogliono, prendono a prestito espressioni e parole da altre lingue, le adattano, se del caso, alle loro necessità, oppure ne coniano di proprie, senza chiedere il permesso a nessuno. Questa è la vera ragione. Non c’è nessuna spiegazione per cui in italiano si dica /xcògnac/ invece che /cognàc/, non siamo obbligati a seguire i francesi. Così come gli spagnoli non sono obbligati a seguire le altre lingue neolatine e dicono /farmàcia/ e non /farmacìa/. Qualcuno, più sommessamente e modestamente, gli fa notare che il nome del popolare gioco da tavolo, è stato importato in italiano in piena epoca fascista, quando i forestierismi erano banditi. E’ sembrato soddisfatto della spiegazione.

Resta, comunque, la venerazioni, quasi pedissequa, che Paolo Attivissimo nutre nei confronti della lingua inglese, che è solo UNA delle 6500/7000 lingue parlate nel mondo, e che sebbene sia lingua veicolare o parlata da milioni e milioni di cittadini nativi, non ha nessun diritto di affermarsi e di affermare le proprie regole sulle altre. Ognuna vive di vita propria. Sono cosette che qualsiasi studente di Lingue o Lettere che sostenga il primo esame di glottologia dovrebbe sapere. Non sono anomalie, è la vita.

Quando anche Paolo Attivissimo conseguirà un laurea (che per il momento mi risulta non abbia) e vincerà un regolare concorso per l’insegnamento dell’inglese nella scuola pubblica, allora potrà darci lezioni sugli accenti tonici. Viceversa, mi dispiace, ma anche no grazie. Non è colpa mia se sul suo blog ha estromesso dai commenti una utente dopo che aveva detto che non le piace l’inglese.

Paolo Attivissimo, le banche e i file PDF

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Guardate che queste, come diceva l’immenso Oliver Hardy, “sono cose che potrebbero far piangere anche un uomo grande”.

Il povero Paolo Attivissimo è stato coinvolto in una intollerabile provocazione nonché ingiustizia di burocrazia informatica e adesso mette, giustamente, a conoscenza dell’accaduto tutti i suoi fans e adepti. Perché vigilino in saecula saeculorum e stanghino a dovere chiunque si rivolga a loro con le stesse modalità operative.

Pensate che un istituto di credito a cui il Nostro si era rivolto (e di cui NON fa il nome) ha avuto l’ardire e la sfacciataggine di chiedergli un modulo sottoscritto in formato PDF. Cioè, cose che non si sono mai viste prima d’ora nella storia disgraziata dello sventurato genere umano. Lui fornisce quanto richiesto con la diligenza e l’attenzione che da sempre lo contraddistinguono. Fornisce fronte e retro del documento in DUE files PDF separati. Solo che la banca ha da ridire (hhhsssss!!! Come osa??) perché, a suo parere e secondo le regole che si è data, questa documentazione deve essere fornita in fronte-retro sì, ma in UN solo file PDF.

E’ ovvio che una richiesta del genere non poteva che mandare su tutte le furie il Superlativo, il quale ha dedicato all’argomento ben cinque tweet, se no l’argomento non sarebbe stato sufficientemente elucubrato, a perenne monito delle generazioni future, come se le sue parole fossero scolpite sul granito. Un lascito per l’eternità.

Cosa può fare a questo punto il Nostro? “Spiegare al funzionario che la garanzia di autenticità non funziona nemmeno lontanamente così e che non sono l’ultimo arrivato in informatica”. Già, perché glielo spiegherebbe LUI come stanno le cose al suo interlocutore, perché evidentemente non le sa. Del resto non è colpa sua se mettono dei totali incapaci al servizio del pubblico. E già che c’è gli spiegherebbe anche che LUI non è esattamente l’ultimo venuto in fatto di informatica, anche se ha un blog e un account Twitter che corrispondono alla denominazione “Disinformatico” (e se lui si autodichiara tale, non vedo perché non credergli).

Glielo spiegherebbe, ma non lo fa. E perché non lo fa? Ce lo dice lo stesso Superlativo: “Non ha senso cercare di educare l’inetto in un momento del genere (è una procedura delicata e personale, ci sono altri coinvolti). Se questo è il suo livello di comprensione dell’informatica, non sarà certo un mio spiegone a fargli vedere la luce.”

E certo, perché una persona che svolge il proprio lavoro, per il solo fatto di chiedere un documento digitalizzato in un certo modo, è automaticamente un inetto. Attenzione, NON è una persona che applica le direttive dell’istituto di credito in cui lavora. E’ un inetto, punto e basta. Perché lo dice lui. E ora si capisce anche perché non ha fatto il nome della banca. Perché se l'”inetto” si fosse riconosciuto o potesse essere identificabile attraverso le sue informazioni, Attivissimo avrebbe rischiato una bella querela per diffamazione (e non sarebbe la prima).

Insomma, Attivissimo scende dalla cattedra, rinuncia alla sua funzione di docente (per la quale mi risulta non possegga nessun titolo o abilitazione specifica, conseguita mediante regolare concorso) e accetta di accontentare l'”inetto” inviadogli in maniera compassionevole il file compilato secondo gli standard richiesti. Il file va bene.

Tutto finito?? Ma no, neanche per sogno. Qualcuno si è azzardato impunemente a dare al Nostro dei consigli informatici per risolvere il suo problema. Sapete com’è, la gente ha il maledetto vizio di commentare, è una cosa bruttissima, ma purtroppo esiste la libertà di pensiero e di opinione, nonché la possibilità di esprimerla dovunque uno creda. E, come se non bastasse, purtroppo c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi. Dannazione. Ma Paolo Attivissimo ha una soluzione per tutto: “Aggiornamento: ho silenziato tutti quelli che si sono sentiti in dovere di farmi lezioni d’informatica.”

Bravo, per Dio, così si fa! Che la gente non si permetta mai più, e che questo rimanga a monito dei posteri.

C’è poco da fare, comunque la si giri aveva sempre ragione Oliver Hardy.

I detriti del vettore cinese cadono nell’Oceano Indiano. Paolo Attivissimo sbaglia previsione.

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Insomma, alla fine Paolo Attivissimo l’ha cannata di brutto. Aveva previsto che i resti del razzo cinese caduti sulla Terra sarebbero finiti nell’Oceano Pacifico, invece sono andati a terminare i loro giorni nell’Oceano Indiano, perché si dà il caso che gli indiani un Oceano ce l’abbiano anche loro.

Il nostro chiosa con tre righe, tra le quali inserisce quanto segue: “La fame di panico dei giornalisti irresponsabili può andare a cercarsi un altro boccone avvelenato da dare in pasto ai lettori.”

Lo scrive lui. Che si autoproclama “giornalista” per il solo fatto di essere iscritto a un sindacato di categoria svizzero, mentre in Italia, vivaddìo, occorre essere iscritti a un ordine ben specifico e fare tanto di gavetta (non basta avere un blog per essere qualificati “giornalisti”, no davvero), che la cosa più grave che ha visto in vita sua è stato un complottista, che ha un diploma di liceo linguistico ma imbarazzantemente scambia il verbo “pouvoir” (che in francese esiste) con il verbo “pouver” (che in francese non esiste), che confonde lo spagnolo col portoghese, che sul suo profilo Twitter ha una percentuale altissima di follower inesistenti, che su Instagram ha talmente pochi follower rispetto ai numeri sciorinati del suo blog, che è costretto a postare solo foto di gattini, che banna dal suo blog chiunque osi dire che ha in antipatia la lingua inglese (guai a toccargliela, come se una parlata che non ha nemmeno uno straccio di flessione verbale fosse da considerarsi una lingua!) e via riepilogando.

Così, tutto, inevitabilmente, si riduce a un “effetto Streisand” imbarazzante per il Nostro, ma non può farci niente nessuno. Oggi riapriamo tranquilli le finestre.

Paolo Attivissimo e la caduta del razzo cinese

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Insomma, stanotte ci tocca stare attentini perché un cazzino di razzo cinese potrebbe, in via del tutto ipotetica, frantumarsi e venire a cadere sui nostri pur capienti ceppioni.

Dalle 2,36 ora italiana, la Protezione Civile ci ha consigliato di starcene tutti in casa stoppinati e ha messo in stato di allerta anche la Regione Abruzzo, tra le altre regioni del Centro-Sud Italia. Rischio assolutamente minimo, per carità, però la possibilità di ritrovarsi un bullone cinese nel giardino di casa c’è. Questo perché non si sa bene che cosa lancino su per aria e, soprattutto, cosa ci ritorni sulla terra quando quel troiaio avrà finito di bruciarsi nell’impatto contro l’atmosfera terrestre.

Naturalmente, anche di fronte a quello che dice la Protezione Civile, c’è chi minimizza. Il solerte Paolo Attivissimo lancia la sua inevitabile crociata contro le bufale (povere bestie!) e contro gli allarmismi, dichiarando seraficamente che i detriti di questo razzo-spazzatura andranno a finire nell’Oceano Pacifico. Beh, un po’ distantino l’Oceano Pacifico dall’Italia centro-meridionale. Se ha dati così aggiornati e precisi, perché la Protezione Civile ci avrebbe imposto un coprifuoco nel coprifuoco?

Il Nostro, infatti, scrive, tra l’altro: “Chiunque dica che rischia di cadere in un luogo preciso sta dicendo una stupidaggine.” Se ne deduce che la Protezione Civile stia dicendo una stupidaggine, visto che il Superlativo usa scientemente, alla stregua del codice penale, il “chiunque” di ordinanza. Naturalmente ne sa molto più lui della Protezione Civile, tant’è che chiosa: “Non c’è nessun pericolo significativo: la storia è una patetica montatura costruita da ciarlatani, acchiappaclic e incompetenti.” Beh, lui che ciarlatano non è, e che non è, tanto meno, incompetente o acchiappaclic ci chiarisce che “le probabilità che frammenti significativi colpiscano qualcuno sono microscopiche; quelle che colpisca proprio voi ancora più infinitesimali”.

Grazie tante, ma personalmente preferisco non rischiare. Se proprio ci tiene che ci vada lui in giro di notte per la Svizzera (che, oltretutto, è piccola, e con un buon passo, di notte, si gira quasi tutta) a non rischiare (oltretutto mi risulta che il territorio svizzero non sia tra le zone a “rischio”). Se no venga a mangiarsi una cofana di arrosticini (che tanto non li sputa!) in Abruzzo e se ne stia a pancia satolla a guardare le stelle ed il cielo, nessuno glielo impedisce.

Si lamenta che la stampa riferisca di “scienziati” che preannuncerebbero “ingenti danni e pioggia di detriti”. Io non lo so se questo sarà vero o no, non sono uno scienziato. E non lo è nemmeno lui. Quindi come si permette, dall’alto del suo diploma di liceo linguistico, di rassicurare il suo popolo di lettori? Con quali basi scientifiche? Ce lo dice subito lui, citando Aerospace.org, l’astronomo Phil Plait, l’EU Space Surveillance and Tracking, e Space-track.org. Quanto è bello fare gli oroscopi per sentito dire. Un po’ come quelli che “io non so niente ma l’ha detto mio cugino”. Ed eccola, la previsione: “Probabilmente finirà nel Pacifico, semplicemente perché il Pacifico è immenso e copre gran parte della Terra.” Insomma, se il Pacifico occupa la maggior parte della Terra ha più possibilità di azzeccarci. E’ chiaro che Attivissimo non vi dirà mai che, probabilmente, l’accrocchio cinese andrà a finire in Liechtenstein. O nel Principato di Andorra. O nello Stato della Città del Vaticano. E’ come dire che c’è un’altissima possibilità che un essere umano su tre sia di nazionalità cinese (e grazie tante, i cinesi sono quasi tre miliardi di persone!).

Ma, come vi ripeto, io credo di più alla Protezione Civile che a uno col diploma di quinta superiore che va in giro con la Tesla. State in casa anche voi.

Certi numeri di Paolo Attivissimo – The Revenge –

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Sempre per la serie “chi debunka i debunker?”, ovvero il “chi controlla i controllori?” su cui dovrebbe basarsi ogni atto vagamente democratico, guardiamo un po’ in casa di Paolo Attivissimo, giusto per non dimenticarci dei superlativi.

Non è facile fargli i conti in tasca, i numeri che lui ufficializza a beneficio del seguito che ha, sono troppo scarsi e disomogenei fra di loro. Prendiamo, a puro titolo di esempio, il numero delle visualizzazioni del suo blog: fino a due giorni fa erano 102436684 (sì, avete letto bene, oltre 102 milioni di visualizzazioni dichiarate). Ma questo è un dato assolutamente sterile. Cosa vuol dire? Che 102 milioni e passa di utenti hanno cliccato per la prima volta sul suo blog o che, più verosimilmente, si tratta di un numero complessivo di visualizzazioni delle pagine, per cui, poniamo il caso, un singolo utente ha visitato 10 post? E da quanto tempo vengono raccolti questi 102 milioni? Dall’inizio del blog o dall’implementazione del contatore? Quanti visitatori di ritorno ha il blog di Attivissimo? Perché immagino che lo zoccolo duro di “aficionados” faccia la dovuta differenza. Sono tutte cose che non sappiamo. Né che Attivissimo, pignolino com’è, ci permette di sapere. Quindi registro l’imponente numero, sì, ma con dovuto beneficio di inventario.

Andiamo a vedere Twitter. Fino a due giorni fa i suoi follower erano 417.082. Un numero infinitamente minore rispetto ai 102 milioni dichiarati sul blog. Come mai? Non sappiamo neanche questo. Quello che sappiamo di certo è che il 56% del numero dei follower dell’account di Attivissimo corrisponde a persone REALI, mentre il resto sono fake o account fasulli. Mi baso, per l’analisi, sui dati forniti da www.twitteraudit,com, che ho già fornito, a suo tempo, qui:

https://www.valeriodistefano.com/twitter-facciamo-i-conti-in-tasca-a-paolo-attivissimo-e-david-puente.html

E Instagram? Sì, perché il Nostro è anche su Instagram. Appena 3059 follower a tutt’oggi. Invero un po’ pochini, rispetto ai 102 milioni e spiccioli di visualizzazioni, ma anche ai 417 mila e rotti follower di Twitter, di cui non rappresentano nemmeno il 10% (e come si potrebbe avere il 10% su un numero costituito anche da account fake?). E che cosa posta Paolo Attivissimo di tanto interessante su Instagram? Bufale smentite? Foto dallo spazio? Difese d’ufficio di Samanta Cristoforetti? Immagini dello studio dove registra la sua trasmissione radio? No, gatti! Sempre gatti, solo gatti e fortissimamente gatti. Gatti, gattini, gatticelli, gattarroni. E’ roba interessante? Assolutamente no. Ma i numeri, che sono quelli che ci interessano davvero, non tornano e non sono convincenti. Qualcuno, prima o poi, si piglierà la briga di spiegarceli.

Ma ‘ndo’ vai se il tuo drone non ce l’hai?

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Paolo Attivissimo, negli ultimi giorni, ha lanciato ai suoi estenuati lettori un quiz: sei in una zona senza copertura cellulare. Hai un telefonino e un drone. Cosa fai?

Eh, guardate che sono interrogativi sui quali uno non dormirebbe la notte, cose che farebbero piangere anche un uomo grande. Perché, si sa, chi è che quando va in giro e rischia di trovarsi in una zona senza copertura cellulare non si porta dietro un DRONE? Se non hai un drone non sei nessuno, almeno evita di recarti in zone impervie o comunque non raggiunte dal segnale del tuo gestore di telefonia mobile, pazienza se ti tratta di una galleria sull’autostrada, dove se non hai segnale il drone puoi cacciartelo dove credi meglio. E, oltretutto “non ha un’autonomia sufficiente a raggiungere un luogo abitato”. Insomma, la sfiga delle sfighe.

No, dico, ma si può?? L’amletico interrogativo è nato nella mente fertile e produttiva del Nostro, a seguito dell’esperienza di un gruppo di viaggiatori escursionisti, in Australia rimasto bloccato in un’area isolata. Se la sono cavata, ma i soccorritori hanno loro raccomandato di portarsi un “localizzatore satellitare d’emergenza”, che non si sa mai.

Ma se non avete un drone, statev’ alla cas’!!

Paolo Attivissimo sbaglia gli accenti in spagnolo e confonde lo spagnolo con il portoghese

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Paolo Attivissimo (“diploma in lingue”, secondo quanto riferito da Wikipedia), nel maldestro tentativo di denunciare cialtronaggine giornalistica nel trattare le cause della morte di Diego Armando Maradona (sì, è morto, però ora anche basta!), segnala che ANSA, RAI “e altre testate”, attribuirebbero il decesso del campione argentino a una “parata cardiorespiratoria”.

Brutto vizio quello di scrivere male, frettolosamente e di copiarsi l’un con l’altro le informazioni senza nemmeno dare loro un’occhiata, questo è fuor di dubbio.

Ma nel farlo, il Superlativo, spiega così l’errore commesso:

“Questa disastrosa cialtroneria collettiva deriva probabilmente dal fatto che in spagnolo l’arresto cardiaco si chiama “paro cardiorrespiratório” o “parada cardiorrespiratória”.”

Peccato che in spagnolo “cardiorespiratoria” si scriva senza accento, e che la lingua che, invece, l’accento lo vuole sia il portoghese. Chissà da dove diavolo è andato a copiare e incollare! Ve lo dico io, da Google. Andando a cercare “parada cardiorespiratoria”, questi sono i risultati:

Sui suggerimenti ci sono le due versioni. Quella con l’accento si riferisce (appunto) a pagine in portoghese dove l’aggettivo “cardiorrespiratório” si scrive con l’accento, sì, ma anche con la -rr- (doppia r!!). Insomma, questo castigatore dei giornalisti “cialtroni”, fa un pasticcio incredibile sia a livello ortografico che squisitamente linguistico.

Lui che raccomanda di rileggere sempre quello che si scrive, scivola su queste inezie e banalità.

Stavolta, però, anche noi abbiamo avuto lo scrupolo di salvare in copia permanente il suo scritto (non sia mai che legga questo blog, o che qualcuno glielo segnali, e che corregga gli errori). Lo trovate qui:

https://archive.is/Nk7eS

Ho detto.

Paolo Attivissimo, dopo la quarantena (who cares?) parla di “ca**ate”

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Era un bel po’ che non vi parlavo più di Paolo Attivissimo. Davvero, sono passati mesi. Oggi mi sento decisamente più diligente. Tanto è lui che parla di sé.

Paolo Attivissimo è stato in quarantena e ne è uscito, con la sua famiglia, i suoi adorati gatti e tutto il caseggiato che egli ama chiamare “Maniero Digitale”. Nulla di cui preoccuparsi, dunque, per la salute dei diretti congiunti del Nostro. E neanche per Lui (ché da buon superlativo ci vuole la majuscola), per fortuna, perché, parlando una volta sul serio, il male non si augura a nessuno e preferiamo continuare a parlarne per quello che dice e che scrive e non saperlo sofferente o in condizioni di difficoltà, questo mi dispiacerebbe moltissimo. Chiusa la parentesi seria, torniamo al faceto.

Cos’è successo, in pratica? Nulla, è stato a contatto con una persona positiva, la app svizzera (Paolo Attivissimo vive in Svizzera, non lo sapevate? E ha anche una Tesla, non lo sapevate?? Dovreste saperlo….) corrispondente al nostro “Immuni”, lo ha segnalato e ha ricevuto una lettera dal medico cantonale che gli prescriveva la quarantena, appunto. Che è finita.

Cosa c’è di strano in tutto questo? Nulla. A parte il fatto che lui non si limita, come fanno tanti cittadini svizzeri, a prendere atto della sua situazione, e a mettere in pratica i preziosi consigli del medico, per la salvaguardia sua e della sua famiglia, no, lui non è contento finché questa circostanza non l’ha raccontata all’universo mondo. Insomma, tutti devono sapere, attraverso il suo blog, che lui è stato sottoposto a quarantena.

Ma, voglio dire: è una notizia? No, si tratta solo di un particolare sulla salute di un privato cittadino (svizzero, perché non so se sapete che Attivissimo vive e lavora in Svizzera), che casualmente ha un blogghino, che costituisce un dato sensibile, e che riguarda non soltanto lui, ma anche la “Dama del Maniero”, come affettuosamente chiama sua moglie.

L’occasione ha dato il “la” per una dissertazione sul funzionamento dell’app svizzera (perché non so se ve l’ho ancora detto che lui vive in Svizzera) per il tracciamento dei contatti delle persone positive (funziona bene? Ci fa piacere!) e per pubblicare la lettera del medico succitata.

Cioè, non solo “cui prodest?”, ma soprattutto “who cares??” Voglio dire, io sono stato in ospedale per due mesi e poi per altri quattro in clinica riabilitativa, eppure non ho mai messo in linea uno straccio di documento medico che mi riguardasse, nemmeno il foglio fanale delle dimissioni con la scritta “Tutto bene, sono tornato a casa”. Semplicemente ho quasi interrotto le pubblicazioni del blog, salvo qualche raro e sporadico intervento, e poi bon, finita lì. A chi interessava (o doveva interessare) il certificato del mio medico curante che mi imponeva di stare a riposo? A nessuno, appunto.

Perché Paolo Attivissimo NON E’ un personaggio pubblico. Ha scritto diverse cose, è diventato famosetto, lo chiamano in televisione sulla Nove per metterlo in onda alle 23,30 (così fa concorrenza a “Un giorno in pretura”), lo chiamano di qua e di là per tenere quelle che lui chiama “conferenze”, ha una voce su Wikipedia in cui si dichiara che ha un diploma in lingue (titolo che in Italia non esiste, tutt’al più un diploma di liceo linguistico, che non è la stessa cosa), probabilmente se può permettersi una Tesla usata invece che una Panda nuova a benzina guadagna anche diversi soldini più di me. Ma è e rimane un PRIVATO cittadino. Che una volta scriveva via mail dei gattini messi nella bottiglie, delle truffe via posta elettronica. Insegnava agli imbecilli come me a installare Linux, a come difendersi dai virus… poi, d’improvviso è cambiato. L’11 settembre, sulla Luna ci siamo andati, la fantascienza, le imprese nello spazio, Astroquello, Astroquellaltro, e lui che conosce gli astronauti quindi sa quello che dice, si è fatto un account Twitter che ha una buona percentuale di followers di dubbia provenienza (insomma, non si sa bene se siano bot o human beings), litiga con Burioni che gli dice (giustamente) che la cosa più grave che ha visto in vita sua è stato un complottista, scrive alle redazioni dei giornali per ogni nonnulla qualificandosi come “giornalista informatico” (in Svizzera -perché non so se lo sapete, ma il Nostro vive in Svizzera-, basta iscriversi a un sindacato per avere questa qualifica, non come da noi che c’è un ordine che vigila, e va a finire che ciascuno scrive un po’ quello che gli pare), come per esempio l’aver pubblicato una pubblicità mascherata da notizia. Che, voglio dire, basta guardare in fondo a un articolo qualsiasi e ci sono un sacco di link pubblicitari a notizie o pseudotali che l’utente medio spesso può confondere, e invece sono solo i feed di Taboola. E invece no, se la prende, con “OggiTreviso”, che gli ha anche intimato di mettere off line IMMEDIATAMENTE l’articolo in cui il Nostro denunciava questa piramidale nequizia, ma Lui gli ha fatto maramèo e se l’è messa alle spalle, tanto lui risponde solo alle leggi svizzere (ve lo avevo già detto che vive in Svizzera? Ah, sì??). Voglio dire, un po’ di notorietà non si nega a nessuno, ma qui si esagera.

E tornato dalla quarantena dove va? A Focus Live, per un incontro sul tema “Non condividete ca**ate”. Lo scrive proprio così, con due asterischi, come quelli su Facebook che non vogliono farsi bannare o che, peggio ancora, tirano il sasso e vogliono ritirare la mano (“Eh, ma io non l’ho detta una parolaccia, ci sono due asterischi in mezzo, gnè gnè gnè…”). E ci mette anche la sua faccia. Va be’ per carità, uno la faccia la mette dove vuole, ma bisognerebbe tranquillizzarlo, il Nostro, perché la Corte di Cassazione, già nel 2009 aveva sbolognato il termine “cazzate” dal penalmente rilevante. Che, poi, voglio dire, le cose o si dicono (e ci se ne assume tutta la responsabilità) o non si dicono. Che cosa mi viene a significare “ca**ate”?? Voleva forse scrivere “cassate” (plurale dei dolci siciliani)? Voleva dire “cannate” (dicesi di persone che si sono fatte le canne o che risultano in stato di obnubilamento)?? No, voleva proprio dire “cazzate”. Ma, siccome, l’appuntamento era previsto per le 1445, fascia oraria in cui anche i minori sono lì a guardare, forse avrà voluto, non dico di no, preservarli un pochino. Ma non è che i minori sono scemi, hanno capito benissimo dove si vuole andare a parare, voglio dire, le parolacce sono i loro argomenti preferiti, assieme alla curiosità per il sesso, al telefonino e alla Playtèscion.

Ma “ca**ate”, abbiate pazienza, non si può soffrire.

Il ritorno di fiammella della notizia delle dimissioni di Samantha Cristoforetti dall’Aeronautica Militare

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Samantha Cristoforetti si dimise dall’Aeronautica Militare il 31/12/2019.

Lo annunciò, fornendone alcune motivazioni e spiegazioni in un suo post sul suo account Twitter ufficiale, il 2/1 scorso:

Alla notizia non diedi peso, pensando che non valesse la pena parlarne, visto che si trattava di questioni personali, che nulla avevano a che vedere con la pubblicità di “AstroSamantha” (anche questa noda degli astronauti di chiamarsi “Astro-qualcosa” finirà un giorno!). E per “pubblicità” non intendo certo la réclame, ma il suo essere un personaggio pubblico.

In questi giorni, però, la notizia delle sue dimissioni sta rimbalzando di nuovo sui social. A puro titolo di esempio, ecco uno dei (tanti) post che ho trovato:

Vi si legge, tra l’altro, che:

“per ragioni politiche in Italia le preferiscano un altro astronauta, che pur essendo costato al contribuente una dozzina di milioni in preparazione non ha passato gli esami ed i test, venendo comunque promosso ad un grado militare superiore alla Nostra”

Non faccio il nome dell’astronauta che sarebbe stato preferito alla Cristoforetti (del resto non lo fa neanche il post), perché ha la rettifica facile e io non sono in grado di pagarmi gli avvocati per difendermi da eventuali repliche e precisazioni (per quelle ci sono i commenti, che sono sempre aperti a tutti).

Riporto però per intero le precisazioni (un po’ lunghine, ma non importa, abbiamo spazio) della Cristoforetti, così come riportate da bufale.net:

“Tornata da una breve vacanza con la famiglia, vorrei fare alcune brevi precisazioni a proposito delle notizie che mi riguardano riportate nei giorni scorsi dalla stampa.

È vero che mi sono congedata dall’Aeronautica Militare il giorno 31.12.2019 transitando nel complemento. Era mia facoltà chiedere la cessazione del servizio da quando, nel settembre 2019, ho concluso i miei obblighi di ferma.
In previsione di questa “scadenza” avevo informato i vertici dell’Aeronautica Militare già all’inizio del 2019 sul fatto che avrei riflettuto, nel corso dell’anno, sull’opportunità o meno di continuare la doppia dipendenza da ESA e dalla Forza Armata, resa possibile dalla legge 1114/62.

Dal 2009 sono infatti impegnata in ESA in qualità di astronauta. Da ESA dipendo per l’impiego quotidiano e da ESA percepisco lo stipendio. L’appartenenza alla Forza Armata ha avuto negli ultimi 10 anni un valore simbolico e affettivo.

Le Superiori Autorità hanno inoltre sempre saputo, perché l’ho sempre detto chiaramente, che non avevo anche per il futuro intenzione di lasciare il mio incarico in ESA. Per questo ho ritenuto poco utile interrompere le mie attività per svariati mesi per svolgere i corsi necessari all’avanzamento a Ufficiale Superiore, e vi ho quindi rinunciato, rinunciando contestualmente di mia volontà all’avanzamento nel grado.

Riguardo ai motivi per i quali mi sono congedata e alle varie ipotesi che ho letto:

1) non sto cambiando mestiere o assumendo un nuovo incarico: continuo ad essere un’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea e conto di tornare presto nello spazio;

2) non mi sento oggetto di discriminazione di genere: non posso entrare nella testa delle persone, ed è vero che siamo tutti, ma proprio tutti, pieni di bias di ogni tipo, ma io non ho motivo concreto di lamentare alcuna discriminazione di questo tipo;

3) ho avuto il massimo supporto da parte della delegazione italiana alla Ministeriale ESA dello scorso novembre, tanto che l’Italia ha ottenuto l’impegno per un secondo volo per me entro qualche anno; ho già allora manifestato pubblicamente la mia gratitudine al capo delegazione, Sottosegretario Fraccaro, e a tutto il team della Presidenza del Consiglio e di ASI, quest’ultimo guidato dal Presidente Saccoccia;

4) semplicemente, ho avuto occasione di esprimere alla Forza Armata, nelle sedi appropriate, il mio disaccordo riguardo ad alcune situazioni e, contestualmente, ho ritenuto per coerenza e per mia serenità congedarmi. In schiettezza e reciproca cordialità, senza alcuna polemica. Speravo anche con discrezione, ma su questo nulla ho potuto.

La formazione di pilota militare è un’ottima strada, seppur certamente non l’unica, per prepararsi a fare l’astronauta. In vista di una nuova selezione astronauti prevista entro un paio d’anni, mi auguro che tanti e tante giovani Ufficiali vogliano partecipare e a loro va il mio “in bocca al lupo”. Alle tante amiche e ai tanti amici che vestono l’uniforme azzurra, il mio affetto. A tutte le donne e a tutti gli uomini dell’Aeronautica Militare e di tutte le Forze Armate il mio grazie, da cittadina italiana, per il servizio che prestano al Paese. Sono stata orgogliosa di essere una Vostra collega.”

Ecco, tutto qui. La Cristoforetti ha avuto SOLO delle divergenze di opinione con l’Aeronautica, che ha fatto presenti nelle “sedi opportune”, e che costituiscono, soltanto, motivi personali (come si scriveva un tempo nelle giustificazioni quando si andava a scuola). Non si sente vittima di alcuna discriminazione di genere, se è questo che i soliti gattini da tastiera vogliono insinuare, e si è congedata spontaneamente dall’Aeronautica senza rancori e senza lasciare aspetti non chiariti in sospeso.

Perché, dunque, questo ritorno di fuochino sul web? Perché è questo che ci interessa. Il come mai una notizia di più di otto mesi fa stia ancora rimbalzando sui social, come se non si trattasse di una vicenda definitivamente chiusa, come se ci fosse ancora qualcosa da dire, da recriminare, da sottolineare, da evidenziare.

Samantha Cristoforetti si è dimessa perché sono affari suoi. Punto. Non parliamone più, adesso.

Perché è vero che non ne parla nessuno e che la notizia ha avuto poco risalto sulla stampa italiana. Ma in genere le scelte personali della gente non interessano all’opinione pubblica, anche quando si tratta di personaggi noti, conosciuti e stimati, come nel caso della Nostra.

Lasciamola cadere così, “come una cosa posata in un angolo e dimenticata“, come scriveva il Poeta.

Paolo Attivissimo (che si autodefinisce “amico” dell’astronauta) ci ha tenuto a farci sapere che alla Cristoforetti piacciono StarTreck e BattleStar Galactica (che non so nemmeno cosa sia e me ne vanto). Ecco, queste sì sono le notizie senza le quali l’opinione pubblica non riuscirebbe più a vivere!

Le metamorfosi dei debunker

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Tutto cominciò quando Laura Boldrini, nella sua veste di Presidente della Camera, decise di organizzare una task force di debunker, ovvero di giornalisti e persone che, pur non essendo iscritte all’ordine, o fregiandosi del titolo di “giornalista” perché facenti parte di un sindacato svizzero e dovendo rispondere delle proprie azioni solo alla legislazione del paese elvetivo, si occupano di “bufale” (termine orrendo), ovvero di evidenziare notizie false e tendenziose che invadono il web.

Facevano parte di quel gruppo, in ordine rigorosamente alfabetico, Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli (responsabile di butac.it, già querelato per diffamazione e oscurato dalla magistratura), David Puente e Walter Quattrociocchi. Di quell’esperienza, oltre che una sgangherata conferenza stampa e una riunione preliminare per decidere il da farsi, rimane solo un sito, bastabufale.it, che continua a raccogliere firme (non si sa di chi, non si sa quante, i nomi vengono prudenzialmente oscurati per motivi di privacy, ma i dati, anche quelli trasmissibili e pubblicabili, non sono disponibili, quindi non si sa che cosa ci faccia ancora quel sito on line) su un appello per il diritto a una corretta informazione. Nobile intento caduto nel vuoto, nonostante l’adesione di molti personaggi della cultura, dello sport e dello spettacolo, come Claudio Amendola, Geppi Cucciari, Carlo Verdone, Paola Cortellesi, Francesco Totti, Ferzan Ozpetek, Lucio Caracciolo e altri del cui nome non voglio ricordarmi, come direbbe il Sommo Poeta.

Rimane anche una polemica su una porzione di pasta all’amatriciana, che Paolo Attivissimo avrebbe consumato a sue spese durante il suo soggiorno romano. E anche la domanda, questa volta più interessante, del perché una persona come lo stesso Attivissimo che fa parte del CICAP, abbia ammesso candidamente in un suo storico post di avere visto i defunti:

C’è anche chi ha posto il problema della collaborazione di Attivissimo con “la Verità” di Maurizio Belpietro, giornale non propriamente di sinistra, dopo essere stato collaboratore di Le Scienze (diretto da Marco Cattaneo). Insomma una gragnuola di critiche e di dissensi che si abbatterono sul povero giornalista svizzero, diplomato in Lingue (secondo quanto riporta l’inossidabile Wikipedia), titolo che non esiste (esiste il diploma di Liceo Linguistico), che non fecero altro che aumentare il livello della bufera.

Fatto sta che il sito è ancora presente, e questi sono i dati del registrante secondo quanto riportato dal Whois.

Tra l’altro il browser Google Chrome segnala bastabufale.it come sito “Non sicuro”.

Ma non è finita qui. Ieri sono venuto a sapere, e con evidente ritardo (cosa volete, sono scemo, sono disinformato, o, più semplicemente, di queste cose non me ne importa un fico secco) che è stata istituita un’altra commissione, questa volta da Andrea Martella, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’editoria, in quota PD, per il contrasto alle bufale sul coronavirus. Tra i nomi dei facenti parte del gruppo, Ruben Razzante, Luisa Verdoliva, Giovanni Zagni, Fabiana Zollo, Roberta Villa, Riccardo Luna, Francesco Piccinini e, indovinate un po’, David Puente.

Mentana, che è il direttore della testata gionalistica on line “Open”, sul principio si era opposto a che Puente facesse parte del gruppo, ma il debunker più che mai di stato, ha risposto con questo lungo intervento alle riserve del suo direttore:

Oggi il mio editore, Enrico Mentana, mi aveva chiesto di non partecipare alla “task force” di esperti per combattere le fake news intorno al coronavirus. Il motivo era legato alla politicizzazione strumentale della vicenda da parte di alcuni esponenti di forze politiche.
Avevo accettato di far parte della “task force” nonostante sia una cosa molto delicata ed ero consapevole delle reazioni che potevano suscitare da più parti, non solo di una. Avevo accettato, ma seguendo le mie linee guida che chi mi segue conosce molto bene: no ai “ministeri della verità”, no alle “sante inquisizioni”, no ai bavagli o censure e operare in ambito culturale al fine di contrastare civilmente un fenomeno che danneggia tutti, nessuno escluso, soprattutto in questo momento così delicato dovuto a una orribile pandemia.
Avevo accettato per partecipare e monitorare il lavoro della “task force”, di cui riconosco figure professionali con i quali non credo di avere problemi a condividere queste mie posizioni. Avevo ritenuto sfavorevole starne fuori e poi eventualmente piangere sul latte versato da altri, almeno dall’interno potevo dire la mia e dare una mano non al Governo, ma ai cittadini e al mondo dell’informazione.
Ho parlato con il mio editore e gli ho illustrato le motivazioni che mi avevano portato ad accettare di far parte di questo progetto con il senso civico che mi contraddistingue. Ringrazio Enrico Mentana perché non mi ha obbligato, ma ha fatto una richiesta rispettando la mia eventuale decisione. Detto questo, siamo entrambi d’accordo che non sarà certo un politico, quale che sia, a impedirmi di lavorare. Continuerò il mio lavoro di fact-cheking con Open, come sempre, e allo stesso tempo farò parte della “task force” per i motivi che ho spiegato anche in questo post.
#Coronavirus

Ma qual è la storia di David Puente? Ha iniziato con la Casaleggio e Associati, occupandosi del blog e della cominicazione di Antonio Di Pietro, che esiste ancora, ma appare più come un blog personale che come quello di un ex leader politico, l’ultimo post risale al 26 gennaio 2020 e i commenti ai post sono chiusi -perché si ha così tanta paura della libertà di espressione e di dissenso?-. Successivamente il Nostro abbraccia le idee grilline, e sposa la causa di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, movimento che lascerà in tempi successivi, pur restando in rapporti cordiali ed amichevoli con Casaleggio. Il resto lo sapete, la Boldrini lo nota e lo fa suo nel gruppo di lavoro del progetto-appello anti fake news. Adesso il matrimonio con il PD che la benedizione (o, se si vuole, con il “non expedit”) di Mentana.

Roberta Villa, già collaboratrice ventennale del Corriere della Sera, nel commentare, ha dichiarato in un’inervista al Foglio:

“Chi ci dà di censori sbaglia: non toccherà certo a noi stabilire cosa è vero e cosa no”

Ah no? Viene istituita una task force per correggere, individuare, stabilire quali siano le fake news sull’epidemia da Covid 19 e non toccherà certo a loro stabilire cosa è vero e cosa no? E allora che ci stanno a fare?

E continua:

“Dovremo invece ragionare con diverse competenze sul fenomeno, per capire se esiste un approccio strategico che permetta di migliorare l’ecosistema informativo. Che sia meglio un approccio a livello politico oppure di incentivi, questo è da studiare”.

Cos’è un “appoccio strategico”, ma, soprattutto, cosa significa “ecosistema informativo”? La Villa non lo spiega. Quello che è certo è che ci sono state svariate obiezioni, soprattutto da parte di esponenti dell’opposizione. Giorgia Meloni ha scritto:

“Il governo istituisce una sedicente task force anti fake news che avrà il compito di assicurarsi che sia diffusa solo la verità sul Covid-19 (proprio come il Ministero della Verità di orwelliana memoria). Sempre il governo ha scelto di imperio gli ‘esperti’, tra loro neppure un medico o un virologo, che decideranno cosa si può dire e cosa no. Utile ricordare che tra le ‘fake news’ c’erano fino a ieri anche il fatto che gli asintomatici trasmettono il virus, che fosse utile tenere in quarantena chi proviene da zone a rischio, che fosse saggio indossare la mascherina in pubblico. Credo che si stiano limitando le libertà fondamentali e costituzionali con eccessiva disinvoltura. P.S. Mi manderanno in un campo di riedcazione per queste mie parole o si limiteranno a oscurare il post su Facebook?”.

A parte l’inesattezza della Meloni sulla presenza di medici nella task force, è vero che esiste libertà di opinione e che con un organismo di controllo sulle notizie fasulle, si rischia che questa libertà venga limitata da personaggi che la cosa più terribile che hanno visto è qualche complottista che se ne sta per conto suo a difendere le proprie follie (è legittimo anche esprimere idee folli, purché queste idee non diffamino nessuno). Sta alla sensibilità del lettore finale, ed esclusivamente alla sua coscienza, credere a Burioni o ai terrapiattisti. Non abbiamo bisogno di task force di parte o, peggio ancora, di partito.

Eppure il pubblico plaudente dei debunker si fa sentire. Prendo, a puro titolo di esempio, un commento pubblico di un recente post Facebook di Puente in cui il Nostro pubblica la foto di Bolsonaro affetto da Covid 19, con un sondino naso-gastrico (niente ossigeno), affermando che la foto è autentica (grazie!) ma che sarebbe “decontestualizzata”. Ometto l’identità della commentatrice (anche se il post è pubblico) e raggiungibile da chiunque:

Cosa significa “Non perdere la tua verginità”? Non si sa, né l’autrice del commento ce lo chiarisce. La verginità è dichiarare vera ma “decontestualizzata” una fotografia? Mi pare ben poca cosa.

E comunque di questa task force io ho paura.

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Twitter: facciamo i conti in tasca a Paolo Attivissimo e David Puente

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Oggi facciamo i conti in tasca a Paolo Attivissimo e a David Puente per quanto riguarda i loro account Twitter. Pochi strumenti. Una calcolatrice, le regole sulle proporzioni che mi ha insegnato la Gabellieri, la mia professoressa di matematica delle medie, Twitter (appunto!), un sito dedicato a scoprire gli account fasulli, molta pazienza, e vari screenshot.

PAOLO ATTIVISSIMO ha al suo attivo 4141528 followers. Un numero apparentemente impressionante. Ma da un controllo effettuato su:

https://www.twitteraudit.com

sia pure su un campione di tre anni fa (vecchiotto, ma il numero dei followers non è cambiato significativamente), risulta che il numero di followers REALI corrisponde esattamente al 56%. Il resto sono solo fake, account fasulli, che nulla hanno a che vedere con un interesse REALE (e due!) nei confronti del titolare dell’account e, presumibilmente, in quelli dei suoi contenuti (quelli dell’account, non quelli del titolare).

Certo, 250000 e rotti account rimanenti sono comunque un grosso pubblico, ma andiamo a vedere CHI segue attentamente Paolo Attivissimo e cosa succede DAVVERO ai suoi tweet.

Prendiamone uno, a puro titolo esemplificativo, questo, l’ultimo inserito dal Superlativo:

Al momento dello screenshot aveva totalizzato 66 risposte, 71 retweet e 316 like. Che corrispondono esattamente allo 0,0159%, allo 0,0171%, e allo 0,07% (una percentuale di James Bond cuoricinanti) rispettivamente. Percentuali certamente irrisorie rispetto al numero dei followers.

E DAVID PUENTE? Eccoci, David Puente ha attualmente 45983 follower. Quasi un decimo di quelli di Attivissimo. Sono proporzioni sorprendenti e stupefacenti, per certi versi, visto che tutti e due si occupano di bufale, ma purtuttavia superiori oltre del doppio ai 26132 aficionados di BUTAC (Bufale Un Tanto Al Chilo).

Quanti sono gli account fasulli secondo Twitteraudit? Pochissimi (bravo!), giusto il 4%.

Una percentuale assolutamente fisiologica che ci indurrebbe a supporre percentuali più elevate, quanto a commenti, retweet e cuoricinazioni affettuose assortite, rispetto a quelle di Paolo Attivissimo. Nemmeno per sogno. Prendiamo anche qui un tweet a caso:

Conta 5 commenti (0,0109% sul numero totale di followers), 5 retweet (stessa percentuale) e 60 like (lo 0,13%).

Sono numeri ottimistici, perché dànno per scontato (ma non troppo), che chi interagisce con un tweet sia PER FORZA un follower di quell’account. Potrebbe essere benissimo un estraneo che ha letto quel contenuto attraverso un retweet.

Insomma, sono percentuali che se fossero dati elettorali verrebbero conteggiati (conteggiati? Mah, magari sì) nella voce “Altre liste”. Se invece che account Twitter fossero delle grandi città si direbbe che a Attivissimo e Puente rispondono soltanto gli inquilini del condominio in cui abitano e forse nemmeno tutti.

Voi mi direte “E tu? Com’è la tua situazione su Twitter?”. Ve lo dico subito, pessima. Ma io non mi occupo di astronauti (se non in Tribunale), di spazio, non mi compro la Tesla (vado in giro con una Panda, figuràtevi!), non faccio i meme, non mi occupo dei terrapiattisti, non trovo che il problema principale dell’Umanità siano i complottisti. Il mio account Twitter riporta quasi esclusivamente i link agli aggiornamenti e agli articoli del blog, per chi ne sia interessato.

Parlo di e-book, cultura, cultura libera (sì, c’è differenza), software libero, diffondo conoscenza, rifletto su argomenti che attengono alla diffamazione, alla scuola, ai diritti, all’informazione, alla politica, non sono mai stato assoldato dalla Presidenza della Camera, non ho mai percepito nemmeno un centesimo che non venisse dalle donazioni o dalla pubblicità di AdSense (men che meno dai politici, uomini, ominicchi e quaqquaraqquà), non lavoro per nessun giornale.

Chi volete mai che mi si fili? Certo, se postassi tette e culi sarebbe diverso. Ma se Sparta piange, Atene non ride.

Hanno messo la pubblicità sul blog di Paolo Attivissimo (sgomento & tradimento!)

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Paolo Attivissimo dovrebbe essere la persona più felice del mondo, adesso che si è comprato la Tesla e si balocca bel bello con il suo nuovo giocattolino tecnologico.

Invece, disdetta, ci si è messa Google AdSense a guastargli il buonumore. Ha riferito sul suo blog che, in maniera inspiegabile (ma c’è qualcosa di inspiegabile nelle cose informatiche e telematiche? No, ci sono solo delle cose che si capiscono o non si capiscono), erano apparse per qualcuno dei suoi utenti delle pubblicità di AdSense, che, tuttavia, non erano visibili dalla totalità dei visitatori, ma solo di alcuni, senza una logica apparente (ma nelle cose telematiche c’è sempre una logica, solo che a volte non siamo nelle condizioni di trovarla).

Colpito nell’orgoglio (“Come? La pubblicità sul MIO blog??”), Attivissimo ha allertato i suoi adepti prima per cercare nuove prove e screenshot del mistero della caramella ciucciata, e poi, una volta risolto il problema, per fare un sondaggino su Twitter per sapere se i banner pubblicitari fossero ancora visibili e se si fosse trattato, quindi, di un complotto, o se il tutto fosse scomparso.

Ora, il blog di Paolo Attivissimo è ospitato su Blogspot (già Blogger). Blogspot è di Google. Blogspot ti permette di mettere in linea un blog con testi, foto e video, GRATUITAMENTE. Cioè, prima ti iscrivi (possibilmente con la tua identità di GoogleMail su cui ti sarai iscritto precedentemente), e poi puoi mettere in linea il blog. Va bene per chi comincia, per chi vuole uno strumento agile, veloce e senza particolari pretese per scrivere e gestire il proprio pensiero in rete. Ma di gratuito, si sa, in rete non c’è nulla. E infatti, quando apri un blog, “firmi” con il semplice clic una sorta di “contratto” con Google, in cui le dài il diritto ad inserire dei contenuti pubblicitari nelle tue pagine. Ed è esattamente quello che Blogspot ha fatto con il blog di Attivissimo. Né più né meno.

Poi qualcuno (grazie, se no il Nostro avrebbe pianto fino alla fine dei suoi giorni!) gli ha spiegato che il tutto era risolvibile con pochi clic e con l’eliminazione di pochi segni di spunta in un menu di impostazioni della pubblicità di AdSense. Insomma, si può fare senza particolari allarmismi.

E, poi, cosa si aspettava Paolo Attivissimo, che su una iniziativa totalmente GRATUITA per tutti il fornitore dei servizi non ci guadagni o non ci voglia guadagnare nulla? Che DAVVERO gratis significhi “libero da qualsiasi costo”? Il costo c’è, ed è anche molto caro da pagare. Se vuoi un servizio devi dare le tue credenziali, devi dare della merce in cambio, e nella stragrande maggioranza dei casi il prezzo sei tu, sono i tuoi dati, è la tua persona, i tuoi contatti, i tuoi commenti. Vale per tutti, vale per Facebook, per Twitter, per WhatsApp, per Instagram, tanto per citarne alcuni, e vale anche per i servizi di Google. Il blog del Nostro non è suo. E’di Google, e, se tu gli dài il permesso (perché glielo dài tu al momento della firma dell’accordo), loro inseriscono delle pubblicità per guadagnare. Non ci vedo nulla di male. Succede così anche per i più diffusi servizi di posta elettronica. Tu mandi una mail e loro te la spediscono,sì, ma nei footer inseriscono un messaggio pubblicitario (fosse anche solo allo stesso servizio). Non ci trovo nulla di strano o di scandaloso.

L’unico modo per sbrogliare la matassa è usare una piattaforma gratuita e aperta come WordPress (ma non è certo la sola disponibile), il “motore” che sta alla base dello stesso blog che state leggendo. Si studiano due istruzioni (e vi assicuro che se sono riuscito a capirlo io possono riuscirci tutti), si modifica UN SOLO file, se ne cancella un altro e, una volta comprato un dominio, un servizio di server MySQL e uno spazio web Linux, se tutto va bene, l’applicazione funziona al primo colpo. Ha migliaia di template, infiniti plugin per fare esattamente quello che vuoi tu, puoi controllare tutto, e, soprattutto, scegliere se non mettere NESSUNA pubblicità o riempirlo di banner (così come stiamo facendo noi). Certo, anche a un provider come Aruba i dati glieli devi dare, ma per le fatturazioni e le informazioni tecniche o commerciali (niente spamming, dunque, ma solo mail pertinenti e legate al servizio che acquisti). Sei TU che paghi (e un provider come lo stesso Aruba ha dei prezzi assolutamente ragionevoli), e se non vuoi la pubblicità, semplicemente, non ce la metti. Tu PAGHI e tu SCEGLI. Non è più roba del provider, è roba tua. E’ come se tu vivessi in una casa in affitto. Se paghi regolarmente il canone hai comunque il diritto di ospitare chi vuoi e di cacciare di casa chi ti pare (sì, anche dicendogli “Addio e grazie per tutto il pesce!”). Non puoi scegliere di fare quello che ti pare in casa degli altri (a meno che i suddetti “altri” non ti diano il permesso di farlo).

Much ado about nothing.

Paolo Attivissimo si inventa i “memi”

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Ora Paolo Attivissimo sarà contento. Si è comprato la Tesla, e sta fornendo ai lettori del suo blog una telenovela intitolata “Come ho comprato una Tesla per meno di 35000 euro”. Naturalmente non me ne perdo una puntata, io che ho una Panda 1200 cc!

Ma il Nostro, forte del suo diploma di Liceo Linguistico, ma ribattezzato su Wikipedia (non si sa perché) “Diplomato in lingue”, si prodiga ultimamente nella coniazione di neologismi. Si è inventato il plurale di “meme”, parola che già fa schifo di suo al singolare. Scrive e ribadisce che il plurale di “meme”, infatti, sia “memi”, sul tipo analogico dello scivolone corrente e frequente di “un euro/due eurI”, e questo è sinceramente deplorevole.

Si dice “un meme/due meme”, essendo il termine, evidentemente, un singularia tantum. No, tanto per dire, ecco…

Paolo Attivissimo: “Addio e grazie per tutto il pesce”

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Paolo Attivissimo è un giornalista svizzero umile, molto accurato, sempre aperto alle opinioni altrui, garbato se qualcuno lo critica (non lo butta mai fuori dalla porta senza prima averlo accompagnato), sensibile ma anche molto obiettivo nello scegliere le motivazioni per cui un utente non debba più interloquire con lui (una volta buttò fuori dal suo blog una signora solo perché non le piaceva l’inglese, e nel dirlo gli aveva pestato i calli perché lui, che si professa di madrelingua inglese, forte del suo diploma di Liceo Linguistico -e pensare che c’è chi ha la laurea in lingue, ma a lui non ditelo, non vi risponderà mai- ha una ipersensibilità su questo argomento).

Giustamente, le regole per la moderazione dei commenti al suo blog (che è suo nel senso che lo redige, ma non gli appartiente perché è ospitato da Blogspot, che ci fa, giustamente, quello che le pare, compreso inserirci una buona dose di pubblicità, cosa di cui egli si lagna), quelle per i commenti al suo seguitissimo (anche da pare di tanti fake) Twitter le stabilisce lui. E fin qui non c’è nulla di male, lo faccio anch’io.

Quando vuole liberarsi di qualcuno (e la cosa accade assai frequentemente), gli dice garbatamente “Addio e grazie per tutto il pesce”. Come, ad esempio ha fatto qui:

qui

e qui

Al perché dell’uso di questa frase ha dedicato uno spiegone (che potete trovare qui). Ma la cosa paradossale è che alla frase in questione viene dedicata una voce nientemeno che da Wikipedia (che non considera “enciclopedico” un bravo divulgatore come Salvatore Aranzulla, ma che evidentemente ritiene degne di enciclopedismo tutte queste puttanatine qui). La voce la riporto in PDF alla fine di questo articolo.

Wikipedia chiarisce che la frase “Addio, e grazie per tutto il pesce” (So long, and thanks for all the fish), è una frase a contenuto umoristico per dire “Arrivederci!”, titolo del quarto libro della quarto libro della “Guida galattica per gli autostoppisti”, scritta da Douglas Adams. E sticazzi.

Nel suo “Kit di risposta rapida agli imbecilli (perché se non conosci l’opera sei, evidentemente, un imbecille): “Addio, e grazie per tutto il pesce””, a proposito della “Guida galattica per Autostoppisti”, Paolo Attivissimo scrive che

(se non lo avete letto, la vostra vita è profondamente incompleta e dovete rimediare)

Eh, beh, certo. Come si fa a vivere senza aver letto Douglas Adams? La Bibbia in confronto alla Guida galattica diventa una scatola di sardine. La Divina Commedia è una stronzata colossale, il Don Chisciotte un libèrcolo senza senso, l’opera di Shakespeare una collezione di storielle graziose ma noiosette, e i Promessi Sposi un romanzetto d’amore degno del migliore Harmony.

Non ho difficoltà ad ammettere che non ho MAI letto e MAI leggerò la “Guida galattica per gli autostoppisti” e che, nonostante questo, ritengo di avere una vita normale, serena, felice, per nulla “incompleta”.

Ché, poi, Attivissimo ce lo spiega anche: “se rispondo a un vostro tweet con una di queste immagini (come quella che vedete all’inizio di questo articolo sul blog, ndr), vuol dire che vi ho Silenziato (sì, lo scrive maiuscolo perché è imperativo categorico! -ndr-). Per cui non perdete tempo a rispondermi, attaccarmi o insultarmi. Non vi sento. State strillando nel vuoto. Che vi siete ampiamente meritati.”

Sull’immagine sono raffigurati dei delfini perché, spiega sempre l’ineffabile Wikipedia, “Il titolo è il messaggio lasciato dai delfini al loro abbandono del pianeta Terra, poco prima che questo venisse demolito per costruire una superstrada spaziale”.

Se qualcuno gli fa notare che “(…) il delfino non è un pesce, è un mammifero, debunker dei miei stivali”, lui lo tratta da “saputello”. Ve l’ho detto, è umile, sensibile, aperto alle critiche dei lettori e disponibile al dialogo.

Nel 2015, come evidenziato al link

https://www.repubblica.it/scienze/2015/06/11/foto/samantha_l_ultimo_tweet_prima_del_rientro_sulla_terra_e_grazie_per_tutto_il_pesce_-116592131/1/#1

Samantha Cristoforetti (perché, non posso parlare di Samantha Cristoforetti sul mio blog?), prima del suo rientro sulla Terra, scrisse un ultimo tweet proprio con questa frase. Che, insomma, è una sorta di strizzata d’occhio tra compagnucci, un cenno di intesa verso gli amanti della fantascienza (in cui io non mi annovero), ai geek, ai nerd, alle persone che hanno letto Douglas. Una specie di linguaggio di gruppo, un bagaglio lessicale che dà il senso di appartenza a una comunità (un po’ come facevano i paninari nei primi anni 80, o i “cugi” livornesi dello stesso periodo). E si sa benissimo che quando uno usa un microlinguaggio settoriale il minimo che gli possa capitare è di non essere capito da chi a quel settore non appartiene. Cioè quasi tutti. Delfini compresi.

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Paolo Attivissimo e il “delirio del giorno”

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Paolo Attivissimo ha una piccola ma deplorevole abitudine. Quando riceve dei commenti di insulti, cosa che gli accade assai frequentemente, screnshotta (termine orribile che significa “acquisisce una copia grafica del contenuto”), rimuove il commento e lo ripubblica sotto una sezione che ha denominato “il delirio del giorno”.

Così ha fatto con un recente commento di uno dei soliti conigli da tastiera (i conigli sono animali nobilissimi) che, a suo dire, lo ha riempito di insulti. Il mittente di questo ignobile messaggio di commento, però, non è stato al gioco ed ha minacciato Attivissimo di denuncia-querela, preannunciandogli in una mail la richiesta economica dei danni.

Naturalmente Attivissimo non ha resistito alla tentazione di raccontare l’accaduto sul suo blog, lamentando il fatto di avere ricevuto un preannuncio di querela per una presunta diffamazione che lui non avrebbe posto in essere, ma che sarebbe stata originata proprio dal mittente del commento. In breve, lui è stato diffamato e lui è il destinatario della querela annunciata.

Di errori Paolo Attivissimo ne ha commessi tanti. In primo luogo non ci si difende su un blog da una querela per il momento solo preannunciata. Si attende che l’atto si materializzi, che il pubblico ministero ne venga a conoscenza e che compia le dovute indagini, per decidere alla fine, se procedere con la citazione diretta a giudizio o chiedere l’archiviazione al GIP.

Durante questo procedimento le strategie di difesa sono varie. Paolo Attivissimo può farsi interrogare dal Pubblico Ministero, spiegare le sue ragioni, e produrre una memoria difensiva. Se tutto questo non dovesse bastare a chiudere la questione può andare a processo, farsi interrogare da un giudice, dai suoi avvocati difensori, dagli avvocati della parte lesa e dallo stesso pubblico ministero.

Anche chi scrive è stato querelato per diffamazione (peraltro da una cara amica dello stesso Attivissimo) ma per rispetto delle condizioni procedurali, del segreto istruttorio, della supposta parte lesa, non si è mai minimamente sognato di definire l’atto della querelante “il delirio del giorno”. Ognuno, se si sente diffamato, ha il diritto di rivolgersi alla magistratura, e questo diritto è inalienabile. Nella aule di giustizia non esistono cacciatori di bufale, debunker, terrapiattisti o complottisti. Esiste solo chi ha ragione e chi ha torto.

Un punto (un altro) su cui Attivissimo ha inevitabilmente torto è quando scrive che “Al suo avvocato, invece, non sarà sconosciuto il concetto di lite temeraria.” La lite temeraria è un concetto che si applica al processo civile, quello in cui un giornalista e il direttore della sua testata sono chiamati a rispondere economicamente del danno diffamatorio ricevuto, non a quello penale, in cui in primo luogo si deve valutare se un atto di querela è fondato o no.

Cosa avrebbe potuto fare Attivissimo? Semplice: non cancellare quel messaggio di insulti, correre alla prima stazione dei carabinieri o della polizia postale, sporgere querela e vedere che cosa sarebbe successo in futuro. Senza allertare i suoi adepti, avendo fiducia nelle istituzioni, e proseguendo il suo cammino nel pieno rispetto dei diritti delle parti.

Almeno per una volta non basterà la frase “graie per tutto il pesce” per venirne fuori.

 

 

Il sesso “sicuro” ai tempi del coronavirus e dei debunker

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Già, ma come vivono i debunker, i tuttologi della notizia farlocca, i dispensatori di buoni consigli tecnologici e di vita, i “deus ex machina” della presidenza Boldrini sulle fake news on line l’emergenza coronavirus?
Ad andare a vedere il blog di Paolo Attivissimo, sembra quasi tutto normale. La gente gli chiede consigli e lui dà risposte. Anzi, non ne dà perché è oberato di richieste e quindi consiglia carinamente di seguire delle indicazioni. Il tema sono i vari messaggi che arrivano via testo e audio su WhatsApp (e di cui in parte ci siamo occupati anche noi, segno evidente che quando si vuole il tempo per scrivere due righe del tipo “state attenti” lo si trova sempre) e che riguardano contenuti non attendibili e possibilmente allarmistici (come la sopravvivenza del coronavirus sull’asfalto per ben 9 giorni).
E allora andiamo a vederli questi consigli: non prendere per veri messaggi provenienti da fonte non ufficiale, non sovraccaricare i debunker di segnalazioni (poveretti, tengono famiglia), non citare e non leggere siti che pubblicano notizie tarocche, non frequentare i gruppi WhatsApp che diffondono notizie allarmistiche non verificate, insomma, i soliti consigli del quotidiano debunking, un po’ come lavarsi spesso le mani, non portarsele agli occhi, stare a un metro di distanza almeno dalla persona più prossima, buon senso.
Ma poi… ma poi Attivissimo sente il dovere di uscire dal ruolo di esperto giornalista informatico e dal tema della discussione per dare consigli di ordine più generale:

Invece di perdere tempo e alimentare paranoie sui social, fate altro. Leggete un libro. Riordinate la casa. Guardate un film. Cucinate. Tenete un diario privato. Staccate gli occhi dallo schermo del telefonino e parlate con gli esseri umani che avete intorno. Date una mano a chi ha bisogno.

Ma certo. Leggere un libro arricchisce la mente, guardare un film può aiutare a distrarre, cucinare tiene lontana la mente dai cattivi pensieri. Parlare con gli esseri umani che ci circondano può essere una buona idea, ma Attivissimo si dimentica del metro di distanza di sicurezza da tenere; anche dare una mano a chi ha bisogno può essere una buona cosa, magari, che so, facendo una piccola donazione per una buona causa, così si evita di fare del volontariato in loco e di creare inutili assembramenti. Bravo!

E poi continua:

Se avete figli, giocate con loro. Aiutateli con i compiti. Imparate una lingua straniera. Fate quel lavoretto di casa che avete sempre rinviato perché non avevate tempo.

Ora io vorrei vedere chi è quel cane che, avendo del tempo a disposizione, non si mette a giocare coi propri figli e ad aiutarli nei compiti (che nessuno può aver dato loro perché le attività didattiche sono state sospese in fretta e in furia da un giorno all’altro). E poi chi è che non si studierebbe una lingua straniera nel pieno tempo del coronavirus che durerà sì e no un paio di mesi, quando per conoscere una lingua straniera non bastano anni di studio, perché non tutti hanno avuto la fortuna di nascere madrelingua inglese come lo stesso Attivissimo va rivendicando da tempo (però magari qualcuno uno straccio di laurea in lingue l’ha presa, nel frattempo, e non si è fermato al diploma di scuola superiore). Due mesi di studio anche intensivo di una lingua straniera dovrebbero essere appena sufficienti per conoscere il presente indicativo del verbo essere, quello dei verbi regolari, dire come ci si chiama, sono italiano, tu da dove vieni, ah, sì questo mi piace e quest’altro non mi piace, ma “imparare una lingua straniera”, per favore, quella è un’altra cosa.

E si arriva alla parte cruciale, quella che dà anche il titolo a questo scritto (se no cosa ce l’ho messo a fare?). Tra i consigli etici di opportune e proficue attività alternative da svolgere al tempo del coronavirus invece di stare appiccicati a WhatsApp, ecco che cosa tira fuori dal cilindro il Superlativo:

Se avete un partner, fate sesso (sicuro). Se non l’avete, siate creativi.

Ora, se uno ha un partner (che si intende possibilmente non occasionale) generalmente ci fa l’amore, non ci fa del generico “sesso”. Quella di Attivissimo ricorda un po’ da lontano la raccomandazione di Crosby, Stills, Nash e Young per cui “if you can’t be with the one you love, love the one you’re with!!“,se non fosse per quell’infelice chiusura per cui se uno non ha un partner deve essere “creativo”. Che minchia mi significa “siate creativi”? Cosa intende esattamente per “creatività” (in senso squisitamente sessuale, s’intende), Paolo Attivissimo? Non ce lo spiega. Qualcuno dei suoi fans lo specifica in commenti che riportano dei giochini di parole da scuola elementare e che non vale la pena citare in questa sede (forse pensava di essere simpatico). Insomma, se avete un partner buon per voi ma usate delle precauzioni, se non lo avete arrangiatevi. Del resto il Superlativo mica può avere una soluzione per tutto!

Paolo Attivissimo: “i commenti (di YouTube) sono una cloaca di complottisti, odiatori e imbecilli”

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(…) non è la prima volta che Youtube mi causa problemi e perdite di tempo. I suoi controlli sul copyright sono diventati vessatori e ridicoli (…) e i suoi commenti sono una cloaca di complottisti, odiatori e imbecilli.

da: https://attivissimo.blogspot.com/2020/01/bye-bye-youtube-visto-che-per-te-i-miei.html

Il proverbiale aplomb britannico del Superlativo, oggi ha raggiunto il culmine. Siccome è stato avvisato da YouTube che “We found that a significant portion of your channel is not in line with our YouTube Partner Program policies.”  si è lasciato andare a queste frasi di particolare appprezzamento contro il colosso e contro i suoi utenti (dove li vede tutti questi “odiatori, complottisti e imbecilli”? Nei commenti rivolti ai suoi contenuti, probabilmente), che non si sa cosa c’entrino con il fatto che i suoi filmati e i contenuti inseriti non siano in linea con la Policy del Partner Program che gli rende, a detta dello stesso Attivissimo, ben oltre un dollaro al mese (e pensare che questo blog con gli annunci di AdSense un dollaro lo fa al giorno!) Non si capisce come un gruppo eterogeneo di utenti (ci saranno pure commentatori tranquilli e poco inclini alla polemica) viene ridotto ai minimi termini con appellativi spregevoli e denigratori). Sia come sia, se sei su YouTube e vuoi essere suo Partner osservi le sue regole. Se non le osservi, o se i tuoi contenuti non sono compatibili con le loro richieste, quali che siano, te ne vai da un’altra parte. Cosa che Attivissimo ha già detto di voler fare passando a Vimeo. L’account su YouTube, però, lo mantiene. I risicati ma sudati e meritati guadagni pregressi fruttati “in questa macchina tritacarne senza volto” pure.

Paolo Attivissimo criticato da una madre di un alunno della scuola media di Morbio Inferiore (Ticino)

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«È una vergogna. La scuola media non dovrebbe spingere per il 5G. Invece mio figlio, in classe, è stato “indottrinato” da Paolo Attivissimo, esperto di nuove tecnologie invitato in aula».

(Madre di un allievo frequentante la scuola media di Morbio Inferiore)

 «Fa piacere che alcuni genitori siano insorti. La scuola non è luogo per fare propaganda».

«Intanto va ricordato che il 98% delle nuove antenne sono bloccate dalle opposizioni. Gli svizzeri hanno capito di essere sottoposti a esperimenti forzati»

(Eva Camilleri – Gruppo ‘Stop 5G’)

«Paolo Attivissimo viene nella nostra scuola da una decina d’anni. I suoi interventi sono legati all’ambito dell’educazione alla cittadinanza, all’uso consapevole delle nuove tecnologie, a come porsi di fronte alle fake news».

«Ma Attivissimo non è stato chiamato da noi per parlare del 5G. Ne avrà parlato per un minuto al massimo. E solo perché il 5G fa parte del mondo contemporaneo in cui viviamo. Lungi da noi usare la scuola per fare qualsiasi tipo di promozione. E sicuramente non era nemmeno l’intenzione del signor Attivissimo. È incredibile come una vicenda del genere possa essere strumentalizzata. Si tratta di una polemica inutile. Sono senza parole».

(Gabriele Magnone, direttore della scuola media)

 «Si parlava di manipolazione di notizie. Sul web circolano tante informazioni distorte sul 5G. È un esempio classico. Ci sono addirittura video in cui si sostiene che il 5G ci ucciderà tutti. Ho semplicemente invitato i ragazzi a riflettere prima di credere a tutto quello che la rete propina loro. Mi sembra doveroso».

(Paolo Attivissimo)

Fonte: tio.ch

Sulla Luna? Sì, ci siamo andati. Ma ora anche basta.

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Quando avevo 5 anni, una notte, mia madre, con la delicatezza che la contraddistingueva, mi svegliò dal mio sonno ignaro di quello che stesse succedendo al di fuori del mio candido lettino e mi offrì una goccia di spumante. L’uomo era arrivato sulla Luna e aveva cominciato a muovere i suoi primi passi sul suolo del nostro satellite.
Evviva! Da quel momento lì capii due cose. La prima era che lo spumante è buono. La seconda è che eravamo andati sulla Luna e che su questo non c’era alcun dubbio. Due verità incontrovertibili che non ho mai messo in dubbio in vita mia.

Non mi sono mai interessato di roba spaziale. L’unica volta che l’ho fatto è stato per comunicare che una “intervista” all’astronauta Samantha Cristoforetti è stata contraddetta dalla stessa interessata e ci ho guadagnato una querela e una iscrizione nel registro degli indagati. Per il resto astronauti, razzi, missili, circuiti di mille valvole, stelle, satelliti, meteoriti, assenza di gravità, libri di cibernetica, insalate di matematica mi hanno sempre annoiato e ho sempre avuto una grande e sincera ammirazione verso chi perde il suo tempo a discuterne.

Ma mi ha colpito questa notizia: un blogger del Fatto Quotidiano on line, tale Ivo Mej, ha pubblicato recentemente un articolo dal titolo “Insomma, sulla Luna ci siamo stati o no?” in cui premete chiaramente e senza ombra di dubbi che “la mia personale opinione è che no, sulla Luna non si saremmo mai potuti andare con la tecnologia degli anni 60, tant’è vero che non riusciamo ad andarci neanche oggi.
Una personale opinione, dunque. Ivo Mej alle prove sull’allunaggio non ci crede. Punto. Non è compito nostro stabilire se sia un bene o se sia un male, è una sua personalissima opinione, come quelle che appaiono in centinaia e centinaia di blog. Lui, al contrario di me e di tanti altri, non ci crede. E lo scrive, lo dice. Fa nomi, cognomi, cita circostanze. Dà un sostegno alle sue tesi. Tesi che, ripeto, ognuno è libero di condividere o non condividere.

Fa nomi, dicevo Ivo Mej. Uno è quello del “solito Paolo Attivissimo, di nome e di fatto nel tentare di intorbidire le acque della vicenda lunare.” E qui sta la sua piramidale “colpa”, quello che non doveva fare. Perché, si sa, a debunkare i debunker, poi, se ne pagano le conseguenze. E infatti il “solito” Paolo Attivissimo, che vanta dalla sua la pubblicazione di un libro intitolato “Luna? Sì, ci siamo andati“, distribuito gratuitamente -non si sa se per disinteressse delle case editrici o espresssa volontà dell’autore-, ha scritto un articolo sul suo blog dove per prima cosa fornisce l’indirizzo web a una copia dell’articolo di Mej salvata su archive.org, definendola “una copia permanente che potete consultare senza regalare clic, visibilità e incassi alle testate che diffondono baggianate irresponsabilmente.
Poi passa a definire “tesi complottiste”, “baggianate”, “fandonie” e financo “supercazzole” (lui che sta attento alle virgole, alle traduzioni discutibili da e verso l’inglese, dovrebbe sapere che si dice “supercàzzore” e non “supercàzzole”, nei commenti del suo blog glielo hanno anche fatto notare con tanto di citazione da Wikipedia -la Bibbia dei suoi adepti-, ma lui fa spallucce) gli elementi che Mej porta a sostegno delle proprie tesi.

Ma fin qui, gli si potrebbe riconoscere quel minimo di eleganza che sta nel replicare all’avversario senza minimamente far riferimento a quel virgolettato che lo riguarda. Poi, a un certo punto dell’articolo, inspiegabilmente, spunta fuori Peter Gomez, il direttore del Fatto Quotidiano On Line. La sua colpa? Quella di aver ospitato delle opinioni. Che come tali si sono presentate e tali restano. A leggere quello che scrive Attivissimo non ci si capisce niente, per cui vi riporto gli estremi della discussione:

Scrive Attivissimo su Twitter: “Chiedo a @petergomezblog se intende rettificare le falsità scritte da @ivomej a proposito degli allunaggi sul @fattoquotidiano.
Qualcuno gli risponde: “E perché? Mica è un giornalista,
Replica indefesso il Superlativo: “Scrive su una testata giornalistica. Esiste l’obbligo di rettifica, in capo al direttore responsabile. Come da regole dell’ODG.
E allora è qui che subentra Peter Gomez: “No è un blog ospitato. Non condivido l’opinione, ma è innocua. Se negasse l’AIDS o l’Olocausto non sarebbe stata ospitata. Ma se uno dice io non credo all’allunaggio è libero di farlo. Altrimenti chi è ateo dovrebbe pretendere rettifiche da a chi parla di Dio o di miracoli.

Non fa una piega. Peter Gomez sarà pur padrone di ospitare sulla sua piattaforma digitale opinioni di chi crede o non crede all’allunaggio. Ma è qui che Attivissimo si inalbera: “Mej non si è limitato a dire “non credo”. Ha fatto accuse precise. Ha scritto balle conclamate (l’obiettivo di Kubrick). Insinua che gli astronauti italiani siano allocchi, visto che loro dicono che sulla Luna ci siamo andati. Difendi anche questo?” “Per non parlare di questa insinuazione nei miei confronti: ” il solito Paolo Attivissimo, di nome e di fatto nel tentare di intorbidire le acque della vicenda lunare.” Difendi anche queste diffamazioni?” “Questo non solo è diffamatorio, ma è anche falso nei fatti, visto che ho scritto un intero libro per chiarire come andarono le cose.”

Insomma, secondo Paolo Attivissimo scrivere di lui che tanta di “intorbidire le acque della vicenda lunare” è diffamazione, mentre se lui chiama “baggianate”, “supercàzzole”, “fandonie” le tesi altrui questa è sacrosanta verità. Ha scritto un libriccino in cui ha “chiarito” (con tanto di sottolineato) come sono andate le cose, e allora che cosa poteva mai fare Peter Gomez? Peter Gomez, che è un gentiluomo, gli ha fatto una proposta: “Paolo il problema è che è sfuggita la critica nei tuoi confronti e non doveva accadere. Domani se credi ti intervisteremo volentieri. In blog che dice di avere un’opinione controcorrente non c’è verifica perché la premessa è chiara: il blogger dice è una mia opinione contraria.” Gli offre, cioè, un’intervista (mossa che Attivissimo stesso definiste “astuta”, attenzione, non “generosa”, “riparatrice”, “comprensibile”, ma “astuta”, cioè “acuta, accorta, avveduta, dritta, furba, (pop.) ganza, ingegnosa, sagace, scaltra, smaliziata, sottile”, secondo quanto riportato dal Vocabolario Treccani dei sinonimi e contrari. Ma Attivissimo controreplica indignato: “Mi stai proponendo seriamente di regalarti clic pubblicitari con il mio lavoro? Geniale, a modo suo, ma anche piuttosto triste. Grazie, ma non mi interessa essere intervistato. Non sono io l’oggetto del contendere e non mi interessa apparire. Pubblica semmai i fatti, che puoi chiedere a qualunque esperto, e rettifica le fandonie. E capiamoci: quelle non sono “opinioni”. Sono accuse.” E qui Attivissimo sbaglia clamorosamente il tiro in una porta vuota: potrebbe correggere nel merito le opinioni di Mej (o le “accuse”, se a lui piace di più), pubblicare le sue controdeduzioni sullo stesso mezzo in cui sono state pubblicate le “accuse” medesime, ristabilire l’ordine delle cose. Ma basta saper attendere e il giorno dopo aver fatto il gran rifiuto a Gomez, Attivissimo rilascia (successivamente a Mej) una intervista a Radio Capital, che ha un sito web, che ha dedicato alla sua presenza come ospite una pagina sul proprio sito web, che riceve, evidentemente, dei clic da parte di chi volesse acquisire ulteriori informazioni o riascoltare il podcast. Sono andato a cercarla, e su Capital.it ho trovato pubblicità alla Jeep e all’Esta-Thè. Proprio nel riquadro che offriva l’audio con l’intervista a Paolo Attivissimo che, questa volta, non sembra lagnarsi troppo del fatto che l’emittente sfrutti il suo nome e le sue conoscenze per avere dei clic, pubblicitari o meno che siano. “Non mi interessa apparire.” Beh, Attivissimo segnala 86,284,099 di visualizzazioni del suo blog al momento in cui sto scrivendo questo articolo, il suo account Twitter conta 409.000 Followers (ma sono solo 1331 quelli su Instagram), è conduttore di una rubrica radiofonica su un canale dell’emittente svizzera, autore di libri (più o meno gratuiti), giornalista (almeno lui si definisce così) e viene a dirci che non gli interessa apparire? Per carità, liberissimo, lo dica pure. Semplicemente ci prendiamo la libertà di non credergli. Infatti è andato a battibeccare con Mej su Radio Capital. Forse non gli interessava apparire sul Fatto Quotidiano. Posizione anche queste rispettabile, se solo avesse avuto la bontà di dircelo.

E la storia vòlge al suo epilogo, ormai. Fabrizio Bocchino, direttore INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo, scrive una lettera “aperta” (ma non ho il permesso di ripubblicarla, quindi mi limiterò a poche e significative citazioni) al Fatto Quotidiano, nella persona dello stesso Peter Gomez e all’ordine dei giornalisti in cui, dopo aver stigmatizzato un tweet del Direttore (“La gravità delle Sue affermazioni è di gran lunga superiore alle farneticazioni del giornalista Mej, il cui blog contenente l’articolo in questione è ospitato fra le pagine del Suo quotidiano, sulle quali non mi dilungo non valendone la pena.“) passa a una (a mio giudizio pericolosa) equiparazione (“Lei conclude paragonando l’allunaggio ad un atto di fede, al quale ognuno di noi è libero di credere o non credere, così facendo delegittimando con un tratto di penna anni e anni di studi di ingegneria, di astronomia, di meccanica portati avanti con dedizione da scienziati di tantissime discipline (…)”) e finisce per deferire il giornalista (Peter Gomez, si badi bene, non l’autore dell’articolo del blog) all’Ordine dei Giornalisti (“Per questa ragione, io credo che ci siano gli estremi per deferirLa all’Ordine dei Giornalisti, alla quale io invio questa mia email come segnalazione da semplice cittadino (…)“).

Mazziato dunque a dovere, Gomez dovrà rispondere di aver pubblicato delle opinioni. E’ il triste destino di chi si trova a scontrarsi coi tanti paoliattivissimi della rete.

Paolo Attivissimo ha visto i defunti

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Cattura

La notizia non è nuova, anche se la apprendo solo in queste ore. Quindi rilassatevi, nessuna novità.

Ci tenevo solo a sottolineare che Paolo Attivissimo ha visto i defunti. Lo ha scritto lui nel 2015 sul suo blog (l’ultima correzione dell’articolo risale al 2017). Emotivamente non c’è nulla di male nel vedere i defunti. Anch’io ho visto la buonanima di mio nonno Raffaele mentre ero in coma farmacologico, infuso di morfina fino alla punta dei capelli. E lo vedevo davvero, come se fosse stato lì a parlarmi. E io gli rispondevo. Sono esperienze emotivamente (e, ripeto, solo dal punto di vista emotivo) molto intense. Ma spiegabili. Nel mio caso è perché la morfina provoca, come effetto collaterale a quello antidolorifico, delle allucinazioni. Quindi è normale che io abbia visto questo e molto altro, finché ero sotto l’effetto del farmaco.

E’ anche comprensibile che Paolo Attivissimo, nel vivere un’esperienza di forte impatto come quella della perdita di un caro amico, abbia rivelato di averlo visto. Io ho perso una amica carissima in circostanze tragiche e la sogno spesso. Ogni tanto mi sembra di sentirne la voce. Segno che il bene che le ho voluto in vita è sopravvissuto alla sua stessa morte e che sono ancora affezionato al suo (caro) ricordo. Questo vale, naturalmente, anche per Paolo Attivissimo.

Però io lo so che mio nonno non poteva essere presente al capezzale del mio lettino di ospedale, perché si dà il caso che sia morto nel 1970. Così come so che la mia amica assassinata nel parcheggio di un ospedale non può rispondermi né parlarmi, che tutto questo è frutto della elaborazione psicologica della mia suggestione (o di una suggestione indotta, si veda il caso).

Paolo Attivissimo però no. Lui di questa esperienza ha scritto un articolo per “Le Scienze”. E il bello è che “Le Scienze” glielo ha pure pubblicato. Perché, comunque, a detta di Attivissimo “bisogna capire che le esperienze paranormali, per chi le vive, sono potenti e reali e vanno trattate con rispetto e non con scherno”. Ripeto, massimo rispetto per il sentire e la sensibilità di Attivissimo rispetto a un’esperienza dolorosa. Ma questa non è un’esperienza paranormale. Le esperienze paranormali, in quanto tali, non esistono. I morti non si vedono, non ci si parla, sono morti e basta. Tutto quello che vediamo o sentiamo è frutto della nostra psiche che non sa darsi pace e affronta il dolore come può. Ora rappresentando una situazione, ora dandoci l’illusione (ma, ripeto, è solo un’illusione) di vedere o sentire una persona cara. E’ una semplice esperienza di vita, credo, molto simile a quella che ci viene offerta dai sogni.

Ma, se mi permettete, una persona iscritta al CICAP, che è stata già presidente della sezione del Canton Ticino, come rivela l’implacabile Wikipedia e che ammette di aver aver avuto una esperienza “paranormale” di questo genere sono cose che non vanno poi tanto d’accordo. Chi smonta (per vocazione, associazione o tentazione), notizie e crede a un approccio scientifico non può dare per scientifico tutto ciò che non è dimostrabile e, quindi, non dimostrato. Attivissimo è un accanito oppositore dell’omeopatia (e fa bene), ma se lui ha visto i defunti non si vede perché non ci possa essere anche chi crede che una molecola, diluita per centinaia e centinaia di volte in acqua fresca (ma anche a temperatura ambiente), possa far bene (questa, più che un’esperienza “paranormale” è un pensiero paranoide, ma ognuno ha il diritto di avere le paranoie che meglio crede).

Lasciamo che i defunti stiano dove stanno, senza caricarli delle nostre personali aspettative o dei nostri dolori. Vivremo tutti molto più sereni.

cicap

Paolo Attivissimo all’Università del Salento

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attmo

Era molto tempo che non vi parlavo più di Paolo Attivissimo.

Oggi mi sento molto più diligente rispetto al passato.

L’Università del Salento lo ha invitato per inaugurare l’anno accademico della Scienza e Tecnica della Mediazione Linguistica, nell’ambito della Traduzione tecnico-scientifica e dell’interpretariato. Parlerà (tra poche ore, ormai) sul tema “Traduzione brevettuale: tecniche ed esperienze”. Sotto al nome di Paolo Attivissimo, nella locandina che vi riproduco, è riportata la dicitura “Traduttore brevettuale professionista“.

Ora, però, si dà il caso che Paolo Attivissimo non abbia neanche la laurea in lingue, ma un semplice diploma di Liceo Linguistico.

Mi si dirà che non occorre una laurea per andare a fare una conferenza di inizio anno accademico. Cioè che non c’è nulla di strano o di inusuale se un non laureato va a fare lezione a persone che, verosimilmente, si laureeranno di lì a pochi anni.

Ma certo che no. Infatti la questione non è legata all’ambito della legalità o della possibilità materiale, ma dell’etica.

In Italia una non laureata è stata per mesi e mesi Ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università. In Italia il Ministro del Lavoro nonché vice Presidente del Consiglio ha il diploma di Liceo Classico. In Italia l’altro vice Presidente del Consiglio nonché Ministro degli Interni ha, pure, il diploma di Liceo Classico conseguito con la valutazione di 48/60 dopo, però, aver partecipato a “Doppio Slalom”, condotto da Corrado Tedeschi nel 1993.

In Italia Paolo Attivissimo, non laureato, ma, da quello che mi dice lui stesso, di madrelingua italiana e inglese, con 32 anni di esperienza nel settore della traduzione, e nessuna lamentela da parte dei suoi clienti, può andare ad aprire l’anno accademico di un corso di laurea Ateneo nazionale.

E’ un reato? Ma no, ci mancherebbe anche altro il contrario! E’ una cosa che non si può fare? No, del resto se abbiamo dato una laurea honoris causa a Valentino Rossi è segno che in Italia si può fare di tutto. E’ una cosa inopportuna? Sì, ecco, inopportuna è proprio la parola giusta. Perché, diciamocelo fuori dai denti, quanti di noi sarebbero disposti a farsi operare da un “chirurgo” con 32 anni di esperienza sul tavolo operatorio, senza nessuna lamentela, ma senza la laurea in medicina?

E’ la stessa cosa. Ma nel paese del “valàchevaibene” tutto è possibile. Ma perché una laurea è importante? Perché anni di studio non si sostituiscono con la mera esperienza, ma soprattutto perché se non si studia le cose non si sanno, ecco perché.

Solo che, a dirglielo, Paolo Attivissimo si adira. E per la seconda volta mi butta fuori dai suoi possedimenti telematici. Ormai è più prevedibile del M5S al Governo o di un insulto generalizzato di Burioni.

nobel
“Sono quasi pronto per il Nobel per la Letteratura” (Paolo Attivissimo)