Agata, Donna Rosa e le altre per gli 80 anni di Nino Ferrer

E poi c’era Nino Ferrer.

Con quel nome francesizzante, a coprire un  più pomposo e italico “Agostino Arturo Maria Ferrari”, voce roca, tendenza chiaramente soul.

Che non era certo solo il cantante valzerino di “Donna Rosa” di Pippo Baudo, motivetto in due quarti, capolavoro della un-pa-pà Musik di tipo nazional popolare. Lei era cara, bella, sorridente, deliziosa “e vuòòle-mmé” (zàn!)

Non era nemmeno (solo) il cantore di Agata, quella che, al contrario di Donna Rosa, lo tradiva. “Tu mi tradisci/Agata, guarda, stupisci/com’è ridotto quest’uomo per te”. Che, poi, a pensarci bene, in questi versi era sottesa, neanche troppo velatamente, una chiarissima allusione sessuale (basta dividere “stupisci” in “stu pisci”, ovvero “questo pesce” in lingua sicula).

Si laureò in lettere e filosofia alla Sorbona, specializzazione in etnologia, ha tenuto conferenze in Francia e all’estero per conto del dipartimento di Preistoria del museo parigino de l’Homme. Logico che a uno così in Italia gli fai cantare le canzonette.

Non era una canzonetta “Il Sud”, brano struggente e malinconico, nostàlgico nei confronti di una terra primigenia dove il bel tempo durava per milioni di anni, poi veniva la guerra a distruggere tutto e restava solo una figona sulla copertina del 45 giri.

Avrebbe compiuto 80 anni oggi, se non si fosse tirato una fucilata nel 1998. Il mondo è troppo ingrato con i suoi geni più valenti. Ecco perché io vorrei la pelle nera!

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E ci manchi tanto

Paolo Morelli è stato uno dei pochi a fare musica senza uscire dal pentagramma che lui stesso si era costruito intorno.

Così, assieme agli “Alunni del Sole”, riuscì a fuggire da un facile romanticismo di facciata per crearne uno più vero e solido, contorniato da una musica siil-classica d’occasione, ma molto piacevole.

Ha composto canzoni che molti di noi canticchiano ancora. Ora se n’è andato a inventarsi un’altra poesia. Senza nemmeno una paginetta di Wikipedia a lui dedicata. Come tutte le persone che hanno ancora qualcosa da dire e non lasciano agli altri il compito di dire di loro.

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Le sbronze degli anni ’70

Certo Madonna quanto si beveva negli anni ’70! Tutti ubriachi come cocuzze, sbronzi come tegole. Sarà che c’era questo clima di spensieratezza collettiva, sarà che se non bevevi non ti sentivi parte del gruppo (oggi si direbbe del “branco”), sarà che Carosello presentava i liquori come facilitatori di relazione e di tacchinaggio, fatto sta che ingurgitavamo alcol a tutto vapore.

Ci avete fatto caso? Molti dei liquori che andavano di moda allora non si trovano più. Alcuni seppelliti dallo scandalo dei coloranti (ricordate l’E123??), altri, semplicemente, non hanno più trovato mercato.

Andavano molto di moda gli amari. Che per essere amari contenevano una consistente percentuale di zuccheri. Praticamente bevevamo ossimori. E coniavamo neologismi a iosa.
C’era Dom Bairo l'”uvamaro”, quello di Cimabue, Cimabue, fai una cosa ne sbagli due, poi Kambusa l'”amaricante”, Petrus, “l’amarissimo che fa benissimo” (il che significava che aveva effetti superlativi), l’Amaro Cora, l’Amaro 18 Isolabella, “la grande etichetta degli amari”, e per finire un Punt & Mes, con “quel punto di amaro e mezzo di dolce”. I più stacanovisti bevevano lo Jägermeister

E le grappe?? Grappa Piave, naturalmente, con il povero Luigi Vannucchi che raccontava come del distillato si dovesse scartare prima la testa, poi la coda e tenere solo il cuore, Grappa Julia e la Grappa Bocchino sigillo nero.

Chi aveva bisogno di riemettersi in forze poteva far ricorso al Ferro China Bisleri, o al Vov, che aveva un concorrente agguerritissimo, lo Zabov Moccia.

E come aperitivo un Rosso Antico, naturalmente, e che diamine. Che bel nome che aveva! Rosso Antico, sembrava una cosa bevuta da secoli, e con quella bottiglia seniforme e sinuosa che ricordava una donna.

Cazzo, sono diventato vecchio!

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Gli occhiali a raggi X degli anni ’70 (per vedere attraverso i vestiti!)

Immagine da una pubblicità originale degli anni '70

Negli anni 70, su giornaletti pseudo-adolescenziali come i mai abbastanza rimpianti “il Monello” e “l’Intrepido”, compariva la pubblicità di alcune ditte (una, soprattutto, la Same-Govi o Same-Govj, come si sarebbe chiamata più tardi per un adattamento ortografico) che vendevano oggetti che suscitavano la curiosità del pubblico ma sulla cui reale efficacia si sono sempre nutriti numerosi dubbi.

Erano oggettini che servivano per spiare senza essere visti, insomma, il kit dello 007 improvvisato.

C’erano, in particolare, un paio di occhiali che venivano spacciati come “a raggi x”, o “sexy occhiali” inforcando i quali si sarebbe stati in grado di vedere attraverso i vestiti le fattezze delle ragazze. In realtà si dovevano vedere le fattezze di chiunque, ma il prodotto veniva pubblicizzato con il target più appetibile: “proverete l’ineguagliabile illusione di vedere attraverso i vestiti”, promettevano gli annunci che vendevano il tutto per corrispondenza e in pacco anonimo. Ed era effettivamente un’illusione.

Il problema non era che questi oggetti, poi, non mantenessero quello che promettevano, il problema era che le ragazze si spaventavano davvero non appena vedevano uno con gli occhiali un po’ strani (magari perché fortemente miope) pensando che fosse un guardone. Sembra impossibile, ma mia moglie me ne parla ancora con imbarazzo.

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Le cassette audio

…e le cassette, quelle musicali, quelle degli anni ’70 (anche negli ’80 andavano molto di moda, ma cominciarono ad essere un supporto analogico ormai destinato ad andare lentamente a finire verso l’oblio…), quelle che le mettevi nel mangianastri della macchina, che si chiamava mangianastri perché quando le tiravi fuori ti aveva triturato tutto rendendo la cassetta qualcosa di sterile e di inutilizzabile, con tutto il nastro aggrovigliato sulle testine.
Le cassette, quelle che quando incontravi uan ragazza che ti piaceva le dicevi "Conosci il cantante Tale o il gruppo musicale Talaltro?… Se vuoi ti faccio una cassetta…" e quella "Sì, grazie!" (per forza, cosa doveva dirti??) e tu che per dimostrarle tutto quello che sentivi scoppiarti nell’anima, le facevi una C.60 da strapparsi i coglioni a morsi, ma la prima canzone del lato "A" doveva essere quella che più la sorprendeva, se no era finita per sempre.

Le cassette, quelle che avevano ancora il lato "A" e il lato "B", quelle che stoppa… vai un pochino indietr…. no, più avanti, ecco, adesso ci siamo… e ci mettevi cinque minuti per cercare il brano che volevi.

Quelle che non le fanno più.

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Gli Abba contro la destra danese: “Non usate la nostra musica a scopi politici!”

Dopo Famiglia Cristiana, uno dei baluardi della resistenza democratica in Europa sono gli Abba.

Gli Abba, gruppo musicale svedese che si fece conoscere all’Eurofestival del 1974 con "Waterloo" (no, non l’ho guardato su Wikipedia, me lo ricordo, perché io davanti alla teolevisione c’ero, posso sbagliarmi di un anno ma siamo lì…), sono sempre stati l’emblema del Kitsch nord-europeo, della melodia facile, dei brani di consumo, di quelli che si sentono così volentieri presso qualche stazione radiofonica tedesca quando tieni la radio accesa nei giorni di pioggia.

Gli Abba, quelli di "Chiquitita", "Fernando", "SOS", si sono visti plagiare, in Danimarca, una delle loro canzoni più famose (quindi, non necessariamente, una delle più belle).

Certa destra xenofoba ha creato una parodia di "Mamma mia" e l’ha utilizzata per un inno di parte, dedicandola alla loro leader.

Questi quattro signori ("signori" in senso di "portatori naturali di nobiltà") sono intervenuti per impedire l’ulteriore uso della canzone a scopi di propaganda politica.

Hanno detto: "Smettetela, e subito, con questa pagliacciata!". Sono tornati dall’oblio o dalla memoria sommersa della gente per rivendicare, oltre a quella del loro lavoro, la loro dignità personale.

Se gli Abba ci insegnano la democrazia vogliamo i Ricchi e Poveri alla presidenza del consiglio (oh, qualcosa di meglio di Berlusconi faranno!…)

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La musicassetta

La musicassetta era un oggetto di culto.

Eppure l’hanno messa fuori produzione solo due o tre anni fa e ci sembra già  preistoria.

La musicassetta era, soprattutto, la C-60 (mai capito cosa ci stesse a fare quel "C-" e credo lo abbiano capito in pochissimi) o, per quelli che volevano concedersi l’extra lusso, la C-90: ben un’ora o un’ora e mezzo di registrazione, con possibilità  di cancellare e sovrascrivere quello che non ti interessava, praticamente la manna, che ci facevi con i DVD-RW??

Esistevano anche le C-120, ma venivano regolarmente sconsigliate perché "sforzavano troppo il motorino" e siccome il nastro era più sottile rischiavi che si strappasse nel migliore dei casi o che andasse a creare in instricabile aggrovigliamento con le testine.

Testine che si sporcavano periodicamente e andavano pulite. E anche lì c’erano diverse scuole di pensiero, chi diceva che bisognasse utilizzare i Cotton Fioc a secco, chi usava l’alcool, chi uno straccetto, ma capitava sempre che una cassetta sputasse un po’ troppo ossido e rendesse poco "fedele" l’ascolto.

Poi c’erano quelli che compravano sempre e solo quella marca, come se appartenessero a partiti politici o fosserop tesserati di squadre di calcio di serie A. La TDK era una fede, e poi c’erano quelli che amavano le Maxell (le Sony vennero un po’ dopo).

La cassetta era considerata universalmente ed erroneamente un mezzo per cuccare.

Più economica ma sensibilmente meno efficace di un mazzo di fiori, una C-60 poteva avere un potenziale seduttivo notevolissimo, a patto di azzeccare la successione dei primi tre o quattro brani della compilation personale da dare all’amata, ché tanto l’avrebbe stoppata a quel punto, fregandosene di andare avanti nell’ascolto.

E le etichette erano generalmente variopinte, ogni compilation amorosa su cassetta costituiva un pezzo unico ed irripetibile (sì, si poteva fare la copia di una cassetta, ma la qualità era assai scarsa, a meno che l’originale non fosse eccellente).

In breve, la cassetta era una metafora del due di picche, tutte te la chiedevano ma nessuna alla fine te la dava.

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Tutti i bimbi come Marisa Sannia

Ci sono notizie che ti strisciano vicino, di cui non ti accorgi neanche e che, quando tornano a galla, ti lasciano stercofatto.

E’ morta Marisa Sannia.

Aveva interpretato una delle migliori canzoni di Don Backy (che è stato ed è uno veramente bravo), Casa Bianca (dirige, naturalmente, il maestro Detto Mariano), e aveva reso giustizia all’unica canzone non firmata da Mogol e Battisti, "La Compagnia".
Lo aveva fatto nell’unico modo possibile, cantandola in modo normale, sereno, senza gli acuteggiamenti frocetti di Battisti (mi perdoni!) e senza il pressappochismo ubriacone e scanzonato di Vasco Rossi.

Era bella, bellissima.

Ci rimane dentro il cuore. Con la nostra gioventù.

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La piccola anima di Alice

Alice era, semplicemente, bellissima.
Aveva una voce leggermente nasale, piena, tendente un po’ al maschile senza che la cosa disturbasse troppo.
Ha cantato varie canzoni di Battiato, con il quale ha inciso una indimenticabile versione de "I treni di Tozeur", partecipando a un Eurofestival (1984, credo…), versione così indimenticabile che non la si trova più da nessuna parte.

Oggi mi sono imbattuto in questo pezzo, che, come tutte le cose belle, non se lo ricorda nessuno.
E’ del 1976, ha 32 anni. Il che è imbarazzante, almeno per me.

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La linea di Osvaldo Cavandoli

La linea era un cartone straordinario.
Pochissimi elementi, una linea bianca che tracciava la sagoma di un omino simpatico, un po’ sfrontato, certamente sfottente quel tanto che basta.
Osvaldo Cavandoli era il suo papà. Il cartone ebbe un successo straordinario come testimonial della Lagostina (“Lui cerca lallallàlla…” canicchiato sull’aria di “Io cerco la Titina”).
Era il simbolo di un altro modo di fare animazione. Assolutamente meno volgare e più vivace.
E soprattutto con un numero limitatissimo di risorse. Anche e soprattutto verbali. L’omino parlava una sorta di lingua franca, un grammelot italiano che non diceva assolutamente niente ma che veniva capito ovunque e da chiunque.
Cavandoli ha inventato il vero esperanto.
Non se lo ricorda più nessuno, a parte qualche anima pietosa che ha dedicato al cartone una voce su Wikipedia, facendo indubbiamente un’opera di bene, ma dimenticandosi -come accade regolarmente in Wikipedia- che un’enciclopedia è un’altra cosa (si è mai vista la Treccani dedicare una voce a Fabrizio Corona? Su, via…).
Cavandoli è morto il 3 marzo scorso e la gente nemmeno se n’è accorta.
Era un genio nell’accezione più genuina del termine: “Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione…” (da “Amici miei”)
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Santo & Johnny

Santo & Johnny erano i fratelli Santo e Johnny Farina da Broccolino (Brooklyn).

Per l’Italietta che pensava che Brooklyn fosse la Gomma del Ponte, una nota marca di chewing-gum (made in Perfetti) andavano più che bene.

In Italia ebbero un successo strepitoso interpretando alla chitarra hawaiana il tema conduttore del film “Il Padrino”. Quel brano ebbe una storia strana. Nino Rota lo compose come motivetto grazioso ma scanzonato per un film di Eduardo De Filippo, con Alberto Sordi e Giulietta Masina. Il film si chiamava “Fortunella” (storica la battura “Oggi so’ matta!!!” interpretata dalla Masina nella parte della donna di un robivecchi). Poi arrivò Marlon Brando, la mafia americana d’antan e tutto cambiò.

Oggi a Santo e Johnny perfino Wikipedia dedica una pagina in inglese e una in tedesco (va beh, Wikipedia dedica una pagina perfino alle veline…)

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Gli Alunni del Sole

Di quei gruppi canterini un po’ nostalgici, romantici e con i colletti delle camicie regolarmente a punta, gli Alunni del Sole (nome mutuato da un romanzo di Giuseppe Marotta) sono stati certamente i più bravi.

Certo, sviolinate con orchestre che neanche i Wiener Philarmoniker ("Concerto/di un mare senza te/che suona/ e ti riporta a me…"), valzeroni lenti ("Taranté, t’arricuord’e suspire Taranté?"), e c’era sempre Liù, che "si stendeva su di noi e ci dava un po’ di sé" (beh, c’erano anche a quei tempi le ragazze facili…) ma anche canzoni come "Un’altra poesia", che era in assoluto la più bella ("Così tornando ti porto un regalo/quel fondotinta che ti piace sul viso…").

Recentemente, oltre a un vecchio CD ripescato chissà dove grazie alla complicità di un amico, che per comodità chiamerò "Tierra y Libertad" (lui sa…), ho trovato alcune foto degli Alunni del Sole come sono adesso. Praticamente inguardabili.

Ricordiamoceli come erano allora (quella che vedete è la copertina di "E mi manchi tanto"), e chi se li ricorda con me, metta un dito qui sotto!

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La fonovaligia della Lesa

Ed eccola qui, la fonovaligia della Lesa, portatile, scomodissima, ma compagna di mille momenti musicali. In caso di scampagnate o picnic era sufficiente allacciare la spina a una qualsiasi presa di corrente (il guaio era trovarla in mezzo ai boschi, o sulla riva del mare, per cui alla fine non se ne faceva di nulla). "Te porta i Cugini di Campagna, I Pooh e anche Adriano Celentano, che l’ultimo di Claudio Baglioni ce l’ho io…". Da notare che il braccio e la puntina erano pesantissimi e avevano sui 33 giri un effetto "aratro" deglio della miglior semina stagionale. Una prece.

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