Il questore di Reggio Emilia: “Se ci fosse stato il taser, Federico Aldrovandi sarebbe ancora vivo.”

Aldrovandi-Giovanardi

Viviamo in un paese e in un mondo (ma, più che altro, in un  “mundillo”) in cui si scambia sempre di più la libertà di opinione per libertà di travalicare la realtà e la verità fattuale delle cose, e questo è francamente inaccettabile.

Il Questore di Reggio Emilia Antonio Sbordone, in una intervista al “Resto del Carlino” ha dichiarato che:

“Io ho visto cosa è accaduto a Ferrara dopo il caso Aldrovandi, anche se non ero io il questore presente quell’anno. Questo ragazzo, se ci fosse stato il taser, sarebbe ancora vivo. Per fermare un giovane alto un metro e 90 agitatissimo hanno dovuto usare anche i manganelli“

Sono parole che pesano come macigni, soprattutto perché pronunciate da un alto rappresentante dello Stato che dovrebbe dimostrare maggiore delicatezza, oltre che per il dolore di una madre che si è visto il figlio strappare l’anima a forza di botte (altro che taser!), per le sentenze della magistratura che hanno dichiarato colpevoli quattro agenti per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. Questo ragazzo, nel momento in cui è stato fermato si trovava nelle mani dello stato che doveva fare di tutto per proteggerlo e per garantirne l’incolumità. Invece è morto per “eccesso colposo”. Ci sono responsabilità oggettive (e modalità esecutive) riconosciute  da una sentenza della Cassazione. “Hanno dovuto usare anche i manganelli”, chiarisce Sbordone, come se fosse stata una necessità impellente e ineludibile, un dovere d’ufficio necessario a placare l’agitazione dell’energumeno alto 1,90 e braccato da quattro agenti manganellòfori.Come se fosse stato inevitabilmente necessario (ancorché dolorosissimo) che Federico morisse. Come se il taser fosse di per sé più sicuro del manganello. Come se Patrizia Moretti sia costretta a sentirsi dire che la violenza che ha ucciso suo figlio, se fosse stata un po’ meno violenta e operata con altri mezzi, ne avrebbe potuto garantire l’incolumità. E care grazie! Solo che le sentenze dicono altro. E quella sui responsabili della morte di Federico Aldrovandi non è una sentenza che parla, ma urla e grida nomi e cognomi.

Ma sì. Qualcuno spieghi a Antonio Sbordone che la libertà di opinione è decisamente altro da tutto questo.

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Applausi, tu solo non ci sei

“Segatto lo colpiva alle gambe con il manganello. Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra mentre Pollastri lo continuava a percuotere.”
(dalla ricostruzione della Corte di Cassazione dell’omicidio Aldrovandi)
Ho paura.

Ho paura di questa gente che rappresenta lo stato e che applaude a tre dei quattro colpevoli della morte di Federico Aldrovandi, sia pure colpevoli “colposi”.

Ho paura che si battano le mani all’indirizzo di questi galantuomini per cinque minuti filati, neanche fossimo al Festival di Sanremo e che l’iter giudiziario per identificare colpevoli e responsabilità sia stato estremamente lungo, tortuoso e a tratti silente.

Ho paura perfino di essere fermato per la strada dalla Polizia che mi chiede “patente & libretto”. Perché da quel momento sono nelle loro mani. Sono nelle loro mani la mia identità, la mia libertà di cittadino e il mio diritto a circolare indisturbato.

Ho paura della loro ignoranza, dello scarissimo -per non dire inesistente- senso dello Stato di diritto, per cui in presenza di una sentenza definitiva passata in giudicato un imputato è da considerarsi colpevole. Un colpevole che continua a stare sulla scena della professione di rappresentante delle forze dell’ordine, giacché è stato condannato per un reato colposo. Ovvero un reato che esclude la volontà di uccidere. Senza dubbio. E allora applausi.

Applausi e provocazioni. Perché non è altro che una provocazione. Una provocazione ripugnante e stomachevole che ti fa sperare di non essere mai sotto le mani di questi energumeni. E ti fa venir voglia di leggere il libro di Marco Preve “Il Partito della polizia“.

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Io non firmerò la petizione per l’allontanamento dalla polizia dei responsabili della morte di Federico Aldrovandi

Screenshot da: www.ilfattoquotidiano.it

Ho seguito con passione, interesse, partecipazione emotiva, commozione e non so dirvi quant’altro (ma voi lo sapete), la vicenda che ha portato alla condanna dei quattro poliziotti definitivamente colpevoli della morte di Federico Aldrovandi.

Mi ha fatto schifo vedere insultata Patrizia Moretti e sentir vomitare a sproposito una serie di epiteti senza senso e senza vergogna.

Ma non posso firmare la petizione on line lanciata dal comitato “Verità per Aldro” e che chiede l’espulsione dei poliziotti colpevoli dalle forze di polizia, proponendo che venga rivista la normativa “in modo che i condannati in via definitiva, anche a meno di 4 anni vengano automaticamente allontanate dalle forze dell’ordine, a cominciare dai quattro poliziotti riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Federico”.

Per la cronaca i quattro poliziotti sono stati condannati a tre anni e mezzo. Per due di loro è in corso un’indagine per diffamazione aggravata, e occorrerà vedere se la nuova pena, qualora vengano definitivamente considerati colpevoli, cumulata con la precedente supererà o meno i quattro anni di reclusione.

Non posso firmarla perché:

a) non credo alle petizioni on line in cui un indirizzo IP può aderire più e più volte. Possiamo firmare io e mia moglie, ad esempio, ma, in teoria, potrei inventarmi dieci identità fittizie, tanto ad aprire una casella di posta elettronica, qualora servisse, non ci vuole niente, e se lo facessero in cento, anziché cento firme ce ne sarebbero mille;

b) se veramente la petizione serve a sensibilizzare il legislatore sull’opportunità di rivedere una norma pre-esistente, meglio una proposta di legge di iniziativa popolare. Non sarebbe stata ugualmente presa in considerazione (men che meno la petizione online) ma almeno tutte le firme sarebbero state autenticate e contate una per una. Se è vero, come è vero, che in rete e nella vita politica e civile “uno vale uno”;

c) viviamo in uno stato di diritto. Se esite una norma, ammesso che esista (e bisognerebbe andare a vedere il contratto collettivo nazionale di lavoro delle forze dell’ordine), che dice che un poliziotto condannato per un reato colposo a una pena massima di quattro anni e comunque non interdetto dai pubblici uffici, neanche temporaneamente, può continuare a svolgere il suo lavoro (magari con mansioni di archivio e non armato), una volta esperita l’azione disciplinare, non si può sommare all’ingiustizia della morte di Federico Aldrovandi anche quella di chi, scontate la pena e la sanzione disciplinare, se può continuare a svolgere il proprio lavoro, sia pure con mansioni diverse, non debba farlo.

Intendiamoci. Io sono favorevole che un poliziotto, se uccide una persona nell’adempimento dei suoi compiti, possa e debba essere licenziato dal corpo di appartenenza. Ma la legge non è quello che noi pensiamo. E la legge che stabilisce tutto questo non è una buona legge. E allora la legge va cambiata. Ma come tutte le leggi che cambiano non può essere retroattiva. Io non posso pagare per un fatto che ho commesso oggi solo perché fra tre o quattro anni la legge cambia a mio sfavore. E’ un principio costituzionale elementare.

Continuiamo, dunque, a pagare con le nostre tasse lo stipendio a queste persone condannate per la morte di un giovane che era nelle loro mani (cioè nelle mani dello Stato), ma impegnamoci affiché a nessuno, mai più, accada quello che è caduto a Federico, Patrizia, Lino e Stefano Aldrovandi.

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Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web

La comunicazione ufficiale della Cancellieri sul caso Aldrovandi

Torno sulla dolorosissima vicenda dello stràscico del caso Aldrovandi, della condanna definitiva passata in giudicato con sentenza della Cassazione dei quattro poliziotti individuati come responsabili e della penosa e inutile sequela di insulti alla madre apparse su account Facebook facenti capo agli stessi condannati ai danni della madre di Federico.

Il Ministro dell’Interno Cancellieri ieri ha annunciato che sarà avviata una azione disciplinare “per sanzionare l’autore del gravissimo gesto”. E parla di Paolo Forlani. Il cui account Facebook, nel frattempo, è sparito.
Il comunicato, inoltre definisce “vergognose e gravemente offensive” le frasi messe in linea da due dei poliziotti condannati, all’indomani del giudizio di Cassazione. E il “gesto” non sono le percosse a seguito delle quali un ragazzo, affidato allo Stato perché fermato da una pattuglia, ma le frasi scritte in rete. Continua la lettura di “Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web”

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Patrizia Aldrovandi: “Noi continueremo a nutrire profondo rispetto per la divisa”

“Noi continueremo a nutrire profondo rispetto per quella divisa oltraggiata da quei quattro condannati e da tutti coloro che l’hanno usata per difenderli tentano invano di nasconderli alle loro responsabilità . Noi pregheremo anche San Michele Arcangelo, ma lo faremo il 25, quattro giorni prima, durante la messa in memoria di nostro figlio che non c’e più”.

(Patrizia Aldrovandi)
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