Forse non lo sai ma pure questo è amore

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E lui che t’ha portato via la donna che amavi d’un solo colpo. Un incidente, dicevano.

E lui che è ancora lì, in giro per il paese, dopo sette mesi. Sette mesi in cui hai covato una rabbia antica, un rancore infinito e la voglia di stenderlo una volta per tutte. Sette mesi in cui hai pensato e ripensato. Ne hai studiato le abitudini, i movimenti, i vizi. Lo hai pedinato e lo hai guardato in faccia, lui, l’assassino. Una, cinque, dieci, venti volte, non importa quante, serviva per imprimerti bene nella mente la faccia dell’imperdonabile.

E lui esce dal bar. E la pistola è lì, nel giubbotto. Puoi sentirla, fredda e quasi impersonale. Ma sai che non sbaglierà. Qualche parola, niente di più. E poi spari. E spari, spari e ancora spari.
E lui cade a terra. Chissà se ha avuto il tempo di pensare a qualcosa o a qualcuno. Prima c’era, adesso non c’è più.

E lui, che nessuna giustizia umana adesso potrà più condannare, è stato condannato dalla tua vendetta.

Forse non lo sai ma pure questo è amore.

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Avevo una banca

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Eh sì, io una banca ce l’avevo.

Era la Banca di Credito Cooperativo dell’Adriatico Teramano, filiale di Roseto degli Abruzzi, nuova sede in via Nazionale.

Avevo un conto corrente, una splendida carta bancomat, ci avevo appoggiato una carta di credito, mi davano anche due lire di interessi, insomma, si campava.

Poi ieri sulla stampa locale è apparsa la notizia che alcuni dirigenti della banca sono stati rinviati a giudizio per “usura” (riporto testualmente il termine utilizzato dalla civetta de “il Centro”, disconoscendo, al momento, l’esatta denominazione della fattispecie penale contestata).

Beh, non è una bella cosa. Certo, un rinvio a giudizio non è una sentenza definitiva passata in giudicato (e ci mancherebbe anche altro) ma i soldi sono miei e permettete che me ne preoccupi.

Così, oggi pomeriggio mi presento davanti alla mia ormai ex banca, aspetto che apra, faccio la fila, mi siedo davanti all’impiegata (una ragazza davvero splendida e molto capace) e dico che la cosa è imbarazzante, ma io vorrei chiudere il conto.

Mi aspettavo che mi dicesse “aspetti un momento… non ho capito… forse è meglio se…” temporeggiando e cercando di esperire fino all’ultimo tentativo possibile per mantenere il cliente. Invece ha attivato la procedura da computer, mi ha chiesto un po’ di dati (ad esempio su quale altro conto corrente desiderassi che venissero versate le cifre residue), ha esitato un momento con un “forse dovrei avvertire la direttrice” (cosa che in effetti ha fatto) ma sostanzialmente la mia richiesta di chiusura conto era stata quanto meno avviata. E pensare che una banca dovrebbe essere interessata a trattenerseli i clienti, non a lasciarseli sfuggire ad ogni frusciar di avviso di garanzia!

Comunque WoW che efficienza! E in breve tempo ho anche il feedback della direttrice che dalla sua stanza mi fa sapere per interposta persona di essere molto dispiaciuta. E va beh.

Poi però la direttrice viene a parlarmi alla cassa. Mi dice che non ci sono problemi, che i miei soldi sono assolutamente garantiti (fingendo di non sapere o, peggio, non sapendo proprio per niente che il mio problema non era la garanzia del denaro, ma di come questo venisse impiegato dalla banca) e che comunque era solo un rinvio a giudizio (in un altro paese i vertici di una banca si dimetterebbero per molto meno), non c’era ancora una sentenza, neanche di primo grado, per cui tutti presunti innocenti.
L’ho guardata col candore che tradizionalmente mi contraddistingue e le ho chiesto “Lei ha dei figli in età scolare?” Mi guarda con occhi compassionevoli e mi dice “Ma certo, a uno ha insegnato proprio lei.” Eh, lo so, il tempo passa e io mi rimbambisco. Vorrei dirle una cosa a cui tengo molto. E cioè che lo so benissimo che sono tutti innocenti (o, meglio, PRESUNTI innocenti) fino a sentenza definitiva passata in giudicato, ma se nelle scuole dei suoi figli uno dei loro insegnanti venisse accusato e rinviato a giudizio per, per esempio, detenzione di materiale pedopornografico, sarebbe comunque presunto innocente anche se non si è celebrato alcun processo (anzi, magari PROPRIO per questo), ma se decidesse di ritirare i propri figli dalla classe o dalla scuola la capirei.
Volevo dirglielo ma le ho detto solo che non avevo niente da dirle. Cioè la verità.

Me ne sono andato con una banca in meno e una valanga di soddisfazione in più.

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Ju tarramutu

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Ju tarramutu è come una vecchia pubblicità di Natale, “quando arriva arriva”.

Ju tarramutu ormai è una vecchia conoscenza. Quasi un amico. Tra i vecchi c’è chi prova a misurare l’intensità delle scosse scommettendoci sopra, come fosse un gioco. E ci riescono meglio di Richter. “L’hai sentita, questa? Questa era da tre!!”

Ju tarramutu si ripete. Una, due, tre, quattro volte. “Eh, queste saranno da cinque, almeno!”

Ma ti fa paura, ju tarramutu. Risveglia ricordi mai sopìti e ti lascia addosso sempre e comunque una neanche troppo leggera sensazione di nausea. Quella ce l’hanno tutti. Sia chi si sente tremare la terra sotto i piedi che chi guarda il lampadario dondolare su per aria. E’ il minimo comune denominatore, è il prezzo da pagare. E’ ju tarramutu.

Passa e va ju tarramutu. Se ne frega di te e del dolore che ti ha lasciato. “Povera gente, e ora che si fa?” Non c’è più nulla da fare se non illudersi che sia passato. Perché lo sai che tornerà, che non ti lascia solo, che tornerete a incrociare gli sguardi. Tu, la tua paura, il tuo mutismo, la tua rassegnazione e lui, ancora lì, che ormai non lo chiami più neanche per nome, ju tarramutu.

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Pork Day

Un grido continuo, straziante e spaventoso si sta diffondendo in questi giorni per le campagne d’Abruzzo.

Di casa in casa, di porta in porta, di dolore in dolore, come la strage dei primogeniti descritta nell’Esodo, come la strage degli innocenti di Erode. E’ il “Pork Day”, giorno di sangue, giorno di sgozzamento del porco, mattanza, strage. Perché nei giorni dell’Immacolata lu porc’ s’ha d’accije e non ci son santi che tengano.

La bestia, quando viene avvicinata per essere costretta, di lì a poco, a sognare le sue ultime ghiande, sente che la vita sta per sfuggirgli e che quel suo mondo ristretto di fango, trogolo, merda e grugniti dovrà lasciarlo restituendo al padrone tutto quello che in un anno gli è stato somministrato sotto forma di mele marce, avanzi, pannocchie di granturco, rifiuti, màgna, màgna, màgna porc’ che poi c’è chi mangia te.

Per il momento in cui il porco passerà a miglior vita tutto deve essere pronto. L’abbigliamento deve essere il più dozzinale possibile, ma caldo, perdìo, perché l’inverno si avvicina. Quindi saranno privilegiati vecchi indumenti di flanella a collo alto e con la cerniera, utili soprattutto perché il grasso della malabestia andrà ad impregnare le fibre e, reagendo chimicamente con il sudore che impregna le ascelle dell’uccisore o dello spezzatore, restituirà nell’ambiente un inconfondibile e persistente odore di rancido.

Nulla deve essere lasciato al caso durante il Pork Day. Una volta che l’animale avrà levato al cielo il proprio supplicante ultimo grugnito dev’essere squartato, eviscerato, sgrondato del sangue e appeso per un giorno. C’è anche chi va a vederlo, come se si trattasse dell’ultima visita al caro estinto nella cella frigorifera dell’obitorio.

Poi la spezzatura. Il maestro spezzatore (che dalle mie parti era lo zio Nicola) ha con sé tutti i coltelli perfettamente affilati e prima della sua incisione iniziale nelle carni si accerta che non manchi niente. Il sale in primo luogo, ed esistono dispute di  carattere filosofico-culturale sul fatto che sia migliore il sale dei monopòli di Stato che ha comprato lu cumpare Ninucc’ piuttosto che quello acquistato al supermercato dallo zio Berardo che ha avuto l'”occasione”. Si devono avere, inoltre, pepe e peperoncino in abbondanza, con spargimento di starnuti e lacrimazioni a iosa. Perfino sulla scorza d’arancia (che serve per le salsicce) c’è poi da ridire, chè troppo aromatica nun va ‘bbona e troppo legnosa nemmeno.

Così, quella che era una besta grugnente e senziente viene trasformata in cibo da conservarsi per tutto l’anno. Particolare cura dovrà essere tributata al prosciutto e alle lonze, perché dovranno essere fatti assaggiare agli ospiti di riguardo una volta stagionati, in ossequio alla tradizione che vuole che si instauri una sorta di gara tra vicini di casa che fanno a chi ha il prosciutto più buono, quello meglio stagionato, no troppo pepe, il tuo non si è asciugato bene, come ti permetti, ritira le parole, chè il prosciutto è la parte più nobile del porco, e sentirsi dire che non è venuto bene è un’offesa che si lava col sangue. Figuriamoci poi se si guasta! Un prosciutto guasto, in Abruzzo, è segno premonitore di sette anni di carestia, nove di siccità e vento freddo dal Gran Sasso per tutta la vita a congelare i pensieri.

Le salsicce si dividono in salsicce di carne (quelle con la suddetta arancia), salsicce di fegato e salsicce di cotica.
La salsiccia di cotica è la più delicata delle tre. Si mischia la carne magra con la cotica raschiata e sbollentata (ma non deve risultare troppo molle, se no fa schifo, anzi, sotto i denti deve mostrarsi “tostarella”), sale, pepe e peperoncino (sì, ci vogliono tutti e due!) ma se sbagliano le dosi lo spezzatore abruzzese si farà hara hiri, perché segreto di una buona salsiccia di cotica è l’equilibrio tra gli ingredienti e quella consistenza un po’ collosa. La tragedia massima per è quella di rinvenire un peletto del compianto porco nel salsicciame, il che vuol dire che le cotiche non sono state pulite a dovere, onta & disonore!
Quanto alla salsiccia di fegato, anche qui ci sono due scuole di teologia di orientamento opposto, c’è chi dice che sono migliori quelle del teramano, ma il mi’ nonno Raffaele (sì, perché ciavevo anche un nonno Raffaele io) batteva tutti: salsiccia di fegato aquilana, bella stagionata, col peperoncino tritato grossolanamente e una puntina di aglio. Ti faceva sentire il paradiso.

Lo spezzamento deve per forza di cose esaurire tutte le energie di chi vi partecipa. Se non rientri a casa stramazzato dalla fatica non hai reso al porco il giusto tributo alla sua misera vita. E quando ti sdrai sul divano stremato a guardare il TG Regionale condotto da Donatella Speranza, pensi che sì, è proprio il caso di “rimetterlo”, lu porc’, ovvero di comperare la bestia che andrà ad ingrassare per un anno intero e sostituire la buonanima.

Màgna, màgna, porc’!

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Ora ci càa l’orso!

Qualcuno sbaglia le dosi di un anestetico e l’orsa Daniza che doveva solo essere catturata, ci rimette la pelle per colpa di certi pseudo-ambientalisti incompetenti.

“Ora ti càa l’orso!”, si dice a Livorno, per sottintendere che “Ora son veramente affari tuoi, e che affari!” Ma l’orso a chi ha sbagliato non gli “càa” mai.
Ma come fa un veterinario (perché si spera che si siano rivolti a un veterinario questi galantuomini, non al tortaio all’angolo) a cannare una anestesia di questo genere? Ma è roba che si dà a occhio, come il citrato (“Toh, pigliane un po’ di più, ché sei ingombro di stomaco”)?? La risposta è caduta nel vento, come direbbe Bobby Zimmermann.

Qualcuno omette per anni di analizzare il DNA che si trovava sotto le unghie di Chiara Poggi e finisce che il reperto diventa inutilizzabile, degradato o non più utile processualmente.

Ma come si fa ad avere un possibile elemento a carico o a discarico di una persona e non disporre l’analisi del DNA nel momento stesso in cui questo elemento viene raccolto? Lo sa anche un bambino che un pezzetto microscopico di pelle dopo tutto questo tempo si deteriora. Quindi chi non è un bambino dovrebbe sapere che ricavare un DNA perfettamente sovrapponibile con quello di un indagato in un frammento deteriorato è per uno storpio come andare a fare un pellegrinaggio a piedi al Santuario di Montenero.
E poi se queste cose gliele fai notare la gente si indigna. “Ma come, si vuole forse insinuare che gli addetti (all’orsa o al DNA) non hanno svolto il loro lavoro in modo accurato e professionale??” Sì, si vuole dire esattamente questo, perché, non si può?

Perché per un errore (e loro ti dicono che “Tutti sbagliano!”, sì, ma intanto hanno sbagliato loro) cambia la realtà. Questi non sono i casi del meccanico che sbaglia a ripararti la macchina e tu ti ritrovi di nuovo a piedi dopo tre chilometri, o quello della cassiera del supermercato che “batte” due volte lo stesso articolo sullo scontrino, qui ci sono i corsi della vita della gente di mezzo. Vogliono farci credere che se muore un’orsa marsicana non è poi un gran male (ce ne sono pochi e una femmina che può avere più gravidanze ti può aiutare a ripopolare l’habitat, chissà cosa ci vuole a capirlo!), o che fare una prova del DNA dopo piuttosto che prima non cambia sostanzialmente le cose (sì che le cambia, potrebbe contribuire a tenere un indagato in carcere anziché lasciarlo libero o viceversa).

Che, poi, il narcotico con cui è stata uccisa l’orsa Daniza è questa ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. Ed è con quello che ci stanno avvelenando giorno per giorno.

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Tomato Day

Si è conclusa in tutte le ridenti località dell’Abruzzo Ulteriore e Citeriore la stagione del Tomato Day.

Il Tomato Day altro non è che la giornata intieramente dedicata alla produzione della conserva di pomodoro, conserva che avrà da bastare per tutto l’anno e possibilmente avanzare, in modo da poter raccontare a amici, vicini e parenti che “so’ fatt’ li pummador'” ma ce n’erano ancora 120 bottiglie dall’anno scorso, dunque l’autonomia era garantita, nel caso malaugurato che si presentasse a pranzare al proprio desco l’esercito della Battaglia di Custoza.

Tutto deve essere fatto in grande stile e in grande quantità perché non si sa mai, potrebbe sempre scoppiare un conflitto termonucleare globale, e allora via, pomodori a quintalate e sveglia alle cinque per la brava ed operosa massaia abruzzese, perché a farne di meno e a levarsi più tardi non si soffre abbastanza e non si espia completamente la colpa di stare al mondo.

Protagoniste incontrastate del Tomato Day, accanto al pomodoro che giace nelle più svariate forme e specie nelle cassette ammonticchiate, sono le bottiglie. Le bottiglie sono state messe da parte tutto l’anno, chè non si butta via niente, nossignori, che cazzo vuol dire “raccolta differenziata”? No, le bottiglie si riusano, sissignori, e una volta si riusavano anche i tappi, con cui la passata veniva sigillara una volta riempita la bottiglia che poteva essere di ogni tipo: frequentissima e ambitissima quella da 2/3 di birra col vetro scuro, ma non si buttan via nemmeno quelle da succo di frutta, ottime per una passata di pomodoro monoporzione (i single aumentano, qui in Abruzzo!). Una volta vidi perfino una bottiglia da liquore (uno di questi amari di qualche eremo sperduto, fatto con le erbe medicinali e officinali dei fraticelli zoccolanti) col tappo a vite.

E poi si comincia. Si badi bene: la giornata scelta per il Tomato Day ha da essere maledettamente CALDA, per aumentare vieppiù la sofferenza connessa al lavorare dalla prima mattina al tramonto.

La catena di montaggio tra chi pulisce i pomodori, chi li passa nella macchinetta (preferibile quella a mano rispetto a quella elettrica, perché non s’ha da risparmiare il patimento), chi travasa la polpa dalla tinozza di plastica per il tramite di un imbuto nelle bottiglie e chi le tappa deve essere perfettamente sincronizzata.

E via fino alla sera, con una sola pausa per il pranzo (parco, perché s’ha da patire!), col pomodoro come unico oggetto di interesse, col sugo che schizza da tutte le parti, e i semi che ti entrano ovunque, nei vestiti, tra i capelli, in mezzo alle dita dei piedi, e vài, cira, raccatta, imbuta, tappa. Bottiglie, bottiglie messe da parte, una dietro l’altra, con solenne voglia di farsi del male, perché esisteranno anche Pomì, Pomodorissimo, Polpa Pronta e Polpa Bella che forse costeranno anche meno rispetto a tutta quella mole di lavoro, ma noi non ci si fida e, soprattutto, s’ha da farci hara hiri coi San Marzano.

Giunti all’ultimo tappo c’è qualche masochista che propone di ripassare dalla macchinetta le bucce di primo scarto, onde spremerne il sugo fino all’esasperazione. Poi si passa alla bollitura.

La bollitura è una operazione complessa e ne va del proprio onore. Se durante la bollitura anche una sola delle centinaia di bottiglie ottenute si schianta, questo costituisce un’onta incancellabile, peggio di una condanna all’ergastolo per triplice omicidio premeditato. “Non mi se n’è schiantata neanche una!!”, dirà con tronfio orgoglio il gentiluomo abruzzese. La bollitura avviene in un bidone dove le bottiglie vengono adagiate con stracci e altri ammortizzatori di non si sa bene cosa.

Una volta raffreddato il tutto, le bottiglie son pronte per essere riposte nei rifugi antiatomici e da poter orgogliosamente avanzare anche l’anno successivo. Ohimè!

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Lolite a Teramo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.”

Vladimir Nabokov, Lolita
E così anche nel teramano le hanno beccate.

Ragazzine minorenni, con ogni probabilità “di buona famiglia” (si dice sempre così quando si vuol distaccare il frutto marcio dall’albero che lo ha generato e che si suppone sano), insospettabili, che si dà per scontato che debbano pensare alla scuola, allo studio, ai turbamenti segreti per qualche ragazzino, a uscire con le amiche e invece schiaffano le loro foto per nulla caste su ask.fm.

Nude su richiesta, dunque, o, come si dice con anglicismo improponibile, on demand, contando da una parte sulla complicità dei mezzi (puoi farti una foto nuda da sola e farla circolare senza che nessuno ti veda) e sull’ignoranza dei loro limiti (nessuno è veramente anonimo su internet).

Ignoro come sia andata. Chissà, magari qualche genitore ha scoperto il “giro” e ha interessato la polizia postale per vedere fino a che livelo da girone dantesco sia profondo (“cignesi con la coda tante volte/quantunque gradi vuol che giù sia messa”), qualcuno che non ci sta a definirla una ragazzata, un qualcosa che possa essere risolto “tra galantuomini“, perché, si sa, è da “galantuomini” mettere sempre tutto a tacere quando i figli fanno le pirlate. Oppure quelle fotografie sono cadute nel calderone di una inchiesta più ampia.

Ma il senso del pudore ce l’hanno anche le minorenni, queste ragazzine che se il padre entra per sbaglio in camera loro mentre si cambiano saltano in aria e sbattono la porta, ma poi si fanno i “selfie” alle tette  perché è tanto figo.

E allora perché lo fanno? E’ semplice, lo fanno perché lo vogliono fare, perché è una loro scelta. E i genitori sempre lì a dare la colpa a internet, alla rete, ai social network, “a questo Facebook che io non so nemmeno cosa sia“. Però regalano alle loro figlie telefonini da 500 euro che si collegano perfino ai dischi volanti, perché loro vogliono WhatsApp. O, semplicemente, permettono loro di usarli solo perché qualche zia o nonna ringoglionita regala loro dei soldi perché hanno preso un bel voto in religione e quelle ci si sono comprate la quintessenza della telefonia compatibile con il pensiero neoputtanista dilagante (perché, si sa, “se no non sei nessuno“).

E non “tradiscono” solo la fiducia dei genitori. Tradiscono anche il loro portafoglio (è intestata a loro la connessione internet di casa, e loro pagano la bolletta anche perché la figlia ha voglia di farsi due cosine via webcam) e li pongono a rischio di procedimento penale (è a loro che è intestata la SIM con cui fanno mostra di sé sulla rete, e, comunque, esiste sempre la “culpa in vigilando”, ossia, se hai una figlia che zoccoleggia in rete la colpa è tua che non hai saputo vigilare sui suoi comportamenti).

Sì, lo so che questa non è certo la vita che ho sognato un giorno per (tutti) noi.

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La Signora della porta accanto

Letizia Marinelli

Questa signora è la nuova arma di distrazione di massa della disinformazione  e del pettegolùme abruzzese.

Credo che tutti siano d’accordo nel ritenere, insieme a lei, che l’adulterio non è più reato. E possiamo tranquillamente aggiungere che ognuno fa la nanna con chi vuole, avendo da rispondere esclusivamente alla propria coscienza e alla propria famiglia, se ne ha una.

Basta, non c’è altro.

Non ce ne frega niente se ha trascorso una notte d’amore con il Governatore Chiodi nella stanza 114 dell’Hotel del Sole di Roma, piuttosto che se ha occupato con lui o con chiunque altro, ma anche da sola, la numero 3 di un albergo a ore (“la meno schifosa”, secondo una canzone di Herbert Pagani). Né tanto meno se quella notte d’amore sia stata il frutto di una debolezza o di una passioncella passeggera o se quella relazione sussista tuttora.

Ci interessa, casomai, con quali soldi quella notte d’amore, ovunque consumata, sia stata pagata, se coi soldi pubblici o coi loro soldi privati.

Perché se è stata pagata con i soldi privati sono ancora affari loro e la cosa non costituirebbe notizia. Se, come pare, sarebbe stata pagata con i soldi pubblici, allora è solo questo il dato che importa. Se Chiodi fosse stato da solo e avesse pagato con la carta di credito della regione una dormita prima della quale si fosse fatto portare, che so, una bottiglia di champagne, sarebbe stata la stessa cosa.

Se ci sono stati favoritismi nei confronti della signora stessa o di suoi familiari lo si dimostri e basta. Se no lasciatela in pace.

Perché quella che è passata in secondo piano è stata la dichiarazione dello stesso Chiodi: “Ho sentito Silvio Berlusconi e non ho alcun dubbio sul fatto che sia io il candidato di centrodestra”.

E vincerà.

 

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A Roseto degli Abruzzi piove, l’acqua ha cattivo odore e le scuole restano aperte

A Roseto degli Abruzzi piove. Tanto. Da sempre. E quando piove si allagano le strade e gli scantinati. Lo sanno tutti, ma alla prima asciugatina di un raggio di sole la gente se ne dimentica. Siamo fatti così, ci piace inzupparci le ossa e buttare via un po’ di roba ammontonata nei garages, ogni tanto.

L’ufficio stampa comunale, l’11 novembre scorso, alle 23:24 (perché, si sa, a quell’ora tutta la popolazione guarda il sito web del Comune!) informava che erano previsti “forti venti, una forte attivita’ elettrica , forti rovesci e mareggiate.” E che
“L’ intensa fase di maltempo è prevista anche per domani sera (12 novembre) con elevato rischio alluvionale.”

Ora, c’è stato un “elevato rischio alluvionale”, segnalato dalla Protezione Civile, e il sindaco NON ha chiuso le scuole. Anzi, ha invitato a “evitare di mettersi in auto in caso di forte maltempo”.

Ma come si fa, appunto, a evitare di portare i propri figli a scuola (perché le scuole sono aperte) o a recarsi al lavoro se in quel momento piove a ciel rotto? E anche se il maltempo non dovesse essere “forte”, ma appena appena accentuato, sarebbe forse meno rischioso mettersi in giro, considerato il succitato “elevato rischio alluvionale”?

 

In una piccola parte di Roseto l’acqua dei rubinetti puzza. Il comunicato del Comune parla di “cattivo odore”. Cambiando l’ordine dei fattori linguistici il risultato non cambia.

Un secondo comunicato del Comune riferisce che “il Sindaco consiglia precauzionalmente di non utilizzare l’acqua per uso alimentare. Giusto. Non si fa cuocere la pasta nell’acqua maleodorante. Non la si beve per precauzione, potrebbe essere inquinata o far male, in attesa che giungano i risultati delle analisi della ASL. Non la si usa per fare il pane o per lavare le verdure e la frutta. Sacrosanto.

Ma perché, un uso NON “alimentare” è raccomandabile? Si può usare quell’acqua per lavarsi i denti? Per fare la doccia? Per lavarsi le parti intime? Per lavare i bambini al cambio dei pannolini? Per lavarsi i capelli? Perché non ce lo spiega nessuno? Magari la gente dovrà continuare a farsi dei bidet di Ferrarelle!

Si dice che il fenomeno dell’acqua puteolente interessi “in particolare la Via Salara, Frazione Voltarrosto”.

A Voltarrosto ci sono delle scuole (asilo, scuole elementari e due istituti superiori). Come facciamo a sapere che l’acqua maleodorante non sia arrivata anche lì?? Non sarebbe il caso di dare informazioni attraverso il maggior numero di strumenti possibile? E invece il Comune di Roseto non aggiorna più la sua pagina Facebook dal 20 dicembre 2012. Piace a 1764 utenti, una percentuale molto esigua rispetto alla popolazione globale. Un motivo ci sarà.

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Roseto degli Abruzzi: una testa di tonno sugli scogli

(foto: Rosa Mattioli)

Sugli scogli del lungomare sul della nostra ridente cittadina di Roseto degli Abruzzi, stamattina è stata posizionata a bella posta una testa di tonno.

Dico “a bella posta” perché la posizione del macabro scarto era troppo “precisa” per giustificare il fatto che sia arrivato in quel punto con le correnti o le mareggiate.

La pesca illegale dei tonni è una realtà tragicamente consolidata al largo delle coste dell’Adriatico e bisognerebbe cominciare a parlarne e a prevenirne i danni prima che sia troppo tardi.

Del resto, però, una testa di tonno sugli scogli è una attrazione irresistibile per chi volesse provare il brivido della cafoneria di farcisi qualche foto con il cellulare, per cui ognuno si faccia gli affari suoi che è meglio.

Intanto su questo blog gli affari nostri ce li facciamo, perché la sorte di quella povera bestia ci riguarda tutti.

In molti faranno finta di non aver visto nulla.

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Salvatore Parolisi è colpevole. Condannato all’ergastolo per l’omicidio di Melania Rea

Dunque era lui il “mostro”.
Era lui l’assassino.
La proiezione dell’immaginario collettivo sulla belva di turno, perché qualcuno Melania Rea doveva per forza averla ammazzata, ci ha azzeccato. E non poteva essere che lui, il piagnucoloso, il traditore, quello che aveva una relazione con Ludovica, quello la cui vita è stata messa a soqquadro, quello che doveva pagare perché era andato a fare l’amore proprio lì. Quello del DNA lasciato nella bocca della povera vittima.
Quello che non era degno di occuparsi di una bambina che, adesso, non lo riconoscerà più.
Il pericoloso assassino è stato assicurato alla giustizia.
Noi possiamo dormire sonni tranquilli e guardare la TV che ne riempirà l’etere, dimenticandosi, una volta tanto, che oggi è stato condannato anche Berlusconi.

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