Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web

La comunicazione ufficiale della Cancellieri sul caso Aldrovandi

Torno sulla dolorosissima vicenda dello stràscico del caso Aldrovandi, della condanna definitiva passata in giudicato con sentenza della Cassazione dei quattro poliziotti individuati come responsabili e della penosa e inutile sequela di insulti alla madre apparse su account Facebook facenti capo agli stessi condannati ai danni della madre di Federico.

Il Ministro dell’Interno Cancellieri ieri ha annunciato che sarà avviata una azione disciplinare “per sanzionare l’autore del gravissimo gesto”. E parla di Paolo Forlani. Il cui account Facebook, nel frattempo, è sparito.
Il comunicato, inoltre definisce “vergognose e gravemente offensive” le frasi messe in linea da due dei poliziotti condannati, all’indomani del giudizio di Cassazione. E il “gesto” non sono le percosse a seguito delle quali un ragazzo, affidato allo Stato perché fermato da una pattuglia, ma le frasi scritte in rete.

C’è qualcosa che non torna in tutto questo. Ovvero che l’azione disciplinare nei confronti degli autori delle frasi diffamatorie parta, per assurdo, per un (per ora) “supposto” reato, che non è stato giudicato neanche in primo grado.

In pratica, chi abbia materialmente scritto quelle frasi non viene sanzionato disciplinarmente per la certezza che si ha della sua condanna per un reato commesso durante l’esercizio delle proprie funzioni, ma per un fatto commesso da privato cittadino e per il quale risulta non esistere neanche un procedimento aperto (a parte la querela trasmessa alla Procura della Repubblica di Ferrara da parte della Signora Aldrovandi).

In pratica, neanche la condanna definitiva per la morte colposa di Federico Aldrovandi ha spinto il Ministero dell’Interno ad affrettarsi a prendere provvedimenti disciplinari. I quattro condannati ad oggi sono ancora in servizio. Del resto, non risulta che sia sta applicata la sanzione accessioria dell’interdizione -temporanea o definitiva- dai pubblici uffici.

C’è voluta la notorietà del web, il passaparola, quella visibilità innegabile che può dare seguito effettivo alle parole e che viene dalla rete, per smuovere il Ministero dell’Interno a sanzionare un poliziotto per una diffamazione e a usare il condizionale su una vicenda di morte su cui la Cassazione ha posto la pietra finale.

In Italia non si è colpevoli in quanto colpevoli. Si è colpevoli in quanto visibili. Ed è triste. Molto triste.

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