Carlo Benedetti – Rolette russa con Hamas

I dossier che si trovano oggi sul tavolo di Putin sono lastricati d’imprevisti. In primo luogo quelli che si riferiscono al teatro mediorientale, dove la recente vittoria di Hamas in Palestina ha sconvolto (disegnando nuovi scenari) piani e rapporti di forza. Si può notare, in questo contesto, che il Cremlino – usando una terminologia d’ordine giuridico – sarebbe interessato a derubricare l’intera vicenda del conflitto Palestina-Israele, qualificandola sì come "reato" grave, ma cercando di rinviare tempi e modi di giudizio. Ma i ritmi della geopolitica impongono scelte immediate. E così Putin – immerso nelle acque stagnanti di una diplomazia mediorientale che non da segni di gran vitalità – si trova a dover fornire, nell’immediato, autonome proposte e soluzioni. Non tanto perché la Russia è pur sempre una potenza mondiale, quanto perché la situazione interna del suo Paese richiede precisi approcci. Risposte, quindi.
I "perché" sono chiari e vanno messi nel conto prima di aprire il dossier israelo-palestinese. Ricordiamo che è stato lo stesso Putin a sorprendere, in un certo senso, le diplomazie mondiali rendendo nota la decisione di portare la Russia nella Organizzazione della Conferenza Islamica e cioè in quel forum che dal 1969 comprende 75 stati con popolazione a maggioranza islamica.

Una mossa non soltanto geopolitica, proprio perché carica di significati interni. Putin, infatti, sa che la Conferenza Islamica comprende stati dominati da una maggioranza fedele all’Islam, ma sostiene anche che il suo Paese – che conta oltre 20 milioni di musulmani (il 14 % della popolazione) – ha diritto di sentirsi parte del mondo musulmano in generale. Un vero e proprio sconvolgimento di strategie? Oppure una mossa diplomatica per portare la Russia in nuovi e vasti campi d’intervento?
In proposito va ricordato che in un colloquio avuto con il principe ereditario dell’ Arabia Saudita, Putin sottolineò la disponibilità a stringere un patto di solidarietà con il mondo arabo. "In tutto il periodo della nostra storia, la Russia – disse in quella occasione – ha tenuto rapporti privilegiati con il mondo musulmano e arabo… Per molto tempo noi abbiamo sempre considerato il mondo arabo, il mondo musulmano, come uno degli alleati più vicini". Riferimenti diretti, quindi, alla vecchia gestione sovietica.
Siamo così di fronte ad un’amicizia rinnovabile e sempre più stretta?
C’è, in sintesi, un certo mutamento di rotta, imprevisto sino ad oggi, dato il crollo dell’Urss e l’ingresso di nuove concezioni nella politica russa. Ma la mossa d’avvicinamento al mondo islamico da parte di Putin ha anche un preciso obiettivo inter-religioso. Lo ha spiegato la stessa Chiesa ortodossa russa che, quanto ad integralismi, non è seconda a nessuno.

Infatti il Patriarcato di Mosca, con una dichiarazione del suo rappresentante ufficiale Roman Silant’ev, non ha perso tempo, né ha coltivato dubbi nel pronunciarsi in favore di Putin. "L’entrare a far parte dell’Organizzazione islamica – ha dichiarato l’esponente ortodosso – permetterà alla Russia di difendere le minoranze cristiane nei paesi musulmani. Essa prenderà il posto dell’America che non è in grado di svolgere questa funzione… Noi rispettiamo l’opinione del Presidente e del ministero degli Esteri di Mosca e pensiamo che se hanno preso questa decisione, vuol dire che corrisponde all’utilità della politica estera della Russia".
Sin qui la Chiesa. Ma c’è, subito, un’accentuazione di stampo politico e strategico che viene dall’autorevole direttore dell’Istituto di studi africani e islamici della Russia, Aleksej Vasil’ev, il quale fa notare che l’entrata a far parte dell’Organizzazione islamica consentirà alla Russia di "assumere una posizione più decisa in favore dei palestinesi nell’attuale conflitto in Medio Oriente".
Si offrono quindi all’attenzione delle diplomazie nuove prospettive. E non è un caso se nella stampa russa di questi tempi – e in tutte le manifestazioni pubbliche dove la diplomazia del Cremlino è chiamata ad intervenire – si nota un atteggiamento di tipo nuovo nel momento in cui sul tappeto c’è il tema del Medio Oriente. E, in particolare, il rapporto con la Palestina e con Israele. Si affacciano nuove prospettive e nuovi metodi di giudizio. Si cerca, in pratica, di creare un humus dove possano ambientarsi regole avanzate di tolleranza.
Non è, sia ben chiaro, il vecchio pragmatismo sovietico che riaffiora e tanto meno la volontà di ritrovarsi nel gioco della grande politica. C’è qualcosa d’inedito che si offre alla nostra attenzione mentre il Cremlino continua a "studiare" e a tenere "sotto controllo" forze ideologiche come le Tigri Tamil (Indù) e gli estremisti di Al Qaeda, Hamas ed Hezbollah.

Ma Putin sa anche che la Russia non deve cadere nella trappola delle condanne. E’ riuscito sino ad oggi a far "dimenticare" all’occidente i crimini che commette contro la Cecenia e deve così mostrare aperture internazionali per ottenere appoggi proprio nell’area musulmana "oltreconfine".
Ecco la grande importanza di quello che sarà il primo contatto diretto con il movimento Hamas. La Russia, in questo contesto, spiega come si svolgerà questo dialogo con chi è giunto al potere "sulla base di elezioni legittime e democratiche". La stampa russa non manca di far notare che le critiche che vengono dagli Usa e da Israele sono dettate prima di tutto dal "fallimento" della diplomazia americana in Medio Oriente. E che Washington, di conseguenza, non ha molte possibilità di contatto con le varie forze politiche in Palestina. Da qui l’irritazione "occidentale" per l’iniziativa interlocutoria di Mosca.

Ai mediatori internazionali e alla dirigenza israeliana Mosca manda a dire – tramite il suo ministro della Difesa, Ivanov – di aver compreso che "il vertice di Hamas deve mutare la sua vecchia politica nei confronti di Israele in quanto priva di prospettive" e che è necessario che Hamas "riconosca la sovranità di Israele e rinunci ai metodi terroristici".
In altre parole la Russia intende chiedere ad Hamas – e con forza – una posizione più realistica proprio in questa fase di formazione dei nuovi assetti governativi. Ma Putin, nello stesso tempo, fa notare che l’interlocutore della Russia è il legittimo vincitore delle elezioni. Da Mosca, pertanto, una formula di intervento decisa e pratica. Certo: può essere anche un’arma a doppio taglio visti gli attuali equilibri internazionali e tenuto conto che la lobby ebraica della Russia presente in Israele è quanto mai forte ed agguerrita. E trova ampi consensi ed appoggi negli Usa dove operano attivamente altre lobby ebraiche provenienti dalle fila dell’emigrazione sovietica. Putin sa di giocare su un terreno minato.

Siamo quindi in presenza di una sorta di roulette russa? Una riedizione di quel duello praticato a suo tempo da ufficiali e nobili della Russia zarista? Quando ci si puntava alla tempia una pistola a rotazione caricata con un solo colpo e si premeva il grilletto dopo aver fatto girare a caso il tamburo… Putin conosce le regole del gioco. Le ha apprese nelle accademie militari del Kgb. E se ora gioca la carta del rapporto con Hamas sa a cosa va incontro. Resta comunque questa domanda: si è preparato organizzando eventuali ritirate strategiche?
Intanto gli viene in aiuto Khaled Meshal, capo dell’Ufficio politico di Hamas, il quale dichiara al quotidiano russo Nezavisimaja Gazeta che il suo movimento è pronto ad abbandonare la lotta armata se Israele si ritirerà dai territori occupati palestinesi. Ma Tel Aviv non pensa proprio di poter aderire a questa proposta. Parte da qui – ed tutta in salita – la strada di Putin verso il dialogo con l’Islam.

da: www.altrenotizie.org

 

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