Biblioteca

La biblioteca dovrebbe essere un luogo sacro. Certo, un po’ easy going, ma comunque sacro.
E’ il luogo in cui si custodisce il sapere, quel posto in cui ci si può arrampicare tra gli scaffali partendo da una suggestione per arrivare a qualcos’altro, seguendo voli imprevedibili ed ascese velocissime del pensiero, come avrebbe detto Battiato.
In biblioteca ai miei tempi c’erano solo i libri. Poi sono arrivati i CD, da ascoltarsi rigorosamente "in loco". Minchia, costavano tanto i ciddì, la biblioteca del mio paese aveva l’integrale delle sinfonie di Beethoven dirette da Von Karajan, il comune si era indebitato fino all’orlo per acquistare quel cofanetto. Siccome noi visitatori eravamo tanti, c’era da fare la fila, e mentre qualcuno si stupiva della qualità dell’ascolto in "studio quality", senza i graffi e i fruscii del vinile, qualcun altro, già che c’era, leggeva un giornale in emeroteca.
Sono andato in biblioteca, come faccio spesso -è un gesto un po’ démodé, ma, del resto, non ho mai preteso di essere alla moda, e alla mia età non potrei più pretenderlo-, un po’ perché non voglio più comprare libri (ne ho già comprati più di quanti non riesca a leggerne), un po’ perché fa tanto senso civico da vecchietti (e te dài!), chissà se un giorno mi daranno una paletta in mano, un cappellino da mettere in testa, un giubbotto fosforescente per utilizzarmi come vigile attraversatore delle strisce pedonali davanti alle scuole e agli asili. Però voglio anche il fischietto.
Insomma, Di Stefano falla vreve, vado in biblioteca e ci trovo un assembramento esterno da concerto dei Beatles negli anni ’60. Uno dovrebbe essere contento che così tanti giovani vadano in biblioteca, e invece no, anche perché la biblioteca si usa dal di dentro e non dal di fuori.
Cosa fanno fuori dalla porta della biblioteca? Semplice, fumano.
Fumano tutti, ragazzi, ragazze, ragazzini, cazzo fumi che hai 14 anni scarsi, cos’è, questo, il fumuoir?? Ma in biblioteca non si va a leggere e a studiare? Una volta era così, voglio dire, prendevi un po’ d’aria per andare e tornare, c’era abbastanza silenzio, trovavi tutte le informazioni che volevi, a saperle cercare sul catalogo, e ti passavi un pomeriggio. Sempre se prima non ti toccava la Pastorale dei Beethoven diretta da Von Karajan direttamente in cuffia.
Ora l’attrazione principale della biblioteca non sono i libri. Quelli stano lì a fare da coreografia, cazzo volete che gliene freghi alla gente dei libri?? Internet è la vera attrazione. Le tre o quattro postazioni collegate a internet della biblioteca sono sempre occupate.
Le persone si avvicinano al banco e dicono "dovrei fare una ricerca in Internet, quale postazione è libera??"
L’ADSL di casa tua, ecco quale postazione è libera!!
Ma cosa ci vieni a fare il fighetto in biblioteca, che devi fare le "ricerche su Internet"? Ma fattele un po’ a casa, soprattutto quando per la ricerca di sui si tratta impieghi si e no cinque minuti di copia-incolla e il resto del tempo te lo passi a cazzeggiare su Facebook, lasci password e dati in ogni dove, ostentando una falsa sicumera ("Dov’è Explorer? Ah, eccolo…") da nerd ossesso, da quello che la sa lunga e poi ti spegni in una chat con la tua amica che, guarda caso, abita a trecento metri dalla biblioteca, le chiedi come sta, lei ti risponde che è a casa e che si annoia, e che se tu invece di sditeggiare su Facebook dalla biblioteca cogliessi la palla al balzo, facessi trecento metri a piedi e la invitassi ad andare sui prati a raccogliere le margheritine potresti attivare una sessione di lavoro molto più soddisfacente e interessante.
E poi gli studenti universitari di oggi. Dio mio… si siedono lì con il computer portatile (i più fighi ma inesorabilmente indebitati hanno il Mac, ci rendiamo conto, non avranno uno straccio di pensione, però intanto fanno i fanatici trincerandosi dietro uno schermo bianco con una mela in mezzo…), guardano con sufficienza te che sfogli il "Saturday Review of Literature" (1), si avvicinano alla postazione degli impiegati e fanno:
"Mi può dare la UserId e la password per il wireless???"
Ma porca miseria, una volta si chiedeva tutt’al più la chiave per il bagno (a sua volta custodita a chiave nel cassetto della bibliotecaria), ora no, ci si bèa in una serie di parole inglesi per dire che, tanto per cambiare, si vuole andare su Internet.
Gli studenti universitari hanno anche delle fotocopie. Sono fascicoletti sempre più fini, praticamente raggiungono il livello Kraft come campione ottimale per la produzione delle sottilette. Li posano accanto al Mac, appoggiano il cellulare sul tavolo (ah, il cellulare, il miglior amico dell’uomo!!), anzi, l’IpHone, perché fa pendant con il Mac di cui sopra e sbandierano almeno tre o quattro evidenziatori. Giallo, rosso, blu e verde. Giallo per le cose importanti, rosso per quelle importanti davvero, verde per quelle trascurabili, blu perché non c’entra un cazzo ma fa impressione e allora ce ne mettono un po’ già che ci sono, fa tanto Picasso dei primi periodi cromatici.
Prima pagina di fotocopia, introduzione. E via di evidenziatura. Cinque minuti. Ci vuole una sigaretta. Già che uno va nel fumoir, tanto vale parlare anche delle cose più inutili, co
n i ragazzi che sono già fuori, magari lamentandosi (
"sto preparando Fenomenologia dell’Ateismo Tibetano, una palla, ma mi serve per il credito…") e possibilmente tenendo la sigaretta con la mano destra leggermente piegata all’infuori, e spiaccicando regolarmente la cicca a terra, dove resterà dopo una pedata a impuzzire l’ambiente, una volta aspiràtone l’effluvio. Beh, ora si deve di nuovo studiare (già, ci sarebbe anche la seconda pagina da attaccare), squilla il cellulare, sì, è un SMS che dice che qualcuno ha mandato una mail, e allora bisogna andare sull’account wireless a controllare la posta elettronica del cavolo, fare un sorrisino del cavolo (come se quello che ti ha mandato la mail potesse stare lì a guardare) e rispondere con un SMS che preannuncia una risposta via mail però ora no perché queste istituzioni di diritto anarchico sono una rottura spaziale va beh, va’, scriviamola subito "se no mi dimentico" e alla fine ci vuole un’altra sigaretta perché lo sforzo manuale e mentale è stato immane, e Peppino De Filippo che si asciugava la fronte per la fatica di aver scritto una lettera in "Totò, Peppino e la Malafemmina" diventa un puparo.

E c’è questo odore dell’alcool degli evidenziatori che si mischia a quello delle matite con la gomma in cima (rigorosamente mai usate, quelle servono per fare bella figura), c’è questo senso del tempo che scorre e dei libri che restano lì, che basta allungare le mani ed aprirli, perché forse hanno ancora da dirci qualcosa, c’è questa depressione strisciante di cui si abbandona l’odore uscendo dall’ultima nuvola di fumo di Marlbòro.


(1) La biblioteca che frequento non  ha il "Saturday Review of Literature", ma mi piaceva ed è il primo che mi è venuto in mente.

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